Nei boschi eterni

fred-vargas-nei-boschi-eterni.jpg     Fred Vargas, pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, entra nel panorama letterario italiano in punta di piedi attraverso la collana “I Coralli” di Einaudi con “Io sono il tenebroso” nel 2000 (uscito in Francia nel ‘97). Da quel momento il destino della scrittrice francese in seno alla casa editrice di Torino è piuttosto movimentato. Il discreto successo del romanzo spinge Einaudi a pubblicare anche “Chi è morto alzi la mano” nel 2002 (‘95), “Parti in fretta e non tornare” nel 2004 (2001) e a ripubblicare “Io sono il tenebroso” nella collana “L’Arcipelago” tentando di dare un senso cronologico ai libri che fanno parte di due “saghe”: quella il cui trait d’union è un’improbabile squadra investigativa formata da tre storici disoccupati e da un ex-poliziotto radiato per corruzione, e quella in cui l’attore principale è il commissario Jean Baptiste Adamsberg. La vicenda potrebbe chiudersi qui se non che la costola romana di Einaudi, “Stile Libero”, lancia nel 2005 un’altra capitolo con protagonista Adamsberg, “Sotto i venti di Nettuno”, e il caso Vargas esplode. Il passaparola, i commenti in rete, il marketing fanno il loro lavoro e il giallo scala le classifiche rapidamente. L’estate seguente, sotto gli ombrelloni, le pagine della Vargas frusciano che è un piacere e vanno a sostituire il classico bestseller da spiaggia. I lettori crescono esponenzialmente e chiedono a gran voce di poter leggere gli altri libri dell’autrice. La storia si ripete e “Stile Libero” va alla ricerca degli altri titoli o di alcuni di essi e così riprende la “serie degli storici”, le da una confezione grafica virata al blu in modo da legarla visivamente alla copertina di “Sotto i venti di Nettuno”, fa un po’ di confusione e, come la casa madre, edita i libri in ordine sparso facendo uscire “L’uomo a rovescio” nel 2006 e ora “Nei boschi eterni” che vanno ad aggiungere altri tasselli alla serie dedicata al commissario. Nonostante il disorientamento del pubblico – la storia de “L’uomo a rovescio” precede “Sotto i venti di Nettuno” – il successo è garantito. Il meccanismo alla base delle due serie è quello classico del giallo. Un mistero da risolvere, l’investigazione, la soluzione. Ma allora cosa fa dei gialli di Fred Vargas un evento atteso da migliaia di lettori? Cosa li rende fuori dal comune facendoli svettare nel mare magno della letteratura di genere? Innanzitutto la grande capacità dell’autrice di costruire personaggi principali e secondari, che per quanto improbabili come la vecchietta hacker di “Sotto i venti di Nettuno” o il tenente Veyrenc di “Nei boschi eterni” che si esprime in versi raciniani, risultano funzionali alla storia da raccontare, e molto umani. Talmente umani che quelli principali crescono e si evolvono di libro in libro facendo affezionare il lettore con un meccanismo simile a quello dei serial televisivi. Si tratta di una vera e propria novità per quanto riguarda i gialli. I personaggi seriali come Maigret, Miss Marple o Marlowe non hanno memoria. Nelle loro storie i trascorsi letterari non esistono e si riparte ogni volta da zero. La Vargas invece allaccia strettamente le vicende dei suoi libri, e proprio per questo la confusione cronologica dell’editore italiano, ha creato non pochi scompigli in alcuni lettori. La necessità di costruire il personaggio dandogli un passato che tenga conto anche delle vicende letterarie precedenti è una prerogativa di molti narratori italiani che da tempo hanno scardinato le costrizioni della narrativa di genere come Sandrone Dazieri e Carlo Lucarelli e di alcuni stranieri come Jean Claude Izzo che però sono legati a filo doppio all’epoca e alla società che descrivono. La Vargas adotta questo metodo senza porre l’accento sul contesto. Il perno attorno a cui ruotano le sue storie rimanda in qualche modo alle gesta epiche dei cavalieri medievali. Un eroe che deve affrontare una prova laddove l’insidia più grande si cela nel suo animo. La Vargas del resto è, tra l’altro, un’esperta in medievalistica e Jean Baptiste Adamsberg volente o nolente deve sempre fare i conti con il suo drago più o meno esplicitamente. Adamsberg sovverte e rovescia i canoni dell’investigatore classico, non solo perché cresce e vive di libro in libro (rispetto all’ultimo, si ritrova pure con un figlio di nove mesi) ma anche perché il suo rifiuto costante di un approccio razionale in favore dell’istinto, della sensazione pura, ha una dignità quasi del tutto inedita. La scrittrice francese descrive il suo personaggio, con un espressione quebecchese, come uno “spalatore di nuvole” in quanto privilegia l’inconscio, o meglio scandaglia la realtà con esso; unisce la razionalità dell’investigazione all’intuizione onirica ed è per questo che la saga adamsberghiana presenta sempre elementi legati al sovrannaturale come lupi mannari e fantasmi (che hanno comunque una spiegazione terrena). Non si tratta di un’abile trovata per attrarre i lettori con l’introduzione di un semplice elemento narrativo inquietante e affascinante ma di contribuire alla costruzione dell’inconscio dei personaggi, tramutando l’inchiostro in sangue e la carta in carne. Un altro elemento fondamentale per il successo dei romanzi della Vargas è l’attenzione per i dettagli. Lungo la storia vengono sistemati sapientemente dei piccoli indizi che coinvolgono il lettore facendo scattare il lui l’ingranaggio della detection. A libro chiuso si continuano a formulare ipotesi interpretando gli indizi letti fin lì. Siamo nel campo della maestria stilistica che porta i cerchi a chiudersi progressivamente di capitolo in capitolo attraverso un’attenzione tecnica notevole, frutto probabilmente della perizia dovuta alla professione di archeozoologa che la Vargas porta con sé anche nella scrittura, in un altro incontro tra razionalità e inconscio. Questo approccio che coinvolge le conoscenze professionali filtrandole attraverso la fantasia ha fatto però in modo che in “Nei boschi eterni”, la scrittrice peccasse un po’ di sovrabbondanza nella costruzione di un crimine troppo articolato e contorto, contrariamente a quanto da lei stessa affermato in una frase riportata nella bandella del libro, per cui non esistono crimini complicati. Comunque la capacità di creare un universo umano variegato e interessante entro cui ambientare il tutto compensa ampiamente questo difetto che, peraltro, non appesantisce mai la storia sempre avvincente e godibile. Un piccolo mistero: Fred Vargas scrive tutti i suoi romanzi in ventuno giorni e dall’85 a oggi ne ha scritti uno all’anno. Come farà? Se fosse un giallo di pessima qualità la risposta avrebbe a che fare con il fatto che ha una sorella gemella. Articolo pubblicato su “L’indipendente” del  18 marzo 2007

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