Pop (it’s lit to pop and nobody is gonna stop!)

Ieri, durante l’incontro emiliano si è parlato di copyleft, creative commons, web 2.0. Si è discusso anche di musica, download e pirateria… Riesumo un vecchio articolo, scritto non ricordo nemmeno più per quale testata. Scuserete la solita citazione adorniana. Adorno ha in effetti rotto le palle, ma in questo caso era quasi irrinunciabile. Comunque, come detto in sede di discussione in quel di Reggio, io non ruberei mai un’autoradio, non ruberei mai una borsetta, ma non costruirei nemmeno mine antiuomo, missili, simulatori di volo per aerei d’assalto…

Quando la musica è ascoltata, il tempo le si rapprende intorno in un lucente cristallo. Ma non udita la musica precipita simile a una sfera esiziale nel tempo vuoto. A questa esperienza tende spontaneamente la musica nuova, esperienza che la musica meccanica compie ad ogni istante, l’assoluto venir dimenticato. Essa è veramente il manoscritto in una bottiglia. (T.W. Adorno, Filosofia della musica moderna)

Cos’è il Pop? Domanda fenomenologicamente incorretta. Ripartiamo.
Com’è il Pop?
Se indossassimo occhiali con lenti colorate percepiremmo il mondo in un modo diverso da quello abituale. Lo vedremmo con sfumature blu o rosse o gialle… Se poi immaginassimo che la scelta del colore delle lenti sia frutto di una determinata cultura, allora ci sarebbe facile capire perché ogni cosa dipenda in realtà dalla gradazione d’iride delle nostre lenti e dall’intensità di luce e ombra dell’ambiente in cui ci troviamo. Per questo, per esempio, la Gioconda in mano agli aborigeni australiani finirebbe come legna da ardere e per lo stesso motivo il cesso di Duchamp in casa nostra sarebbe solo un cesso mentre in un museo è un’opera d’arte.
Ridotto ai minimi termini: punti di vista. L’orizzonte delle possibilità cui andiamo incontro allora è pressoché infinito. Per poterlo esplorare con l’atteggiamento critico necessario, sarà d’obbligo, in questa sede, sospendere il giudizio e lasciare che le risposte si dipanino senza attorcigliarsi vanamente in questioni di propensioni e gusti personali.
Una prima scrematura siamo comunque costretti a farla. Dobbiamo optare per una determinata scansione temporale, onde evitare di partire dal pre war folk americano, di impantanarci in analisi iperboliche sulla arditezze dei Beach Boys o di cercare l’origine del fenomeno nella celebre Sagra di Primavera di Stravinsky.
Quale è allora il punto di genesi che cerchiamo per indagare il Pop?
Uno spartiacque enorme, marcato a fuoco nella storia della musica è l’inizio degli anni ‘90. Il punto di non ritorno da cui tutto ebbe origine: la nascita del compact disc, l’ottimizzazione delle caratteristiche industriali e seriali della musica in quella che Walter Benjamin definiva l’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte. Una rivoluzione senza precedenti, quella del digitale, che ha reso il mondo della musica preda di un’esponenziale compulsività. Il consumo si è trovato d’improvviso di fronte a una duplice realtà. Il risorgere dell’industria discografica, salvata dall’economicità, dalla “resistenza alle intemperie” e dalla praticità del nuovo supporto e l’affondamento del feticcio commerciale in sé (il vinile). Tre lustri dopo, il supporto digitale, divenuto casalingamente registrabile, ha affondato il mercato in attesa del colpo di grazia del downloading (sara davvero così?). L’essenza stessa della musica è stata travolta e stravolta. Geneticamente modificata. Com’è il Pop dunque?
Theodor W. Adorno sostiene che standardizzazione dei prodotti, ricezioni distratte, funzioni musicali asservite al profitto sono aspetti indivisibili e occorre mantenere una visione globale di ciò che è musica. In questo modo si condanna il pop senza distinzioni con una concezione della musica, la cui funzione «non è quella di garantire o rispecchiare la pace e l’ordine, ma costringere a far apparire ciò che è posto al bando sotto la superficie, e quindi resistere all’oppressione della superficie stessa, della facciata.» Il musicista insomma sarebbe naturalmente d’avanguardia (non – pop) se in grado di portare in superficie il non detto, il doloroso: la conoscenza.
La musica, da questo punto di vista è linguaggio ma non è linguaggio in altre parole essa «[…] tende, al fine di un linguaggio privo di intenzione: la musica intesa come priva di ogni ogni pensare, mero contesto fenomenico di suoni, equivalente acustico del caleidoscopio. E al contrario essa, come pensare assoluto, cesserebbe di esser musica e si convertirebbe al linguaggio.» Ma Adorno, negli anni ‘50 non poteva presagire che l’unico suono in grado di sopravvivere alla tecnica sarebbe stato proprio il pop, la musica fatta linguaggio. Oggi tutto rientra nella categoria incriminata, dal grind core alla musica colta (ipocritamente isolazionista). Non si tratta più di stabilire cosa sia pop in base alle ascendenze dei musicisti o alle armonie e melodie dei suoni. I confini sono caduti. Tutto è scaricabile, consumabile, masterizzabile. Non si ascoltano più gli album ma i brani e fugacemente. Piccoli grandi juke box portatili sono in grado di amalgamare ore, giorni, settimane, mesi di ascolti distratti. Il pop viaggia di casa in casa, di suoneria in suoneria, di iPod in iPod, spezzato, condensato, ascoltato con disattenzione. L’era del fast food sonoro.
Anastacia, Britney Spears, Robbie Williams ecc (ma anche Merzbow, John Zorn, i Current 93, György Ligeti, i Napalm Death…) non sono altro che alcuni dei tanti paradigmi del fenomeno. A differenza delle popstar degli ‘80 non hanno bisogno di quel lavoro certosino che ha governato la rotta del music business novecentesco: studi di marketing dell’etichetta discografica, lavoro in studio del musicista, ricerca estetica e quant’altro fosse volto alla realizzazione di un prodotto in grado di presentarsi al suo pubblico. I dischi hanno smesso di rappresentare un evento. Nessun fan aspetta fuori dal negozio in trepidante attesa il nuovo album del suo gruppo preferito: può avere la singola canzone già prima della sua commercializzazione. La può avere, e la vuole avere perché l’ha sentita in sottofondo a un pubblicità che lo ha bombardato ininterrottamente a intervalli di quarti di ora. Gli altri brani del disco non gli servono, il suo cellulare squilla a colpi di Sick and Tired, Slave to Love, Millenium… il suo lettore mp3 è saturo di pezzi del genere, li ascolterà a tratti, ne sbocconcellerà uno qua uno là. Il pop, la musica, è un prodotto. Non importa se le doti canore di Anastacia, o chi per lei, siano invidiabili, ciò che conta è che sia consumabile celermente. Ce lo hanno reso necessario. La colonna sonora della nostra vita non è più una questione di sensazioni, ma semplicemente di dovere. Dover possedere quel brano o quell’altro ed esibirlo quale status.
Le industrie discografiche piangono lacrime da coccodrillo. Il download e lo scambio di musica in rete rientrano in un meccanismo perverso. Ogni volta che ascoltiamo una canzone ci viene in mente la reclame di cui è “testimonial”, e così ogni volta che suona un telefono, che entriamo in un bar, che un amico ci masterizza un cd… Non solo vendono il disco (che ormai è assolutamente marginale) ma vendono anche la suoneria, il logo, il prodotto, il modus vivendi dello spot, il look della pop star con tutti gli accessori… Inutile quindi che fingano disperazione per la fine del mercato. Le grandi etichette sono proprietarie di quelle piccole e fanno parte di corporation più grandi che ci vendono praticamente tutto, dai rossetti alle testate nucleari. Creano in noi la necessità dell’inutile. L’effimero, quintessenza della pop music, si insinua nella quotidianità. Riempie i nostri hard disk mentali di informazioni, di collegamenti, di file che non siamo in grado di eliminare (come gli slogan o le canzoni degli spot della nostra infanzia – Luisa comincia presto, finisce presto e di solito non… se lo sapete, è la prova che il vosto HD cerebrale conserva informazioni inutili – con la differenza che ormai gli input arrivano in qualsiasi momento e luogo, anche a chi non possiede una TV)
Mentre canticchiamo le canzoni dei Duran Duran, dei Simpley Red, dei Dandy Wahrols ecc., le nostre sinapsi applicano un algoritmo involontario che ci spinge a pensare a una compagnia telefonica, a un’automobile, all’ultima incredibile offerta di un supermercato…
Fantascienza in puro stile Philip Dick? Forse.
Di cosa vi hanno fatto avere bisogno oggi?
Quale accessorio vi hanno reso indispensabile?

