Kali Yuga

      Il Salone del libro di Parigi di quest’anno (il 2007 N.d.J) ha come ospite d’onore la letteratura indiana e in particolare quella scritta in inglese, che anche se rappresenta solo una parte della produzione letteraria dell’India  (il 55% delle pubblicazioni sono in diciotto lingue regionali e in Hindi), è quella più appetibile commercialmente anche per gli stranieri. 

Curiosamente è stato Gregory David Roberts,  uno scrittore bianco anche se post coloniale divenuto indiano nell’anima come scrive egli stesso, a far puntare i riflettori di nuovo sulla narrativa del subcontinente asiatico. La pubblicazione di “Shantaram” (Neri Pozza, 2006) ha riportato  sugli scaffali delle nostre librerie la presenza della letteratura indiana che da un po’ di tempo si era fatta altalenante. Il successo del romanzo dell’australiano, congiuntamente alla crescita economica esponenziale nel panorama globale dell’India, ha rinnovato l’interesse di editori e lettori verso questo paese. 

La narrativa è forse la chiave di volta attraverso la quale riuscire a comprendere meglio lo spirito e la vita di un popolo, immergendosi nel flusso degli avvenimenti che lo riguardano, anche se raccontati attraverso i meccanismi della letteratura di genere non necessariamente di stampo realista. 

Il segreto del successo di “Shantaram” non risiede nelle doti di scrittore di Roberts, che non brilla certo per stile o bravura, ma nella vividezza delle sue immagini dovuta all’autobiografismo della vicenda, e nella capacità di donare al lettore una vista speciale, vera ed efficace di Mumbai, dell’India, dei suoi abitanti e delle vicende umane che pulsano e si contorcono tra le strade affollate, zeppe di odori, profumi e afrori ma mai esotiche come ci si potrebbe aspettare. L’india è misteriosa, ma lo è nella misura in cui non riusciamo a concepirla come un luogo contemporaneo. Mumbai, come tutti i grandi agglomerati urbani da Los Angeles a Buenos Aires da Mosca a Città del Messico… è un crogiolo di speranze, dolore, spirito, denaro, gioia, vita e morte con in più la capacità lucida di affrontare l’orrore e la miseria con dignità senza nasconderli o negarli. È forse l’unico luogo al mondo in cui l’uomo è uomo fino in fondo, fino alle estreme conseguenze ma con consapevolezza. La letteratura indiana contemporanea è in grado di fornirci con nonchalance, senza finzioni, esattamente questa immagine della razza umana e per traslato del mondo intero.

Gli autori indiani sono legati alla tradizione ma sono anche proiettati inesorabilmente verso il futuro (come le loro città che diventano sempre più cosmopolite ma cambiano il loro nome per ritrovare le proprie radici – dall’anglofilo Bombay al marathi Mumbai) la loro scrittura è frutto di meticciato, a metà fra cultura occidentale e orientale, molti scrivono in inglese colonizzando la lingua del popolo che li ha colonizzati, usando e reinventando i generi come il giallo, il thriller, la fantascienza, il romanzo storico rinnovandone sapientemente canoni e regole. 

Chi è in cerca di esotismi da favola dovrebbe astenersi dunque dalla lettura di autori come Naipaul, Ghosh, Devi,  Mehta, Anita Desai, sua figlia Kiran e Vikram Chandra (e la lista potrebbe allungarsi); proprio questi ultimi sono  tra i più recenti pubblicati  in Italia con “Eredi della sconfitta” (Adelphi) e “Giochi Sacri” (Mondadori), due romanzi in cui il Karma, privato del suo valore prettamente trascendente e inteso come l’insieme delle conseguenze derivanti dalle azioni, sembra essere il perno segreto attorno a cui ruotano le vicende narrate. In “Eredi della sconfitta” le azioni di tre personaggi si ripercuotono sulle loro vite e sui loro destini dalle falde dell’Himalaya orientale alla New York edonista degli anni ‘80 fino all’Unione Sovietica del sogno spaziale infranto. Nel romanzo giallo di Chandra invece entra in gioco un altro elemento filosofico indiano: la circolarità degli avvenimenti. La trama principale infatti torna continuamente indietro nel tempo e nello spazio e ogni personaggio ha una sua vita passata legata naturalmente, anche qui, al suo Karma. 

L’India contemporanea e globalizzata porta in seno, come l’occidente, tutti segni della contemporaneità: il crimine, il terrorismo, la mafia, la corruzione, la miseria, l’ambiguità, la pazzia e l’ingiustizia, che Chandra come Roberts – e come Suketu Metha in “Maximum City” – sublimano in quel crogiolo di esistenze perdute che è Mumbai. 

La contemporaneità non è altro allora, e gli indiani hanno visto ciò che noi sospettiamo vagamente, che il Kali Yuga che secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, è una delle quattro epoche che si susseguono senza fine dall’inizio del tempo. Il Kali Yuga, Età di Kali, conosciuta anche come Età del ferro, è l’ultima delle quattro, un’era tenebrosa di distruzione, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale in cui il divenire coincide con una sorta di rinnovamento tragico e in cui non vi è nulla che non richiami una movenza verso l’inaudito. Il meno “occidentale” dei nostri pensatori, Guido Ceronetti, non senza ironia, ne ricorda la data di origine, in “Pensieri del tè” (Adelphi, 1994) «Il 18 febbraio 3012 avanti Cristo sarebbe cominciata questa età della Kali Yuga, destinata a durare 432mila anni. Era un venerdì.» Ci restano quindi da affrontare ancora solo 428.988 anni di oscurità. È una questione di Karma.

 

Articolo pubblicato su “L’indipendente” del 29 aprile 2007

 

 

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