Così Wu Ming 2 su La Terza Metà

wm2La recensione di Giovanni Cattabriga aka Wu Ming 2 per “L’Unità”

«La Terza Metà» di Guglielmo Pi­spisa (pp. 259, euro 16,50, Marsilio X] è un romanzo molto coraggio­so: cambia pelle almeno almeno tre volte in 250 pagine, solletica le aspettative del lettore e poi le di­sattende, scarta di lato, salta a de­stra, finta a sinistra, ma alla fine centra l’obiettivo. Questo andiri­vieni tra generi, stili e registri se lo può permettere in virtù di un in­treccio avvincente, di quelli dove «tutto torna» ma devi pensarci su, fare i conti con calma, rileggere un paio di capitoli, mettere in fila i pezzi e poi confrontarti con altri per vedere se davvero non hai di­menticato qualcosa e se non ci so­no discrepanze tra quel che ciascu­no crede di aver capito. Se fosse un film, usciti dalla sala correreste a comprarvi il dvd, o a scaricarvi il file dalla Rete, come per I Soliti So­spetti, The Prestige oppure Syria­na. Eppure La Terza Metà è solo in ap­parenza una spy story tradiziona­le, ben costruita, con accenni di pa­rodia in stile fratelli Coen, contrap­posti a momenti nerissimi senza spiragli di ironia, e il resto della partita giocata secondo le regole di genere. Questa rapida descrizio­ne si adatta bene alla prima metà del libro. Qui il protagonista, Hie­ro, è un uomo dei Servizi e ha appe­na assistito al proprio funerale. Di lui sappiamo poco: è il figlio, forse orfano, di un terrorista rosso e ha
usato questa credenziale per infil­trarsi nel brigatismo del nuovo mil­lennio. Gli è andata male, ha dovuto morire, e ora è diretto in Canada, nella comunità raeliana dove vive la madre.
Da qui in avanti si comincia a sen­tire puzza di bruciato, a non capire bene dove si andrà a parare, e ci si affida all’autore, oliando il fucile per sparargli addosso, se non si di­mostrerà all’altezza della strada tor­tuosa che ci sta facendo imboccare.
Ma è già il momento di voltare pa­gina e arriva inaspettata la seconda metà. La scena cambia, siamo a Pari­gi, non c’è traccia di Hiero. Un barbo­ne che si fa chiamare il Magister im­partisce lezioni di vita a una com­briccola di personaggi stralunati, co­mici spaventati guerrieri degni di un romanzo di Stefano Benni. Degni di un romanzo perché non si tratta, in effetti, di personaggi reali. L’uditorio del Magister è fatto di fantasmi, pure proiezioni di una mente mala­ta. Scopriamo presto che il barbone parigino è il padre scomparso di Hie­ro e un capitolo dopo l’altro vedia­mo dipanarsi la sua storia, anch’es­sa fatta di tradimenti, infiltrati, pro­vocazioni e affari di sesso.
Qui La Terza Metà, in una strana cornice surreale, potrebbe sembra­re un romanzo sugli anni di piombo, ma si tratta in realtà di una ballata metastorica, che trascende le epo­che, e ci parla delfattore umano, in­domabile essenza di ogni passione, di ogni ideologia.
Ma di nuovo si volta pagina e arri­va la resa dei conti, l’ancor più im­prevista terza metà. Tutto torna, co­me detto, negli ultimi, febbrili giri di danza. E quando, ancora sudati e con il fiato corto, torniamo indietro per saggiare la catena degli eventi, ci rendiamo conto che questo è un romanzo sull’assenza del padre, del «Vecchio», del precursore. Sullo smarrimento di noi postumi, la diffi­coltà di elaborare il lutto, di capire il passato e di immaginare il futuro. Un tema ricorrente in molti roman­zi italiani degli ultimi due anni e da poco «esploso» grazie al successo di Matt Haig con Il club dei padri estin­ti. Un tema che Pispisa affronta sen­za disincanto, ma anche senza false soluzioni. Perché se il circolo vizio­so delle generazioni non riesce spez­zarsi, per gli orfani postumi sembra esserci soltanto follia, soliloquio e coazione a ripetere.

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