Wu Ming 4: Stella del Mattino (intervista)

stella del mattino Arriva in questi giorni in libreria Stella del Mattino (Einaudi Stile Libero, pp. 402, euro 16,80), il romanzo solista di Wu Ming 4, Federico Guglielmi. Una storia fatta di storie, in cui la narrazione diventa soggetto di se stessa. Meno rocambolesco di quelli a cui ci ha abituato il collettivo al completo, il libro privilegia un taglio psicologico, raffinato, emotivo, caratterizzato da riflessioni e rapporti profondi tra personaggi.
Protagonisti, accanto a Lawrence d’Arabia, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, R. Graves e sua moglie, una straordinaria Nancy Nicholson.
Ma come nascono le storie? Per esempio come è nato il famoso anello tolkeniano? Guglielmi mette in scena uno strepitoso dialogo tra Lawrence e Tolkien a proposito dell’anello donato dal principe arabo Feisal a Lord Dimanite: “Ricorda cosa mi disse a proposito della corruzione del potere?”
“Mi sembra di sì,” rispose Ronald […]
“Per due anni ho portato un anello come questi. Me ne sono servito per condurre le persone che si fidavano di me a un trionfo vano. Ho imbrogliato loro e me stesso […]”
Ronald ascoltò la propria voce uscire bassa e vibrata, quasi non gli appartenesse. “Che ne è dell’anello?”
“Me ne sono sbarazzato.” La mano sottile si aprì sulla superficie liscia del vetro. “Certe volte mi sembra di averlo ancora al dito. Come se mi mancasse. Credo sia il richiamo del comando, la voglia di sentirsi ancora al centro degli eventi, fare la differenza.”
E la storia di Stella del Mattino come è nata?  Lo ho chiesto a Wu Ming 4…
“Non saprei individuare un momento preciso, ma credo che tutto sia partito dalla lettura de I Sette Pilastri della Saggezza” dice l’autore “Mi sono reso conto che non stavo leggendo un diario di guerra, ma un romanzo epico travestito da memoriale. Ho iniziato ad appassionarmi al personaggio di Lawrence e mi sono imbattuto nella miriade di visioni contrastanti sulla sua figura. L’interesse è cresciuto. Poi ho letto l’autobiografia di Graves in cui si racconta dell’amicizia con Lawrence nella Oxford post-bellica. Quando ho scoperto che anche Tolkien e C.S. Lewis erano lì nello stesso periodo, ho pensato che tutti loro avevano qualcosa in comune: erano reduci di guerra, erano narratori e poeti, lavoravano sui miti, negli anni successivi avrebbero partorito grandi opere mitopoietiche. Perché non metterli al lavoro su un mito in carne e ossa, visto che si trovava a portata di mano, nello stesso luogo e nello stesso momento? Così ho pensato di trasformare Graves, Tolkien e Lewis in detective alla ricerca della verità su Lawrence d’Arabia. Ognuno di loro poteva assumere un punto di vista diverso e approdare a una verità parziale che dicesse però qualcosa di significativo sul suo conto. Questa è stata l’idea centrale della trama.
Stella del mattino in qualche modo narra del narrare, del perché si narra e del potere della narrazione….
Sì, in particolare del valore terapeutico della narrazione e della scrittura. Narrare è l’unico modo che abbiamo per elaborare la nostra esperienza vissuta come singoli e come specie. Lo facciamo dalla notte dei tempi, infatti. Credo inoltre che il romanzo tratti del carattere multiforme e sdrucciolevole delle grandi narrazioni mitiche, che può portarle a essere forza motrice storica, catalizzatrici dell’aspettativa di intere comunità, o grandi infingimenti collettivi.
Tolkien, Lewis e Graves. Hai scoperto qualcuno di loro mentre lavoravi al libro o erano già da tempo nella tua libreria?
Da adolescente sono stato un grande lettore di Tolkien, come molti. Lewis e Graves invece sono state delle vere scoperte. La cosa che però più mi ha colpito di loro non è stata la produzione letteraria, ma soprattutto la loro vita, i loro traumi. Mi sono accorto che erano ottimi personaggi drammatici, le loro stesse biografie rivelavano personalità complesse e contraddittorie, perfette per la narrativa. In altre parole ho capito che non sarebbero stati meno importanti di Lawrence nell’economia del romanzo che volevo scrivere, ma anzi, in un certo senso sarebbero diventati i veri protagonisti.
Come ti sei documentato?
