I vostri affezionati Kai Zen di quartiere saranno a Pavia, con Francesco Aloe, sabato 1° ottobre alle 18 al Sottovento in via Siro Comi 8.

I vostri affezionati Kai Zen di quartiere saranno a Pavia, con Francesco Aloe, sabato 1° ottobre alle 18 al Sottovento in via Siro Comi 8.

Volete ascoltare un reading musicato di Delta Blues, nella fantastica cornice dell’isola di San Servolo, di fronte a San Marco, all’ora del tramonto, con un drink in mano e in pace con il pianeta intero?
Allora fatevi un giro a Venezia sabato prossimo 18 giugno, e cercate il padiglione danese OSLOO. Uno spazio pubblico, un bar, una stazione radio pirata. Un punto di ritrovo. Per ascoltare.
Sabato 18 giugno 2011, dalle 19:00
KAI ZEN legge DELTA BLUES @ OSLOO, Biennale di Venezia
Si riparte dopo la pausa gennaio – febbraio. Dopo il tour panamericano che ci ha portato da New York, Boston e Toronto a Buenos Aires siamo pronti a mordere l’asfalto di nuovo. Le tappe del tour ve le daremo volta per volta in dettaglio, sappiate che nei prossimi mesi saremo a Imola, Udine, Pisa, Castenaso, Bressanone e Bolzano. Se qualcuno ci volesse dalle sue parti a sfasciare alberghi e a dare fuoco alle chitarre… eh come dite? Ah sì è vero siamo una band, ma di scrittori… Be’ se ci volete dalle vostre parti a spezzare delle penne… scriveteci cliccando sul flyer virtuale del delta blues tour qui a destra…
Ci vediamo questa sera (sabato 5 marzo) alle 18.30 a IMOLA (BO) al Caffè Letterario Quinò in Via Emilia 194.
Abbiamo trovato in rete e pubblichiamo con piacere:
Una compagnia petrolifera avidamente orientata al profitto.
Un geologo coraggioso che crede in un futuro di energie rinnovabili.
Troppi interessi in gioco, un agguato, un rapimento.
Al ritmo di blues il Delta del Niger si fa protagonista e spettatore di una storia di oscura redenzione.
Recensione
Questo libro è ispirato a Cuore di tenebra e si vede. E’ un piacere notare i parallelismi tra le due storie, la trama in comune, chi assume quale ruolo, in cosa differiscono, come è cambiata la situazione dalla fine dell’800 a ora e come invece non è cambiata minimamente per certi aspetti.
La parte di Marlow è recitata da Tamerlano, nome in codice di un soldato, un segugio, un uomo abilissimo nel riportare a casa le persone scomparse in zone pericolose.
A lui si rivolge il governo italiano per riportare a casa Klein, geologo al servizio dell’ente, compagnia petrolifera con interessi un po’ in tutto il mondo. Klein aveva dato una svolta al proprio lavoro, aveva cominciato a proporre cambiamenti in favore delle energie alternative, ed era appoggiato da personalità influenti in Europa. L’ente lo aveva spedito al Delta del Niger per effettuare uno studio di fattibilità, ma a quanto pare il geologo era stato rapito dai ribelli del MEND e ora si doveva cercare di riportarlo a casa.
In realtà l’Ente, così come gli inviati della Compagnia nel libro di Conrad, non vuole modificare di una virgola la propria politica. Affianca a Tamerlano un suo uomo sul posto, l’equivalente del Conradiano addetto alla fabbricazione di mattoni e contemporaneamente anche del Direttore, e un paio di membri della JTF con il chiaro compito di far fuori Klein, nel caso fosse ancora vivo.
E in più gli alti vertici societari hanno in allerta anche i russi, compagni di affari desiderosi che i progetti di Klein non vedano la luce.
Klein, ovviamente, è Kurtz.
La persona illuminata che parte armata di ottimi propositi e finisce nel cuore dell’Africa, in mezzo agli indigeni.
La persona che cambia tutti quelli con cui parla, tanto è vero che incontriamo prima un’alta funzionaria dell’Ente in Nigeria pronta a lasciare l’incarico e diversi indigeni lungo il corso del fiume che erano stati profondamente toccati dai discorsi dell’uomo.
La persona che finisce schiacciata dalle tenebre, perde la salute sia fisica che mentale, poco a poco impazzisce e si cala sempre più nella tenebra.
Uno dei difetti che avevo trovato in Cuore di tenebra erano le tantissime ripetizioni, le tante omissioni, le troppe metafore.
Qui invece tutto è più chiaro, più scorrevole.
La tenebra è ben inquadrata, l’oppressione mentale di Klein diventa anche oppressione fisica per l’uomo impossibilitato a vedere il cielo e il sole, nascosto sotto la fitta copertura degli alberi.
E anzi, il personaggio di Klein viene mostrato chiaramente e con dovizia di particolari, dato che mentre Tamerlano e i suoi compagni di viaggio ne seguono le traccie, noi scopriamo poco a poco il viaggio che ha condotto Klein fino a dove si trova ora.
E poi abbiamo Marguerite, la reporter belga che decide di fare un servizio su Klein, a causa del suo incontro fortuito con Tamerlano e che per certi versi condivide con lui il ruolo di Marlow.. Precipitando anche lei nel cuore della tenebra, incontrando la morte come non l’aveva mai vista prima.
Perché alla fine del viaggio lei sarà cambiata, e anche Tamerlano sarà profondamente cambiato, dilaniato dall’interno dalle esperienze vissute e dalla figura di Klein.
Il libro ha una buona storia, e ci mostra in maniera cruda la situazione dei luoghi come il Delta del Niger.
Dove la gente muore di fame, o muore intossicata per aver mangiato qualcosa distrutto dall’inquinamento, inquinamento prodotto dalle pipeline fatiscenti e raramente manutenute.
Inquinamento e miseria, dato che l’economia è cannibalizzata da questi Enti.
Al tempo di Conrad i nativi erano dei selvaggi che vivevano in tribù nascosti nella foresta, vedevano Kurtz come una divinità e facevano gli schiavi per i lavori di fatica. Quelli svegli, con mesi di addestramento, arrivavano a tenere il timone dei battelli e a tenere viva la caldaia.
Adesso sono sempre schiavi. Schiavi di chi gli sfrutta la terra dandogli in cambio la morte sotto forma di terreni e acque avvelenate. Vivono in baraccopoli, oppure hanno studiato e preso lauree sperando di poter cambiare in meglio il proprio paese solo per scoprire che gli risulta più utile il fucile che le lauree, e vivono nascosti in villaggi clandestini nella foresta meditando attacchi di poco conto contro gli Enti.
