A Est

Immigrato rumeno: la mente corre irrimediabilmente a Emil Cioran, a Eugène Ionesco, a Mircea Eliade, a Paul Celan e a tutti gli intellettuali che hanno contribuito alla crescita del pensiero europeo e che hanno fatto sfiorare la vetta alla cultura occidentale del XX secolo. Senza contare quelli che, come Constantin Noica, Tudor Arghezi, Lucian Blaga, Vasile Voiculescu, Ion Barbu, Ion Vinea e Ion Pillat, sono rimasti in patria nonostante gli orrori della dittatura.
Esuli, migranti, apolidi, resistenti, dissidenti nati alla periferia del globo in uno – così lo definisce proprio Cioran in Esercizi di Ammirazione- “spazio culturale minore”, che non ha nulla da offrire – “dramma e vantaggio di esserci nati” – ma in cui tutto ciò che è straniero si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie e le letterature di tutto il mondo. Nell’Europa dell’est, il livello di curiosità e informazione è più elevato di quello provinciale dell’ovest. È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori più aperti e vivi degli europei, immobili, imprigionati dalle loro tradizioni e incapaci di sfuggire alla “loro prestigiosa sclerosi”.
E mentre immaginiamo l’est come un luogo tetro, grigio, fatto di casermoni da socialismo reale, o di periferie squallide e degradate, Sibiu, la meravigliosa Sibiu, è stata capitale della cultura europea del 2007 accogliendo tra le sue strade, degne delle città d’arte italiane, turisti da tutto il mondo. A bocca aperta.
Oltre le rovine della cortina di ferro c’è vita. C’è subbuglio, fermento, creatività.
I giornalisti Flavia Capitani e Emanuele Coen hanno intrapreso un viaggio in quelle che dovrebbero essere città desolate e desolanti e che si sono rivelate pulsanti, quanto, e più, delle capitali occidentali, troppo impegnate a vantarsi per brillare come Bucarest, Sofia, Belgrado, Varsavia “e persino” Tirana.
A Est (Einaudi, pp. 155, € 12,50) è un reportage che sfata molti cliché e mette in scena le sorprendenti città orientali, lontane dagli itinerari classici, in una vera e propria guida scritta con piglio e precisione, senza cadere mai nella celebrazione gratutita. I problemi A Est sono molti, ma non diversi da quelli delle nostre strade, eppure al di là del Danubio sembra che le persone abbiano le risorse vitali, intellettuali, architettoniche e poetiche per affrontare la deriva. Una deriva che da queste parti ci ostiniamo a pensare sia altrove. Nel frattempo, nonostante tutto, a Bucarest si vive nel verde, a Belgrado la notte è gioiosa, a Tirana si respira colore, a Sofia si progetta il futuro e a Varsavia si raccoglie l’eredità creativa di Berlino. L’occidente sogna pensando di essere sveglio, l’oriente è sveglio e cerca di dare voce ai propri sogni.

Articolo pubblicato su Panorama.it in luglio 2008

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