La Potenza di Eymerich 7: Icona

Immagine di La potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Padre Nicolas Eymerich faticò non poco a spostare da solo la pesante lastra che il giorno prima aveva fatto ruotare sul pavimento della chiesa con l’aiuto di Modesto. Il cammino si era impresso molto bene nella mente di Eymerich. Ogni sasso, ogni fenditura, ogni mattone. Tutto era lì dove lo ricordava. La grotta era deserta. Niente streghe e stregoni. Niente apparizioni sull’acqua. Da qualche parte, filtrava la luce del sole. Visto così, poteva anche sembrare un luogo di pace.
Eymerich si avvicinò di più all’acqua, fece per chinarsi. Un lampo accecante gli balenò davanti agli occhi. La donna in nero apparve al centro del bagliore. Eymerich ne sentì la voce insinuarsi nella sua testa, come nel sogno: La morte viene dall’acqua…
L’Inquisitore barcollò per un istante, poi si riprese subito.
Non era nulla, si forzò di pensare. Solo strascichi dell’incubo della notte precedente. Respirò a fondo.
Ancora quella frase, e quella donna. C’era qualcosa di indefinibile in lei. Perché si manifestava sempre in quel modo? Non era la prima volta che assisteva a prodigi del genere: c’era stato quel culto pagano dedicato alla dea Diana, tredici anni prima. Donne che, riunite presso un lago, evocavano l’immagine di una dea pagana. Allora aveva sradicato quella blasfemia facendo sì che le donne potessero vedere ciò che realmente adoravano: Satana. In una qualche misura timorate del Signore, molte di loro avevano infine capito il loro errore e se ne erano pentite. Non poteva però sperare lo stesso da parte di stregoni e fattucchiere, in quelle circostanze. La cura doveva necessariamente confondersi con la punizione.
Un getto d’acqua alimentava il lago, cadendo incessante dall’alto della grotta. L’acqua sembrava poi seguire un suo percorso sotterraneo, e sparire nelle profondità della terra. Doveva essere in quel modo che l’acqua malefica infettava il suolo di quelle terre. L’Inquisitore rabbrividì. Forse l’aver visto la donna in nero apparire era un segnale della contaminazione. Scacciò il pensiero dalla mente. Era lì per sconfiggere il Maligno, non per farsi spaventare dalle sue macchinazioni. L’aria insalubre di quel luogo lo stava nauseando. Sentiva di dover uscire, ma non da dove era venuto: se della luce entrava da qualche parte, probabilmente c’era un’altra uscita. Eymerich seguì la luminiscenza del sole per un lungo tratto e trovò ciò che cercava.
L’imboccatura della grotta si apriva sul lato di una collina, appena fuori dal centro abitato. Respirò soddisfatto l’aria fresca della mattina, e lasciò che il sole scacciasse i soffocanti vapori della visione dalla sua mente. Poi si mise in cammino.
Non gli ci volle molto a rintracciare il corso d’acqua che scorreva sottoterra: era un piccolo torrente addossato a un versante sassoso, che pochi uomini armati di pale avrebbero potuto far franare con facilità per bloccare il flusso d’acqua. Una volta che il lago fosse stato asciugato, forse la visione – che pareva così legata all’acqua – non si sarebbe più manifestata. E anche se così non fosse stato, il peso dei detriti avrebbe fatto franare il soffitto della grotta, trasformando quel luogo in una tomba per gli eretici e il loro culto.
Eymerich fece una smorfia simile a un sorriso, mentre tornava al monastero. Era un buon piano. Ora si trattava solo
di posizionare le pedine nel modo più corretto per portarlo a termine, ma doveva restare vigile. Un solo sbaglio e avrebbe attirato su di sé molta più attenzione di quanta ne desiderasse. Quella del giovane e imprudente francescano che lo aveva seguito fino alla grotta, credendosi inosservato, era già oltre i limiti della tollerabilità.

Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino.

Giovanna I d’Angiò ascoltò il messo, di ritorno dal convento dei francescani, senza dire una parola. Lo congedò con
un semplice gesto della mano. Era ormai tarda sera e di lì a poco sarebbe giunto in Napoli anche il messo inviato al Giustiziere di Basilicata.
La Regina mise da parte le altre incombenze e cominciò a scrivere una missiva da recapitare al pontefice. Le accadeva ormai troppo di frequente, pensò, di spendere le proprie energie seguendo vicende del tutto estranee al governo di Napoli.

Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede.

Urbano V non attese oltre che il cardinale segretario si decidesse a parlare. “Allora, quali notizie da Potenza?”
“Il messo inviato da Napoli ha incontrato frate Severo da Benevento e le notizie non sono incoraggianti; padre Eymerich si muove con prudenza. Il messo ha però riferito a Severo il vostro desiderio, Santità.”
“Bene! Attenderemo e vedremo se le ambizioni di un giovane francescano riusciranno a liberarci da questo peso sullo stomaco.”
“Conosco bene quel tipo di persona, Santità, e il vostro incarico di trovare delle ombre nell’agire di Nicolas Eymerich sarà per Severo più un ristoro per la propria sete di potere, che un peso sulla coscienza!”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Vigilia dell’Inaugurazione.