Tre scaffali della mia libreria sono stipati dei volumi che ho letto per scrivere Stella del mattino. La maggior parte li ho dovuti ordinare dall’estero, perché purtroppo in Italia non c’è molto materiale disponibile su questi autori. Su Lawrence poi, il dibattito in Italia è arenato su tesi di cinquant’anni fa… Ho usato molto anche internet, ovviamente. Trattandosi di personaggi famosi ci sono parecchi siti dedicati a loro. Il materiale era davvero sterminato. Poi ho fatto alcune spedizioni in Inghilterra: una a Londra e due a Oxford. È stato molto importante vedere dal vivo alcuni luoghi, percorrere le stesse strade dei protagonisti del romanzo, farmi una birra negli stessi pub, intrufolarmi nel giardino della casa di Lawrence, approfittando di una porta lasciata aperta. All’Imperial War Museum di Londra ho visitato la mostra monografica su Lawrence in occasione del settantennale della morte, dove ho potuto vedere alcune riprese fatte da Lowell Thomas per il suo spettacolo-reportage. Insomma i supporti cartacei ed elettronici sarebbero serviti a poco senza un buon paio di scarpe comode e resistenti.
Il Brandivino, tanto per giocare con le coincidenze, è il fiume della Terra di Mezzo ma è anche il fiume di Manituana
In realtà non sono lo stesso fiume, anche se portano lo stesso nome. Quella è davvero una coincidenza. Meno casuale però è che il collettivo Wu Ming, al completo o nelle sue componenti singole, finisca sempre per sporcarsi le mani con la storia e con l’epica. In questo senso c’è davvero qualcosa che ci accomuna ai grandi narratori protagonisti di Stella del mattino. Non la portata letteraria o la fama, ovviamente, ma l’afflato, la ricerca di narrazioni-mondo, di complesse architetture narrative, di storie che possano trascendere il momento immediato e restituirci il senso di un agire collettivo. Tolkien parlava di “subcreazione” di realtà, basata sull’Incantesimo e non sulla Magia. Parafrasando e adattando il suo discorso al mio, la letteratura-magia si fonda su una grande capacità tecnica, ma alla fine del gioco di prestigio ripristina sempre le cose, ristabilisce l’ordine dato. La letteratura-incantesimo conduce invece ad altri mondi possibili, apre squarci di universo, traccia sentieri che si perdono all’orizzonte. Quindi è per definizione tanto poco rassicurante quanto più affascinante.
Lawrence d’Arabia è una figura storica chiave nelle dinamiche che ancora oggi scuotono il Medioriente …
Da un certo punto di vista la storia si sta ripetendo in farsa. Basti pensare che nel 1920 le truppe britanniche si trovavano più o meno nelle stesse condizioni in cui si trovano oggi in Iraq. Non a caso negli ultimi anni Lawrence è ritornato sulla bocca di parecchi commentatori inglesi. Lawrence non è mai stato il demiurgo che pretendeva di essere, ma certo la sua vicenda interseca quella della nascita del Medio Oriente moderno e su alcune cose possiamo dire che aveva visto lungo. Tutto ciò che sta accadendo oggi da quelle parti può trovare un’origine nel triennio 1918-1921. La nascita dello stato d’Israele, la divisione geopolitica attuale, quella etnico-religiosa, etc. Più di una volta, mentre scrivevo il romanzo mi sono trovato a domandarmi cosa avrebbe pensato Lawrence di quanto stava accadendo in Medio Oriente. Ecco, a più di settant’anni dalla morte, la sua è ancora una figura con cui è possibile dialogare.
Nel libro ci sono alcuni inside jokes: segno di attenzione al dettaglio e sommo divertimento, quanto hai impiegato a scriverlo e quanto ti sei divertito?
È vero, ho inserito nel romanzo alcune spie luminose che gli appassionati riconosceranno senz’altro. Però non l’ho fatto per puro divertimento, ma perché era maledettamente plausibile che le cose andassero così. Di cosa avrebbero parlato Lawrence e Tolkien se si fossero conosciuti? Della forza delle parole, del loro enorme potere, di quanto ci si possa innamorare delle proprie storie fino anche a crederci, a raccontarsi come eroi di una saga costruita su misura. O forse no. Forse avrebbero discusso di tutt’altro, erano individui talmente diversi. Ma è per questo che li ho portati sul terreno che mi interessava e ho provato a immaginare come se la sarebbero cavata uno contro uno.
A pensarci bene non mi sono mai domandato quanto mi sono divertito a scrivere questo romanzo. Per me è molto più divertente scrivere in gruppo. La scrittura solista è più difficile, più incerta, sei lì da solo a porti sempre gli stessi dubbi senza che arrivino mai i nostri a cavarti d’impaccio. La stesura di Stella del mattino mi ha impegnato circa due anni e ho discusso per la maggior parte del tempo con libri e documenti. Ogni volta che alzavo gli occhi sulla foto di Lawrence appesa in cucina avevo la vaga sensazione che ridesse di me, che sfottesse l’ennesimo tentativo di raccontare la sua figura. Secondo me è lui quello che si è divertito.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 29 marzo 2008

Blog dedicato a Stella del Mattino

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