Arredo classico

Ci credo io che poi Ikea faccia faville nel mondo intero, Italia compresa. Possiamo fermarci ore e ore a discutere su chi ci sta dietro, sulla produzione decentrata in paesi low labour cost secondo i dettami del capitalismo più immorale, sul marketing furbetto, sui turni domenicali del personale, e il presunto passato nazista del fondatore, e il Made in Bangladesh, e questo e quello, ma guardiamoci negli occhi, amici, e chiediamoci con sincerità:

avete presente come siamo messi? Da dove arriviamo, noi italici, in termini di arredo domestico medio (cioè mediamente diffuso, non parlo certo dei ricconi con sala biliardo e servitù)? Ricordate ancora le case delle vostre nonne? Quelle dei genitori? Sì, esatto, proprio le mura dentro le quali vivete ancora oggi a trent’anni (se non quaranta), bamboccioni che non siete altro… Vergogna! E basta con le solite, ridicole scuse quali: eh ma oggigiorno chi se lo può permettere? Con la crisi che c’è… Cioè, fammi capire: vivi con i tuoi a quarant’anni perchè c’è crisi e poi te ne vai in giro vestito di marca, con macchina da (almeno) 30.000 euro, occhiali da sole, capelli splendidi e via dicendo?

Ma vai a cagare.

Comunque, ovvio che Ikea sbanca. Proviamo a fare insieme una lista dei capisaldi del famoso gusto italiano tradizionale nell’arredamento. Roba che in linea teorica ci dovrebbe invidiare il mondo intero, noi patria dello stile, della moda, del design. Del buon gusto. Datemi una mano a stilarla, amici, suggerite pure gli elementi mancanti, spostate, modificate, integrate. Ci sarà da divertirsi, vedrete. Ecco poi perchè ’sti svedesi dei pezzi di legno di scarto che ti devi pure montare hanno spaccato il culo ai passeri arredatori del Bel Paese. E senza possibilità di replica. Nazi o non nazi che sia davvero il tizio.

  • Centrino, in tutte le sue varianti. Cioè centrino di pizzo da tavolo in sala da pranzo, centrino da tavolino, centrino da muretto, da mensola, centrino da sopra la tele. Quest’ultimo segmento di mercato è stato inesorabilmente polverizzato dalla diffuzione degli schermi piatti, in effetti… maledetta modernità, ha sicuramente pensato zia Concetta a riguardo. Quella che ci rimpinzava di peperonata a sette anni, ricordate? Comunque, è allo studio presso gli specialisti di arredo italico una sorta di centrino verticale da tv, che copre lo schermo e, con sottofondo di immagini giovani, tipo videoclip dai colori sgargianti di MTV, dona un simpatico effetto caleidoscopico, ma fisso. Da provare, cazzo.
  • Vetrinetta da salotto piena di… come faccio a non essere troppo volgare… stronzate immani :) tipo souvenir di Alberobello o di Porto Garibaldi, cinesate da ristorante a menu a prezzo fisso 3,50 euro (4 portate), medaglie e trofei di caccia o di altri sport donate ai soli partecipanti, mica ai vincitori. O addirittura per semplici partecipazioni a castagnate in Val Fizzetta con l’oratorio (ma, niente messa niente castagnata, avvertivano minacciosi i Don la settimana prima)
  • Divani e poltrone ancora incellofanati, o coperti da lenzuolo bianco, chissà per quale diavolo di motivo. Stanze intere, arredate e tutto, chiuse a chiave e inutilizzate per tutto l’anno. Bisognerebbe chiedere perchè da qualche parte in provincia, lì hanno case enormi che possono permettersi di non usare per una metà buona, evidentemente. Addirittura ho sentito da voci di corridoio che taluni tengono divani e stanze intere intatte per poi utilizzarle nel ricevere i parenti quando muore qualcuno in famiglia. Cioè, inaugurano spazi e arredi per fare bella figura quando qualcuno schiatta. Io non so, ditemi voi, ditemi.
  • Piatti dipinti a mano da chissà quale artista locale in preda a chissà quale morso della tarantola creativa (a occhio e croce, nella maggior parte dei casi direi una tarantola davvero scarsa), esposti in verticale su appositi sostegni in ceramica.  Di norma ci sono il filone montanaro/tedesco, le Dolomiti, il frate birraio e via dicendo, quello dozzinale marittimo e quello di ispirazione religiosa. Io scelgo senza dubbio il dozzinale marittimo, è come immaginare quei piatti coperti di delizioso fritto misto romagnolo: lo snobbi, lo deridi, lo prendi in giro, ma poi non lasci un singolo maledetto calamaro sul piatto. Anzi, ammetto anche di avere un piatto esposto in verticale nel disimpegno del mio ampio trilocale. Recita: ‘Benvenuti a  Casalborsetti’.

