La Potenza di Eymerich 3: Lacrime di Paura

Immagine di La potenza di Eymerich

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Al risveglio, frate Modesto non ricordava nulla di quanto gli era accaduto; le orecchie ronzavano, la testa girava: la sentiva inerte, quasi svuotata. Poi, all’improvviso, una ridda d’immagini gli affollò la mente, e ricordò la visione che l’aveva còlto fino a qualche attimo prima. Rivide il lago, le acque agitate, illuminate da una luna piena che campeggiava nel cielo senza nuvole, senza stelle. Rivide la donna camminare sulle acque, avvolta da un alone di luce verdastra, senza vita. Era vestita di nero. Si dirigeva verso di lui. Le onde crescevano a ogni passo, e l’alone che la circondava si affievoliva. Modesto era incapace di muoversi, le membra intorpidite da una sorta di stupefatto timore che legava le articolazioni e i muscoli, impedendo ogni gesto. Poi vide con gli occhi della mente il volto della donna.  Un ovale perfetto. Occhi neri, come abissi che lo fissavano, e frugavano fino al fondo dell’anima. Aveva mosso le labbra senza emettere suono: le parole erano nate dentro di lui e avevano inondato la mente come un fiume in piena, ripetendo in un crescendo incessante: La morte viene dalla vita. La morte viene dalla vita.
“Frate Modesto, tornate in voi!” Il timbro autoritario di Eymerich si sovrappose alla voce femminile, richiamando Modesto alla realtà. Gli ci volle un po’ di tempo prima di rendersi conto di essere disteso sul tavolo di una povera stanza, dove l’avevano trasportato le braccia nerborute di due facchini. Volse appena la testa e vide i suoi confratelli piegati su di lui, quindi scorse l’alta figura del domenicano che lo sovrastava con aria severa. “Che cosa vi è accaduto, frate Modesto?”
“Una visione, padre; una terribile visione.”
Con la bocca impastata e la fronte imperlata di sudore, cercò di raccontare ciò che aveva visto. L’Inquisitore lo ascoltò senza interrompere, pur se una ruga si andava via via approfondendo sulla sua fronte, col procedere del racconto. Alla fine domandò: “Vi capita spesso di avere questo genere di visioni?”
“Abbastanza. Negli ultimi tempi sono diventate più frequenti.”
“E come avviene?”
“Come oggi, all’improvviso; nonostante preghi di continuo e faccia penitenza.”
“Fate bene a pregare, Modesto, potrebbe essere opera di Satana. Al Maligno piace tentare i servi di Dio.”
Modesto lesse la nota di sarcasmo nelle parole del domenicano, ma era troppo prostrato per ribattere. Si levò a sedere sulla tavola, aiutato dai confratelli, quindi si asciugò la fronte con la manica della tonaca. Quella delle visioni era una storia lunga, che durava fin da quando era giovane, e anzi era stato proprio a causa delle visioni che si era convinto a prendere la via del chiostro. In convento sarò al sicuro, aveva pensato. Perché anch’egli era convinto che fossero opera del Maligno, ansioso di riprendersi ciò che credeva suo; perché il passato non è mai passato del tutto, e spesso ritorna per chiudere i conti.
Modesto aveva la mente confusa, come ogni volta che accadeva un episodio del genere. Per un momento aveva pensato di parlarne con Eymerich, ma era stato solo un lampo. Eymerich era un inquisitore, questo lo aveva intuito, e se con Satana non si scherza, con l’Inquisizione si scherza ancora meno.
Dal canto suo, il domenicano lo osservava e rifletteva. La donna che cammina sulle acque gli ricordava troppo da vicino le teorie ermetiche di Raimondo Lullo, in particolare il simbolo dell’acqua mercuriale che Lullo descrive nel suo Vade Mecum come sede dello Spirito della Quintessenza, che fa tutto, onde senza di essa nulla può essere fatto. Chi era dunque questo francescano, e quali i suoi legami con la magia naturale del terziario di Maiorca?

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

Il nome del professor von Marka apparve al centro dello
schermo, accanto a un articolo dal titolo a prima vista incongruente: “Le distorsioni spazio-temporali nella logica dell’ilozoismo”.
Karima, l’Imam di Matera, si chiese che cosa avessero a che vedere due concezioni così distanti come lo spazitempo e l’ilozoismo, una di matrice scientifica e l’altra filosofica. Le andavano affiorando alla memoria vecchie letture e reminiscenze scolastiche: Talete di Mileto e Einstein, energia vitale e teoria della relatività. Le sovvenne che per la teoria dell’ilozoismo esiste un’unica intelligenza animatrice dell’universo, una forza vitale insita nella materia, animata e inanimata, che muove tutte le creature esistenti ed è fondamento dell’origine dell’universo.
Aprì l’articolo. Si trattava di un’analisi della teoria degli psitroni di Frullifer in funzione degli interventi sulle dimensioni spazio-temporali, ma lo straordinario era che il professor von Marka citava Stratone da Lampasco a piene mani. Pescato dagli anfratti della memoria, il filosofo peripatetico, detto il fisico poiché si era dedicato allo studio delle scienze naturali, le tornò allora in mente. L’ilozoismo, appunto, che ricopriva un ruolo di primo piano nello scritto del fisico tedesco.
Si mise a leggere. Teorie fisiche e dissertazioni filosofiche si incrociavano intimamente, connettendosi in un unicum sempre più stretto che catturava l’attenzione di Karima, facendo pian piano sorgere nella sua mente l’impressione che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Forse le teorie su cui si basava l’impianto di smaltimento dei rifiuti, che si stava inaugurando, non erano state testate a sufficienza, forse i margini d’incertezza erano più ampi di quanto i tecnici della AA G.m.b.H. fossero disposti ad ammettere.
Fino a quando non le capitò sotto gli occhi una frase di Stratone: Ma infiniti mondi nello spazio infinito della eternità, essendo durati più o men tempo, finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano.
Distorcere lo spazio-tempo poteva forse mettere in comunicazione due diverse dimensioni della stessa materia, due momenti diversi dello stesso mondo? Poteva aprire una finestra fra l’universo attuale e un universo che non c’è più?
L’impressione che, nella fretta d’inaugurare l’impianto, non tutto fosse stato considerato e che qualcosa di catastrofico stesse per intervenire le attanagliò d’un colpo lo stomaco. Si fermò, con lo sguardo perso nel vuoto; a riflettere.

 

Illustrazione di Nicola Picchi

Illustrazione di Nicola Picchi

 

 

 

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