Mi è piaciuto, ben più di Cuore di tenebra.
L’unica cosa che mi lascia perplesso è il blues, presente nel titolo, nella quarta di copertina, nell’apertura delle scene in cui il libro è diviso. Ma che per il resto non mi sembra granché importante per la storia, compare giusto con l’Arlecchino…
Non ho più la forza ormai. Sono stato ingoiato da tutta questa tenebra. Ho visto in faccia l’orrore, e ho cominciato a capire cosa significhi essere liberi. Liberi dalle opinioni altrui e dalle proprie. Mi sono fatto amico dell’orrore e del terrore mortale. Dovevo essere loro amico. Ho provato a salvare questa gente. Ho provato a farlo pensando di uccidere la mia gente. Ma non ho avuto la tempra per andare fino in fondo. Ho visto alcuni di questi uomini far morire di fame i propri figli, mentre il pesce si dimenava in pozze di petrolio. Ho visto alcune di queste donne far morire di fame le proprie figlie, per non darle in pasto a criminali assetati di sangue. Loro sono più forti di noi. Possono sopportare, hanno la forza di fare cose come quelle. Hanno l’amore per farlo. Un amore sconfinato. Hanno solo bisogno di qualcuno che insegni loro come reagire. Che spieghi loro come incutere timore, come evocare il terrore.
Voto: 7/10
L’autore
Kai Zen è un gruppo di narratori nato nel 2003, formato da Jadel Andreetto, Bruno Diorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani. Realizza progetti di scrittura collettiva come romanzi, racconti, articoli, recensioni musicali.
Il loro materiale è distribuito con licenza CC sul loro sito.
—————————————————————————————————————————
La recensione del mangialibri:
“Chi ha paura del serpente/ Ha paura della gente/ Love and go!”. Pensa al Mississipi Delta Blues di Robert Johnson ma riesce a canticchiare solo il ritornello di Un boa nella canoa, un motivetto un po’ trash di Andrea Mingardi. Martin Klein sta risalendo il Delta del Niger ed è appena stato rapito dai ribelli locali. Lavora per un Ente petrolifero italiano ed è stato spedito in Nigeria per verificare la fattibilità di una riconversione sostenibile degli impianti petroliferi. Peccato che Martin è l’unico a crederci, l’unico consapevole dell’impatto devastante delle Compagnie petrolifere su quella terra. Un esempio su tutti, il paradosso dei gas flaring: la pratica di bruciare i gas che si estraggono assieme al petrolio. Il 70% di quella potenziale risorsa energetica viene dispersa nell’aria causando piogge acide e la contaminazione di terreni fertili, falde acquifere e pozzi d’acqua potabile. Ma l’Ente non ha nessuna intenzione di procedere alla riduzione delle emissioni – considerata sconveniente dal punto di vista economico –, né in Madrepatria, né in Nigeria. Mr Klein deve essere eliminato. Quale modo migliore se non farlo fuori in Nigeria e poi dare la colpa ai ribelli locali? Solo che l’agguato fallisce, Martin fugge e si disperde nella foresta, in quella selva di pirati, contrabbandieri, mafiosi, politici, mercenari, meccanici, guerriglieri, autisti e ribelli. Sulle sue tracce viene assoldato Ivo Andriç, il Tamerlano, Toccherà a lui scoprire la verità e traghettarci nel cuore nero, nerissimo, dell’Africa…
E tra i personaggi del libro compare anche Ivo Andric
Il thriller esce in una collana che ha ospitato anche Lucarelli e i Wu Ming
Una bella intervista realizzata da Emiliano Angelelli, che ringraziamo.
A voi i due link al blog (è stata pubblicata suddivisa in due parti) e sotto il testo completo.
E adesso correte in libreria!
http://blog.verdenero.it/2010/11/10/delta-blues-intervista-ai-kai-zen-parte-prima/
http://blog.verdenero.it/2010/11/11/delta-blues-intervista-ai-kai-zen-parte-seconda/
—
Si chiama Delta blues ed il nuovo romanzo di Kai Zen uscito per VerdeNero Romanzi il 20 ottobre scorso.
Ambientato nel Delta del Niger, il libro del collettivo di narratori è un ecothriller dai numerosi richiami letterali e musicali.
Nei giorni scorsi ho raggiunto i Kai Zen per un’intervista. Ne è uscita una lunga chiacchierata che ho diviso in due parti. Ecco per voi la prima. Domani arriva la seconda.
Delta Blues, un titolo dai richiami musicali. Perché?
Per Kai Zen la questione del titolo è una questione spinosa, deve riassumere ma non rivelare, deve accattivare ma non prostituire, deve racchiudere in sé il cuore del racconto ma allo stesso tempo rimandare a qualcosa di distante. Ancor prima di scrivere il libro, mentre stavamo lavorando alla trama, Delta Blues si è abbattuto con naturalezza sul lavoro, appena abbiamo scritto la parola delta abbiamo lasciato le sinapsi fare i loro collegamenti. Il Delta Blues è il blues dei primordi, quello dei primi del ‘900, quello di Robert Johnson che fa il patto con il diavolo al crocicchio, ed è anche una sorta di colonialismo al contrario.
La musica africana che colonializza i ritmi irlandesi e scozzesi, gli imbastardimenti tra suoni del nordeuropa e quelli creoli e dà vita al blues, con la sua cadenza languida, triste, ma anche rabbiosa adatta perfettamente a narrare il fluire del fiume. Abbiamo semplicemente riportato in Africa questo suono che lì è nato e che in occidente ha trovato la chiave di tutto il suo dolore, la sesta nota della pentatonica, il Krol, la “blue note”. Quella aggiunta clandestinamente.
Scegliere un titolo del genere ha condizionato il racconto, ha modificato l’intreccio costringendoci quasi a inserire il blues per davvero. E così l’arlecchino conradiano si è trasformato in un bluesman, completamente matto. La sua sanità mentale è venuta meno, la sua passione per il blues, il cortocircuito creato da queste sonorità che vanno a ovest e ritornano indietro, non lo ha risparmiato.
È un’allegoria di un Africa non più attuale, un Africa che ha fatto il patto con il diavolo e che ha pagato con la sua anima un conto troppo, troppo salato. L’Africa rappresentata da uomini come Sunday e da alcuni esponenti del MEND è invece tutt’altra cosa, è un Africa su cui l’occidente ha smesso di esercitare un’influenza morale.