Ora torno a schiacchiarmi un pisolino sui letti in esposizione di quel nazi di Kamprad.

IN TV CONTA LA VECCHIA

 Spesso si sente dire in giro che la televisione italiana fa schifo, che la fiction italiana non è al livello di quella di altri paesi, ma raramente si spiega anche il perché con esempi pratici. Proviamo a farlo qui con un esempio pratico che coinvolge me e i Kai Zen direttamente, o quasi. Scrivendo questo post renderemo pubblico, e pertanto forse fuori mercato in via definitiva, un nostro soggetto per una fiction televisiva, ma se la nostra intuizione è corretta, quel soggetto è fuori mercato comunque, per cui poco male. Continua a leggere »

Format

Amici, perdonate questa mia incursione da persona poco informata. D’altronde cosa potete aspettarvi da un camionista di Sesto San Giovanni con l’Oklahoma in testa? :D Leggevo in questi giorni di format televisivi, di Endemol, di Che tempo che fa, di Affari tuoi, di Mediaset e Rai, e avrei maturato dentro una domanda: ma… format di cosa, per fare una trasmissione con semplici interviste? Cioè, volete dirmi che paghiamo fior di soldi a questi magici olandesi – gente per me di famiglia - per poter fare una trasmissione televisiva fatta di interviste? Ditemi che non è vero…
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Giochi senza frontiere

Molto bene, anche oggi trattiamo un argomento di inarrivabile caratura intellettuale, in perenne e irrisolto bilico tra filosofia esistenziale, avanguardia letteraria e squisita ricerca sociologica. Perchè a noi di kaizenology piace andare a fondo, scavare, insinuarci negli interstizi dell’animo umano e formulare domande e domande e ancora domande. Non risposte, domande, cazzo. Capito? Continua a leggere »

Il lato imbarazzante dei miti – prima puntata: Eurythmics

(da laggersi dopo aver visto il video linkato qui sopra. Sì, lo so, vi rimanda a Youtube.. mica è colpa mia, sono quei falliti delle case discografiche; basta un clic in più)

Buongiorno.

Avete presente quel duo pop britannico così strafigo da aver messo d’accordo un quarto di secolo fa paninari e darkettoni, intimisti e sbruffoni, colti e burini, alti e bassi, tarchiati e magrolini, svedesi e boliviani? Sì, quello di canzoni memorabili come ‘Here comes the rain again’, ’Sexcrimes (1984)’, ‘Sweet dreams are made of this’ eccetera, quello vestito di pelle nera, oscuro, androgino, fuori dagli schemi. Dio bono, erano davvero i più fighi della terra, Annie Lennox e quell’altro, coso… (in un duo pop c’è sempre lo strafigo e poi… come si chiama, coso… vedi Wham!, Soft Cell, Pet Shop Boys, giù fino agli 883) Dark fino al buco del culo, intensi, profondi, cattivi, romantici, elettronici, moderni. Erano AVANTI cazzo, e il mondo li apprezzava. Eurythmics: grande band.

Ecco, ora dimenticateli del tutto.

