Ispirarsi alla storia 10

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25 APRILE 1945: la memoria condivisa e il passato che non passa…

Sulla liberazione è stato detto tutto e il contrario di tutto. Si sono raccolte testimonianze, scritto libri, enciclopedie, controenciclopedie, si è visionato e revisionato, analizzato e criticato. Forse troppo. Negli ultimi anni si è confusa la pacificazione con la riabilitazione storica, certi ambienti politici hanno portato avanti la teoria degli opposti totalitarismi, nazifascismo e comunismo, che avrebbero prodotto simili mostri storici: lager e gulag, stragi e purghe, confini e campi di lavoro. E la sinistra italiana è caduta nel tranello, con i suoi sensi di colpa provocati ad arte dalla destra che giocando sul loro essere superiori al passato e sull’esprimere la volontà di superare i vecchi rancori, ha portato la controparte ad autoprocessarsi e autocondannarsi per volontà di espiazione e rinascita. E invece la sinistra italiana non solo non è rinata, ma forse è morta definitivamente, in senso storico almeno. Tornando alla Liberazione, molti si chiedono che senso abbia voler raccogliere a tutti i costi una memoria condivisa, desiderare una storia sulla Resistenza e sugli anni della guerra in Italia che ottenga il beneplacito di tutto il parlamento, da un schieramento all’altro (anche se, a dire la verità, la sinistra cosiddetta estrema non è più rappresentata alle camere). Che senso ha volere tutto questo, quando ognuno di noi, che abbia o meno vissuto quegli anni, conserva oppure si è costruito una propria personalissima memoria, un proprio modo di assorbire e metabolizzare quegli anni, ognuno a modo suo? E in molti casi le differenze di analisi e le distanze dei punti di osservazione personali sono così nette da restare inconciliabili quando non addirittura potenzialmente gravide di nuovi conflitti. Per cui che ognuno si tenga la sua di memoria, verrebbe da dire. Che ognuno custodisca gelosamente la propria analisi del passato storico di questo paese, che i fronti rimangano opposti, benché dormienti. Ma forse c’è qualcosa che si può provare a condividere come popolo italiano: il futuro. Provare a non ricreare quel terreno che fu fertile per la rinascita del fascismo, quei contrasti politici duri, quel silenzio-assenso delle istituzioni e dell’informazione che portò al governo un dittatore in questo paese; e, parlando di un passato più recente, provare a isolare sul nascere quegli episodi violenti che crearono i precedenti da cui scaturì la quasi guerra civile degli anni settanta. Certo, guardando il comportamento dei politici e delle istituzioni di oggi pare tutto il contrario. Sembra proprio che la storia sia destinata a ripetersi: la destra estrema che avanza in tutto il paese, sia in percentuale di consensi che di azioni cosiddette politiche (vedi pestaggi di extracomunitari e accoltellamenti di ragazzi all’esterno di centri sociali e concerti di solidarietà), una destra estrema che mantiene ben saldi i rapporti con la destra istituzionale (vedi il sindaco della capitale Alemanno che non si perde un incontro o un “convegno” con i ragazzi di Forza Nuova). Addirittura in alcuni casi questa destra estrema ha fatto suoi princìpi e azioni politiche che sono sempre appartenuti alla sinistra antagonista (vedi Casa Pound che occupa le case e distribuisce gli appartamenti a famiglie italiane oppure apre centri sociali ad uso e consumo del popolo romano). La grande differenza, però, con il periodo che precedette e introdusse il ventennio fascista è che questa volta dall’altra parte c’è il vuoto cosmico, c’è una sinistra istituzionale che assomiglia sempre di più alla vecchia DC e i suoi tesserati sempre di più a dei rapanelli, fuori rossi e dentro bianchi (come cantavano dalle parti di Napoli qualche anno fa). Il panorama politico di oggi si esaurisce nei due giurassici partiti PD e PDL che negli ultimi anni annaspano nell’alternanza dando concretezza definitiva al progetto piduista di Licio Gelli (Di ciò abbiamo già ampiamente discusso su questo blog intervistando la giornalista Antonella Beccaria e sul numero 4 di questa rubrica). E infine c’è una sinistra antagonista che non smette di frazionarsi in tante microparticelle praticamente identiche ma divise fra loro che provano inutilmente a ricongiungersi, come gocce di mercurio fuoriuscite da un termometro frantumato in mille pezzi e sparpagliate sul pavimento, l’una accanto all’altra, simili ma distanti. Proprio in questi giorni è uscito un libro di memorie e racconti sulla Resistenza, fra le cui pagine si trova anche un nostro contributo (Morale Della Favola – Purple Press) e sfogliandolo sono stato catturato dai racconti degli ex-partigiani che descrivono il loro modo di fare resistenza, ieri come oggi. Quello che più mi ha colpito è che quasi tutti questi ex-combattenti per la libertà, quando si soffermano ad analizzare il presente manifestano la loro preoccupazione per l’attuale crescita esponenziale delle azioni violente e intimidatorie di gruppi di neofascisti ai danni di giovani attivisti di sinistra. Dalle loro parole traspare un senso di ansia mista a rassegnazione. Ansia perché probabilmente gli sembra di rivivere situazioni già vissute con il carico di dolore che si portano appresso e rassegnazione perché non vedono nelle componenti politiche che al neofascismo dovrebbero opporsi, niente di solido e costruttivo. E purtroppo fra qualche anno, speriamo il più tardi possibile ma prima o poi purtroppo accadrà, fra qualche anno, dicevo, non ci saranno più ex-partigiani a ricordarci cosa successe 60 anni fa nel nostro paese. Certo, avremo i libri, i documentari, le interviste, i racconti, ma non più la loro vivida voce e i loro profondi occhi che parlano e trasmettono il passato così come lo hanno vissuto, nudo e crudo e  soprattutto ti mettono in guardia dall’incerto futuro che ci aspetta. Sperando di non dover sentire ancora il ritornello History repeats its self.

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