Postilla: Comunque ricordate sempre che scaricare e copiare musica è reato, produrre armi, mine antiuomo e missili no… Insomma sentitevi in colpa se avete scaricato illegalmente dei dischi e correte a comprarli, i vostri soldi andranno all’artista di turno e alla sua benemerita casa discografica…

AOL TIME WARNER (Atlantic, Rhino, Elektra, Sire, Asylum, Reprise, Waener Bros., American, Maverick, E.M.I….) = DIRECTV (cooventure) Hughes Electronics Corporation (Genral Motors) + RAYTHEON = RAYTHEON INDUSTRIES: GENERAL DYNAMICS MISSILE SYSTEMS – STANDARD MISSILE COMPANY (TOMAHAWK CRUISE MISSILES, etc.)

BMG (Arista, RCA, BMG…) = Power Corporation of Canada / Pargesa Group / Groupe Bruxelles Lambert = TOTAL FINA ELF / A TOFINA = Hutchinson Worldwide + Barry Controls: RING MOUNTS, SHOCK / VIBRATION ISOLATORS FOR FIGHTER JETS, MILITARY TYRES…

SONY (Sony Music, Columbia, Epic…) (cooventure) US ARMY + University of California = FUTURE COMBAT TECHNOLOGIES INC.: HEAD MOUNTED DISPLAY SYSTEMS, COMBAT SYMULATORS

VIVENDI UNIVERSAL (MCA, Polygram, Motown, Geffen, DGC, Interscope, Universal…) = VIVENDI ENVIRONMENT = FCC (Fomento de construciones y contratas) = ESPLESA: MISSION PLANNING SYSTEM FOR P-3 ORION PATROL AIRCRAFT (LOCKHEED MARTIN) + MISSION PLANNING / BREEFING SYSTEM FOR EFA 2000 TYPHOON FIGHTER JET Eurofighter (BAE, British Aerospace Engineering) = ALENTA, EADS


KZ J

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