Romanzi Criminali (di Kai Zen G)

Sono un fan di De Cataldo e lo ritengo uno degli scrittori di riferimento del panorama letterario italiano contemporaneo. Ricordo di aver letto il suo Romanzo Criminale poco dopo che uscì, perché lo avevano segnalato i Wu Ming, un collettivo di scrittori molto attento ad annusare l’aria che tira e a scoprire le novità di vero rilievo. De Cataldo, con quel romanzo, non il suo primo ma di certo quello che lo lanciò, rappresentava davvero qualcosa di nuovo. O meglio, il ritorno a qualcosa di buono che era stato abbandonato da una certa recente narrativa nostrana, troppo virata al solipsismo e all’interiorità spesso poco interessante dei suoi non memorabili protagonisti.
Mi riferisco, e qui subentra il secondo motivo che mi rende felice di essere qui questa sera, al coraggio di affrontare il racconto di una storia. Storia con la s maiuscola e minuscola insieme. Qui sta la forza di De Cataldo e degli scrittori che hanno caratteristiche simili alle sue. La capacità e la voglia, la sfacciataggine di interpolare vicende storiche o, nel suo caso di storia recente e fatti di cronaca, con la finzione narrativa, in modo da creare un oggetto nuovo, o meglio come dicevo prima, facendo rinascere un genere troppo a lungo abbandonato. Con Romanzo Criminale, De Cataldo ha condotto un’operazione di morphing – per usare una terminologia della tecnica d’indagine che ci rimanda invece a questo suo ultimo Onora il Padre – un’operazione nella quale, partendo da cronaca e atti processuali relativi alla vicenda della banda della Magliana, si aggiungono all’immagine primaria elementi di invenzione del tutto plausibili, grazie agli strumenti della tecnica narrativa, e si dà vita a qualcosa di diverso, indubbiamente, dall’originale storico, una realtà alternativa ipotetica, che però rispetta in pieno la dignità dell’originale, oltre a rendere, di fatto, la Storia, con la s maiuscola, più interessante e carica di tensione drammatica, e dunque, in due parole, ottemperando in pieno al compito primo di ogni scrittore che è quello di rendere vivo e coinvolgente il prodotto del suo lavoro. Rinnovando dunque la migliore tradizione letteraria italiana – penso a Sciascia, sia con le sue opere più di “invenzione” “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “Todomodo” ecc., come a quelle di ricostruzione storica e di interpretazione storico/narrativa “La scomparsa di Majorana”, “I pugnalatori”, ma anche “L’affaire Moro” già di taglio più giornalistico. E penso agli altri scrittori italiani contemporanei nello stesso solco, che non temono di affrontare narrativamente eventi storici o di cronaca, e anzi si avvalgono delle loro capacità di scrittori per inserirsi nelle pieghe della Storia, sfruttare i punti oscuri di questa e le lacune delle cronache per riempirle di materiale narrativo, di avventure, di occasioni narrative ed espressive. Autori come i Wu Ming di Q, 54 e Manituana, come Valerio Evangelisti con il suo Eymerich ma anche con il ciclo sulla rivoluzione messicana e il suo “Noi saremo tutto” sui sindacati americani. Come Giuseppe Genna che affronta addirittura Hitler con un romanzo biografia, o Antonio Scurati che si propone di offrire un rilancio del Risorgimento come mito fondante del nostro paese e occasione di far fiorire storie avvincenti, un po’ come gli americani fecero col West. O ancora il Roberto Saviano di cui tutti parlano, anche di recente per una polemica critica sorta fra Antonio Pascale e Andrea Cortellessa sulla legittimità e i limiti che un narratore deve o non deve porsi nell’estetizzazione della realtà.
Parlo insomma di gente che osa, perché ha carattere e, di certo nel caso di De Cataldo, perché ha padronanza dei propri mezzi, della tecnica del narrare. Scrittori che sanno rendere avvincente una storia e che sanno sfruttare anche le competenze acquisite magari in altri campi, asservendole alla narrazione.
E qui arriviamo a un altro tratto della scrittura di De Cataldo, che ci avvicina a quest’ultima edizione di Onora il padre (e parlo di edizione per un motivo ben preciso di cui ora dirò). Si tratta, stavolta, di un thriller classico che più classico ormai non potrebbe essere. C’è un serial killer, freddo, astuto che segue una sua logica tutta da scoprire e interpretare, e c’è la nemesi del killer. L’investigatore, poliziotto dell’Unita speciale crimini violenti, allevato con le tecniche investigative americane, che gli dà la caccia, cercando di capire come il criminale ragiona e a quali leggi razionali ma personalissime ubbidisce. Fin qui storia molto classica, per quanto si è visto negli ultimi anni, ma intanto va fatta una precisazione: questa è una riedizione di un romanzo che risale a ormai otto anni fa. Un periodo in cui non c’era ancora l’abitudine di oggi a certe storie, e di certo un periodo in cui, ancora, gli scrittori italiani non si misuravano quasi mai con storie come queste. Era roba lasciata agli autori anglosassoni, perlopiù. I nostri non avevano le competenze tecniche per affrontare questo tipo di storie, e nemmeno, forse, la voglia di mettersi a studiare per affrontarle. E poi si diceva, un serial killer italiano è poco credibile, l’ambientazione non va. I fatti di cronaca degli ultimi anni, invece, penso a Donato Bilancia per dirne uno, hanno smentito questa impostazione. E De Cataldo con questo libro non ha remore nel buttarsi in una storia con caratteristiche come queste, e lo fa, oltre che con la bravura dello scrittore, con la competenza dell’inquirente professionista. Cita e ci fa conoscere, nel corso della narrazione, tecniche investigative (il morphing di cui dicevamo e che in un’era pre CSI non conosceva nessuno), i protocolli d’indagine, le attività quotidiane anche più banali come l’archiviazione delle prove, la cui nozione probabilmente gli deriva dalla professione che De Cataldo svolge quando non scrive, è magistrato. Gli va riconosciuta, insomma, la capacità di saper mettere nelle storie che racconta tutto il frutto migliore dell’uomo e del professionista che è. Una qualità molto “americana” da non sottovalutare.
E infine il coraggio, la sfacciataggine, ancora, di ambientare la storia in una situazione di potenziale anticlimax, a sentire alcuni, e cioè in Italia ma non a Roma o Milano, in provincia, a Rimini, d’inverno. E questa è invece la carta vincente, perché questa scelta così apparentemente poco “sexy” è proprio la cifra migliore della storia. Il grigiore della località balneare abbandonata, gli alberghi semivuoti, il luna park in rovina, il mare d’inverno, la sottile e costante sensazione d’abbandono che pervade tutta la storia, le conferiscono un valore aggiunto che solo il tocco sapiente di uno scrittore come De Cataldo poteva dare.

Messina, 6/3/2008 Guglielmo Pispisa

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