Il libro è diviso in cinque parti, ognuna i esse porta il titolo di una canzone di Johnson e ci sono sembrate perfette per riassumere il senso di ogni parte.
Perché definite Delta Blues una cover?
Perché lo è. Si tratta del rifacimento di Cuore di tenebra di Conrad, rivisitato secondo il nostro stile e il nostro punto di vista di uomini del XXI secolo. Noi tutti adoriamo la musica e abbiamo senza dubbio un approccio alla letteratura simile a quello di una band: ogni strumento suona in funzione dell’amalgama finale. Di conseguenza amiamo l’esercizio delle cover e apprezziamo l’idea di reinventare un’opera sulla base delle sensazioni che questa ci ha dato originariamente. Una cover è un diverso punto di vista, più che una versione comparabile all’originale. Anche perché in questo caso avremmo le nostre difficoltà, nei confronti di un romanzo simbolo del XX secolo.
E perché proprio Conrad?
Quando ci è stato proposto di lavorare a un romanzo Verdenero e abbiamo pensato di rivolgere l’attenzione agli scempi ambientali delle compagnie petrolifere in Africa, ci è venuto naturale considerare simili interventi come conseguenze deteriori del neocolonialismo. Da lì il pensiero è andato al colonialismo e a una delle sue opere simbolo, che è senz’altro Cuore di tenebra. Non è la prima volta che Cuore di tenebra viene rivisitato, basti pensare ad Apocalypse Now, ad Aguirre furore di Dio (che però è perlopiù ispirato alle memorie di Gaspar de Carvajal), o per rimanere in tema di libri a L’accordatore di piano di Daniel Mason.
Il petrolio nel Delta del Niger, un tema molto delicato che con VerdeNero Inchieste abbiamo trattato in Guerra alla terra. Com’è nata, e soprattutto perché è nata, l’idea di ambientare il vostro romanzo all’interno di questo complesso scenario geopolitico?
Kai Zen ha sempre avuto una spiccata propensione a dipanare complicati e complessi intrighi internazionali attraverso narrazioni ramificate e strutturate su diversi livelli di analisi. Amiamo la dimensione corale (migliore anche per suddividersi il lavoro, in un certo senso), ci interessano gli equilibri del mondo, lo scacchiere internazionale, il potere, la politica, l’economia e come tutto questo si muove e si attorciglia nella graticola spazio-temporale in cui noi tutti viviamo. Tutto ha una spiegazione, in ambito macroeconomico. Semmai l’assurdo e l’inspiegabile sono dentro il singolo individuo. Inoltre abbiamo sempre considerato il ’sistema petrolio’ come qualcosa di dannoso e ipocrita – almeno in parte – dunque l’occasione era solo da cogliere. Per puro caso, poi, alcuni di noi avevano già seguito le vicende del Delta e avevano approfondito, rimanendone colpiti.
Nel romanzo c’è una citazione piuttosto evidente. Ivo Andric, protagonista del libro, prende il nome dal più noto scrittore bosniaco del Novecento.
“Un omaggio e un’abitudine” scrivono i Kai Zen. “Spesso i nostri personaggi hanno nomi di scrittori e filosofi, oppure di perfetti sconosciuti. Sono le categorie che ci interessano di più”.
Il libro alterna le vicende in prima persona di Andric – che è in Nigeria sulle tracce di Klein, dipendente dell’Ente scomparso nella giungla – e la corrispondenza email di Klein con la figlia prima e i suoi diari di prigionia poi. Comè nata l’idea di questo doppio binario temporale? Qual’era l’effetto narrativo che intendevate ottenere?
Ci sembrava opportuno dare voce fin da subito anche al nostro “Kurtz/Klein”, cosa che Conrad in Cuore di tenebra in pratica fa solo alla fine. La tanto millantata egemonia morale e intellettuale del primo mondo, rappresentato da Klein, non esiste più e forse non è mai esistita. E’ soltanto economica. Inserendo il punto di vista di questo personaggio, attraverso l’espediente della corrispondenza telematica, ne abbiamo dato atto in modo esplicito fin da subito. Inoltre il doppio piano narrativo permette di porre a confronto due distinte ricerche individuali, rappresentate da viaggi che finiscono per diventare percorsi interiori e nel tempo, nel profondo dell’animo umano.
L’Ente, gigantesca multinazionale del petrolio, ricorda molto una società di nostra italica conoscenza. Mi sbaglio?
Certo che ti sbagli. Ogni riferimento è puramente casuale, no? Scherzi a parte, l’Ente non è una sola compagnia, è la summa di ciò che di cattivo hanno fatto e fanno, un po’ per una, tutte le compagnie petrolifere in quell’area. E potremmo anche aggiungere che, in verità, forse il nostro ente nazionale, sia in passato grazie a un personaggio assolutamente di rilievo (per quanto indubbiamente controverso) quale Enrico Mattei, sia nei decenni attraverso alcune politiche di riqualificazione, non è certo tra i peggiori, per quanto ridicola sia una classifica dei “meno cattivi”. E’ il “sistema petrolio” il problema, non il singolo soggetto economico. E’ stato giusto per il mondo puntare solo sul petrolio per energia, trasporti, prodotti di consumo? Secondo noi no. E – qui sì l’Italia arriva per ultima – pare che oggi nessuno l’abbia ancora capito, che si può anche fare business con qualcosa di più pulito. Soldi senza ridurre il pianeta a un colabrodo.
Alla fine di Delta Blues avete allegato la bibliografia, una cosa piuttosto inconsueta per un romanzo. Come mai questa scelta?
Per noi è naturale, lo facciamo sempre. Anche per il nostro precedente romanzo “La strategia dell’ariete”, e sarà così pure per il prossimo. La nostra è un’officina narrativa, e i libri che consultiamo sono gli attrezzi che adoperiamo ogni giorno. Non vuoi forse menzionare la chiave inglese che hai utilizzato tra i fautori del successo della tua manodopera?
Kai Zen è il secondo romanzo VerdeNero scritto da un collettivo (prima c’erano stati i Wu Ming). Il tema della scrittura collettiva mi incuriosisce molto. Riferito al lavoro che sta dietro a Delta Blues, come avete concepito l’idea, come ci avete lavorato, come avete diviso il lavoro? Avete una modo di procedere ben definito oppure ogni romanzo viene organizzato e sviluppato diversamente?
