Kai Zen, Wu Ming, Washington Irving e David Hume

Nel secondo livello del sito di Manituana dei cugini Wu Ming, potete trovare Lanterna Jack, un nostro racconto che incrocia i due romanzi. ma già che ci siamo lo postiamo pure qui:

LANTERNA JACK
(e che David Hume e Washington Irving possano perdonare il nostro ardire)

Sir Joseph Banks, il presidente della Royal Society, non era ancora arrivato. Così gli aveva riferito il maggiordomo dall’aspetto contegnoso e giallastro mentre lo faceva accomodare in anticamera. Washington Irving trasse l’orologio dal taschino e controllò l’ora: in effetti si era presentato in buon anticipo. Banks era uno dei membri anziani dell’accademia e Irving doveva incontrarlo per assolvere una delle noiose incombenze del corpo diplomatico americano del quale faceva parte lì a Londra. La smania di cominciar prima per finir prima gli aveva fatto accelerare troppo il passo, procurandogli un effetto opposto a quello desiderato: avrebbe dovuto anche aspettare.
Si dispose dunque ad attendere e cominciò a guardarsi intorno per individuare quale, fra i divani di velluto consumato, potesse venirgli più comodo. Scelse quello vermiglio, posto tra l’ampio bovindo e una porta socchiusa su un’altra camera. Avvicinandosi notò che al di là della porta tre gentiluomini discorrevano fumando la pipa. Dalla fugace immagine che colse passando davanti allo spiraglio aperto non avrebbe saputo descriverli, ma l’odore del trinciato era inconfondibile, speziato e rude, assai diffuso fra le persone meno abbienti: gli scienziati inglesi avevano gusti semplici. Irving udì anche uno scambio di battute.
– “… Se i selvaggi presentano una certa somiglianza con gli uomini civili, piuttosto che con gli animali, allora è più probabile che anche il loro intelletto assomigli più a quello dei primi, piuttosto che a quello dei secondi, e si dovrebbe ascrivere la loro specie a quella degli esseri dotati di anima. La vostra conclusione, anche in base ai vostri stessi principi, quindi non regge.”
– “Vi prego sviluppate di più questa argomentazione. Non la capisco a sufficienza così come concisamente l’avete formulata.”
– “Il nostro amico e sodale, come avete già sentito, afferma che, dal momento che nessuna questione di fatto può essere provata in altro modo che con l’esperienza, l’esistenza dell’anima dei selvaggi non ammette nessun altro mezzo di prova. I selvaggi, dice, assomigliano a noi civilizzati, quindi il loro intelletto assomiglia al nostro, quindi la loro anima deve assomigliare alla nostra. E qui notiamo che l’operazione di una parte piccolissima della natura, vale a dire l’intelletto, su un altra parte ben più grande e maestosa, vale a dire l’anima, diventa la regola con cui egli giudica dell’esistenza dell’una in base all’altro, misurando così due cose tanto immensamente diverse con lo stesso criterio. Ma onde eliminare tutte le obiezioni derivanti da questo argomento, dico che ci sono altre parti dell’universo che presentano ancora una maggiore somiglianza con i selvaggi, e che, quindi, ci permettono di formulare una migliore congettura sull’esistenza della loro anima. Queste parti sono gli animali. I selvaggi assomigliano più a un animale che a un gentiluomo. Il loro intelletto somiglia più a quello del primo. Quindi possiamo inferire che il loro intelletto somigli più a qualcosa di simile, o di analogo a quello dell’animale…”

