La Potenza di Eymerich: 1. La Cura

Immagine di La potenza di Eymerich
Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani, alla ora prima.

Seduto nella cella di Fernando, il frate guardiano del convento, Eymerich fissava le macchie d’umido sulla parete a settentrione. Una cimice, immobile nell’esoscheletro a scudo, ne attirò lo sguardo facendogli provare un moto di repulsione. Si volse dando le spalle all’insetto e infilò le braccia nelle maniche della tonaca. Poteva quasi percepire lo sfrigolio delle antenne, il ticchettio delle zampe. Cercò di liberare la mente, di concentrare i pensieri sui dettagli della missione, ma la presenza dell’immonda creatura era come una spina di legno dolce nel palmo della mano: intollerabile. L’aria mattutina, immobile e freddissima, annunciava l’inverno. Eymerich provò l’impulso di stringersi nel saio per trattenere il calore delle membra, ma respinse subito quel desiderio. Il mutare del tempo non è irragionevole capriccio di natura, ma espressione della volontà di Dio, che dispensa secondo ragione il benessere dell’anima e la penitenza del corpo. E di penitenza si trattava, anche se comminata per tramite del non necessariamente degno Vicario di Cristo in Terra.
Urbano V lo aveva inviato in tutta fretta in territorio angioino, zona pericolosa per un inquisitore aragonese, per dirimere le controversie che alcune incredibili e incresciose vicende avevano suscitato. Dalle confuse spiegazioni del messo papale e dalla comunicazione sibillina pervenutagli per lettera, sembravano possibili perniociose influenze maligne. Bambini nati deformi, teste abnormi, prive d’occhi, mutazioni grottesche e repentine in donne gravide e altre simili, terribili manifestazioni. Il frate guardiano aveva invocato l’intervento di Eymerich: la sua fama era giunta fino in quelle lande, e Papa Urbano V non aveva esitato a mettere in gioco il proprio alfiere. Tale prontezza si sarebbe potuta attribuire al giusto zelo da impiegare nella lotta contro Satana; ma Eymerich sapeva esserci dietro ben altro. Il Vicario di Cristo non nutriva simpatia per il domenicano, e non avrebbe male accolto un fallimento che desse modo al Giustiziere di Basilicata di arrestarlo e metterlo a morte. Sorte certa, se si fosse scoperto che esercitava le prerogative di inquisitore e rappresentante d’Aragona proprio sul suolo nemico. Per questo aveva viaggiato in incognito. Avrebbe svolto il suo dovere nella maniera più riservata possibile. L’Inquisitore scacciò quei pensieri oziosi, inutili al compito che lo attendeva. In quell’istante entrò Fernando, accompagnato da tre frati di corporatura minuta, specie se paragonati alla pienezza del guardiano.
“Fratelli, permettetemi di introdurvi alla conoscenza di padre Nicolas Eymerich, mio antico sodale e uomo assai esperto nella valutazione di prodigi nefasti simili a quelli che hanno funestato la nostra regione e a cui voi avete direttamente assistito.” 
I tre fecero un gesto col capo. Eymerich ricambiò appena.
“E questi, padre, sono i fratelli Modesto da Melfi, Michele da Altamura e Severo da Benevento. Come vi ho anticipato, hanno aneddoti assai interessanti da riferire.”
“Aneddoti non è termine che si addica a una manifestazione del Maligno,” lo interruppe con pacata durezza Modesto. Eymerich non poté che dargli silenziosamente ragione. La luce imperfetta che filtrava dalla stretta bifora della cella conferiva tratti diafani ai volti dei tre. Gli occhi spiccavano dalle orbite, come spiritati, specie quelli del frate che aveva appena parlato. Tutto nel loro aspetto denunciava la condizione di Spirituali,
intransigenti e malvisti interpreti della regola del Santo di Assisi. Un aspetto che li allontanava dalla figura florida e ben pasciuta di Fernando, un’impostazione dottrinale che li poneva al di fuori dell’ortodossia.
Scomoda, interessante posizione.
Eymerich cominciò a capirè perché il guardiano avesse insistito per presentargli subito quegli uomini. Chissà che, con l’aiuto dell’Inquisitore e l’imperversare delle orride manifestazioni, non potessero servire da capro espiatorio. La prospettiva non era da scartare, ma il Cane del Signore non era solito raggiungere conclusioni affrettate. L’intuizione doveva prima farsi ipotesi logica e verificabile, e infine divenire certezza. Anche in
quel caso, non avrebbe certo potuto istruire personalmente un processo, in terra ostile, tanto meno una o più eventuali esecuzioni. Fernando rimase interdetto di fronte alla precisazione di Modesto, ma non dette a vedere alcun risentimento. Anzi, accomodò le membra sul bordo del proprio giaciglio e fece cenno ai tre di raccontare i terribili fatti di cui erano stati testimoni.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione
degli stati d’Europa.

