Tortuga (intervista)

Immagine di Tortuga
Approda in libreria il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Tortuga (Mondadori, 336 pp – € 16,50), che dopo l’ultimo capitolo della saga di Eymerich, torna al romanzo storico “puro”. Dimenticate il Corsaro Nero, capitan Sparrow o i pirati di Roman Polanski, tra queste pagine a farla da padrone è la crudeltà.
Anno Domini 1685, i giorni gloriosi dei Fratelli della Costa, obbedienti a Luigi XIV, che ha ormai stretto un accordo di pace con la Spagna, sono agli sgoccioli: le loro scorribande sono diventate troppo scomode e il protagonista del romanzo, l’ex gesuita Rogério, arruolato a forza, al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all’ultima grande avventura dei pirati: la presa, cruenta, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l’amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto, l’episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Panorama.it ha incontrato Valerio Evangelisti.
Il pirata quale simbolo romantico di libertà è solo un mito?
Il mito ha un suo fondamento. Però i pirati caraibici del ‘600 e dei primi del ‘700 spesso erano al servizio delle grandi potenze europee, che li usavano come una sorta di marina da guerra irregolare. Pronte ad abbandonarli al loro destino quando non servivano più. In questo senso, la libertà era limitata. Salvo sul piano dei costumi, sfrenati perché calibrati sul progetto di una vita che non sarebbe durata a lungo.
Come si è documentato? Quali testi?
In primo luogo i memoriali. Alexandre-Olivier Exquemeling (o Oexmelin, o Exmelin), prima schiavo e poi medico nell’isola di Tortuga. Esiste un’edizione italiana recente delle sue memorie, però, a differenza di quella francese, non comprende le sue ultime avventure, di cui tratto nel mio romanzo. Quindi i ricordi di Ravenau de Lussan, un nobiluccio finito nei Caraibi dopo un omicidio e aggregato all’equipaggio del capitano Lorencillo. Più decine di altri libri, tra i quali non è sempre facile scindere ciò che è realtà storica dal puro colore. Io ci ho provato.
Potrebbero esserci delle analogie tra mercenari e contractor odierni e i pirati di cui narra in Tortuga?
Non riesco a vederne molte. I pirati caraibici non erano stipendiati per fare la guerra. Erano loro a cedere parte del bottino ai governatori che li proteggevano. In sostanza, erano bande di ladri, non militari assoldati. Venivano manovrati, ma da lontano.
Dopo Eymerich è tornato al romanzo storico “puro”, il tutto nasce da un racconto pubblicato nell’antologia Anime Nere
Sì. Il racconto si intitolava I fratelli della Costa, e conteneva elementi fantastici. Dopo la sua uscita, si sono moltiplicate le pressioni perché dedicassi ai pirati un intero romanzo. L’ho fatto, ma modificandone la chiave, anche se alcuni personaggi sono gli stessi. Al romanzo storico appartenevano due miei testi recenti, Il collare di fuoco e Il collare spezzato, sulla storia del Messico. Lì però l’impostazione era “brechtiana”, cioè non vi erano protagonisti di spicco, mentre Tortuga è differente.
La storia ha lo stesso sense of wonder della fantascienza e del fantastico?
Secondo me, in molti casi sì. L’esplorazione di mondi remoti può avere lo stesso fascino sia che si tratti di un pianeta lontano o di epoche trascorse. Certi costumi medioevali, rinascimentali, o anche di tempi più prossimi ai nostri possono risultare alieni o incomprensibili. Col tempo variano mentalità, linguaggi, conoscenze acquisite, valori. Io stesso, quando mi capita di vedere documentari riferiti agli anni Cinquanta del ‘900, in cui sono nato, ho la sensazione che si tratti di un altro mondo. Figurarsi quando si va più indietro nella storia.
In Italia era da molto che non ci si occupava di un caposaldo della narrativa avventurosa coma la pirateria, fatto salvo per una nuova serie per ragazzi di Matteo Mazzuca e qualche altro romanzo…
Emilio Salgari seguita però a essere letto, e anche l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto tratta di pirati, sia pure mediterranei. Storie piratesche di autori stranieri continuano a essere tradotte in italiano, specie dopo il successo dei film con Johnny Depp. Evidentemente il tema seguita ad avvincere, per il suo intreccio di ribellione, romanticismo e trasgressione. Tortuga differisce però da tutto ciò che ho citato, almeno nelle mie intenzioni.
In rete e su Carmilla si sta animando il dibattito sul New Italian Epic, Tortuga sembra avere molte delle caratteristiche indicate da WM1 nel suo saggio…
Il progetto Tortuga è anteriore al saggio di Wu Ming 1, che d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente. Io non so se Tortuga sia coerente con il New Italian Epic: più che altro è coerente con certi aspetti del mio lavoro. Dare una classificazione al romanzo è compito dei critici, non mio

Articolo pubblicato su Panorama.it il 4 novembre 2008

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