La Terza Metà, il terzo romanzo solista di Guglielmo Pispisa in dirittura d’arrivo per Marsilio

CAPITOLO 1 in anteprima

Guardo il cielo di latte acido; un velo di caglio incombe sull’arida terra e su noi peccatori. Aspiro l’ennesima boccata dalla sigaretta e sento i polmoni invasi dal fumo caldo, misto all’aria del mattino.
Fumare ormai non può più farmi male, visto che sono morto tre giorni fa. Schiattato, passato nel regno dei più.
Finito. Sottratto al terreno fardello che tutti ci portiamo dietro. Che tutti si portano dietro. È stato un bell’incidente, ottima coreografia, e io mi intendo di queste cose, non parlo tanto per parlare. L’auto sbanda imboccando un tornante – quella maledetta ghiaia sull’asfalto –, abbatte il guard-rail e precipita nel fosso. Precisa precisa, manco avessero disegnato la scena
apposta. La testa sfonda il parabrezza e la vita se ne va, semplice com’era venuta. Poi arriva il fuoco. Le auto non vanno a fuoco di solito, a parte che nei film, e tantomeno esplodono, sempre a parte i film. La mia invece si incendia – non arriva a esplodere, il coreografo non è così sfacciato, ma si attizza un bel focherello. Purificatore.
Chiunque abbia avuto la necessità di accostarsi a un morto di tre giorni, per giunta in simili circostanze, avrà impresse nella memoria immagini poco piacevoli: la consunzione dello strato cutaneo superficiale, le macchie vio lacee in corrispondenza della pelle rimasta, dove la gravità
ha fatto depositare il sangue privo di spinta cardiaca. E poi l’odore, appiccicoso e persistente, carbonella dolciastra.
Una galleria di particolari macabri. Ma di certo nessuno fra questi fortunati osservatori avrà mai riscontrato in un defunto l’attitudine ad accendere sigarette e a consumarle con nervosa voluttà. Sono dunque un uomo speciale, nessuno può negarlo. Decedo in modo incongruo, così come sono vissuto; me ne rendo conto, eppure non posso farci niente perché per l’anagrafe, per la medicina legale, per gli addolorati amici e soprattutto per i nemici quel poveretto di me è più morto di Abramo Lincoln.
Non ho resistito, non ho saputo starne lontano. Chi saprebbe vincere la tentazione di dare una sbirciata al proprio funerale? Spiare non visto le reazioni, contare le lacrime e gli sbadigli, vedere se viene quello e con chi se ne va quell’altra. Pochi i virtuosi, ci scommetto. E fra questi pochi non ci sarebbe il vecchio Hieronimus. Che poi sarei io.
In chiesa nessuno ha fatto caso a una delle tante vecchiette devote, sempre contente di assistere alla funzione, fosse pure un funerale, nella convinzione di santificarsi e magari di allontanare per quanto possibile il proprio. Chi avrebbe indovinato che sotto le rughe di lattice e la gobba coperta dallo scialle si nascondeva il festeggiato? Al cimitero ho abbandonato il teatro per la tecnologia, accontentandomi di seguire la sepoltura a distanza, dietro un terrapieno a una cinquantina di metri dalla tomba, dotato di binocolo e microfono direzionale.
Risultati scarsi e noiosi. Non raccomando a nessuno di andare al proprio funerale, da vivo. Molto meglio restare a letto a dormire, che gelarsi il culo in chiese tardoromaniche e poi in cimiteri sferzati dal vento d’autunno.
Dev’esserci un haiku adatto alla mia situazione che parla del vento d’autunno, ma non lo ricordo bene. C’è sempre un haiku adatto a ogni tempo della tua vita, perché negli haiku i poeti sembrano non poter fare a meno di citare le stagioni, quasi che gli porti sfortuna il contrario: vento d’autunno, luna di primavera, fiore estivo e scemenze così. Stringi stringi, non significano un cazzo, e per
questo esprimono al meglio la condizione umana. Poesie fatte di misura e di bellezza, ossia ben più di quel che serve.
E poi fanno fare sempre una gran figura, la gente tende ad associare quello che non capisce, specie se viene dall’oriente, con la saggezza. Sei esperto di criptica poesia giapponese? Non puoi essere un imbecille.
L’unica cosa degna di nota, oggi, è la mia reazione emotiva. Avrei scommesso che assistere all’interramento del mio corpo putativo sarebbe stata un’esperienza interiore apprezzabile. Deprimente, portatrice di lugubri solitari pensieri e tutto quanto. Invece. Niente.
Una decina di persone, alcune delle quali mai viste, compreso il sacerdote che sembra darsi un mucchio da fare agitando il turibolo all’indirizzo della cassa. Ci si è messo di buona lena a inondare i miei resti mortali di incenso, manco lo pagassero a cottimo, il pretonzolo, o
manco ne andasse davvero della salvezza dell’anima mia.