Forse starete già ridendo, se avete visto il clip (come consigliato). Avanti, siete ancora in tempo, maledetti giovani ribelli che non vogliono ascoltare il buon vecchio zio Truck Driver… Fatto? Bene. Visto che merda? Ma com’è possibile, vi chiederete? Vorrei frantumare la tastiera di ‘sto cazzo di computer per esprimere a parole la bruttezza della canzone, l’accozzaglia indegna di richiami esotici (look da safari  + tastiere hawaiane + trombette mariachi + cori a metà tra il soul di quarta mano e i canti africani… ma che cazzo mi rappresenta?). Vorrei anche farmi grasse risate con voi sulla presenza scenica del duo scozzese - normalmente così contenuta, profonda e cool - con coso, lì… che balla come un tarantolato, con Annie Lennox che perde di colpo la grazia e la figaggine accumulata. Con quei vestiti color panna e quei drappi leopardati che stento tuttora a credere possano essere indossati, sebbene abbia visto il video 300 volte dopo il primo, casuale incontro in un canale tv musicale durante l’innevata clausura olandese. E la giacca di coso? Vogliamo parlarne?

Ebbene amici, credo di sapere il perchè di tutto questo. Non sembrano esserci altre spiegazioni plausibili, d’altronde. È l’assurda febbre commerciale di quegli anni incredibili, gli anni ’80. Quando nacque il marketing, la consapevolezza del potere dei mass media, il flirt televisivo. Ora, ditemi voi che razza di canzone e di video sono questi. Servivano alla carriera degli Eurythmics? Magari sì, ma per fare breccia nella sezione di mercato più allegra e spensierata, quella non così dark e triste del loro pubblico tipico.

E allora? E allora vai, una band musicale come una marca da supermercato: serve il pezzo esotico allegro? Pronti. Fa cacare? Ma no, un bel videoclip allegro e via. Annie, tu sorridi sempre ok? Tu, coso… metti ‘sta giacca ridicola e balla come un tarantolato. Voi ragazze, fate il coro. Come dici, Annie? Non sai se te la senti? Non ti sembra una cosa fatta per te? Su, su, ciccetta… bando alle ciance e ciancio alle bande. Anzi, c’è poco tempo, sbrigatevi per cortesia. Trucco! Una riassattata allo zombi.. EHM voglio dire, alla Lennox qui, grazie.  Coso, smettila di bere ponch. Ragazze, ci si sgrilletta dopo a casa, GRAZIE.

Viva gli anni ’80. Viva il cervello andato a puttane. Però, pensateci: chissà quanto ci piglieranno per il culo nel 2030, guardando il nostro look buffo e le abitudini ridicole di oggi… perchè è una ruota che gira, fratelli.

A proposito, devo dimagrire cazzo.

Tv Italia

Una delle cose per me più difficili da spiegare ad amici e conoscenti stranieri, nel momento in cui calcano il suolo italico, è la nostra televisione. Com’è fatta, perchè è così, a cosa serve ecc… Come tutte le altre cose, anche la tv è lo specchio di una nazione, e già mi viene da ridere. Pensate agli spot della tim, della vodafone o di wind: questa è l’Italia! La cultura che trasuda da quegli irresistibili sketch, il buon gusto, la sottile intelligenza… che meraviglia. Non che gli spot siano per forza meglio altrove, intendiamoci. In Olanda una pubblicità su due è di un’assicurazione: la dice lunga sulla divertente imprevedibilità di quei simpatici stangoni biondi. Al confronto con la frizzante società olandese il Carnevale di Salvador de Bahia è una seriosa presentazione di un romanzo storico (tipo La strategia dell’Ariete  :) ). Le altre sono invece pubblicità su cibi pronti, con improbabili voci dall’accento esotico  – tipo italiano o spagnolo – che invitano a provare la nuova squisitezza pronta in due minuti.