Ogni romanzo ha bisogno di una configurazione diversa. Ce ne accorgiamo già nella fase iniziale del brainstorming. Questo racconto in particolare è stato pensato in quattro, scritto in due ed editato in tre. Delta Blues però è anche un altro dei tasselli che stiamo mettendo assieme per completare un grande affresco narrativo, un processo alchemico che collega ogni lavoro firmato da Kai Zen. La strategia dell’Ariete era la parte del sangue, Delta Blues è quella dell’acqua, il prossimo sarà quella del metallo.
Siete dei tirapacchi. Eravamo lì ad aspettarvi, dita tamburellanti sulla porta d’ingresso e uno sbuffo dietro l’altro. Eppure non siete venuti. Forse avete pensato anche voi che vi si sarebbe notati di più non essendoci, e questo post dedicato sembra confermare la cosa. Può essere, maniaci dell’individualismo sfacciato! Ma intanto ecco sotto cosa vi siete persi: l’impavido Andrea Broggi ha stilato cotanto gradevole resoconto. Lo ringraziamo.
E ora correte a comprare Delta Blues, disgraziati! Trattasi di romanzo assai gradevole, potete fidarvi… l’hanno detto anche i nostri zii.
http://lettereegiorni.blogspot.com/2010/11/verdenero-all-stars-reading-teatrale.html
Se non fosse stato per Saverio Fattori, non avrei mai saputo di questo evento e apro la recensione, con questo brevissimo preambolo, semplicemente perché pare che “passaparola”, sia la parola magica di questo mio vivace inizio bolognese (ad esempio l’incontro con Mandracchia, mi era stato suggerito da Charlotte Pitagora).
Il Sì di Bologna, il luogo ospitante, è uno spazio cittadino che descriverò con le uniche parole che trovo davvero sìindicate, quelle lette su un rettangolo di foglio A4, affisso su una delle due ante di ingresso: “Teatrino clandestino”.
Verdenero All star, questo il nome dato al “galà” organizzato dalla casa editrice VerdeNero, con lo scopo di promuovere il libro Delta Blues, ultima fatica del gruppo Kaizen, e “… chiamare a raccolta tutti i suoi autori bolognesi per una serata di festa, impegno e divertimento”. L’evento si è quindi diviso tra un reading teatrale del libro con annesso incontro con l’autore, anche se trattandosi del gruppo Kaizen, l’autore in questione ha 4 nomi e 4 entità fisiche (Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, per ragioni geografiche i soli presenti, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani) e una vera e propria festa mondana, arricchita da musica rock alternativa e scrittori famosi. In proposito, però, ho trovato stonata la scelta di accentuare nella locandina la presenza di questi ospiti speciali, per l’apparente vicinanza del concept di base a un’offerta di possibili relazioni pubbliche, piuttosto che a una serata culturale. Ad ogni modo, probabilmente anche grazie alla partecipazione di tali scrittori, (permettetemi di non fare superflui elenchi!) le presenze in sala erano numerose e, se sottolineo la decina di minuti di ritardo, con cui è cominciata la performance, è solo per indicare quanto, per entusiasmo personale, abbia percepito l’attesa dell’inizio del reading teatrale, in assoluto il primo a cui ho assistito (prima fila, tra l’altro); un’esperienza che spero di poter ripetere presto.
Delta Blues, è un romanzo che immerso nello sfondo degradato dell’Africa del Delta del Niger, ricalca, attualizzandolo, l’immenso Cuore di Tenebra di Conrad (a sua volta ambientato sul fiume Congo). Un lavoro dai tratti complessi, che supera il muro del romanzo conradiano, rappresentato dal contrasto tra l’uomo bianco, protagonista parlante e attivo, e l’uomo nero, comparsa muta e misteriosa; quest’ultimo, infatti, qui diventa parte attiva e giocante un proprio autonomo ruolo. E non c’è da stupirsi se tutto questo contribuisce, in breve, non solo a inscenare una valida storia consolidata dai tratti fumosi del noir, ma che miscela anche il gusto sottile del thriller, a quello “sfacciato” del reportage d’inchiesta.
A rappresentarlo erano presenti sul palco tre persone: Jadel Andreetto, co-autore e inteprete delle parti non recitate del romanzo, come voce riassuntiva, più che narrante (in procinto di iniziare un tour letterario che lo porterà fino a New York, Toronto e Buenos Aires, solo per citare alcune delle prossime tappe) e poi Daniele Bergonzi e Andrea Giovannucci della Compagnia fantasma come attori/lettori. Quest’ultima, composta anche dall’organizzatrice Cristina Buono, Stefano D’arcangelo e Alessandro Giovannucci, dal canto suo, è un nome che continuerà a stimolare per un bel po’ la mia mente, non solo per l’abilità tecnica, interpretativa e a tutto tondo teatrale di Daniele e Andrea, che persino da seduti e per più di mezz’ora, hanno reso fotograficamente nitide le immagini e dato tridimensionale vita ai personaggi presenti nei passi letti dell’opera, ma anche per una perfetta colonna sonora, a cura di Stefano e Alessandro, decisamente efficace e in tema, caratterizzata da suoni elettronici chillout e percussioni (a voler cercare il pelo nell’uovo, forse peccando nel volume, appena più alto del necessario).
Non c’è finale deludente, né credo di dover menzionar, il mio “oltranzismo” alla seconda parte mondano-musicale della serata, in fondo le relazioni sociali sono fondamentali, ad esempio, senza loro, avrei “rischiato” di trascorrere un venerdì sera in un’ennesima osteria.
A presto e buona lettura.
Ps. Ringrazio infine, Jadel dei Kaizen e Daniele della Compagnia Fantasma, per la gentilezza dimostrata nel sopportare, rispettivamente, domande curiose e domande mancate.
“Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. E invece domani alle 18 saremo a Bologna (cazzo sono ancora soltanto a Bologna) alla Feltrinelli di piazza Ravegnana in compagnia di Wu Ming 2 e alle 21 al Teatro Sì di via San Vitale 67 per Verdenero All Star, con una compagine d’autori da far rizzare i capelli al mondo dell’editoria: Wu Ming, Carlo Lucarelli, Siomona Vinci, Deborah Gambetta, Loriano Macchiavelli, Alfredo Colitto, Valerio Varesi, Girolamo De Michele, Francesco Aloe. La serata si aprirà con lo spettacolo della Compagnia Fantasma tratto da Delta Blues e poi come ai vecchi tempi si sale in consolle per il dj set (kiss kiss bang bang rock ‘n’ roll country western black ‘n’ death & delta blues ça va sans dire).
Abbiamo detto che stanno arrivando le prime impressioni e le prime interviste, Luca Crovi è stato il primo in assoluto e sul blog di Tutti i colori del giallo potete leggere lo scambio che abbiamo avuto con lui.
