La Crociata della Tenebre (intervista)

cop13.jpeg     Giulio Leoni torna in libreria con il quarto capitolo della saga dedicata al Sommo Poeta in veste di indagatore inaugurata nel 2000 con “Dante Alighieri e i delitti della Medusa” e proseguita con “I Delitti del Mosaico” e “I Delitti della Luce”, tutti pubblicati da Mondadori. Anche in questa occasione, giallo, thriller, avventura, romanzo storico dalle tinte esoteriche si sposano per dare vita a quel meccanismo narrativo affascinante e giocoso che ha decretato il successo internazionale di Leoni. 

È in uscita il prossimo capitolo della serie che vede Dante protagonista, puoi anticipare qualcosa?

L’idea era quella di concludere la trilogia fiorentina ispirata alle tre cantiche della Commedia con una sorta di quarto movimento che affrontasse, nel quadro di una vicenda criminale con morti ammazzati, quello fondamentale tra gli “enigmi” danteschi: la colpa. In altri termini il capitolo oscuro della vita del poeta, la caduta nel peccato mortale di cui poi l’avventura ultraterrena diventerà la via del riscatto. Insomma, come ogni tetralogia che si rispetti, mi piaceva chiudere con una sorta di Crepuscolo degli dei wagneriano. Non che ci siano walchirie e nanetti, intendiamoci, anzi lo sforzo di ricostruire in misura attendibile luoghi e atmosfere in gran parte scomparsi mi è costata una certa fatica. Forse ci sarà qualche ottone di troppo, ma spero che il lettore me lo perdonerà. Insomma volevo cercare di rendere lo sfaldarsi di un mondo che trascina con sé uomini e cose, e di contro lo sforzo di una mente razionale che cerca in qualche modo un qualche ordine nelle cose. Nel cuore stesso di una cristianità apprentemente trionfante, e invece corrosa dal risorgere di riti antichi e tenebrosi. Una specie di vena sotterranea, come se alla fine l’Acheronte non fosse che un affluente del Tevere. E mi piaceva l’idea che si svolgesse a Roma, un luogo davvero straordinario agli inizi del 300. La vicenda della Crociata delle Tenebre si apre con l’arrivo del poeta, incaricato di guidare l’ambasceria fiorentina alla corte di Bonifacio VIII, in un momento di grande tensione con il papato. L’ambasciata storicamente fu un disastro, che si concluse con l’esilio del poeta. Nel romanzo diviene una sorta di discesa agli inferi, un’esplorazione della palude del male.

I tuoi libri vengono pubblicati in moltissimi paesi (alcuni anche piuttosto inusuali per la letteratura italiana) qual’è il tuo rapporto con l’estero e con le case editrici straniere?

Di viva curiosità. Ogni volta, specie nei casi di culture lontane, mi chiedo che diavolo potrà trovare un lettore turco, coreano o cinese in quello che ho scritto. Soprattutto quando dai traduttori mi arrivano domande del tipo: ma chi sono i guelfi e i ghibellini? e altre amenità del genere. E però Dante ha davvero qualcosa di magico, che sembra scavalcare tutte le differenze.

In che rapporti sei, se lo sei, con altri scrittori italiani? Come ti sembra il panorama letterario attuale in Italia?

Conosco e stimo diversi autori nostri, soprattutto nel campo del giallo e del noir. Ma non mi capita spesso di incontrarli personalmente, forse perchè vivo a Roma, una città terribilmente faticosa per coltivare i rapporti umani. Quanto al panorama letterario non mi sembra peggiore di quello degli altri paesi, anzi. Se poi vuoi conoscere qualche mio amore sarebbe lunga, io sono un temperamento facile alle passioni. Ma certo tra gli italiani Manganelli e Germano Lombardi, Eco, Maurensig, Cotroneo mi ritornano spesso tra le mani. E poi Montale e Sanguineti, che non credo si amassero troppo ma tra cui non saprei davvero scegliere il più grande del secolo.

Come ti documenti per scrivere le tue storie?

Attraverso le vie più diverse e qualche volta strane e casuali. Per lo più i miei racconti nascono da stimoli, curiosità di cui non saprei nemmeno indicare l’origine. Una lettura, magari distratta: spesso le idee migliori nascono da un fraintendimento, o da un errore. Solo dopo comincia un’opera più paziente di raccolta dei dati, e per questo Internet, la grande biblioteca o la bancarella all’angolo sono egualmente utili e talvolta risolutive. Per La donna sulla Luna una mia amica olandese mi regalò una carta di Berlino del 36, mentre per i riscontri sulla pellicola di Lang dovetti far venire dall’America una vecchia videocassetta della versione americana del film. Altre volte naturalmente è più facile, per i racconti su Fiume e d’Annunzio mi sono avvalso di memorie dell’epoca, oltre naturalmente agli ottimi lavori sul futurismo di Chiara Salaris e Giovanni Antonucci. Nel caso di Dante la documentazione a disposizione è pressoché sterminata, ma trovai un singolare filo conduttore nell’opera di Robert John, originale figura di gesuita, da cui appresi il coinvolgimento del poeta nel tentativo di assassinare papa Giovanni XXII. Cosa ahimé probabilmente non vera, ma che si incastonava perfettamente nella cornice di cui avevo preso a fantasticare.