Le olocamere di Euronet, disposte a cerchio in attesa, sembravano fenicotteri con una zampa nell’acqua pronti a spiccare il volo. Tutto era predisposto per la festa nella tensostruttura riscaldata. Si trattava di un preludio celebrativo, tanto per far crescere l’attesa e gonfiare l’evento: la vera inaugurazione, con la messa in funzione dell’impianto, si sarebbe tenuta di lì a qualche giorno. Anche in quel piccolo anticipo di cerimonia, però, i vip non mancavano. Il governatore con la fascia argento e azzurra chiacchierava nei pressi del podio con personalità politiche e dell’industria petrolchimica. Il rappresentante della Ailleurs – Anderwohin G.m.b.H. sorrideva mostrando la dentatura smerigliata e stringeva mani a destra e a manca. Pochi minuti prima, nell’air caravan del trucco, si era fatto massaggiare i palmi con una crema dermorestringente, onde eliminare
ogni traccia di sudore. Ora la pelle tra un dito e l’altro tirava da morire. Il manager continuava a sorridere dietro l’abbronzatura e a grattarsi nervoso tra una stretta e l’altra, sperando di non essere scorto.
L’autorità religiosa del luogo, l’Imam di Matera, una delle prime donne a rivestire un simile ruolo, aveva declinato l’invito. Seguiva la cerimonia d’inaugurazione dell’innovativo impianto di smaltimento, attraverso il datacom del suo salotto. Il té alla menta fumava sul tavolino di legno e ottone. Alcune voci rumoreggiavano al piano inferiore. Ricordava ancora quando, a scuola, aveva studiato sui libri di storia delle prime schermaglie tra la popolazione lucana e l’allora governo italiano sulla questione delle scorie radioattive. La protesta all’inizio del millennio, forte, inaspettata, radicata nel cuore della gente, fece in modo che la decisione venisse
procrastinata. Dieci anni più tardi, un nuovo tentativo di stoccare le scorie nel cuore della roccia suscitò una sommossa e, mentre l’equilibrio stesso dell’unità europea fu in bilico, la popolazione riuscì ancora una volta a impedire che la federazione scaricasse i rifiuti nucleari. E infine, c’era da giurarci, l’attacco conclusivo: a quasi mezzo secolo di distanza. La AA G.m.b.H. aveva messo a punto un nuovo sistema di smaltimento a impatto
zero, basandosi sulla teoria degli psitroni di Frullifer e Dobbs.
L’Imam aprì una finestra sul video del datacom e, mentre le immagini dell’inaugurazione scorrevano, consultò il database scientifico: Frullifer. Dobbs. Psitroni. Il datacom trasmetteva immagini di fanfare e strette di
mano. Un megaschermo in piazza intratteneva la moltitudine con gag pubblicitarie. Trattati di fisica, formule, effetto redshift, teoria della relatività. Immagini di calici alzati e del governatore con la fascia bicolore che taglia il nastro. “Il futuro ci sorride, oggi, qui.” Statistiche, iperboli, grafici, esperimento Michelson Morley. Immagini di sorrisi a trentadue denti, di panciuti signori in doppiopetto, di avvenenti signore dal lifting impeccabile, di calciatori elettrostimolati e cyber veline. Dipartimento di astrofisica dell’università del Texas, fotoni, Cosmic background explorer. La donna fece scorrere, irritata, la barra all’angolo del database: nulla di familiare. Le scritte scivolavano sempre più veloci. Poteva assimilare una parola ogni sei, sette in scorrimento.
Era certa che non le sarebbe servito a nulla continuare a cercare, eppure voleva vederci chiaro. Nessuno aveva mai spiegato l’esatto funzionamento dell’impianto di smaltimento. Nessuno aveva chiesto in modo esplicito. Nessuno si era preso la briga di dimostrare. Eppure tutti festeggiavano. D’un tratto le sue pupille percepirono qualcosa di noto tra le parole in rapida successione. Fermò la corsa della barra e tornò su di una quindicina di argomenti. Il nome di uno sconosciuto, un fisico probabilmente, accanto alla parola ilozoismo. Prese la tazza di tè (ormai tiepido) dal tavolino e incrociò le gambe sull’ampio divano di softex imbottito. Sullo schermo,