Andrea Consonni. su Lankelot e D’Andrea GL parlano in modo opposto, davvero opposto, materia da neofenomenologia critica, di Delta Blues… uno lo stronca l’altro ne parla bene per 4 (!) post… Ringraziamo entrambi per la passione con cui si sono dedicati alla lettura e alla riflessione sulla lettura.
Partiamo dalla stroncatura. Prima quello cattivo poi quello buono diceva sempre mia nonna quando doveva rifilarmi una medicina tremenda seguita da un dolce… Io non ero molto convinto ma comunque… ”Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”.
Delta Blues secondo Andrea Consonni: Assistendo al quotidiano spettacolo messo in scena dai mezzi d’informazione viene da chiedersi se l’Africa (ma questo vale anche per l’Asia e l’America Latina) esista ancora fisicamente e se il mondo in cui viviamo sia realmente ancora quello rintracciabile su un Atlante Geografico. A ricordarci dell’esistenza del continente africano sono saltuariamente le notizie riguardanti la tale modella chiamata a rispondere di un diamante insanguinato, l’epidemia o la catastrofe che provoca un tale numero di morti da richiamare orde di cronisti affamati di scoop (se sono coinvolti dei turisti europei ancora meglio), il rapimento di qualche occidentale (ma se il rapimento non ha una rapida soluzione, addio notizia) o lo sbarco di mezzi d’assalto in stile D-Day-Somalia e soprattutto documentari o reportage di viaggio in televisione a o trasmessi privatamente ai propri cari, senza per altro dimenticare gli stadi dell’ultimo mondiale di calcio disputato in terra sudafricana.
Tutto il resto passa nel silenzio più assoluto, nel dimenticatoio, tanto siamo impegnati nel nostro microcosmo di letterine, partite di calcio e grandi fratelli. Recuperare notizie spetta al singolo che deve affidarsi alle poche riviste o siti internet specializzati, ai racconti di prima mano dei missionari (come accade al sottoscritto) o di operatori umanitari che svolgono il proprio duro lavoro in quei luoghi.
Meritevole è allora l’operazione condotta dalla casa editrice VerdeNero-Edizioni Ambiente e da Kai Zen, gruppo di narratori composto da Jadel Andreetto, Bruno Fiorini, Guglielmo Pispisa e Aldo Soliani, che con il loro «Delta Blues» (il blues statunitense degli anni ’20 e ’30 che deve il suo nome al Mississippi Delta) aprono uno squarcio doloroso nel velo di silenzio che circonda i paesi africani.Kai Zen concentra la propria attenzione sulla Nigeria, una nazione dove da anni, se non da secoli (pensiamo solo alla tratta degli schiavi), sono in atto dei veri e propri genocidi e disastri naturali in nome del petrolio. Un genocidio praticato nel silenzio, con l’ovvia complicità dei governanti nigeriani, da parte delle compagnie petrolifere come Shell e Eni.
E’ sufficiente leggere come si espresse nel 2009 Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, a proposito del coinvolgimento delle compagnie petrolifere in questo genocidio:
“Il fatto che un governo non protegga i diritti umani dei suoi cittadini non assolve le compagnie petrolifere, così come il fatto che lo stesso governo non chiami queste ultime a rispondere del proprio operato non rende la Shell, l’Eni e le altre compagnie che operano nel paese libere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Gli standard internazionali non sono una cosa che le compagnie possono scegliere di aggirare: esistono standard internazionali sulle attività delle compagnie petrolifere e sull’impatto sociale e ambientale, di cui le compagnie che operano nel Delta del Niger sono ampiamente informate“
Se i propositi di «Delta Blues» sono senza dubbio meritevoli per la loro opera di denuncia è bene subito spazzare il campo dagli equivoci e constatare che se il romanzo ha il merito di far conoscere ai lettori più disinformati la portata della tragedia che sta travolgendo la Nigeria e l’Africa tutta, fallisce però completamente come opera letteraria, come romanzo.
“Delta Blues“, per stessa ammissione degli autori, è una cover, un rifacimento, una riattualizzazione, chiamatela come volete, di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad e di “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola e perché no anche delle pagine africane di “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Celine.
La storia è semplice: Martin Klein, geologo italiano alle dipendenze dell’Ente, una grande multinazionale del petrolio dietro a cui è facile rintracciare l’Eni, tradisce il proprio mandato convincendosi che il futuro del mondo stia nelle energie rinnovabili e sparisce nella giungla. Si potrebbe facilmente sospettare di un rapimento o di un assassinio da parte del Mend, il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger che combatte per sottrarre il controllo del petrolio alle compagnie petrolifere in favore del popolo nigeriano, ma la realtà è più complessa. L’uomo rapito da un gruppo di ribelli comandato da Johnny Saa decide di mettere al servizio della guerriglia le proprie competenze e conoscenze per sferrare un colpo terribile all’Ente.
«Gli serve un’azione molto visibile, molto dolorosa per le compagnie, e che non corrompa questa terra disgraziata più di quanto non lo sia già. Di solito fanno saltare in aria gli oleodotti, ma così disperdono il greggio nell’ambiente, avvelenano l’acqua, rendono fango sporco la terra. Ci lavoro su, si può tagliare la gola al nemico che dorme nel tuo letto anche senza sporcare le lenzuola.” (pag. 124)
Sulle sue tracce viene inviato, in Nigeria, Ivo Andric, nome in codice Tamerlano (chiari i riferimenti allo scrittore jugoslavo e al Grande Emiro del XIV secolo), un agente dei servizi, professionista della guerra sporca, che dovrà addentrarsi nella giungla per ritrovare l’uomo scomparso scontrandosi con se stesso e con la tragica verità che si troverà davanti agli occhi. Intorno a loro si muovono guerriglieri, prostitute, traditori, gangster, un consulente giapponese, uomini della compagnia petrolifera, arroganti, stupidi, eredi di Robert Johnson, reporter di guerra belgi dal cuore tenero affamati di scoop e senza la minima idea del luogo in cui si trovano.
Per chi conosce “Cuore di tenebra” lo svolgimento del romanzo apparirà abbastanza scontato, con qualche piccolo accorgimento e fluttazione nella narrazione, anche se al sottoscritto la lettura ha ricordato maggiormente, per alcune immagini, caratterizzazione dei personaggi, atmosfere e conflitti a fuoco “Apocalypse Now” ma in una riduzione da stanca fiction televisiva. Ammetto a malincuore che ai personaggi del libro non riuscivo ad accostare un Martin Sheeno un Robert Duvall ma uno qualunque degli attori che gravitano nella nostra orbita televisiva.
