Il ritorno dell’inquisitore (intervista)

images.jpeg     Dopo cinque anni Valerio Evangelisti torna a scrivere del personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza. A ottobre esce per Mondadori Strade Blu “La Luce di Orione”, nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich che questa volta dovrà lasciare il regno di Aragona dopo essere stato esonerato dalla carica per recarsi a Padova alla riunione del capitolo domenicano, dove avrà anche un aspro confronto con Francesco Petrarca. 
L’inquisitore intraprenderà poi un viaggio sulle galee dei crociati agli ordini di Amedeo di Savoia, alla volta di Costantinopoli.  
Dopo cinque anni Valerio Evangelisti torna a scrivere del personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza. A ottobre esce per Mondadori Strade Blu “La Luce di Orione”, nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich che questa volta dovrà lasciare il regno di Aragona dopo essere stato esonerato dalla carica per recarsi a Padova alla riunione del capitolo domenicano, dove avrà anche un aspro confronto con Francesco Petrarca. 
L’inquisitore intraprenderà poi un viaggio sulle galee dei crociati agli ordini di Amedeo di Savoia, alla volta di Costantinopoli. 
La trama si complica e si avvita su stessa carica di orrori, di allucinazioni e di misteri e l’autore bolognese ha tirato, come da tradizione nei romanzi del ciclo, i fili attraverso tempo e storia come quelli che collegano un verso di Dante che nessuno ha mai saputo decifrare, Raphèl mai amècche zabi almi, con un Iraq in stato di guerra perenne nel futuro prossimo. 

Eymerich è tornato. Come mai lo hai lasciato da parte tanto a lungo e come mai è tornato?

Non volevo rimanere troppo legato a quel personaggio, però non intendevo neanche abbandonarlo. La sua “resurrezione” deve molto alle pressioni dei miei lettori, senza troppa resistenza da parte mia.

La scelta di Bisanzio è stata fatta in base a una suggestione iniziale o deriva da una scelta ben precisa e calibrata?

Da un fatto storico preciso. Una crociata in tono minore guidata da Amedeo d’Aosta nel 1366, e diretta a Costantinopoli per sottrarre la città alla pressione turca. Fin dal mio secondo romanzo, uscito nel 1995, avevo ipotizzato che Eymerich vi partecipasse. La trama l’avevo già in mente da un decennio.

Eymerich è mutevole e al contrario di molti personaggi seriali fa i conti con il suo passato. Com’è l’Eymerich de “La Luce di Orione”?

È simile a quello dei primi romanzi, solo con un dubbio in più: che ciò che sta vivendo non sia reale, bensì frutto della sua mente. Che il mondo sia stato organizzato in sua funzione.

Il titolo si discosta dalle “puntate precedenti” in cui compariva quasi sempre il nome dell’inquisitore. Si tratta di una scelta precisa?

I titoli nascono un po’ a caso, anche se, per me, contano nel guidare lo sviluppo della trama. Con “La luce di Orione” volevo suggerire al lettore che si tratta, in fondo, di un romanzo di fantascienza, diverso dai capitoli “metafisici” del ciclo, come “Cherudek” e “Mater Terribilis”.

Anche la copertina del libro è diversa… 

Le copertine non le scelgo io, che non ho alcuna competenza grafica. Devo dire che, senza previi accordi col disegnatore, la copertina riflette assai bene la sostanza dantesca del romanzo.

I tuoi libri sono pubblicati all’estero, anche in paesi lontani. Quale è il suo rapporto con l’estero?

La Francia è un caso particolare. Parlo il francese come una seconda lingua, e questo mi ha agevolato parecchio, in convegni, presentazioni e intreccio di rapporti personali. Per il resto, tradotto in una quindicina di lingue, direi che il successo maggiore lo riscuoto nei Paesi dell’ex Est europeo, Romania e Polonia in primo luogo. Non saprei dire perché. E, cambiando di continente, in Brasile. Ma tutte queste questioni le lascio alla mia agente e al mio editore. 

Il mercato librario americano e molto autoreferenziale ed è difficile che un autore straniero faccia breccia oltreoceano, eppure stai per partire per gli USA per delle conferenze. Cosa sta succedendo? 

Non sta succedendo nulla. Negli Usa, in Canada e persino in Nuova Zelanda ho attirato gli interessi di una parte del mondo accademico (l’italo-canadese Luca Somigli, dell’università di Toronto, mi ha dedicato addirittura uno studio, pubblicato dalle edizioni Cadmo). Si tratta di un ambito del tutto separato da quello del mercato librario che conta. In inglese, finora, è uscito solo un mio racconto, in un’antologia europea curata dalla Science Fiction Writers of America. 

Che rapporti hai con gli altri scrittori italiani?

Ne frequento pochissimi. Quelli con cui curo il sito Carmilla On Line (Giuseppe Genna, Roberto Bui, Girolamo De Michele ecc.). A ogni morte di papa Niccolò Ammaniti e Loriano Macchiavelli. Più che altro per telefono Antonio Moresco, con cui ho un vero rapporto di fratellanza. Assieme si parla di tutto salvo che di letteratura. I miei amici più stretti non rientrano nella categoria degli intellettuali, ammesso che esista. 

Ultimamente hai lasciato da parte fantascienza e fantastico, anche se intrecciate con la storia, per esplorare le pieghe della storia “pura”. 

Io ho una formazione di storico, e la narrativa è stata per me un veicolo per riuscire a esprimermi fuori da convenzioni “scientifiche”. “Noi saremo tutto” e i due Collari (“Il Collare Spezzato” e “il Collare di Fuoco” N.d.R.) sono saggi storiografici in forma romanzata. È una strada che non abbandonerò, nemmeno quando tratto di Eymerich e delle sue fantastiche avventure.

 

 Articolo pubblicato su “Panorama.it”, settembre 2007

 

 

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