Il problema da noi è che, lasciando perdere la pubblicità, c’è poca qualità nella programmazione in generale e ci sono tante stranezze difficilmente spiegabili a chi non ha dovuto avere a che fare con ‘sto paese dalla nascita di Drive In in avanti. Sulla qualità della programmazione lascio volentieri la parola alle migliaia di esperti televisivi che sembriamo poter vantare sul nostro suolo. Tanto che mi chiedo: ma com’è? Tutti ne sanno, e la tv fa così schifo? Forse allora ho ragione io nel proporre un cambiamento drastico. Budget ridotti a un decimo per ogni emittente. Basta nuovi programmi, format, ospitate, marchette, premi e cotillon vari e vai di GRAN revival: film vecchi, varietà vecchi, documentari vecchi. Scommettiamo che il pubblico gradirebbe, e non poco? Meglio Walter Chiari di Panariello, mi sembra non ci possano essere dubbi.

Vediamo invece le stranezze italiche. Sapete che le adoro.

-perchè nell’informare circa i disastri internazionali si dà sempre così tanto spazio agli eventuali italiani coinvolti? Capisco il concetto di nazione (peraltro presente solo in questi casi, ai mondiali di calcio e se mercenari in Iraq) e il preoccuparsi dei compatrioti, ma fatto come lo fanno i vari tg italici è semplicemente fastidioso. Del tipo: Haiti, più di 100.000 morti, città rase al suolo. Colleghiamoci con la Farnesina per i due italiani feriti al mignolo. Scusate lo humour macabro, ma mica è colpa mia. I grotteschi sono loro. Gli italiani sono come gli altri, sapete, cari organi di informazione? Muoiono, nascono, corrono, mangiano, corrompono, evadono le tasse, fanno i cazzi loro in macchina e vanno a puttane anche se poi la domenica vanno in chiesa. Non è una notizia.

-perchè non si sente mai il risultato o non si vedono almeno alcune immagini di uno straccio di partita di tennis, o basket o che ne so quale altro sport sui canali non a pagamento? Sempre e solo calcio? Dopo è troppo comodo, ogni quattro anni durante le Olimpiadi, fare i gradassi e bastonare a destra e a sinistra gli italiani in gara nelle varie discipline (dure quanto mai il calcio potrà essere) che non portano a casa medaglie. Ma che ne sapete voi, cosiddetti giornalisti sportivi italici, delle realtà internazionali del triathlon o del salto con gli sci? O meglio, dove sono andati i giornalisti specializzati in quegli sport? Tutti a lavorare nei call center, scommetto, per dar spazio ai cacciatori di gossip del pallone e notizie di calcio mercato.

-qual’è il ruolo esatto della soubrette nel panorama tv italico? Io non vedo soubrette nella televisione olandese, siamo sicuri che sia obbligatorio? Se sì, che almeno canti come si deve o faccia un balletto, o qualcosa. Personalmente i varietà di quel tipo mi fanno CACARE, ma magari all’italiano medio… Se invece non fanno altro che stare accanto all’abbronzato presentatore di turno sfoggiando un sorriso da ehm… testa tra le nuvole, scosciate e scollate, mimando sì o no con la testa a seconda che la frase detta dall’abbronzato sia positiva o negativa, per poi lanciare la pubblicità beccandosi in risposta migliaia di ‘cagna bonazza’ mormorato tra i denti dai telespettatori di sesso maschile in ascolto, allora non so. E anche programmi che si reputano più ‘culturali’ rispetto alla norma fanno così, mi sembra, tipo ‘che tempo che fa’. Il perchè non lo so. Ma che sia ora di scuotere un campanello di dimensioni gigantesche, ridestarsi tutti e finalmente cambiare rotta?

La mia proposta: un talk show con gente seduta attorno a un tavolo, vestita come capita (maglioni, tshirt), che parla una per volta, ascolta, ironizza, ride e un presentatore che agevola, lascia spazio, non seppellisce di complimenti, non osanna, nè accomoda, semmai fa domande spigolose, sempre con un taglio divertente, e cerca di scoprire il lato più interessante dell’ospite. Oppure, forse meglio ancora: niente talk show. Cinema muto d’avanguardia, a reti unificate, alle 20:45. Così, per prendere una boccata d’aria fresca.