Dentro l’impianto gli operai e i tecnici si muovevano come formiche impazzite. Erano le otto, solo quattro ore li separavano dall’inaugurazione ufficiale, e c’era ancora molto da fare. I primi test, la settimana precedente, erano andati piutto sto bene, ma quella notte sarebbe stato diverso. Avrebbero trattato una quantità di scorie pari a un anno di produzione di energia da parte di una centrale di medie dimensioni: un errore, anche piccolo, e non si sarebbe mai più sentito parlare della Lucania. Gli occhi del mondo erano puntati sul corpo scintillante e luminoso dell’impianto di smaltimento. C’era da esserne fieri, aveva sentenziato il manager della AA G.m.b.H. quando era
passato a salutare tecnici e operai, qualche ora prima.
Wurtz era molto poco fiero, al contrario, e piuttosto in quieto. Certo, che poteva saperne lui? Era solo un tecnico non specializzato. Aveva lavorato a parti secondarie dell’impianto, niente che avesse a che vedere con il pezzo grosso, il Pozzo. Il Pozzo era il cuore dell’impianto: sprofondava per decine di metri nel cuore della terra, attraverso gli strati di terreno argilloso. Al suo interno, le scorie venivano bombardate di psitroni e poi svanivano nel nulla. Era questo che inquietava Wurtz.
Si era reso conto durante i test che qualcosa non andava. Quella macchina non aveva alcun tipo di scarico, non produceva nessun prodotto di scarto. Le scorie non venivano trattate: sparivano. Aveva studiato attentamente i progetti e ne era sicuro: non c’era abbastanza spazio nel pozzo per immagazzinare rifiuti. Il pozzo era soltanto un condotto. Wurtz era un fisico. Sapeva benissimo che nulla si crea e nulla si distrugge. Da qualche parte, quelle scorie dovevano finire. Ma dove?

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Severo guardò nuovamente la lettera e il sigillo. Tutto autentico. Le gambe gli tremavano. Con Eymerich non aveva
interpretato la parte del ragazzo spaventato da cose più grandi di lui: lo era davvero. Ma l’ordine impartitogli nella missiva era chiaro: lui, giovane francescano, avrebbe dovuto causare la caduta del magister Nicolas Eymerich, Inquisitore del Regno di Aragona.
Aveva passato la mattina seguendo Eymerich, nel suo cammino sotterraneo. Lo aveva visto barcollare sulla riva del
lago. Quando era uscito dalla grotta, si era avvicinato anche lui all’acqua. Non aveva provato nulla di particolare, solo un vago senso di inquietudine. Era tornato al convento facendo il cammino a ritroso, immerso nei pensieri. Solo ora, mentre osservava dalla finestra della sua cella Eymerich rientrare, un’idea iniziava a insinuarsi nella sua mente. Lo avrebbe fatto accusare di commercio con il Demonio. Secondo quello che gli aveva riferito quella mattina, l’Inquisitore aveva assistito a un oscuro rituale sotterraneo, e ora era tornato nello stesso luogo. Atti
sufficienti ad attirare l’interesse dei messi papali. Forse sarebbe bastato denunciare l’attività inquisitoria di
Eymerich sul territorio angioino per farlo catturare, ma l’idea di vedere un tale arrogante inquisitore seppellito dall’infamia era troppo eccitante per lasciarla perdere. Sorrise. Nascose la lettera dentro una borsa e uscì dalla cella. Era certo che sarebbe riuscito a ottenere qualche informazione utile da Modesto.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Il giorno dell’Inaugurazione.

Pochi minuti dopo le otto e trenta, Peter Stanton entrò nell’impianto. Le guardie all’ingresso non trovarono nulla da
ridire sul pass. Il respiro della macchina che riposava sostituì gli ultimi echi del sit-in ecologista che si era radunato fuori dall’impianto. Peter si sentì di colpo minuscolo. La AA G.m.b.H. aveva costruito qualcosa di spaventoso, di tremendo. Una mostruosità tecnologica di lucido acciaio e luci abbaglianti, rigurgitante tubi e condutture, attorcigliati attorno a un cilindro dal diametro di almeno sei metri, conficcato nel suolo. Era di lì che sarebbero passate le scorie. Cercò di non mostrarsi stupito da quello che vedeva, non doveva sembrare che fosse lì per la prima volta. Il suo scopo era di confondersi tra gli altri addetti, cercando di non attirare l’attenzione.
Il suo piano: aprire l’impianto per un istante. Far fuoriuscire una quantità minima di psitroni, di modo che attraversassero le menti dei presenti all’inaugurazione mentre Karima avrebbe spiegato che l’impianto era pericoloso, e che c’era un rischio di avvelenamento delle falde acquifere.
Una volta fatto questo, loro non avrebbero potuto fare più niente. Forse Karima avrebbe pregato, lui incrociato le dita, al massimo. Dovevano sperare che il messaggio arrivasse là dove stabilito. Che qualcuno ne capisse il senso e agisse di conseguenza, togliendo l’acqua che fungeva da connettore tra le due epoche.
Ammesso, e non concesso, che la sua teoria fosse corretta. Fanculo il dubbio scientifico, pensò Stanton; se rinasco
faccio anch’io il prete, e tanti saluti al relativismo. Come se avesse avuto il tempo per scherzare.

Illustrazione di Maurizio Geminiani

Illustrazione di Maurizio Geminiani

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