Cronache Anarchiche

copertina_100x01.jpg     «In questo branco di persone […] vedo l’epitome della mia generazione; […] la nostra politica, una confusione di Rosso e Verde all’ombra della bandiera nera dell’Anarchia; sbronzi e benintenzionati, sicuri delle nostre convinzioni, soddisfatti di noi stessi. Ottusi, ipocriti, intolleranti». Denis Johnson, scrittore e giornalista del “New Yorker” è debitore del modus scrivendi dell’ultima generazione di scrittori , ma non solo. In questo Seek, reports from the edges of America and Beyond, tradotto a torto o a ragione, Cronache Anarchiche (Alet, 2004, 19 euro), Johnson fa tracimare la letteratura nel reportage e viceversa, portandoci per mano attraverso i deserti del globo. Ai fini dell’essere, non fa differenza ritrovarsi sperduti nell’immensità dell’Alaska o immersi negli orrori dei golpisti cannibali liberiani o scoprirsi, con sommo stupore, solidali per un istante con gli integralisti nazianarcoantiabortisti del Montana o con i Talebani della Kabul fumante. Il deserto è sempre lì, ad attenderci, perché è dentro di noi, e anche se ci raffiguriamo il cittadino del XX secolo come un «minatore di informazioni» che viaggia nel cyberspazio e si destreggia con il libero mercato, nella maggior parte del mondo l’uomo non ha altro che fame, un fucile e forse una religione. E Cronache Anarchiche, come un reportage autobiografico avvincente, ci sbatte il deserto in faccia inducendoci a dubitare delle nostre certezze.

 

Articolo pubblicato su “Le Monde Diplomatique” nel 2004

 

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