ridusse le dimensioni della cerimonia e ingrandì quelle del database.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Frate Severo era agitato, quasi rivivesse nella propria anima i momenti in cui aveva prestato soccorso alle partorienti, e riflettesse attraverso le orbite gonfie l’orrenda immagine di quegli sventurati. La voce tremava, pareva segnata da sincera sofferenza. Eymerich, immobile, scrutava il francescano dalla bizzarra peluria rossastra. Sincera sofferenza o perfetta dissimulazione: l’Inquisitore aveva imparato a non escludere nessuna
possibilità. L’esperienza serviva a rendere attenti. Mai frettolosi.
“Le portammo a ricovero nell’ospedale di San Domenico, nella speranza che cura e riposo potessero dare loro serenità e forza d’animo. Io e gli altri fratelli arrivati in soccorso non sapevamo come dare pace alle due giovani donne. Erano in preda al panico e urlavano come ossesse, mentre sulla pelle tesa dei loro ventri deformi qualcosa di immondo disegnava dall’interno forme grottesche.”
Frate Severo rivolse lo sguardo smarrito verso Modesto, con insistenza. Cercava sostegno morale e consenso in colui che, con tutta evidenza, era dotato di maggior carisma e discernimento. Eymerich colse lo scambio di occhiate, e lo trovò significativo. A cosa alludesse, ancora, non poteva dirlo.
Modesto prese la parola. Lo sguardo parve ammonire il fratello per un non gradito coinvolgimento. “Le trame del Maligno sono imprevedibili, spesso impercettibili, come tutti i cristiani sono tenuti a sapere. Il male è in
ogni cosa terrena e in niuna. È la capacità dell’anima umana, guidata dalla fede, a scorgere il diabolico segno che si nasconde nelle insidie del mondo. Tali rivelazioni sono dono e supplizio per pochi pastori, sofferenti e smarriti, del gregge di Dio.”
“Siete voi uno di questi pastori, frate Modesto?” La domanda di Eymerich spezzò la cantilena del frate, incerta e debole come il suo aspetto. Gli occhi spaventosi del religioso si rivolsero alla sua figura, grossi e tondi come palle di fuoco. “Io sono un servitore di Dio, padre. Fuggito in silenzio dalla miseria del mondo, per condurre un’esistenza di sofferenza e pentimento. I miei occhi vedono, le mie orecchie ascoltano e la mia
anima si affligge per non poter intervenire.”
Fernando avvertì la tensione crescere nell’aria fredda della cella. “Fratelli, padre, è giunta l’ora della preghiera. Ci ritroveremo al termine delle funzioni per continuare la discussione. Propongo una visita ad alcune delle vittime di questi segni del male, per poter valutare di persona. Padre Nicolas, permettetemi di guidarvi fino alla cella a voi assegnata per il soggiorno nella nostra comunità.”
I tre frati uscirono rapidi e presero il buio corridoio di pietra che conduceva agli alloggi individuali. Fernando trattenne l’avambraccio di Eymerich, che lo ritrasse bruscamente, mentre varcava la soglia bassa della stanza. “Vi prego di avere pazienza con questi nostri tre fratelli, padre. Tutti noi qui abbiamo remore circa la loro condotta morale, ma non vorrei che questo pregiudichi il vostro lavoro. Dopo la visita alle creature avrete le idee più chiare, ne sono certo.”
L’Inquisitore apprezzò il gesto del guardiano, pur intuendo l’intelligenza tattica di Fernando nel lasciare i tre frati al centro dell’attenzione. Il suo istinto non era in grado di intuire molto altro oltre a questo: di certo frate Modesto conservava dentro di sé qualche indicibile segreto.

Illustrazione di Silvio Giordano

Illustrazione di Silvio Giordano

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