Il romanzo è condito da passaggi di stampo saggistico o giornalistico, come ad esempio il seguente passaggio che estrapolo da una conversazione:
«Così l’Ente passa per essere un colosso gentile, esponente di una nuova finanza globale attenta all’ambiente, quando qui in Nigeria le cose vanno sempre peggio. Tanto per darti un’idea dei paradossi di qui: il gas flaring, cioè la pratica di bruciare i gas che si estraggono insieme al petrolio invece di riutilizzarli (il che sarebbe più oneroso per le compagnie) fa sì che più del 70% di quella che sarebbe una risorsa energetica vitale per questo Paese venga buttata via, dispersa nell’aria. Questo crea un inquinamento tremndo, causa di piogge acide, e in cambio la gente non ha niente. A parte i tumori e le malattie respiratorie e della pelle, chiaro. Eppure il gas flaring è vietato in Nigeria da trent’anni. In teoria. Poi in pratica arriva uno come Makiwa e scrive nei suoi rapportini che tutto va bene, perché tanto fra poco il gas estratto non sarà più bruciato ma stoccato e riconvertito nella enorme centrale di Bonny Island. Il che è vero, ma è solo una parte della verità. Infatti le compagnie petrolifere, come se non bastasse, hanno fatto cartello per accaparrarsi a prezzi da capogiro (che paga il governo nigeriano) l’appalto di un enorme centro di riconversione del gas estratto. Quindi il divieto è stato aggirato per trent’anni causando devastazioni impressionanti, e quando si è fatto qualcosa per risolvere la situazione – un qualcosa che le compagnie avrebbero dovuto fare obbligatoriamente a pena di essere escluse dagli affari – questo intervento è stato realizzato a spese (gonfiate) del governo. Questo paese perde anche quando vince. E intanto i pozzi d’acqua potabile diventano velenosi e campi un tempo fertili si trasformano anno dopo anno in acquitrini oleosi e putridi.» (pg.56-57)
che alla lunga annoiano, appesantiscono la lettura e risultano completamente artefatti. Non dubito che una conversazione del genere possa svolgersi nella vita quotidiana e nemmeno metto in dubbio ciò che d’interessante emerge da questo scambio ma a lettura conclusa questo passaggio perde tutta la sua potenza di denuncia, finendo per essere null’altro che semplice inchiostro sulla pagina bianca.
Se una delle pecche di questo romanzo è proprio questa incapacità di intrecciare la narrazione a tematiche ambientali e critica sociale, l’altro nodo irrisolto è l’evidente incapacità degli autori di restituirci il Delta del Niger coi suoi uomini, i suoi odori, le sue storie, i suoi corpi, la sua melma, la sua puzza di morte. Se la lettura di “Cuore di tenebra” costringeva il lettore a scivolare lungo quel fiume insieme a Marlow, facendogli respirare tutto l’orrore che covava in quelle terre, seFrancis Ford Coppola ci aveva restituito un Vietnam con quella puzza di napalm che te la sentivi entrare nelle narici come tanto piaceva al Tenente Colonnello William “Bill” Kilgore, se il volto del colonnello Kurtz nascosto nell’ombra aveva la forza di sconvolgerti i sogni, se su quel fiume anche tu ti sentivi perso, alla ricerca di te stesso, di un fantasma, Kai Zen è rimasto in superficie, senza riuscire a restituirmi l’odore del fiume, il colore del petrolio, la puzza del petrolio quando brucia, non mi ha fatto provare l’orrore dei corpi martoriati, delle fosse comuni, delle morti innocenti, non mi ha preso allo stomaco, non mi ha fatto precipitare negli abissi di un uomo come Klein che non sa più cosa fare per il mondo, non mi ha spinto a confrontarmi coi dubbi di Ivo Andric e dei guerriglieri, non mi ha fatto nemmeno incazzare o piangere per una tragedia che mi coinvolge tutte le volte che accendo la mia macchina.
Ricordo un libro di tanti anni fa, «I sabotatori» di Edward Abbey, un romanzo sicuramente scanzonato, forse invecchiato, sicuramente meno documentato e preciso di «Delta Blues» ma capace di regalare emozioni al lettore, di fargli provare sulla sua pelle l’orrore della devastazione ambientale nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, di spingerlo a reagire, a non rimanere fermo. Forse è da libri del genere che Kai Zen dovrebbero ripartire e mi azzardo a dire che un libro del genere probabilmente lo avranno già letto, così come avranno letto i romanzi di Salgari e tanti altri romanzi, perchè a mio parere il compito di ogni scrittore, di ogni romanziere che ambisca a non essere un semplice scribacchino è andare oltre il mero dato oggettivo, la statistica, il bollettino, il già visto e sentito, è quello di scavare in profondità nell’anima, nel cuore, nello stomaco, nel paesaggio, nelle contraddizioni che ci circondano e a trasferirlo su una pagina bianca capace di vivere di vita propria, di piangere, di prenderci a pugni, di accarezzarci, di farci bruciare, di farci grondare sangue come grondano sangue le terre d’Africa.
Delta Blues secondo D’Andrea GL:
1. È possibile scrivere un libro a sfondo ecologico senza che ne venga fuori una palla mostruosa? Di quei libri con il ditino alzato?
È possibile resuscitare Corto Maltese e farlo in maniera che funzioni davvero?
È possibile avere una scrittura che è tutto tranne che italiana pur essendo italiani?
È possibile che ho appena finito di leggere un libro talmente importante che finora nessuno se ne è accorto?
È possibile entrare nella testa di Kurz?
La risposta è sì. A queste e ad altre domande.
Da domani voglio parlarvi dell’ultima fatica dei Kai Zen.
2.
Come sapete Kai Zen J è per me molto di più di un semplice collega. Se 6146 sta combinando quel che sta combinando (ve ne parlerò) gran parte è merito suo. Presto detto: è stato J, una bella mattina di luglio, mentre spingeva sua figlia sull’altalena a dirmi “Ehi, se sei bloccato, c’è un sistema facile: scrivi sotto pseudonimo.”. Magia: le parole ripresero a scorrere libere, e anche se il romanzo uscirà a mio nome, quella frase è stata davvero importante. Quindi: Kai Zen J è un amico di quelli che è raro trovare. Questo vuol dire che questa recensione sarà soggettiva? Certo, ovvio. Diffido da chi si erge a Giudice Imparziale. Io sono io e vi dirò quello che IO penso di questo libro.
Per farla breve: penso che sia un gran libro.
