Zampetti della terza C

zampettiAlla fiera dei luoghi comuni c’è un esemplare che, seppure in realtà molto raro, continua a mietere successi nell’immaginario collettivo e – soprattutto – a mettermi in difficoltà nei pavoneggiamenti in pubblico, in giro per lo Stivale con i soci Kai Zen. D’altronde anche noi, come tutti, scriviamo libri con motivazioni molto più futili di quanto sarebbero disposti ad ammettere la maggior parte degli autori. Noi invece non lo nascondiamo, anzi a volte ce ne vantiamo, e forse per questo non ci conosce nessuno. Probabilmente non abbiamo l’appeal giusto, o forse è questione di karma; eppure abbiamo scelto un nome asiatico apposta… Pace e Amen, rivendico lo status invidiabile del NON artista professionista! Faccio, mi diverto, spero il risultato piaccia (altrimenti non c’è problema), quando non mi diverto più o non ho più nulla da dire, smetto. Così dovrebbe essere, no? Chi l’ha detto che una band che fa un bel disco poi sia in grado di farne altri dieci a quel livello? O che un autore che ha azzeccato un romanzo sia capace di farne una serie? Anzi, statisticamente è improbabile. Solo che le meteore non rendono a sufficienza, in quanto a profitti, quindi il mercato chiede a noi consumatori di fare uno sforzo, di non stare lì a distinguere troppo tra popolarità e qualità del prodotto. Di dare fiducia all’autore. Sarà.

Ma torniamo al luogo comune: a Milano e dintorni sono tutti come il commendator Zampetti, padre di Sharon della Terza C. Ricordate la serie televisiva? Esilarante. Da quella fucina di alta cultura che è stata la trasmissione ‘Drive In’ (si capisce che sono ironico?), madre di un’intera epoca televisiva e culturale, un personaggio di fatto prestato al telefilm su una classe di liceo di Roma. Senza dubbio azzeccato, magnificamente interpretato da un grande attore (Giudo Nicheli, pace all’anima sua) e rappresentativo di quegli anni. Ricco, brillante, abbronzato, strafottente. Barlafùs, come si dice da queste parti. O meglio, ganassa. Secondo mezza Italia, a Milano sono tutti così.

Gente che per empatia mi parla in gergo paninaro, dopo un incontro a Cagliari o a Roma. Ragazzi che mi chiedono di dire qualcosa, così a caso, per godersi il curioso e divertente accento che mi esce dalla bocca – o per meglio dire, per prendermi per il culo. Adoro questa cosa, sono sempre stato un pò clown nella vita e mi piace divertire. Ma per onor di cronaca ci sono alcuni equivoci da chiarire:

* innanzitutto nel milanese gli autoctoni si contano sulle dita di una mano, purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista. Personalmente, non mi sembra una brutta cosa poter contare su numerose varianti al modello Matteo Salvini.

* anche se spesso non sono i lombardi il problema. Sapete qual’è il guaio più grosso di Milano? Che data l’immagine che si è voluta dare dagli anni ’80 ad oggi, attira a sé per natura una serie di personaggi non proprio in cima alla lista delle persone più socievoli e disponibili al mondo. Un catalizzatore di arrivisti, in altre parole. Mosconi che girano attorno a quello che sappiamo. Ne ho conosciuti un sacco: manager rachitici infatuati di Sabrina Salerno e Carol Alt, figli poco svegli di avvocati e notai di provincia col mito della conquista di Milano, ragazzine bocconiane di centro Italia dal make up impeccabile e il sogno di essere capo revisore contabile (chissà perchè) in una delle società di lavaggio del cervello. Quindi non prendeteci in giro, amici che nella vita ve la spassate sulla costa veneta, nella ricca pianura emiliana o nell’opulenta Toscana: dovreste invece ringraziarci per avervi liberato di certa gente.

* a Milano e nella prima fascia di hinterland (dove si trova Sesto, mia città natale) non è che ci siano poi molte fabbrichètte alla Zampetti di terza C: quelle grosse le hanno chiuse tutte, una dopo l’altra, le piccole sono rilevate per la metà da cittadini stranieri, evidentemente più bravi di noi a condurre un’attività economica. Qui siamo per la maggioranza dipendenti pubblici o privati (dunque gli unici in questo paese che pagano ogni centesimo di tasse), oppure liberi professionisti. Prego, non c’è problema: scagliatevi pure contro questa seconda categoria. Forse ci si confonde con la Brianza, area ricca e verde a nord della metropoli. Qui in città non siamo ricchi, anzi. Siamo solo il servizio catering del grande buffet nazionale, riunitosi a Milano per comodità di spostamenti e per quel paio di localini alla moda che piacciono, a fine giornata lavorativa. Niente di più. L’Italia ricca e facoltosa è in provincia, altrochè. Là si trovano gli splendidi, i brillanti, i ganassa veri e propri. Qui da noi se vi interessa abbiamo stressati, maleducati, frettolosi e stanchi. Ma si tratta di altra merce, niente a che fare col cummenda.

Dunque da oggi basta, non mi farò più prendere in giro. Sciopero delle ‘e’ aperte e degli ‘alura?’. Parlerò dialetto frusinate, o aostano. O mischiati tra loro. Magari viene fuori un personaggio divertente come è stato lo Zampetti, qualcuno da mandare a Zelig a spodestare le colonne portanti del cabaret moderno nostrano, quali ‘Tatianaaaa’ e via dicendo: roba sopraffina. A ‘sto punto i soldi li voglio fare anch’io.

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3 thoughts on “Zampetti della terza C

  1. sono commossa. grazie. rientro da un magnifico ponte in sardegna dove alla mite (giuro!) richiesta di due caffè mi hanno risposto “lombarda?” e alla mia replica “milanese …” hanno ribadito “ah i milanesi che si lamentano di tutto!” ecco io volevo solo godermi un caffè in bicchierino di plastica guardando l’asinara … invidiando chi, vive a cagliari magari, e il panino anzichè su via padova lo sbrana al poetto …

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  2. ti capisco.. fortuna che mia madre è toscana e posseggo abbastanza l’accento da potermi mimetizzare, in caso di necessità. Preparatene uno anche tu! E grazie per la commozione 🙂

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  3. Pingback: Maglioncino color pesca sulle spalle, annodato al petto « : kaizenology :

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