Il discorso dei tre gli pareva interessante anche se lambiccato, ma non era certo cosa degna rimanere a origliare, né l’americano poteva irrompere nella stanza pretendendo di partecipare alla discussione senza nemmeno essere stato annunciato. Anche se, da come sembrava andare la conversazione, qualcosa da dire in proposito lo avrebbe avuto. Una certa esperienza e conoscenza degli aborigeni d’America l’aveva col tempo maturata, tanto da comprendere come le opinioni sulle presunte caratteristiche animalesche che molti bianchi attribuivano loro erano spesso frutto di ignoranza o di interessi mercenari.
Abbandonò l’idea di sedersi sul divano, troppo vicino alla porta, e si spostò verso la finestra, dove il suo sguardo venne attratto dal giardino. Un bel angolo verde, senza dubbio, curato e ampio. La scelta delle piante rivelava il giusto equilibrio fra tradizione ed esotismo. C’erano anche specie tipicamente nordamericane, che gli ricordarono il giardino della casa dei suoi genitori. In particolare il Liquidambar styraciflua vicino al cancello era del tutto identico a quello al quale suo fratello maggiore William una volta lo aveva appeso, per fargli pagare pegno. William era sempre stato un burlone e Washington, in quanto ultimo tra i fratelli, era spesso la vittima designata. Complici il dialogo sui “selvaggi” ascoltato in precedenza e la somiglianza del giardino della Royal Society con quello della sua infanzia, a Washington sovvenne un ricordo sepolto nella memoria molto tempo prima. Il ricordo di una storia narratagli dal fratello, non avrebbe saputo dire se vera o inventata di sana pianta. Una storia violenta.
“Sta’ sicuro che se ti racconto questa, te la fai addosso dalla paura.” La luce sinistra negli occhi di William non era rassicurante, ma il piccolo Washington aveva fatto finta di niente.
“Mi piacciono le storie; racconta.”
William gli aveva girato le spalle, addentrandosi in uno dei numerosi anfratti del giardino circostante la casa. Una delle macchie incolte e selvatiche che ricordavano i boschi del nord. Washington gli era andato dietro, fino a quando il fratello non si era fermato ai piedi di un albero contornato di cespugli fitti. Senza voltarsi aveva cominciato a parlare.
“Immagina” aveva detto. “Immagina un posto simile a questo, ma più sperduto, e più freddo. Un posto più insicuro e vasto di questo. Un bosco dove gli alberi sembra che ti parlino, quando le loro chiome vengono piegate in giù dal vento. E il fiume manda un riverbero grigio e un rumore rabbioso tutto intorno. Avevo più o meno la tua età quando successe, tu non eri ancora nato. Nella zona dei grandi laghi, quando aiutavo papà nel commercio delle pellicce. Erano i primi tempi, allora, e tutti dovevamo lavorare. Pochi giorni prima avevamo incontrato un uomo che non dimenticherò mai. Un mohawk. Il suo nome era Ronaterihonte. Papà gli aveva comprato delle pellicce, e indovina cosa aveva voluto in cambio quel selvaggio…”
Il piccolo Washington era rimasto interdetto per un momento, poi aveva risposto nel modo che gli pareva più logico: “Acquavite immagino, o qualcosa del genere.”
William aveva riso: “Il selvaggio aveva adocchiato dei libri in un angolo del nostro carro, e aveva chiesto di vederli da vicino. L’Ingenuo di Voltaire, e anche qualcosa di Rousseau, credo. Papà se li era portati dietro per farmeli leggere in viaggio, ma quando l’indiano glieli aveva chiesti in cambio delle pellicce, era stato ben contento di cederglieli.” William aveva riso ancora e Washington gli era andato dietro, anche se non avrebbe saputo dire perché. Scambiare pelli d’animale contro libri non gli sembrava un’idea poi così stupida.
“Ma ora viene il bello,” aveva continuato William. “Due giorni dopo io e nostro padre ci eravamo fermati a mangiare nel bosco. Ci aspettava un lungo tratto da fare e papà aveva deciso di riposarsi un po’ prima di partire. Io ero sceso dal carro e mi ero messo a giocare vicino a una fitta macchia di alberi. D’un tratto sentii un rumore, qualcosa si muoveva tra le fronde. Pensai fosse un animale e andai a vedere. Non avevo fatto nemmeno dieci metri addentrandomi fra gli alberi, che la luce si era già dimezzata. Quello che prima aveva contorni netti, un attimo dopo sembrava circonfuso da un alone tetro e vago. Seguii ancora per qualche decina di metri lo scalpiccio, fino a che non vidi qualcosa al limitare di una piccola radura, in campo aperto. Era davvero un animale, un cerbiatto ferito. Cercava di trascinarsi avanti, come se fosse braccato, ma le zampe posteriori erano spezzate e le forze lo avevano abbandonato. Ricordo ancora adesso gli occhi liquidi di quella bestia, e il tremore che le faceva sobbalzare tutto il corpo.