DTC

trafficCi sono giusto un paio di cosucce da aggiustare in Italia, nonostante l’apprezzabile slancio di qualche ottimista. Poca roba. Niente di serio: economia, lavoro, giustizia, istruzione, trasporti, comunicazioni, convivenza, qualità della vita… Forse sarebbe sufficiente causare una sorta di reazione a catena, un ‘effetto domino’ sul territorio italico e dentro le singole teste degli intestatari dei prestigiosi passaporti tricolore: un cambiamento che ne comporta un altro, che ne determina un altro ancora e così via. Io un’ideuzza ce l’avrei, e secondo me è proprio quello che ci vorrebbe per cominciare la svolta: sospensione concordata dell’istutito giuridico della Democrazia per un lasso di tempo da decidere e istituzione di una provvisoria Dittatura del Traffico Civile (DTC).

Mi spiego meglio (perchè ce n’è bisogno). In strada e sui marciapiedi noi simpatici connazionali – in media – diamo il peggio di noi stessi. Non sono l’unico a pensarlo, di certo sono uno dei tanti a viverne il conseguente disagio quotidiano: in altre parole, mi incazzo come una bestia per lo schifo che vedo in giro. E non parlo di cartacce o chissà quale altro rifiuto. Certo, ricordiamo tutti bene Napoli e le montagne di pattume, ma il vero problema, qui da noi, non è la monnezza  ma la totale inciviltà, strafottenza e impunità di chi guida, sosta, parcheggia, passeggia con cani ecc… A confronto, la ‘strada’ come luogo di vita, in un paese come l’India, è molto più rispettata che da noi. Qui la strada non è che un fastidioso lembo di asfalto da calcare con arroganza e rozze maniere, per giungere al più presto all’adorata casa signorile nel quartiere residenziale (regaluccio di mamma e papà, che ormai ti sei fatto grande, o frutto di tanto bel lavoro in nero) o al ristorante dove tutti ci aspettano per una robusta magnata alla faccia di chi ci vuole male. E in fretta, possibilmente. Tentando di non sporcare – figuriamoci sfiorare o, ORRORE, gibollare in malo modo – la bmw o audi ultimo modello incollata sotto il culo. Il resto non conta. Basta leggere ogni giorno sui giornali del pedone maciullato di turno, o della strage tra le lamiere, per capire dove porta questa mentalità. Tanto ‘sti criminali non faranno un giorno di galera, cosa credete? Ci sarà il Taormina della circostanza a connettere tra loro articoli e commi dei codici di diritto penale, a rincoglionire gli interlocutori e a permettere al biondo rampollo o allo svitato operaio strafatto di bamba di tornarsene a casuccia quanto prima.

E allora? Come posso io attraversare la strada senza rischiare di morire? Girare in bicicletta senza essere spalmato sull’autobus arancione accanto? Trovare strisce pedonali libere e utilizzabili, senza maledette auto in sosta o scooter in attesa di scattare come molle al verde? Passeggiare sereno senza dover schivare a pelo merde di cane e vecchi monitor di computer abbandonati? E soprattutto, siamo un paese civile (dai, non ridete… ci sto provando almeno) oppure facciamo schifo?

Al momento facciamo schifo, e parecchio. E in questi casi, di solito, per invertire la tendenza non bastano incoraggiamenti, discussioni stimolanti e blandi rimproveri. Serve il bastone. E direttamente sulla carrozzeria. Io partirei da lì, e solo in parte per scherzo: riconoscimento di uno stato di emergenza nazionale, elezione di un nuovo Governo NON rappresentativo (altrimenti ‘io voglio quel dicastero lì, a te questo dicastero qui’, e arrivederci), ministri sconosciuti e dalle facce cattive, pioggia di avvertimenti alla popolazione tramite i media già da un paio di mesi prima: è finita la pacchia, da domani si insedia un regime inflessibile proprio a partire dalla circolazione e dal traffico. Seguiranno fisco, meritocrazia, lotta alla criminalità e quan’altro. Ma prima civiltà sulle strade. Siete avvisati.

