L’America e gli americani, lo sguardo di Steinbeck frantuma il tempo

“Poi la gente smise di fare investimenti […] Ricordo che venivano intervistati i Big Boys – i banchieri e gli industriali – quelli che sapevano. Alcuni acquistarono spazi per rassicurare i milionari in rovina: ‘È solo un ribasso fisiologico. ‘Non temete: comprate, continuate a comprare’. Intanto i Big Boys vendevano e il mercato implose.”
Cronaca di questi giorni? Il tempo è ciclico, le sacre scritture indiane, Budda, Giambattista Vico, Friedrich Nietzsche, ci avevano avvertito. Questione di ermeneutica, di esegesi, abbiamo sempre pensato. Eppure leggendo L’America e gli americani (pp. 320, € 19,50), la raccolta di scritti, di John Steinbeck curata da Bruno Osimo per Alet, sembra che la ciclicità del tempo non sia solo una questione teoretica o allegorico-simbolica. Nel giugno 1960, Steinbeck scriveva per Esquire, un articolo sugli anni ‘30, sui suoi anni ‘30, quelli vissuti sulla sua pelle di scrittore, poco incline agli intellettualismi e molto incline a sporcarsi le mani e a spezzarsi la schiena per guadagnarsi il pane con quel suo fisico da bracciante agricolo. Steinbeck conscio del potere della parola e della forza etica delle storie è ancora, incredibilmente, terribilmente attuale. E questa antologia, fatta di frammenti, di articoli che sembrano lampi a ciel sereno, ci restituisce come un manrovescio un’immagine del passato così spietatamente identica al presente da rendere il concetto di Saṃsāra, di ciclo di vita, morte e rinascita nitido, preciso e per niente metaforico.
La penna di Steinbeck ha qualcosa di magico, scorre sulla carta potente eppure semplice, evocativa eppure familiare, e quando indugia, senza falsi moralismi e senza piagnistei, sulla grande depressione, sui piccoli risparmiatori che ritirano i loro soldi perché le banche sono al fallimento, sugli operai che chiedono di lavorare anche se il prodotto non vende, sugli spregiudicati uomini d’affari che nascondono l’imminente recessione per profitto personale, sulla disoccupazione, la caduta del ceto medio, le migrazioni verso occidente per cercare qualcosa di meglio; ci si chiede dove siano finiti gli scrittori di cotanto calibro. Una scrittura, fluida e densa al tempo stesso, che è metro della miseria umana e che non teme di inimicarsi il potere, di destra e di sinistra (per Steinbeck la sinistra non sarebbe altro che una pseudodestra). Taccuino in tasca e sguardo lucido Steinbeck era consapevole del fatto che la scrittura, prima di ogni altra cosa, è un atto etico che non dice qualcosa ma fa qualcosa, con coraggio. Andare nel mondo, coglierne le connessioni, sporcarsi, raccontarlo, mettere a nudo il re. Fiction e cronaca si intrecciano, l’autore di Salinas vive quello che scrive e le torri d’avorio fatte di letteratura ombelicale al suo cospetto crollano, si perdono nel trascorre dei giorni. Lui invece è ancora qui con le sue parole potentissime ed entra a pieno titolo nel nuovo millennio come voce importante, importantissima, capace di essere testimone del presente anche dopo la morte. Se non è sfidare il tempo lineare e le sue leggi questo…

Articolo pubblicato su Panorama.it il

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