Ma non si può essere brevi su Delta Blues, perchè credo che sia un lavoro importante. E per molti motivi. Ecco perchè ci vorrà un po’ per parlarvene.
Prima cosa: Delta Blues è una cover. Ricordate quando ne parlavamo? I Kai Zen hanno fatto una cover di Conrad. Una versione moderna di “Cuore di tenebra”. Una cover rischia sempre di suonare “vecchia”, il testo dei KZ invece, suona come un romanzo originale. Se non avete letto Conrad poco male, Delta Blues funziona alla grande. Ma se, come il sottoscritto, conoscete parola per parola quel libro, allora vi divertirete ancora di più. Perchè “Cuore di Tenebra” non è un testo qualsiasi, è un testo che per profondità e potenza ha pochi rivali. Non a caso è il canovaccio su cui è stata costruita un’altra impressionante cover: Apocalypse Now.
I Kai Zen, con il loro solito piglio, ve lo dicono subito. “Questa è una cover”. Come dire “E non rompeteci il cazzo”. Avrebbero dovuto aggiungere: “…ma non solo.”
Perchè Delta Blues è la dimostrazione che, finalmente, anche in Italia si possono produrre testi che riescono ad unire scorrevolezza e profondità. Vi pare poco? A me ha fatto venire la pelle d’oca. E non scherzo. Se c’è una cosa che mi chiedevo, più o meno ogni tre minuti, durante la stesura di 6146, era “Suona italiano?”. Ecco, Delta Blues NON suona “italiano”. E’ un passo oltre.
Buffo no? Fai una cover e finisci dritto dritto nel futuro…
3.
Qual è il problema dei romanzi/racconti/novelle/canzoni/poesie/liste della spesa con “il messaggio”? Che il messaggio non è amalgamato con la storia. C’è il personaggio che ad un certo punto si alza in piedi e grida “Basta con i vostri soprusi! basta inquinare i laghi/fiumi/torrenti!” e per reazione la prima cosa che ti viene da fare è buttare due litri di petrolio grezzo nel primo ruscello che ti capita a tiro. Ma non è questa la cosa peggiore che possa accadere quando si scrive qualcosa con “il messaggio”. Questa è una banale questione tecnica. No, il peggio è il “fra le righe”. Vi ho già fatto una capoccia così con ‘sta storia, ma è sempre bene ribadirla.
Ciò che scrivi rivela molto, se non tutto, di te. E spesso lo fa senza neppure che tu te ne accorga. La scrittura è come una cartina al tornasole che esalta quanto di buono e di cattivo c’è in te. Nel “fra le righe”, posso leggere se davvero credi a quello che hai scritto oppure se lo hai fatto per altri motivi. Che possono anche essere nobili (come ad esempio la storia a sfondo “morale”), ma sempre nel campo della menzogna ti stai muovendo.
Voi direte: e allora? se anche scrivo una storia insincera, ma lo faccio perchè così i miei lettori smettono di inquinare, che male c’è?
Nulla di male, però, semplicemente: non funziona.
Delta Blues, invece funziona. Il messaggio c’è, lampante, ma non è il solito ritornello ambientalista. Parla di petrolio. Parla di Africa. Parla di sfruttamento. Ma lo fa in maniera, secondo me, inedita. Vedete, il grosso (GROSSO) problema del nostro occidente sono i sensi di colpa. Si fa leva sui sensi di colpa per convincere la gente a comprare il caffè bio piuttosto che il Lavazza. Si fa leva sui sensi di colpa per fare in modo che le persone tollerino il “diverso”. Solo che, i sensi di colpa, alla lunga producono l’effetto contrario. La tolleranza è un primo passo, la presa di coscienza è un primo passo. Il 99% degli scrittori (ma non solo, è un discorso che si può estendere a qualunque ambito) si fermano lì. Che fanno i KZ in “Delta Blues”? Costruiscono una storia. L’ambientano in un luogo oscuro che, prima di tutto è un luogo mentale. Svelano alcuni meccanismi della nostra economia, meccanismi che ai più forse sfuggono. Ma non ci sono “sensi di colpa” da vomitare addosso al lettore. Non è la maestrina che ti dice “Se usi la macchina poi muoiono i bambini in Africa”. No, il bello di Delta Blues è che ti tratta da adulto. Da pari a pari.
Questa è la situazione. Che vuoi fare?
Domani, l’ultimo post su questo libro: la scrittura.
4.
La scrittura, dicevo. Una buona storia è il 100% di un buon libro. Se mi permettete il paradosso, lo è anche la scrittura. Prendete uno scrittore geniale come Philip Dick. Dick ha idee su cui Hollywood sta campando da più o meno 30 anni. Di più: per capire il nostro mondo i libri di Dick sono come bussole, indicano dove siamo. Ma la scrittura? Dick scrive davvero male. Certo, scriveva male perchè doveva pubblicare tre, alle volte anche quattro libri l’anno, ciò non toglie che spesso i suoi libri sono “stopposi”. Quello della scrittura, della buona scrittura, è uno dei problemi della letteratura di genere. Ci si sofferma troppo sulla storia e sulle idee e poco sulla lingua. E guardate che non sto parlando di “tecnica”, sto parlando di “lingua”. Sono due cose tangenti ma diverse.
Al di là di tutto quello che vi ho detto nei giorni scorsi, la cosa che mi ha colpito di Delta Blues è l’uso della lingua. Che uso? Sciolto, fluido, non banale. Siamo abituati alla scrittura all’americana, veloce, lineare, limpida. E’ una scrittura formidabile che ci permette di entrare nel testo e viverlo sulla nostra pelle. Ha delle pecche, a mio parere, due soprattutto. Uno: l’atmosfera. Non so se avete notato, ma in questo tipo di libri è difficile respirare un’atmosfera particolare, forte. Proprio perchè viene sacrificata per la velocità. Scelte, naturalmente, che ogni scrittore deve fare prima di buttare giù anche solo una riga. Si modifica il sistema di battaglia a secondo del contesto. Due: la lingua. La lingua della scrittura “all’americana” è povera e rischia di appiattire personaggi e situazioni. Certo, averla la possibilità di scrivere in quella maniera…! Eppure i Kai Zen, con Delta Blues, riescono a fare una cosa straordinaria. Ci indicano un ibrido che a me ha dato i brividi. Una lingua rapida, veloce, limpida (leggete le descrizioni della foresta e sappiatemi dire) ma allo stesso tempo piena di sapori e dettagli. Sul serio: li ho invidiati da farmi scorticare la pelle.