Ovviamente il 98% degli italici si farebbe una grassa risata, spegnerebbe il display tv in dotazione e sgommerebbe via con il SUV dai vetri scuri ad alta velocità, ritrovandosi però d’improvviso davanti al parabrezza sacchi di riso e travi di ferro con filo spinato a sbarragli la strada. DTC point: il pugno di ferro governativo. Mezzo requisito all’istante. Un mese di San Vittore, reparto immigrati clandestini sfruttati da imprenditore brillante. Aggravante SUV (che dà obiettivamente fastidio). Auguri.

 Telecamere piazzate ovunque (bada ben, solo per controllare il traffico, per cui voi ragazzi che vi stare rollando un sacrosanto joint, continuate pure), autovelox come se piovesse, vigili o poliziotti che si rifiutano di usare il pugno di ferro per non mancare di rispetto a chissà chi sostituiti all’istante – che la coda di volontari scalpitanti è lunga, ovviamente ronde DTC diurne e notturne: potevano mancare? No. E allora divisa scura, anfibi, walkie talkie, spranga e punteruolo in dotazione. E via per le strade. Parcheggio selvaggio? Sprangata ai fari. Ti fermi al semaforo sulle strisce e non, come ogni persona civile, prima? Punteruolo sulla fiancata. Subito. Senza ma, senza se. Dittatura, appunto.

Sì, già vi sento rumoreggiare, difensori del libero arbitrio, del dialogo, del preservamento della proprietà privata, voi detrattori del totalitarismo. Avete ragione, ma non qui e non ora. Voi vivete in Francia, in Brasile, in Lituania. Che ne sapete voi. Qui è l’Italia. La gente non capisce. No, meglio: la gente non punisce. Non viene punita. Anzi, la furbizia è modello di successo. Dagli scugnizzi del Regno delle Due Sicilie ai giorni nostri: pari pari. Solo che allora la furbizia, il sapersela cavare, erano spesso l’unico mezzo di sostentamento.

Datemi retta, Dittatura del Traffico Civile. DTC. Dodici mesi possono bastare, poi, piano piano, di nuovo la democrazia. Piano piano, però. E tenendo sempre il bastone accanto alla carota, almeno per qualche annetto. In seguito tutti capiranno, tutti saranno d’accordo. Dopotutto, non siamo così male noi italici. Vedi legge sul fumo, vedi qualità del cibo, vedi longevità, vedi stile, vedi senso estetico; è che siamo pigri in certe cose, non abbiamo lo slancio. E abbiamo sempre un modello, quel modello insopportabile: furbo = vincente. Non lo si scardina a parole. Ci vogliono vent’anni di televisione decente per farlo, ma non abbiamo più tempo. E allora spranga e punteruolo.

Sulla carrozzeria, intendo.

Omroep

Sono appena tornato dalla solita rigenerante vacanza estiva nei Paesi Bassi. Meteo gradevole e soleggiato, sistemazione di lusso presso la casa di amici in viaggio, marijuana del negozio all’angolo sorprendentemente più leggera (che mi abbiano appioppato quella per anziani, visto che comincio a sembrare vecchio?), cibo come d’abitudine piuttosto deprimente. Questa volta però - fusilli o non fusilli - mi sono messo d’impegno per capire bene il funzionamento di una delle cose per le quali Italia e Olanda sono davvero agli antipodi: la televisione. E non intendo circuiti elettrici, schede analogiche e fusibili. Intendo la gestione della televisione pubblica quale medium per eccellenza, mezzo di comunicazione capace di influenzare e indirizzare la crescita (o decrescita) di una società, di un paese intero. Noi italici ne sappiamo qualcosa, giusto?

Ebbene in Olanda la televisione pubblica funziona attraverso gli Omroep, i gruppi di trasmissione, che sono entità private rappresentative di una fetta di società (gruppi culturali, politici, religiosi, artistici ecc..) alle quali vengono assegnate le concessioni per la trasmissione di programmi. Il requisito necessario è annoverare un numero minimo di 50.000 ‘soci’ sul territorio nazionale.  Gli Omroep migliori ottengono i maggiori ascolti e di conseguenza le fasce orarie di trasmissione migliori. Automatismo banale ma funzionante alla perfezione, e ben diverso da quanto ci appioppano in suolo italico: beccatevi ‘sto Carlo Conti o ‘sto Panariello di sabato sera, e vediamo chi prende più Auditel. Esattamente il contrario.