“Non volevo mi scambiasse per il suo carnefice, così me ne allontanai. Stavo ancora decidendo quale direzione prendere per tornare indietro, quando sentii il galoppo di un cavallo, e un urlo che aveva ben poco di umano. Il cavaliere probabilmente stava dando la caccia all’animale che aveva già ferito; nulla di strano, ma quel grido mi aveva gelato il sangue. Non riuscivo nemmeno a muovermi, le gambe erano piantate al terreno come radici. Quando apparve dal lato opposto della radura, non potevo muovere nemmeno un passo. Era tutto vestito di nero. Nero pure il cavallo. Il volto, invece, era bianchissimo. Bianco a tal punto che i lineamenti non si distinguevano. Era come guardare una fonte di luce. Il cavallo andava al passo e il cavaliere, avvicinandosi, prese a roteare la spada. Sfilandogli accanto, tagliò il cerbiatto in due con un colpo secco della lama, però non si fermò a raccogliere la preda. Era come se non gli importasse, come se l’avesse uccisa per gioco e, una volta uccisa la bestia, come se il gioco avesse perso di interesse. Non era un vero cacciatore, sembrava piuttosto un soldato di ventura sbucato chissà da quale battaglia. Io ero rimasto ancora immobile a una decina di metri e non mi aveva degnato di uno sguardo. Fino a quel momento. Non so se tentai un passo o se feci qualche altro rumore che attirò la sua attenzione, ma si volse di scatto verso di me e mi ritrovai a fronteggiare il pallore innaturale del suo viso, che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Il rinnovato terrore però almeno mi sciolse i muscoli e cominciai a correre, proprio quando il cavaliere si era lanciato al galoppo nella mia direzione, sempre roteando l’arma. Cercai rifugio nel fitto della boscaglia, sperando che il cavallo avesse difficoltà a starmi dietro, ma quel demonio sembrava attraversare i tronchi come un fantasma. Quando ormai le ginocchia mi cedevano e il fiato mi aveva del tutto abbandonato, vidi quel selvaggio, Ronaterihonte, appoggiato a un albero. Almeno mi sembrò di vederlo, perché proprio in quell’istante inciampai rovinando a terra, e quando rialzai lo sguardo, l’indiano non c’era più. Non ebbi il tempo di riflettere su quella visione, però, perché il cavaliere mi stava addosso. Sentii ancora il suo urlo e quando mi girai lo vidi sfrecciare vicinissimo. Tra di noi, solo l’albero dove prima avevo creduto di vedere Ronaterihonte…”
William aveva fatto una lunga pausa e si era avvicinato al piccolo Washington sussurrandogli all’orecchio: “E sai cosa accadde quando il mio inseguitore passò accanto a quell’albero?” Washington aveva provato un brivido. Aveva timore di sapere, ma non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo.
“La testa, col suo volto pallidissimo e indefinito, gli venne spiccata dal collo. Proprio mentre sfilava vicino a uno dei rami dell’albero. Avresti dovuto vederlo: il corpo senza testa continuò a cavalcare come se niente fosse e scomparve oltre, mentre il capo mozzato mi rotolò accanto. Gli occhi erano senza luce ma la bocca era ancora aperta in una smorfia immonda, sembrava una di quelle zucche grottesche che gli irlandesi intagliano per Ognissanti: era stato decapitato mentre urlava.”
William a quel punto aveva passato un dito sotto la gola del fratellino, modulando un fischio lungo e lugubre, poi aveva ripreso: “Subito dopo da quel ramo discese proprio Ronaterihonte, fino a quel momento invisibile. Stringeva in mano una specie di lungo pugnale. Si chinò sulla testa del cavaliere e ne recise lo scalpo, poi mi aiutò ad alzarmi. Non ricordo se gli dissi qualcosa, ma lui si allontanò senza una parola… Non avevo mai raccontato questa storia a nessuno. Non so nemmeno perché te la sto dicendo adesso…”
Washington non aveva detto nulla, ma sentiva le ginocchia tremare e una strana eccitazione in petto. Era una storia fantastica e spaventosa, di quelle da narrare nelle notti tempestose. Il fratello si era avviato a lunghi passi verso la casa, lasciandolo da solo con gli occhi sbarrati. Le fronde degli alberi, scossi dal vento, sembravano volerlo ghermire per ingoiarlo nelle crepe dei loro tronchi. Il piccolo Irving aveva deglutito e si era messo a correre dietro a William, che di certo sghignazzava tra sé.

