La Potenza di Eymerich 4: Il Culto

Immagine di La potenza di Eymerich

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

“Vi consento di beneficiare ancora per qualche momento delle sollecitudini dei vostri confratelli, Modesto, mentre mi ritiro per le orazioni.” La voce di Eymerich era sempre più secca e tagliente. “Ma esigo che bussiate alla mia porta senza indugio non appena le avrò terminate. Non fatemi attendere invano, frate, o avrete una mancanza in più di cui pentirvi.” La mano ossuta di Eymerich estrasse dalle pieghe della tonaca una minuta clessidra che consegnò a Modesto, indirizzandogli nel contempo un affilato sguardo. “Lasciate che la sabbia prenda a scorrere in questo istante.”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

Mettere in comunicazione due momenti diversi dello stesso mondo. L’Imam di Matera sedeva sui morbidi cuscini tessuti con i caldi colori della terra di sua madre, buttati alla rinfusa sul divano in softex. Davanti a lei, sullo schermo del Faskon Smk, datacom di ultima generazione, le informazioni fornite dal database scientifico scorrevano sulle immagini senza audio dell’inaugurazione del nuovo impianto di smaltimento. Concentrata sul significato di quelle cifre, si passava una mano tra i nerissimi capelli gettandoli all’indietro. Il destino aveva deciso che una delle menti più argute e sensibili del nostro secolo, guida dei fedeli al verbo di Maometto in terra mediterranea, trovasse dimora in una splendida donna.
“Dammi una comparazione con i dati forniti dalla C.I.R.C.E.”
Il datacom partoriva decine di tabelle in ordinate sequenze, all’interno di una finestra che ingombrava solo in parte lo spazio a disposizione, mentre una seconda finestra occupava la zona bassa dello schermo: una lista composta da sette nomi, che la donna analizzava con cura cercando di ricollegarli alle
informazioni raccolte in giorni di duro lavoro. Non il soffio lieve dell’apertura pneumatica, posta a protezione dell’intimità del capo religioso, ne destò l’attenzione, ma il sentore di un profumo, raffinato e caro al ricordo, quando due labbra si accostarono alla sua guancia destra. “Peter, caro, sei arrivato!”
Peter Stanton era un vecchio amico e uno scienziato serio, poco incline ai compromessi con le grandi compagnie che finanziavano la ricerca: un uomo a cui non dispiaceva camminare in salita.”Karima! Come hai fatto a riconoscermi subito? Ho faticato tanto per convincere il tuo apparato di sicurezza a farmi entrare senza annunciarmi.”
“Il tuo profumo, Peter. È inconfondibile.” 
Senza attendere un formale invito, l’uomo si sedette accanto alla sua ospite. “Cosa è successo? Come mai hai insistito perché venissi di persona e non hai voluto discutere al visore?”
Sul piccolo tavolo davanti al sofà, vapori profumati alla menta fuoriuscivano da una teiera di raffinata porcellana. Accanto alla teiera, una zuccheriera e delle tazze. L’Imam poggiò un piede nudo sul tappeto a terra e sporgendosi in avanti prese tra le mani la teiera e una tazza. “I visori sono ormai molto sofisticati ma per niente sicuri.”
“Sicuri?”
“Un cucchiaino di zucchero, vero?”
La donna, porgendo all’amico la tazza fumante, indicò con un delicato cenno del capo la parete su cui stava il grande schermo del Faskon Smk.
“Quelle che vedi sullo sfondo sono le immagini di una delle manifestazioni celebrative che preludono all’inaugurazione del nuovo impianto di smaltimento rifiuti della AA G.m.b.H.”
“Lo so, si terrà fra pochi giorni, e non hanno certo risparmiato in pubblicità istituzionale, con tutte quelle fasce bicolori ed esponenti politici raggianti. Che Dio ce la mandi buona, sempre che esista, un Dio.”
L’Imam, corrucciando il naso alla provocazione scherzosa dell’amico, portò la sua attenzione a una delle due finestre del database scientifico.
“Qualcuno dei nomi di quella lista ti dice qualcosa?”
La risposta del dottor Stanton, un sorriso.
“Conosco da anni ognuno di quei musoni.”
“Correggimi se sbaglio: in questo elenco sono citati tutti i più grandi ricercatori che si occupano o si sono occupati delle teorie di Frullifer e Dobbs.”
“Be’… Tutti i più grandi non direi. Ci sono in mezzo anch’io.”
Il sorriso, questa volta, la risposta della donna. “Com’è che nessuno di voi ha mai prodotto uno studio che si conclude con un si può fare oppure con un non si può fare?”