Nei Paesi Bassi la televisione pubblica è gestita in modo decentrato, indipendente, fuori dal controllo governativo. Così è possibile trovare programmi del tipo più disparato: di intrattenimento – innovativo o di basso profilo che sia, di approfondimento culturale, di utilità sociale, dal taglio religioso/solidale, giovanilistico, alternativo, nazional popolare ecc.. Fanno eccezione i programmi sportivi e di informazione, che a ragione non vengono assegnati a nessun Omroep (o a tutti gli Omroep) ma gestiti da un gruppo di trasmissione apposito, questo sì controllato e obbligato a rispettare canoni di oggettività e imparzialità. In pratica, il servizio pubblico è gestito da tante società che si specializzano in certi tipi di prodotti televisivi, per accontentare i propri abbonati. Strutture snelle, autonome, produttive, che provano a conquistare altre fette di mercato cercando di meritarselo. L’essenza del concetto di concorrenza, no?

Ce lo propinano a livello teorico da decenni, ma qui da noi non si è mai visto applicato in un nessun settore. Ci ha provato Bersani qualche anno fa e tassisti, farmacisti e notai si sono sdraiati sull’asfalto per protesta, bloccando traffico e riforme. Questa è l’Italia, mezzo piede in Europa e il baricentro sbilanciato all’indietro in piena Repubblica delle Banane. Qui da noi la televisione si fa con una sola grande, pachidermica, ingessata RAI, che sceglie cosa vedrà in tv il paese intero l’anno prossimo attraverso un solo consiglio di amministrazione, un direttore, un presidente, sulla base di non si sa bene quali criteri – se non quello di scimmiottare la televisione privata – mentre nei Paesi Bassi la pluralità è garantita dalla struttura stessa. Più facile di così… Fai programmi sulla vita di tutti i giorni degli anziani e ottieni successo (cioè ascolti)? Avrai fasce orarie sempre migliori. Rappresenti la parte del paese a cui piace la musica tradizionale? Puoi trasmettere il concerto dei maggiori artisti del genere, con fanciulle danzanti in zoccoli di legno e gonne larghe alla ‘bella olandesina’. Credi nell’intrattenimento senza tabù e censure? Se sei seguito dalla gente, avrai il tuo spazio televisivo.

Si evita così che un certo tipo di programmi (che ne so, reality show e via dicendo) abbia un monopolio di fatto, dettato dalle mode, dalla poca fantasia o competenza di chi decide, dallo strapotere di sponsor e spot pubblicitari, o da un preciso progetto – meno innocente di quanto si creda – di somministrare spazzatura televisiva. Poi non lamentiamoci se l’Italia sta affondando: la nostra televisione è indecente e continuiamo ad affidarne la gestione a un manipolo di uomini dalle dubbie qualità e dalle indubbie spinte politiche. A questo punto meglio la tv satellitare, o – meglio ancora – la tv spenta.

Per saperne di più:

