Congestione

italicoC’è da chiedersi come mai noi italici abbiamo voluto mettere tutte le regole in un posto solo – il mangiare – e lasciato il resto della vita sociale a marcire tra furberie, disinteresse e scarica barili. Non è certo un caso che alla fiera dei luoghi comuni, accanto all’americano grasso e bombarolo, al cinese lavoratore/burattino privo di identità, al tedesco inquadrato e antipatico ci sia l’italiano furbo e mafioso. Non è colpa di chi non è nessuna delle due cose, ma di tutti gli altri. E i luoghi comuni, per quanto spesso banali, contengono sempre verità. Certo, le motivazioni sono radicate nella società, nella sua storia. Siamo una nazione-non nazione, un puzzle di ex città-stato, siamo sempre stati poveracci, guaglioni, abbiamo dovuto arrangiarci, bla bla bla. Vero.
Ma qui voglio solo divertirmi un pò: perchè tutte le regole da noi sono andate a finire a tavola? Chi l’ha deciso, il Signor Barilla o Mr. Knorr, nel dopoguerra? Nessun paese al mondo ha:
-Orari di pasto così rigidi e inappellabili.
-Portate in ordine assolutamente immodificabile, pena lo scherno a vita anche delle persone più care.
-Abbinamenti culinari già decisi da secoli e fuori dall’erosione del tempo, come forse solo il Carbonio 14. È divertente vedere come le famiglie si modernizzano, usano internet e cellulari di ultima generazione ma non possono accettare, che so, la pizza con l’ananas. Perchè? E se fosse buona? (No, non la voglio provare io. Non sono mica straniero!)
-Eccezioni non tollerate, in nessun caso. Un mio collega chiede sempre un cappuccino al banco dopo pranzo, è lo zimbello del centro storico.
Ma la cosa più divertente, che giuro mi fa scompisciare dalle risate, è la totale rigidissima intransigenza con cui bambini e mariti rimangono lontano dall’acqua – perlopiù non fredda e assolutamente non rischiosa, manco fossimo a fare rafting nel Grand Canyon – per il lungo periodo della fantomatica digestione, dopo aver mangiato qualcosa. Io, di famiglia mezza olandese, ho dovuto spesso patire le pene dell’inferno per tentare di spiegare il fenomeno ai non italici, incuriositi durante le loro vacanze dalla calma piatta della superficie del mare o altro specchio d’acqua per buona parte del pomeriggio. Ricordo ancora, alle mie prime esperienze internazionali, la piscina di un campeggio sul Garda, frequentata da stranieri e italiani in proporzioni 50%-50%, brulicare di bambini e adulti dagli idiomi più svariati in un continuo tuffarsi e nuotare e ridere e divertirsi, schizzando a bomba in faccia ai poveri nostri connazionali, mesti e chini sotto l’ombrellone a smaltire il mezzo toast in NON MENO DI tre ore, tre ore e mezza per la sicurezza. Senza diritto di replica.
D’altronde si sa, no? Quanti ne muoiono per congestione da insalatina o pasta in bianco in acque dai 26/27 gradi minimo, in tutto il paese? Migliaia. E dev’essere proprio una disgrazia tipica italica, una combinazione di fattori locali, visto che all’estero di decessi simili non se ne registrano. Forse nella traversata a nuoto della Manica subito dopo la conclusione della Sagra del Montone & Peperoni, a novembre, giusto un paio di casi dal 1910, anno di nascita della celebre manifestazione.
Rido e mi chiedo perchè.
Non ce la facciamo proprio, vero? Lo so. È dentro di noi, nel nostro sangue, nel DNA. È  l’unica cosa che ci è rimasta – il cibo – e ci rimaniamo attaccati come polipi. Con patate, ovvio. Lo riempiamo di attenzioni, di riti, di consuetudini. Mi sta bene, siamo i migliori al mondo, solo, magari, qualche regola in meno qui e un paio in più per tutto il resto? Per il traffico, le tasse, la condivisione degli spazi comuni, le relazioni di lavoro, in banca, in posta. E perchè noi italici facciamo sempre i furbi? Che siano fastidi da cattiva digestione anche senza tuffo in acqua? Forse bisognerebbe tornare alla siesta dopo i pasti, magari ci si sveglia poi tutti con più senso civico.
Pensiamoci. All’ombra, se possibile.

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3 thoughts on “Congestione

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