Sul viso dello scienziato si disegnò un’espressione in equilibrio tra il dubbio e il ridicolo. “Intendi dire porre in formule e bulloni le teorie di Frullifer e Dobbs”
“Esatto.”
“Perché sono teorie che presentano troppe lacune che non sono mai state colmate.”
“Che ne pensi allora del sistema di smaltimento della AA G.m.b.H.? Loro dicono che è basato proprio sulla teoria degli psitroni di Frullifer e Dobbs, dicono di aver riprodotto con successo l’esperimento di Michelson Morley e il loro impianto pilota di Nuova Bruxelles è in funzione da quasi un anno.”
L’uomo si sollevò dal divano, poggiando sul tavolino la sua tazza di tè alla menta.
“Quelle bestie se ne fottono di cosa può succedere, io non ho idea di quali conseguenze può avere far funzionare un impianto di quel tipo e ti assicuro, nemmeno loro. Hanno realizzato l’impianto pilota nel sultanato di Tabor Hasset proprio perché quel dittatore da quattro soldi gli permette di agire sen-
za nessun controllo, e quello è solo un pilota ma questo…”
Stanton indicò il visore che sullo sfondo mostrava facce sorridenti e donne in abiti eleganti.
“…Questo è di dimensioni cento volte maggiori e sarà a sua volta senza controllo.”
L’Imam di Matera si mise a osservare la seconda delle due finestre del database. “Guarda quei dati…”
Al dottor Stanton non era necessaria molta attenzione per interpretare le sequenze di dati e i grafici, con i loro picchi troppo alti nelle posizioni sbagliate.
“Allora?”
“Sono analisi dei luoghi attorno all’impianto pilota di Nuova Bruxelles che ho commissionato a un’équipe della Comunità Indipendente per la Ricerca e il Controllo sull’Energia.”
“Scherzi? Quelli sono riferiti a un sito con forte attività radioattiva! Se fosse così tutti se ne sarebbero accorti da tempo.”
Le parole dello studioso non sorpresero l’Imam.
“Confrontali con quelli che vedi a fianco, Peter.”
Altre sequenze e grafici.
“Sono di un sito tutto sommato sano e soprattutto senza ombra di radioattività. Da dove provengono?”
“Dal medesimo sito.”
“Vuoi dire che la radioattività è iniziata non appena quei porci hanno attivato il loro impianto pilota?”
“Non proprio.”
“Allora?”
“Credo che l’emissione abbia avuto davvero inizio quando hanno attivato l’impianto, ma la radioattività è più vecchia; abbastanza recente come età di un elemento radioattivo ma piuttosto vecchia se riferita a noi esseri umani.”
“Non sono sicuro di riuscire a seguirti Karima.”
“Le emissioni paiono essere di sostanze che sono attive da almeno sei-settecento anni.”
“Le emissioni sono cominciate meno di un anno fa da elementi vecchi di settecento anni?”
“Così pare.”
“Allora sono stati prodotti da qualche altra parte e poi scaricati lì.”
Erano giorni che l’Imam tentava di far accordare questa e mille altre teorie con quei maledetti dati. “Impossibile. Guarda le spettrografie delle rocce. Pare che l’attività sia diffusa, insediata nel tempo e non puntuale, come dovrebbe essere nel caso in cui qualcuno avesse semplicemente scaricato del materiale là.”
L’osservazione era rigorosa. “Vero, allora cosa significa?”
“Sino a qualche ora fa non ne avevo assolutamente idea, Peter, ma adesso…”
La donna rivolse il viso verso il Faskom.
“Dammi le pagine su von Marka.”
Una terza finestra si sovrappose alle prime due. “Mai sentito parlare del professor von Marka? Delle sue teorie sulle distorsioni spazio-temporali e delle connessioni con l’ilozoismo?”
L’uomo senza dire una parola fissò il volto dell’Imam.
“Credi sia possibile distorcere lo spazio-tempo sino a mettere in comunicazione due luoghi diversi nel medesimo istante, oppure due punti differenti lungo la linea del tempo? Credi che quelli della Ailleurs – Anderwohin siano riusciti a trovare la maniera di scaricare i rifiuti radioattivi non in un certo luogo, ma in un certo tempo?”
Peter Stanton scorse il suo nome inserito in quella lista nella parte superiore dello schermo; su tutta la superficie del pianeta lui era uno dei sette uomini più adatti a rispondere a una domanda come quella.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Le premure di Michele e Severo erano state di ben poco conforto per Modesto, che lanciava occhiate sempre più ansiose ai granelli della clessidra in caduta libera. “Suvvia fratello, cosa sarà mai un incontro a quattr’occhi nella dimora del nostro caritatevole ospite?” La voce dai toni ancora primaverili di Severo