Sei autore molto prolifico, oltre ai quattro capitoli dedicati a Dante, ti sei dedicato anche a molte altre storie in cui fanno capolino diversi personaggi storici…

Sì, anche nei racconti non propriamente storici, la storia in qualche modo finisce per capitarci dentro. Siamo fatti di sogni, e la storia non ne è che il ricordo confuso.

Come è nata l’dea di Dante indagatore?

Per pigrizia. Nel 1999 avevo deciso di scrivere un giallo ambientato nel passato. E volevo che il protagonista fosse un artista, meglio se uno scrittore, visto che in ragione dei miei studi era quella la categoria che conoscevo meglio. Poi avevo bisogno di un personaggio dinamico, dotato di un intelletto tagliente, con una vasta esperienza del male e delle passioni umane, e insieme in grado di risolvere anche una questione a colpi di spada, se necessario. Non mi piaceva troppo l’idea di un investigatore da tavolino. Poi mi serviva anche una psicologia travagliata, irta di contraddizioni, con una situazione sociale e familiare ricca di qualche affanno, per il colore. Una qualche propensione per il genere femminile, in modo da giustificare la necessaria eroina della vicenda. Dante mi sembrò perfetto, non c’era bisogno di inventare nulla. E poi non suonava il violino e soprattutto non sapeva cucinare, perché mi hanno sempre seccato gli investigatori che passano metà del romanzo all’osteria. Invece Dante mi era stato simpatico sin dai tempi dell’asilo, quando scrutavo i disegni del Dorè nel librone di famiglia. Solo che in principio lo scambiai con Virgilio, mi pareva impossibile che il protagonista fosse quello sempre dietro, un po’ curvo, quasi con l’aria di essere lì per caso. E poi quel berrettino strano, mentre l’altro incoronato e ammantellato dominava gli inferi. Chissà che non sia nato allora il desiderio inconscio di rendergli in qualche modo om
aggio, reverenza e giustizia.

Qualcuno ha storto il naso? (penso a quello che è successo per esempio con Kant e critica della ragion criminale)

Immagino di sì, e sarebbe grave se così non fosse. Significherebbe che si è perso il gusto critico, e che non si è più in grado di distinguere tra un divertissement letterario e Delitto e Castigo. In genere però, superato lo sconcerto per un Dante un po’ diverso dalla figurina Liebig delle scuole medie, devo dire di aver incontrato quasi sempre lettori abbastanza pazienti. Ho avuto anche qualche complimento, ma tra tutti ce ne uno che mi ha davvero commosso: una giovane lettrice di grande immaginazione mi ha chiesto se davvero Dante avesse mai fatto l’investigatore. Ne sono certo, ho risposto. E per un attimo siamo stati entrambi felici.

Ci puoi raccontare della tua passione per l’illusionismo?

È una storia che risale addirittura all’infanzia. Negli anni cinquanta c’erano ancora a Roma alcuni cinema che nell’intervallo presentavano un piccolo avanspettacolo. E con il cantante napoletano e le ballerine c’era sempre un mago. Invece che ai giardinetti spesso vi venivo portato da un mio zio scapestrato, che penso fosse interessato soprattutto alle ballerine. Io me ne stavo lì a naso all’aria, con il mio pinocchio di legno, e senza saperlo devo aver visto Sitta, Riccardi, Brusini, il grande Arsenio che poi è stato il maestro di tutti i prestigiatori romani. Forse ho visto anche una delle ultime esibizioni di Chabernot. E altri che oggi nessuno ricorda, artisti straordinari che mi facevano pensare a quanto fossero fortunate quelle ballerine che vivevano immerse nella magia, e come avesse ragione mio zio a mandar loro tutti quei mazzi di fiori. In qualche modo nella mia fantasia la bellezza delle fanciulle e le fantasmagorie degli illusionisti si devono essere impastate indissolubilmente, e con esse il desiderio di conoscerne i segreti. Ho cominciato così a collezionare libri, manifesti, ricordi dei maghi del passato. A perseguitare quelli che riuscivo a conoscere per imparare i misteri dell’arte, che si trasmettono nel segreto più assoluto esclusivamente per tradizione orale.

È una malattia, come tante altre. Anche se resto convinto che le ballerine c’entrino in qualche modo.

 

 

Articolo pubblicato, in parte, su “L’Indipendente” agosto 2007 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...