Ispirarsi alla storia 7

 messina08La terra trema…

28 dicembre 1908: per 84 interminabili secondi la terra trema fra Sicilia e Calabria, all’altezza dello stretto di Messina. Non si saprà mai l’esatto numero dei morti, si pensa dai 60 agli 80.000, per la stima delle vittime nel capoluogo siciliano risulterà più facile contare i sopravvissuti, 3197 persone che diverranno poi fondamentali per la ricostruzione della città. Messina agli inizi del ventesimo secolo è una città piena di vita e di attività, un centro di cultura che attira a sé cittadini e studenti da tutta Europa e non solo. Questo terremoto la ridurrà a un cumulo di macerie, non si riprenderà mai del tutto da questa catastrofe. Il numero dei morti fu altissimo anche perché la natura attuò un gioco di squadra per decimare la popolazione: dopo la scossa violentissima di terremoto i sopravvissuti si riversarono lungo il litorale lontano dalle case e dagli edifici ancora in piedi per cercare scampo. Di lì a poco un maremoto, oggi lo chiameremmo tsunami, investì la costa siciliana spazzando via tutti quelli che vi si erano rifugiati. Come già detto non fu facile per i messinesi riprendersi dalla distruzione, i soccorsi partirono con ritardo anche perché al tempo non esisteva il telefono e i pochi uffici telegrafici della zona erano andati distrutti. Fu una torpediniera, la “Spica”, comandata dal tenente di vascello Belleni a dare l’allarme al resto d’Italia. Belleni raccontò che ci mise parecchie ora a raggiungere un telegrafo funzionante perché, costeggiando il litorale in direzione nord, non trovò altro che distruzione e morte per diversi chilometri, cominciò a pensare che tutta l’Italia era stata spazzata via dal sisma. Finalmente a Marina di Nicotera alle 17.25 riuscì a trasmettere un telegramma per richiedere i soccorsi precisando che “ogni aiuto dato risulterà comunque inadeguato alla portata del disastro.”  Quando questo messaggio fu letto dai telegrafi del resto d’Europa e del mondo, la macchina dei soccorsi benché con lentezza si mise finalmente in moto e sopraggiunsero aiuti da ogni luogo vicino e lontano, navi russe e inglesi fecero a gara per soccorrere i messinesi e i calabresi ancora vivi, si istituirono fondi speciali per la ricostruzione, parte dell’esercito fu dirottato in Sicilia in pianta stabile per svolgere tutte le mansioni necessarie, insomma si mise in moto un meccanismo di coordinamento e iniziative che servì poi da modello per i disastri naturali di natura sismica che purtroppo seguirono quello di Messina del 1908. Ad Avezzano nel 1915, di nuovo in Sicilia nella zona del Belice nel 1968, in Friuli nel 1976, in Irpinia nel 1980 e infine in Abruzzo in questi giorni un’enorme macchina organizzativa struttura gli aiuti: vigili, protezione civile, croce rossa, esercito e volontari si coordinano per portare i primi soccorsi e per sviluppare poi la rinascita delle zone colpite. Tutto è iniziato quel lontano 1908 a Messina una notte di dicembre. Bisogna anche precisare però che tutto questo è stato sempre fatto alla maniera italiana con finanziamenti elargiti che spariscono nel nulla, con edifici ricostruiti che sono peggiori di quelli crollati per qualità di materiali e di progetto, con poveri terremotati costretti a vivere per anni in baracche che dovevano servire “solo” come dimora momentanea. Pare addirittura che a Messina tutt’oggi vi siano terremotati, anzi credo più verosimilmente discendenti di terremotati visto che è passato più di un secolo, che vivono in baracche fornite dal governo italiano subito dopo l’accaduto! Anche in Irpinia ci sono famiglie che abitano ancora nei container costruiti dopo il movimento tellurico del 1980, ma in questo caso bisogna ammettere che sono passati “solo” trent’anni. In Sicilia dopo l’accaduto furono molte le iniziative a livello governativo per ricostruire la regione colpita ma poi arrivò la guerra, la “grande” guerra, e i soldi servirono ad acquistare armi che procurarono altri morti e altre distruzioni. Ci riprovò il Duce che nel 1925, pochi anni dopo aver preso il potere con la marcia su Roma (1922) visitò la città di Messina e si disse pronto a varare leggi speciali per aiutare i siciliani e i calabresi dello stretto. Ma poi di nuovo arrivò la guerra, la seconda guerra mondiale, e di nuovo i soldi servirono per acquistare aerei e carri armati che di nuovo portarono altri morti e altre distruzioni. I progetti per la ricostruzione della zona dello stretto di Messina finirono in qualche cassetto di qualche ministero troppo preso a pensare ad altri interessi e ad altri finanziamenti. In fondo pensiamo che l’unico grande progetto oggi in piedi per quella provincia è il ponte che dovrebbe collegare la Sicilia con la terra ferma; tutto ciò assume un carattere grottesco e a dir poco ironico perché a distanza di un secolo dalla tragedia non solo non si è fatto tutto quello che si doveva fare per mettere in sicurezza gli edifici, le strade e tutte le strutture immobili della regione ma si è pensato bene di portare avanti un progetto che, se realizzato, rischierebbe di rendere insicura tutta l’area dello stretto. Sotto il lembo di mare che separa l’isola con la Calabria, infatti, persiste una situazione di instabilità delle faglie che formano la fossa tettonica e recenti studi (1) hanno evidenziato che la costruzione di un ponte in quella zona garantirebbe un livello di sicurezza prossimo allo zero. Tuttavia in questi giorni in Abruzzo, dopo più di cento anni dalla prima vera esperienza di catastrofe procurata da un importante movimento tellurico, pare che le cose vadano in modo differente, sembra che finalmente ci sia la voglia e la forza di fare le cose “per bene”. Speriamo non sia un’illusione, speriamo che gli edifici costruiti pochi anni fa all’Aquila e crollati a seguito del sisma dei giorni scorsi siano episodi isolati di mal governo locale. Speriamo che non ci si dimentichi di questa provincia disastrata già dalle prossime elezioni, come si è fatto per gli altri luoghi colpiti in passato dal sisma. Non ci sono guerre all’orizzonte, o meglio, ce ne sono e neanche poche, ma sembrano non interessare direttamente il nostro governo per cui speriamo che i nostri figli non debbano scrivere un giorno sdegnati che “ancora oggi nel 2034, a distanza di venticinque anni dal terremoto che colpì la città, ci sono intere famiglie che vivono in container alla periferia dell’Aquila.” 