I toni accesi della conversazione in corso nella stanza accanto lo riscossero dai ricordi. Banks sembrava tardare ancora, e così per ingannare l’attesa Irving cominciò a passare in rassegna i dipinti alle pareti, come si trovasse in un museo. I volti di Boyle, Newton, Locke, Bacon, Wilkins lo squadravano severi da sotto le parrucche. Gli tornò in mente, così come se lo era immaginato da piccolo, il ghigno del cavaliere nero, cristallizzato dalla morte nella sua ultima terribile espressione da “Lanterna Jack”. Tirò fuori dal panciotto una matita e un piccolo taccuino e annotò: Cavaliere decapitato. Continua a cavalcare senza testa. Un’immagine suggestiva per un racconto; aveva già il titolo: “La leggenda della valle addormentata.” Lo sussurrò tra sé, come per verificarne l’efficacia. Non c’entrava molto con il racconto del fratello, ma suonava bene e poi Irving era uno scrittore, dopotutto, e uno scrittore deve potersi prendere certe libertà. Ripeté ancora una volta il titolo, questa volta a voce alta. Si sorprese a sottolineare soddisfatto con la matita le parole appena vergate, dondolando avanti e indietro, inarcando la schiena come un bimbo con il vaso della marmellata appena rubato dallo stipetto della cucina. Si sentì vagamente a disagio per la sua goffaggine, mise via il taccuino e cominciò a camminare fino a spingersi di nuovo nei pressi della porta da cui provenivano ancora le voci dei tre uomini di sicenza.