Ecco perchè penso che Delta Blues, oltre che essere un bel romanzo, è anche un segnale. Un segnale positivo una volta tanto: si può fare.
Grazie ragazzi.
Arrivano le prime impressioni (le interviste tout court ve le segnaliamo più che riportarle) su Delta Blues, positive e negative. Partiamo con quella positiva de L’insolito. Nei prossimi giorni metteremo su queste pagine anche una stroncatura. Qui non abbiamo paura di nulla, se non del nulla ma questa è un altra storia…
Kai Zen è un collettivo di scrittori il cui approccio alla scrittura è totale. Lo dimostra Delta Blues, sin dalle premesse: è una cover di Cuore di tenebra di Conrad, una rilettura consapevole di un classico in chiave ambientalista. Non a caso fa parte del progetto di Edizioni Ambiente che a metà tra impegno e generi porta avanti un discorso che vada oltre la mera narrativa per puntare ai contenuti e all’inchiesta ecologista ma non volutamente faziosa. La metafora per immaginare Delta Blues è Skip James in Africa che canta il dolore di una terra inquinata nel profondo, il petrolio che cola dagli oleodotti dell’Ente e nessuno che si preoccupi di sanare la ferita. Costa troppo. Chi ci prova è un illuso, merita la gogna, l’esilio: addirittura la minaccia della vita. Regna sovrano l’Ente, non servono nomi perché è un’entità astratta solo nella facciata, è il modello per decine di multinazionali tutte uguali.
Un romanzo d’avventura, on the road, nero come la pece, e stavolta ha un senso ricorrere a un’immagine del genere, dove sangue e sudore vanno a braccetto, dove l’humus riesce faticosamente a imporsi sulla hybris, e l’unico sempre sconfitto è l’animale uomo, troppo incivile, troppo barbaro, troppo violento. La struttura del romanzo, a più voci, con svariati punti di vista come riferimento per un lettore sempre ben guidato, funziona come un coro di denuncia, pomposo ma non retorico. Una bella cover, si direbbe in musica, che non fa pensare a un peccato di lesa maestà.
Abbiamo rivolto qualche domanda ai Kai Zen in merito al romanzo.
Presentate Delta Blues ai nostri lettori: la sua genesi, i suoi obiettivi.
Delta Blues è la storia di un uomo alla ricerca di un senso. Un senso da dare al proprio lavoro, al proprio ruolo nel mondo, alla propria vita. Invece di trovare risposta alle sue domande, quest’uomo smarrisce se stesso nel cuore verde e oscuro della terra. Sarà allora un secondo uomo a mettersi sulle sue tracce, ma come spesso avviene a chi cerca l’impossibile, colui che cerca, si perderà a sua volta. L’obiettivo di questa storia è difficile da focalizzare: la ruota gira e continuerà a farlo finché ci sarà qualcuno che racconta, poi, semplicemente, il sipario calerà sulla scena, senza dare spiegazioni.
Se fosse una canzone, Delta Blues sarebbe una cover. Com’è stato affrontare un romanzo partendo da un originale altrui? Come avete lavorato per renderlo vostro?
Tutti noi avevamo già letto Cuore di tenebra anni fa. Abbiamo dunque preferito affrontare la prima fase di costruzione della struttura e della scaletta e dei personaggi, basandoci solo sulla memoria, in modo che venisse fuori quel che avevamo assorbito in profondo del romanzo, senza farci influenzare troppo da impressioni troppo fresche e magari caduche. Dopo questa prima fase, lo abbiamo riletto, scoprendo, con una certa sorpresa, quanto sentissimo ormai vicini, consueti i temi e il tono della narrazione. da quel momento la scrittura e fluita in modo molto naturale, e ci siamo anche permessi di impreziosirla in qualche punto con piccoli campionamenti di frasi dall’originale, tre o quattro in tutto, parole a cui ci eravamo particolarmente affezionati. L’aggiornamento della visione e del ritmo sono venuti da soli. Ci sembra un buon lavoro, ma non sta a noi dirlo.
Che tipo di ricerche avete svolto per il tema principale della storia, l’impatto ecologico del petrolio? Quali sono state le difficoltà nel cimentarsi con un romanzo d’inchiesta che pur tangendo i generi – il noir, l’avventuroso – è soprattutto tanto tremendamente intriso di realtà?
Abbiamo lavorato con libri, inchieste, reportage, documentari e naturalmente con la rete. Era balenata l’idea di andare in Nigeria, ci eravamo informati con alcuni reporter che erano stati da quelle parti, ma il tempo e il costo per il viaggio non giocavano a nostro favore. L’editore è stato un’ottima fonte di informazioni, man mano che proseguivamo nella stesura e avevamo bisogno di dati, informazioni, conferme e smentite abbiamo chiesto a VerdeNero e loro ci hanno risposto puntualmente e celermente, indicandoci dove e come cercare e eventualmente con chi parlare.
Le difficoltà si sono presentate nel momento in cui abbiamo dovuto cucire fiction e realtà assieme, sembra banale dirlo ma la seconda è molto ma molto più imprevedibile della prima. Abbiamo maneggiato personaggi e situazioni che sembrano pura invenzione narrativa, al limite del credibile, del cliché o del fumetto, eppure nella maggior parte dei casi si trattava di realtà e non di finzione. L’Africa si presta alla perfezione per questo tipo di lavoro, nonostante tutto, nonostante le distanze siano sempre più brevi e la possibilità di esplorare l’ignoto sia a portata di mano, esistono ancora luoghi che conservano tutto l’esotismo e la ferocia adatti a questo tipo di romanzo.
Delta Blues
Autori: Kai Zen
Edizioni Ambiente
272 pagine
Euro 16,00
Un po’ Beatles, un po’ fotomodelli della domenica… solo che noi non posiamo per Calvin – che noia mortale! – ma per il lontano parente europeo, ingegnere e cervellone dell’Ente, protagonista del nostro Delta Blues. Kai Zen for Martin Klein… ci sta, no?
Non vi fa ridere questa foto? A me fa pisciare addosso. Grazie a proposito al fotografo, Eugenio Saguatti (per le risate, in questo caso).
E sì che mi sono chiesto, prima di postare: ma, sarà il caso? Dopotutto siamo autori e dovremmo dare in qualche modo una parvenza di serietà, dopotutto questo è un blog letterario, dopotutto sono sette anni che investiamo in rispettabilità del marchio kai zen… Ecco. Non ho fatto in tempo a finire i ‘dopotutto’, che già il post era partito. Anche perchè CRISTO nella foto caricata nell’articolo sotto sono venuto malissimo!