Carriera o marmocchi?

wwParlando dell’argomento con amici l’atmosfera si è subito surriscaldata, per cui se tanto mi dà tanto… D’altronde la rubrica ‘Vista dal basso’ su questo blog nasce ed esiste proprio per stuzzicare con distacco, osservare da un punto di vista diverso. Rompere i coglioni, in altri termini: esercizio che mi si riconosce portare a termine con buoni risultati da sempre.

In Italia la donna ha un grande problema lavorativo: è passibile di maternità. Detto in estrema sintesi, e generalizzando per forza di cose, funziona così: la donna spesso diventa madre, usufruisce quindi di un buon trattamento previdenziale (al nord europa, per esempio, i mesi di maternità obbligatoria e facoltativa sono spesso meno che da noi), conserva in qualche modo il posto di lavoro, fa comunque arricciare nasi tra capi e colleghi  e si ritrova puntualmente tra le mani una carriera spezzata, ridotta o ridimensionata. Questo può andare bene a una donna a cui non interessa il lavoro, un pò meno a chi invece dopo i primi anni di giusto e delizioso sacrificio vorrebbe riavvicinarsi allo stile di vita di prima. Focalizzare di nuovo l’attenzione anche sulla propria persona, riprendere il controllo della routine. Azzardo: raccogliere qualche soddisfazione professionale.

Ora, siamo di fronte al tipico effetto ‘cane che si morde la coda’: se in Italia le donne sono per il 90% ridimensionate come figure professionali a cause della/e maternità, è giusto approfittare il più possibile di congedi, permessi, certificati medici di manica larga? Tipico e sacrosanto commento nostrano: è giusto sì, che c’ho scritto ‘gioconda’ in fronte io? Tutti approfittano di tutto, lo faccio anch’io. Non fa una grinza. Ma se è giusto, se si sta lontano dal posto di lavoro per circa un anno, o anche di più con la maternità anticipata che – per quanto riscontro di persona – è concessa in maniera piuttosto facile, è possibile garantire e garantirsi un percorso lavorativo paritario rispetto a chi mamma non diventa?

Gran bella questione. D’istinto risponderei come molti: la protezione previdenziale della maternità è sacrosanta, che venga concesso quanto più possibile. I bimbi richiedono tempo e cura, altro che un anno ce ne vorrebbero tre, ecc. ecc…  Tutto giusto e politicamente corretto ma la visione del mondo che ne sta dietro, forse, un pò, è quella del: ok, io faccio figli e me li smazzo, tu maritino lavori e ci mantieni. Io poi, quando i figli hanno tre anni, mi devo reinventare, difficilmente ci riuscirò, andrò in crisi, che paese di merda.

E se invece l’interruzione lavorativa fosse più ridotta – o meglio giusta a seconda delle effettive necessità e delle condizioni fisiche- e si sviluppassero meglio le aree ‘contigue’? Per esempio, i padri sono poco coinvolti nell’attività di gestione dei bimbi, dovrebbero esserlo molto di più. I nidi sono ancora troppo pochi e davvero NON flessibili negli orari e nelle giornate di servizio. Il part-time – questo sconosciuto – è in pratica una concessione divina, e nel nostro immaginario corrisponde sempre al lusso della mezza giornata lavorativa (ma mezzo stipendo no?). E non oso nemmeno menzionare il part-time verticale, molto diffuso tra i genitori di tanti paesi europei.

Forse, se le donne fossero meno costrette ad aggrapparsi a tutto quello che c’è in termini previdenziali, potrebbero garantire più continuità lavorativa. Certo, il capo maschilista stronzo magari ci sarebbe comunque, ma a lungo andare la situazione potrebbe migliorare. Se si sta a casa dalla prima settimana di gravidanza perchè si lavora come commessa, impiego considerato da noi a rischio (all’estero non sanno nemmeno di cosa stiamo parlando, tipo le 3 ore da aspettare dopo l’insalata di riso prima di fare il bagno in piscina), anche se ci si sente benone, forse non si ha subìto un vero e proprio torto se, un anno e sei mesi dopo, la situazioni in ufficio è cambiata.

E questa è solo una delle varianti dell’eterno enigma l’Italiano, la coscienza e il bagno da ristrutturare, definizione per la quale ho sfiorato la Laurea honoris causa in un Iistituto Accademico privato equiparato. Poi l’hanno assegnata a Beppe Grillo, se non vado errato. Eccone il contenuto: siamo tutti bravi a dire che la percentuale italiana di evasione fiscale è uno scandalo, che le tasse le paghiamo solo in pochi, che i negozianti e gli artigiani bla bla bla, ma poi cosa succede quando dobbiamo ristrutturare il bagno? Scartiamo subito il preventivo ‘pulito’, per scegliere quello in nero. E allora, dove vogliamo andare?  Per migliorare le cose bisogna cominciare dal proprio comportamento. Attitudine poco italiana, lo so, e in effetti rischiosa: si rimane fregati in un attimo. Ma come fare, altrimenti? Sperare in un Obama italico? Più facile che il mondo diventi davvero un posto migliore, a questo punto…

Italia esclusa, ovvio.

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2 thoughts on “Carriera o marmocchi?

  1. ecco la mia esperienza.
    Mia moglie lavora per una azienda (vicinanze di Bologna) piccola, ma lungimirante: il suo titolare pensa che sia normale che una donna faccia dei figli e che se la si facilita sul lavoro, tornerà quanto prima possibile a lavorare anche a tempo pieno (anche perchè due stipendi servono).
    Così mia moglie ha avuto una riduzione di orario e la possibilità di lavorare da casa, poi abbiamo iniziato ad usufruire del congedo parentale, per cui un paio di giorni a settimana io sto a casa (e in questo modo ho una riduzione di stipendio minima) e mia moglie va in ufficio.
    Nel mio caso però la richiesta di aspettativa è stata vissuta dal mio superiore (una donna) una specie di coltellata alle spalle.
    Insomma le possibilità ci sarebbero (magari qualcosina andrebbe migliorata, soprattutto la concessione dei part-time), ma molto dipende anche da chi abbiamo di fronte (datore di lavoro).

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