fece quasi sorridere Modesto, ma non gli impedì di registrare con una stretta al cuore la sedimentazione dell’ultimo granulo di sabbia. “La pace sia con voi, fratelli cari.”
Il francescano non fece nemmeno in tempo a fermarsi davanti alla porta dell’Inquisitore per fare un’ultima invocazione prima di bussare, che dall’interno tuonò un “Avanti Modesto da Melfi.” Eymerich scostò l’uscio con impazienza e gli indicò con un cenno del mento di prender posto sull’unica seggiola
della stanza. “Non è mia abitudine dissipare il tempo accordatomi dall’Altissimo per offrirgli i miei umili servigi in quisquilie ed esercizi dialettici, dei quali lascio fare ampio uso ai portavoce del Maligno.” La figura di Eymerich troneggiava su Modesto, contrito nel suo saio che si piegava ad angolo retto sul bor-
do della sedia. “Credi che non abbia intravisto fra le trame della tua veste monacale l’ombra fosca dell’eresia? Tu, melfitano, sei discepolo di un perverso invasato che non è nemmeno degno di essere nominato, ma lascerò sia il tuo infido essere a parlarmi in dettaglio dei legami con quelle losche dottrine.”
L’Inquisitore si stagliava furente sulla povera sagoma del frate, lo sguardo bruciante ne scrutava i più piccoli spasmi del volto, per meglio tratteggiarne la natura e l’entità delle reazioni emotive. Nel corso dell’operato al servizio della Sacra Inquisizione, aveva imparato che il metodo più efficace per ottenere una
confessione era di simulare da subito furore e disprezzo nei confronti dell’inquisito – cosa che gli riusciva alquanto naturale  e fingere di essere già al corrente di tutto ciò che il malcapitato si risolveva in genere a raccontare di spontanea iniziativa.
“Ebbene padre onorabilissimo…” esordì Modesto con un tremulo fruscio di voce, “negli anni della fanciullezza fui discepolo di Khalid de la Fuente, a sua volta seguace di Raimondo Lullo, ho da confessarlo. De la Fuente faceva parte della schiera di infedeli che Lullo era riuscito a convertire alla fede cristiana.
Seguendo i dettami del maestro, egli aveva insegnato a me e allo sparuto gruppo di adepti che gli si erano raccolti attorno a parlare correntemente la lingua araba. Prima di continuare gli occhi di Modesto saettarono dall’Inquisitore alla finestra, poi la testa si abbassò repentina sul petto incavato. “De la Fuente ci
aveva inoltre introdotto alle arti magiche e all’alchimia, conducendoci nei luoghi dove magie e stregonerie venivano praticate da tempo immemore; luoghi in cui si trovavano anche le fucine di preziosissimi elementi alchemici.” Modesto appariva ora prostrato, mentre Eymerich lo incalzava con un ghigno da lupo. “Quali luoghi, melfitano? Parla, peccatore, parla per la tua anima.”
Il crescendo di accuse e di dolorosi mea culpa aveva sor-
tito un effetto drammatico sul francescano. L’espressione assente e la postura irrigidita erano ora intaccate da un bagliore insano, il viso e le membra parevano attraversati dagli echi di cataclismi interni. Bofonchiava schegge di nenie che Eymerich aveva udito pronunciare in ben altri luoghi, da bocche corrotte e ripugnanti.
“Fu allora e mai prima d’allora e sempre dopo d’allora,
sublime o terrifica, che ella mi apparve.” D’un tratto Modesto aveva innalzato volto e braccia al soffitto, in un tremore ispirato e vitale. “…Giù al lago la croce oscurava il cielo e il mio volto, ed ella dalle acque incontro mi volse e con il suo splendore mi colse e trafisse. Ai piedi calzava sandali dorati e aveva il capo ornato da un manto corvino, dagli occhi dardeggiava arabiche formulazioni e dalla gola in lucano pronunciava invocazioni. La sua mano protesa mi offriva le ctonie corna lunari della selenite…”
L’Inquisitore non aveva fino a quel momento interrotto o
indirizzato l’onda di onirica veggenza del penitente: quel flusso estatico gli stava rivelando molte, preziosissime informazioni. I luoghi dove Modesto aveva appreso i poteri naturali che tanto lo tormentavano ospitavano esseri in cui certo si annidava la blasfemia e il peccato, ma essi soltanto potevano fornire a Eymerich gli elementi atti a sciogliere l’impenetrabile mistero delle acque nefaste. “Mantieni in te accesa la fiamma della visione, Modesto, e conducimi in quei luoghi, abbiamo atteso già troppo a lungo.”

 

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Illustrazione di Maurizio Geminiani

 

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