Asce di Guerra

asce_frontcover.jpg     Ci sono libri che fanno sognare, che spaventano, divertono, annoiano o danno dipendenza e ci sono libri, rari, che fanno incazzare. Comunque sia ogni libro, una volta finito, ha il sapore compiaciuto di una piccola vittoria. Non importa ci sia scorso addosso come acqua fresca o ci abbia fatto sudare a ogni pagina, una volta riposto sullo scaffale tra le altre “vittorie” ci dà soddisfazione. Quando si ripone Asce di Guerra però, il retrogusto amaro è talmente forte che non può bastarci un po’ di letteratura collutorio per sciacquarlo via. Quel sapore è il sapore dell’ impotenza, dell’ingiustizia ma è anche soprattutto il fiele di un confronto con noi stessi. Le pieghe della storia nascondono specchi; le immagini che rimandano sono quelle di noi stessi. Cosa avremmo fatto al posto dei nostri padri o dei nostri nonni? Avremmo potuto fare di meglio? Avremmo fatto di peggio? Oppure avremmo fatto le stesse identiche scelte? Quando Vitaliano Ravagli torna a casa da uno delle miriadi di inferni che costellano il nostro pianeta, terzo sasso dal sole, non trova nulla di cambiato se non una pretestuosa aria di democrazia, ma i criminali fanno sempre da sbirri, i rivoltosi vengono perseguitati e gli ipocriti sorridono. Non resta che ripartire con una scorta di odio e rabbia sempre più grande. Meglio il Laos, con i suoi serpenti velenosi, le sue impenetrabili foreste e l’odore di morte che una vita senza dignità con lo sguardo basso per non vedere di cosa siano stati capaci, anzi di cosa non siano stati capaci gli italiani nel dopoguerra. Quando si scava tra le macerie della storia, ci si può imbattere in una fuggevole illuminazione e incontrare vis a vis la condizione umana stessa che non è né più né meno che quella di Sisifo. Se solo si riuscisse a fermare il Tempo, a uscirne, a bloccare quell’algoritmo ontologico che ci costringe a perpetuare e perpetuarci nella Storia, allora forse non avremmo paura di rifletterci nei volti di chi ci ha preceduto con il terrore sacro di scoprirsi a fare le stesse identiche cose, a dire le stesse parole e con esse accorgersi della vigliaccheria e della piccolezza dei nostri gesti. Ma oltre agli specchi, quando si scava, alle volte, ci si imbatte in qualche ascia di guerra, incrostata, sporca, eppure affilata. Riesumarla significa in qualche modo rischiare di tagliarsi e forse anche di infettarsi. Ne vale davvero la pena? Ognuno di noi sa quale risposta può dare a questa domanda. Articolo pubblicato su “Il Sabato Sera” nel 2005 in occasione della ristampa Einaudi

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