Fa ondeggiare con furia l’attrezzo fumante avanti e indietro infinite volte, prima da una parte, poi dall’altra, e ancora fino a percorrere l’intero perimetro del feretro, posto a lato della fossa. Intanto pronuncia oscure nenie di un rituale lugubre ma solenne, buono per simili occasioni.
Le sue formule, però, suonano frettolose, approssimative.
Mi rovina il requiem, ’sto pretonzolo ignorante.
Non c’è proprio niente da fare, quando vuoi una cosa fatto per bene, devi fartela da te. I becchini aspettano di canto, neri e indifferenti come la loro professione, di essere interpellati per il lavoro sporco. Che, puntuale, arriva. Mi calano nella fossa e io fumo, batto i piedi per terra, osservo col binocolo e rubo le discussioni col microfono direzionale. Fottendomene. Come se la cosa non riguardasse me, ma uno fra le decine di poveracci a cui ho manipolato e interrotto la vita nel corso della mia carriera. Nessuna pietà per loro, nessuna pietà per me.
Giacomina sta davanti a tutti, fissa e dura come un obelisco. Infinitamente vecchia e piccola e forte, difende il suo ruolo di ex tata dal tempo e dagli eventi. Non posso vederla in faccia da dove mi trovo, ma giurerei sulla sua espressione. Le rughe scolpite dal vento nel calcare, le macchie marroni sulla pelle impazzita dagli anni, gli occhi minimi sotto cespugliose sopracciglia e lenti bifocali. Né languidi né bagnati né freddi, quegli occhi. Velati di cataratta. Essenziali.
Compatta nel suo soprabito con collo di pelliccia in lapin, emana un’energia elementare che impedisce a chiunque di avvicinarla a più di mezzo metro. Grande.
La testa di lucertola scatta breve a destra e a sinistra. L’unica donna seria che mi sia rimasta.
«E sì che glielo dicevo sempre di non correre.»
«Ma lui niente, vero?»
«Neanche rispondeva, figurati.» Il commento dell’uomo secco è più indispettito che dispiaciuto. Come se l’unico rammarico sia di non potermelo dire in faccia hai
visto che avevo ragione? Anche se non lo saprà mai, in un certo senso me lo sta proprio dicendo in faccia.
L’uomo secco si chiama Taddeo, e ha pure viaggiato per veder celebrare la mia morte e per poter registrare il suo stizzoso commento postumo. Stizzoso e finto come l’undici di picche, visto che anche Taddeo, come me e alcuni altri fra i presenti, lavora per i Servizi, e dunque mente di professione, senza nemmeno pensarci. È il nuovo dirigente di sezione, uno di questi moderni funzionari che
non pisciano mai fuori dalla tazza solo perché dopo non saprebbero pulire da soli. Più che onesti, obbedienti per mancanza di qualità.
Dirigo binocolo e microfono verso destra: fzfsfzsssz… come se fossimo eterni e invece non siamo niente… fzzssfsfsss. La filosofia spicciola di una donna sconosciuta non mi colpisce. Singhiozzi sommessi mi arrivano in cuffia mentre punto Ursula. La cretina piange sincera, le spalle vanno su e giù, strette nel cappottino tre quarti beige. Gli occhialoni scuri la fanno sembrare un’attricetta in incognito. Neanche sei mesi di sesso con me e già si sente vedova.
Cos’ha in testa la gente?
Giacomina la attraversa con uno sguardo di compassione lontana e superiore. Più che un giudizio, una definizione. La vecchia tata non ha mai provato fastidio per tutte queste sciocchine languide che scorrevano sulla mia catena di montaggio facendosi scippare le mutande al volo. Misurandosi col minutaggio rimanente della mia vita precaria, sempre a entrare e uscire. Da scenari, responsabilità e, appunto, mutande.
Giacomina non provava fastidio per loro, ma nemmeno simpatia. Il suo calvinismo autodidatta non glielo avrebbe mai concesso. Le guardava passare e scomparire come la mucca guarda il treno.
Fisso ancora Ursula: nome da puttana, cuore di burro e cervello povero. La sua silhouette elegante in contrapposizione alla crudezza contadina della piccola immensa Giacomina. Un paragone ingeneroso, ovviamente a danno della prima.
Il vento grasso e marcio di foglie continua a imperversare sul cimitero, fischiando fra edicole e statue. Pioggia nebulizzata mi copre di un velo le guance e le lenti del binocolo.

Vento d’autunno:
a quale inferno 
sono diretto?

Eccolo qua, l’haiku buono per me. Una domanda elegante senza risposta. Ma basta così, ora, che il perder tempo a chi più sa più spiace. E a me, quanto a sapere, devono proprio lasciarmi stare.
Volto le spalle e cammino verso l’uscita orientale del camposanto, pestando foglie, terra smossa e forse un paio di tibie. Triste come l’attore che ha dimenticato di recitare la battuta migliore della commedia, ma ormai il pubblico è andato via; la direbbe anche al custode, se fosse rimasto, ma pure lui non c’è

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