Ispirarsi alla storia 9

seppuku1  Il Seppuku.

Così nel linguaggio colto viene chiamato il suicidio ottenuto aprendosi l’addome. È un rito che ha origini antichissime, eseguito con la daga o col pugnale dai guerrieri sconfitti (che preferivano la morte all’umiliazione di cadere vivi nelle mani dei nemici) risale alla seconda metà del secolo XII quando scoppiò una lunga e sanguinosa faida fra due clan feudali. L’odio fra le due parti era tale che indubbiamente conveniva non sopravvivere alla sconfitta. Il primo caso documentato di seppuku sul campo risale al 1156, e ne fu protagonista il guerriero ventottenne Minamoto-no-Tametomo che, circondato dai nemici, si sbudellò contro un pilastro del suo palazzo; poiché la morte per emorragia tardava a venire e gli avversari incalzavano, egli si colpì ancora all’addome con tale violenza da recidersi la colonna vertebrale. Fin dall’infanzia i gentiluomini giapponesi della casta militare erano educati a considerare questa forma di suicidio un privilegio. Da questo episodio derivò il seppuku giudiziario, (o punitivo, espiatorio) che entrò in uso nel secolo XVI, quando il Giappone era straziato dalle guerre civili e la parte vittoriosa imponeva ai perdenti di suicidarsi. La pace fu ristabilita solo agli inizi del secolo XVII, quando al potere salì il clan di Tokugawa che soffocò il paese in una dittatura militare durata fino al 1868 e con una pedanteria minuziosa ed ossessiva regolamentò ogni aspetto dell’esistenza, compreso l’ultimo atto dei samurai macchiatisi di un qualche delitto. Il seppuku giudiziario era insomma una forma onorevole di esecuzione capitale, permessa unicamente alla casta privilegiata dei samurai. In qualche modo si potrebbe paragonare al suicidio mediante revolverata alla tempia cui venivano costretti in Europa gli ufficiali colpevoli di delitti disonorevoli se resi pubblici in un processo. Non soltanto il seppuku non ledeva l’onore della famiglia dello scomparso, ma, se eseguito spontaneamente prima della condanna, evitava ogni ritorsione verso i familiari, compresa la confisca del patrimonio. In altre parole questa arrogante aristocrazia guerriera padrona del Giappone, non tollerava che un proprio membro colpevole fosse consegnato nelle mani dei carnefici (che per di più erano dei fuori-casta all’infima estremità della piramide sociale) che venisse legato e torturato e la sua testa decapitata esposta in pubblico, come si faceva per i delinquenti comuni. I samurai, insomma, lavavano i propri panni sporchi in famiglia. Nel periodo cosiddetto Tokugawa o Edo (1615-1868) il Giappone conseguì l’invidiabile primato di due secoli e mezzo di pace ininterrotta e anche il meno invidiabile primato di un isolamento pressoché assoluto dal resto del mondo. Padrone dell’Arcipelago era il capo del clan samurai dei Tokugawa, col titolo di Shogun (generalissimo) con sede a Edo (attuale Tokyo); da lui dipendevano, secondo i tempi, da 295 a 245 daimyo o feudatari a capo di altrettante province. La Corte Imperiale, circoscritta ad un ruolo religioso, risiedeva a Kyoto ed era esclusa dal potere. All’inizio del XVI secolo, con la nazione dissanguata dalle guerre civili, la popolazione nipponica era ridotta a venti milioni, ma era già salita a trenta nel censimento del 1721 e raggiunse la punta massima di trentadue milioni verso la metà del secolo XIX. I samurai erano il 5-7% della popolazione, circa due milioni di individui. In quella società feudale a sviluppo verticale (Corte Imperiale, samurai, religiosi, agricoltori, artigiani, mercanti, fuori-casta) i diritti e i doveri di ciascuna casta erano regolati da un codice distinto per ogni categoria sociale. Il codice dei samurai era l’unico che prevedeva il seppuku come forma di esecuzione capitale, e descriveva minuziosamente il rituale per l’esecuzione. Il coltello cerimoniale, per esempio, non doveva essere lungo per evitare al condannato la tentazione di aprirsi con esso la strada verso la libertà. Si ricorda almeno un caso in cui il condannato accoltellò il kaishaku (l’incaricato di vibrare il colpo di grazia al condannato), s’impadronì della sua spada e con essa fuggì facendo perdere le sue tracce. La cerimonia prevedeva inoltre che il pugnale venisse presentato al morituro col taglio rivolto verso di lui, avvolto in carta candida, da cui sporgevano 2 centimetri di punta; se il crimine commesso era grave i centimetri che venivano fatti sporgere diventavano 4. Sempre per motivi di sicurezza veniva rifiutato al condannato l’uso del proprio pugnale, ma se egli era di alto rango o se moriva per una causa popolare e non gli si poteva negare l’accoglimento di quest’ultimo desiderio, il filetto della lama veniva deliberatamente smussato.

Ma perché in Giappone prese piede questo modo rituale di togliersi la vita aprendosi il ventre? Nell’antica Roma, per esempio, dove le virtù militari e il disprezzo del dolore erano tenuti in somma considerazione e dove si praticava la filosofia stoica che tante analogie presenta col Bushido (“La via dei cavalieri” il codice morale del samurai), in caso di necessità ci si dava la morte col ferro, ma i capitani sconfitti si gettavano col petto sulla punta della spada, mentre i letterati (Lucano, Seneca e altri) si tagliavano i polsi stando immersi in un bagno caldo. Né a Roma né in altre società dominate dalla casta militare si è mai pensato di suicidarsi aprendosi il ventre, allora perché i samurai lo facevano? Per rispondere  occorre risalire ai principi esoterici del Giappone, non soltanto di quello antico, ma anche in quello attuale. Per i nipponici l’addome al di sotto dell’ombelico (hara) è il centro psicosomatico da cui derivano l’equilibrio, la forza e la scioltezza dei loro movimenti ed è anche la sede dell’anima, della volontà, del coraggio, della generosità, della collera e dell’odio: in poche parole è il centro delle emozioni, come per noi lo è il cuore. Infatti in Giappone il modo di dire “avere il ventre pulito” significa non avere secondi fini, essere leali e la lealtà era il primo dovere dei samurai.

FONTI:

-n°214 Settembre 1975 di STORIA ILLUSTRATA – Mondadori editore

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