Note:

(1) Come dimostra lo studio intitolato “Aspetti geologici e di stabilità per il Ponte sullo Stretto di Messina” del professor Alessandro Guerricchio, ordinario di geologia applicata all’Università della Calabria e dell’Assegnista di ricerca Maurizio Ponte della stessa università, in caso di sisma di particolare energia, la struttura potrebbe essere coinvolta in fenomeni gravitativi di importanti dimensioni. È ben chiaro, com’è noto, il limite che un approccio alle verifiche di stabilità bidimensionale presenta. I metodi che affrontano il problema in piano, infatti, non consentono di tenere conto degli effetti tridimensionali, per cui non è da escludersi che verifiche condotte con riferimento ad un modello 3D, che necessiterebbero di una grande mole di dati di elevata qualità per tarare gli stessi, potrebbero condurre a risultati differenti. Tuttavia, il gran numero di sezioni analizzate in condizioni pseudostatiche che forniscono coefficienti di sicurezza prossimi od inferiori all’unità deve indurre a considerare seriamente l’aspetto relativo alla stabilità delle scarpate, sia subaeree che subacquee, eventualmente ripensando l’impianto fondazionale dell’opera stessa. Anche spostando di qualche centinaio di metri l’impronta a terra sul versante calabrese, infatti, non produrrebbe significativi effetti positivi per la stabilità, in quanto è praticamente tutta l’area in esame ad essere interessata dai succitati fenomeni, come, peraltro, evidenziato dalle numerose rotture ivi presenti, riconducibili ad episodi sismici relativamente recenti. Inoltre, sebbene la struttura sia stata calcolata nel rispetto di tutte le prescrizioni vigenti e nell’ipotesi di sismi caratterizzati da accelerazioni al suolo particolarmente severe, un eventuale, anzi probabile, meccanismo di instabilità che dovesse coinvolgere il versante su cui insiste la “torre” lato Calabria produrrebbe una sollecitazione di tipo impulsivo sulla struttura con serissime conseguenze sulla stabilità strutturale.

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