– “… Ma come è concepibile che un selvaggio che pure parla, possa essere simile a un animale?”
– “Molto facilmente. Nello stesso modo in cui un animale ruggisce, così, quell’animale che è il selvaggio, parla.”
– “Insomma, secondo voi una lieve somiglianza tra i suoni gutturali dei selvaggi e i versi delle fiere sarebbe sufficiente a stabilire la stessa inferenza per entrambi? Oggetti di studio che in generale sono tanto diversi dovrebbero essere un modello l’uno per l’altro.”
– “Giusto. Questo è l’argomento su cui insistere. Ho anche affermato in passato che non abbiamo dati per stabilire alcun sistema. La nostra esperienza, tanto imperfetta di per sé, e tanto limitata per estensione e per durata, non può fornirci alcuna congettura probabile per le cose nel loro insieme. Tuttavia, se proprio dobbiamo stabilire qualche ipotesi, sulla base di quale regola, prego, dovremmo determinare la nostra scelta? C’è un’altra regola oltre quella della maggiore somiglianza fra oggetti messi a confronto? E perché non può un selvaggio, un indiano, dotato di istinto e ferocia, presentare una maggiore somiglianza con un gentiluomo civilizzato dotato di cultura e ragione di quella con un animale ?”

Con molta probabilità, i luminari oltre la soglia non avevano mai visto un indiano in vita loro, se non in qualche stampa, eppure parlavano di esperienza. Rimase pensieroso, impalato davanti alla soglia con lo sguardo basso.
Non sentì Sir Banks avvicinarsi e quando le scarpe dello scienziato, che avevano una curiosa fibbia a forma di testa d’ariete, entrarono nel suo campo visivo, fece un sobbalzo.
“Mister Irving, non intendevo spaventarla. La prego di accettare le mie più sentite scuse.”
Washington lo guardò negli occhi per un istante, poi si ricompose. “È lei che deve perdonare me, Sir Banks. Stavo ammirando i dipinti alle pareti, quando la mia attenzione è stata distolta da una conversazione che non ho potuto fare a meno di ascoltare.”
“Una conversazione? Ma non dovrebbe esserci nessuno qui.”
Le voci oltre la porta ripresero il filo del discorso con maggiore concitazione.
Sir Banks inarcò un sopracciglio guardando perplesso Irving, che allargò le braccia.
Il presidente della Royal Society spalancò la porta entrando nella sala. Da dietro la sua spalla l’americano vide le tre figure saltare in piedi dalle poltrone e impallidire visibilmente.
Banks mantenne un tono di voce pacato ma fermo come un’incudine. “Samuel, David, Gilbert che cosa state facendo qui?”
Ora che poteva vedere i tre “gentiluomini”, Irving si accorse che indossavano l’uniforme da inserviente della Royal Society. Uno dei tre cercò di dire qualcosa, ma il presidente lo bloccò con la mano. “Non lo so e non lo voglio sapere. Ma che non succeda mai più. Spegnete quelle pipe puzzolenti e tornate alle vostre incombenze. C’è un fuoco da accendere e un ospite da servire.”

METATESTO

– William e Washington. Il primo dei due fratelli Irving (1766 – 1821), diplomato in scienze mercantili, commerciò in pellicce con gli indiani sul fiume Mohawk assieme al padre prima di tornare nella natia New York ed essere eletto tra le fila dei repubblicani al congresso. Washington (1783 – 1859) diplomatico e scrittore, sarà ricordato nella storia della letteratura americana soprattutto per la short story “La leggenda della valle addormentata” conosciuta anche come “La leggenda di Sleepy Hollow”, contenuta in “The Sketch Book of Geoffrey Crayon, Gent.m” scritto durante un viaggio in Inghilterra e pubblicata per la prima volta nel 1819. Nella storia si inserisce la leggenda del Cavaliere senza testa, il fantasma di un cavaliere dell’Assia che perse la testa durante la Guerra d’indipendenza statunitense e che cavalca durante la notte alla bramosa ricerca di una testa.

– Sir Joseph Banks (1743 – 1820), naturalista e botanico, è stato a lungo presidente della Royal Society. Convinto sostenitore dell’internazionalità del sapere, contribuì efficacemente a tenere aperte le comunicazioni scientifiche persino con la Francia durante le Guerre Napoleoniche. Avendo ereditato una cospicua fortuna poté finanziare diverse spedizioni scientifiche. Nel 1766, anno in cui fu accolto nella Royal Society, prese parte a una spedizione a Terranova e in Labrador. Fu poi prescelto per accompagnare James Cook nel suo primo grande viaggio verso Tahiti, una missione congiunta fra La Royal Society e la Marina Inglese. Durante la sua presidenza, la Royal Society accolse e ospitò diverse personalità del mondo scientifico, diplomatico e artistico internazionale.

– La storia di Lanterna Jack (o Jack-o’-lantern o Jack della Lanterna o Gianni il Lanternino), la famosa zucca intagliata di Halloween, risale alla leggenda irlandese dell’astuto contadino Jack che con un inganno intrappolò il diavolo e lo liberò solo dopo che questo promise di non farlo mai entrare all’inferno. Quando Jack morì, aveva peccato così tanto da non poter essere accolto in paradiso, ma il diavolo non lo lasciò entrare all’inferno. Così lo sciagurato intagliò una delle sue rape, ci mise una candela dentro e cominciò a vagare senza fine per il mondo alla ricerca di un posto dove riposare.

– Il dialogo tra “gentiluomi” è un ironico, e indegno, omaggio ai “Dialoghi sulla Religione Naturale” di David Hume, che siamo certi avrebbe perdonato il nostro ardire invitandoci a una partita di tric-trac

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