http://en.wikipedia.org/wiki/Netherlands_Public_Broadcasting

Carefree

carefreeHo la sfortuna di lavorare da molti anni per una società di Londra, con una posizione che richiede l’utilizzo della lingua inglese almeno quanto di quella italiana. Di norma sarebbe una bella cosa, dopotutto come sappiamo bene la ‘i’ di inglese fa parte delle magnifiche quattro (o cinque?) ‘i’ – risparmiatemi l’elenco per favore. Però non si tiene conto di una discriminazione al contrario, chissà perchè molto in voga nel nostro paese: sei ridicolo se parli inglese con l’accento giusto. Non dico che ti devono fare un applauso, e capisco che talvolta chi vuol fare il saputello accentui la pronuncia in modo troppo enfatico e faccia sorridere, ma da qui a essere additato tra le risa generali come novello Alberto Sordi from Kansas City ce ne vuole.
Ma prima di arrivare all’accento, è interessante anche analizzare le storpiature di termini stranieri nel linguaggio comune, a beneficio – stando a chi le sostiene – della praticità e dell’utilizzo facile da parte di tutti. Quindi, per esempio, la parola che fa da titolo in questo post, noto prodotto di igiene intima, non si legge in inglese come si dovrebbe, con un ovvio significato etimologico, ma ‘all’italiana’ e senza significato alcuno. Divertente. Perchè? Non si sa. Forse lo hanno deciso i creativi del Branding di qualche multinazionale dei prodotti di consumo, quelle che da sole (o meglio in tre o quattro) controllano il 60/70% dei prodotti nei supermercati. Per qualche curioso motivo, queste società globalizzano tutto tranne il nome, che deve rimanere locale e ignorante. Anche se onestamente ci vedo lo zampino italico. Posso immaginare lo scambio di battute tra manager:
‘Ma sei matto? Carefree (pronunciato giusto)? E come fa a dirlo la massaia quarantenne di Frosinone?”
“Scusa, non può imparare?”
“La massaia?”
“Perchè?”
“Sei licenziato.”
E l’altro manager, anche lui giovane e di mentalità vagamente aperta. Sarà gay o comunista.
“Ma anche Carefree (pronunciato come si scrive) deve impararlo, allora cosa cambia? Anzi, passo dopo passo l’inglese lo imparerebbero tutti, se cominciassimo a utilizzarlo in modo corretto..”
“Giusto, ma sei licenziato anche tu.”
Comunque, nell’Italia di internet, dei cellulari di nuova generazione e di altri inutili e costosi marchingegni tecnologici, in fondo l’inglese ormai lo masticano in molti. E arriviamo al nocciolo della questione: pronunciare corretto è sbagliato? Socialmente inopportuno? Parrebbe di sì. E pronunciare sbagliato è corretto? Anche qui, sì, stando alla dinamica di livellamento verso il basso che spesso noi italici sembriamo adottare. Del tipo: visto che siamo tutti messi male, dove credi di andare tu con quell’accento da fighetto? Mi rendo conto che forse qualche amica o amico, durante la nostra adolescenza, dopo un corso di lingua a Boston si è resa insopportabile con quella pronuncia più falsa che altro – BASTON, RIGHT? – che non andava via nemmeno cinque anni dopo il viaggio. E ci ha fatto odiare l’inglese ben pronunciato. Oppure un’altra amica o amico che, dopo essere stata in vacanza-studio a Cambridge per quel TOEFL di cui tuttora ignoro peculiarità e utilizzo (conosco solo il prezzo, eccome), fingeva di non ricordarsi più l’italiano quando si andava a bere in gruppo il sabato sera. D’altronde, in televisione l’inglese è più maccheronico che al mercato rionale, e benemeriti presentatori e soubrette dai cachet importanti non sono in grado di tirar fuori una frase in lingua straniera decente, davanti al George Clooney o Xavier Bardem di turno (tranne Raffaella Carrà, e ho detto tutto).
Perchè non danno qualche serie televisiva ‘pilota’ in lingua originale, su qualche lungimirante canale? Non sarebbe un brutto inizio, vista la popolarità riacquistata dei telefilm di oggi. Perchè non ci si sforza di leggere e parlare inglese con il giusto accento? Certo, fino a quanto l’immagine del native speaker in tv è quella del tizio delle Iene che fa il professore di inglese… Zappa sui piedi, la chiamerebbero altrove. Orgoglio coatto, che di per sè non è un concetto sempre sbagliato, per quanto mi riguarda. Ma in questo caso è meglio essere un pelo più esterofili e meno italo-centrici nella visione del mondo, aiuta anche a capire che non siamo i depositari della verità nelle cose: da come si rifà un letto alla valorizzazione del personale in una ditta. Anche se siamo certo maestri nel far scivolare le responsabilità altrove. La dolce vita italiana, la conoscono tutti. Un’esistenza col sole in faccia, occhiali scuri, sorriso stampato, senza preoccupazioni. Una vita carefree.