La cordata

cordataNon so se è anche il vostro, ma uno dei miei incubi più ricorrenti è vivere in un mondo dove tutti i prodotti e i servizi sono forniti da una serie di misteriose ‘cordate di imprenditori italiani’. Che già suona bizzarro, paradossale, un po’ come il film della Disney sulla squadra giamaicana di bob, e per questo in apparenza divertente. Cosa ci faranno mai un gruppo di italiani dove si tratta di organizzare decentemente un business? Domanda senza risposta. E ai detrattori, che mi faranno subito notare che l’Italia È il paese della libera impresa, della piccola e media impresa artigianale di successo, famosa per la qualità impareggiabile dei suoi prodotti ecc… rispondo scherzoso che sì, è vero, gli imprenditori italiani sanno gestire benissimo attività di piccole dimensioni, familiari, che permettono di gestirne i profitti in libertà (leggi in nero), arrangiandosi con il resto (leggi sfruttando i lavoratori o eludendo regole). Ma altra cosa è saper condurre bene un’impresa in settori strategici, su ampia scala, che magari interessano da vicino la qualità della vita dei cittadini. E qui, mi spiace, ma siamo nella zona bassa della classifica europea. Non che non ci siano eccezioni, anzi, ma sono talmente tanti gli esempi di incapacità che non vale la pena di fare nomi, cito solo alcuni settori di riferimento: trasporti, telecomunicazioni, servizi bancari, assicurativi, postali, e via dicendo. Comincerei con il ragionare sul concetto di ‘cordata’ stessa. Mi fa sorridere – anche se dovrei preoccuparmi, ma si sa, in Italia o la prendi con filosofia o ti rodi il fegato ogni giorno, e a me non va più di martoriare il simpatico organo se non con qualche sbronza ogni tanto – il concetto di gruppo: non c’è modo migliore per partire subito con il piede sbagliato. La responsabilità è di molti, quindi la responsabilità non è di nessuno. Certo, non sono italiani gli hedge fund o le società matrioska dei paradisi fiscali, per esempio, dove la frammentazione della responsabilità e la poca trasparenza sui proprietari è la norma, ma si tratta di settori ‘estremi’ della finanza (per me più fuorilegge dei classici criminali). Nessun hedge fund gestisce infatti servizi su scala nazionale o comunque di rilevanza sociale ed economica. In Italia invece la cordata va bene per tutto, dalla gestione di immensi territori da riqualificare (tipo le ex aree Falck di Sesto San Giovanni, dove vivo) al trasporto aereo, dalle telecomunicazioni ai gruppi assicurativi.

L’idea di suddividere costi e competenze di un progetto non è per nulla sbagliata, anzi, ma bisogna che ci siano davvero le competenze da mettere in campo, e che non sia solo un modo di fare colletta tra i soliti amici – che di norma fanno tutt’altro – e non definire un preciso responsabile di fiaschi e successi. Le competenze, appunto. Perché la cordata di italiani dovrebbe averne per definizione? La nostra storia recente mostra esattamente il contrario, tanto è vero che dove la concorrenza europea ha cominciato a sfondare le cose oggi vanno meglio e il cittadino/consumatore è meno fregato di prima: banche e assicurazioni in primis. Ben vengano gli stranieri, se sanno gestire un’impresa senza fregare i clienti. Anzi, dio mi scampi dalle cordate di imprenditori italiani! Di lussuose ville in località turistiche se ne sono già fatte abbastanza alle nostre spalle, con addebiti illeciti di ogni tipo e stratagemmi criminosi di indubbia genialità. E non solo per i servizi su grande scala: ben vengano anche negozianti cinesi, pizzaioli egiziani, elettricisti rumeni e spedizionieri ecuadoregni. Ho già dato la mia bella quota di nero nelle tasche di sorridenti italiani che non mi hanno certo agevolato con tariffe contenute, e oggi non fanno altro che lamentarsi perché – forse – iniziano a corrispondere quello che avrebbero sempre dovuto.

Oppure il libero mercato ci fa comodo solo quando sono prodotti e servizi italiani a sfondare all’estero? Sono contento per Ferrari, Luxottica e Valentino, che prosperino dove possono, ma per me voglio ING Direct e parrucchieri cinesi a vita!

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