Tornato per amare

E così bazzicate ancora queste pagine della rete… bravi, tutta salute.

Sono stato via per un pò, ho visto cose, ho incontrato gente. Ho pedalato lungo campi di cereali e odorato la puzza gradevole delle stalle. Ho preso pioggia. Ho mangiato da schifo, cacato male, fumato come un hippie e bevuto ettolitri di birra. Sesso? Non esageriamo adesso, dai. Continua a leggere »

Truck Driver alla mostra

In poche parole, la nonna si è offerta di tenere le bimbe a dormire sabato notte -pentendosene, si sarebbe detto dalla faccia sbattuta che ci ha proposta quando le abbiamo ritirate la mattina dopo, e io e la mia signorina (cameriera in un highway rest… vabbè, ormai la sapete) già ci stavamo fregando le mani pensando ognuno al materializzarsi dei propri sogni. Nella sua nuvoletta dei desideri – probabilmente – aperitivo con vino importante, cena a lume di candela, film strappalacrime, sospiri, gemiti e poi una GRAN dormita con il calorifero umano accanto a scaldarle i piedi. La mia nuvoletta: di passabile per questo post direi fiumi di birra, spiedini alla griglia a quintalate, revival riot grrrls con Bikini Kill e L7 a mille sullo stereo e sesso immediato, senza domande con t-shirt, cappellino da baseball e jeans addosso… fino alla GRAN dormita citata sopra. Vedete che in fondo uomo e donna condividono qualcosa?

Poi le nuvolette sono d’un tratto scoppiate, ci siamo ridestati e guardati in faccia come dire: ah, è vero che ci sei tu, non George (o Rosario) e abbiamo entrambi finto di volerci venire incontro, proponendo un programmino per la nostra serata da sposini che facesse piacere a entrambi. Cosa ovviamente impossibile, per cui abbiamo dovuto inventare. Fingere. Mediare. Venirsi incontro. Insomma, la solita insopportabile rottura di cazzo che contraddistingue ogni coppia della specie umana. Tanto che a volte mi viene da chiedere: ma chi l’ha detto che vivere da single è uno schifo? Io proporrei una singleship upgraded: si sta insieme a qualcuno per un massimo di 10 anni, e poi si cambia partner. Così, senza patemi e litigi, fino a schiattare. Volete mettere? Uno a 62 anni è innamorato come un teenager della sua nuova fiamma conosciuta in balera, tutta profumo francese e pizzo nero vedo/non vedo (che forse è meglio). Parentesi: un amico fidato dice che come si becca in balera, amiche e amici, non si becca in nessun altro posto del mondo. Altro che disco fighetta a Barcellona o Londra. tsè… principianti. Andassero in balera un sabato sera, andassero… ‘sti diggei o cosa…

Morale (odio chi lo dice, ma sta da dio in questo post da camionista)- decidiamo per un aperitivo e poi la mostra di Salvador Dalì a Palazzo Reale, a Milano. Ehi, chi sta già ridendo là dietro? Non è mica la prima mostra che vedo, che ti credi… sono un camionista moderno. Amo l’arte. Probabilmente sarei stato uno scultore, se non fossi nato per la cabina autocarro. O avrei scritto sceneggiature per film porno, ma roba di classe, tipo Andrew Blake.

Entriamo alla mostra e già in fila per pagare noto un coefficiente di glamour tra gli avventori che mi comincia a irritare le adenoidi e far produrre eccesso di muco salivare (che poi dovrò in qualche modo espellere :) ). Trentenni vestite che manco alla notte dei Telegatti, con tacchi vertiginosi, scollature e pantaloni attilati e imbevute sino alla nausea di pozioni odorifere, elegantoni da blackberry e foulard al collo che richiama quello al taschino, creativi alti e dagli occhiali con montatura nera, donne di mezz’età con il look da cubiste griffate. Ma che è, penso, una mostra di quadri o un happening del jet set? Purtroppo entambi, siamo giunti a concludere io e la mia signorina mentre chidevamo permesso tra gli esponenti del fashion milanese per poter vedere i quadri. Così, giusto perchè ci sembrava carino farlo, essendo a una mostra. Rispettoso nei confronti di Salvador, più che altro. Nell’inanellare le sale della mostra (molto pomposa ma un pò scarsina, a mio modestissimo giudizio camionistico), abbiamo assistito a catwalk con stivali alti di pelle degni delle passerelle di Cavalli e compagnia puzzona, ad aperture di agende per controllare la disponibilità di bellocci figli di papà dalla BMW in doppia fila da qualche parte e zio che regolarmente toglie loro le multe all’ufficio preposto della polizia municipale, finti accenti inglesi e americani, interessanti dialoghi telefonici al cellulare in tutta libertà e senza vergogna, davanti alle opere del pazzo catalano.

Al che ho deciso di intervenire. Ho pizzicato il coglione maleducato con il telefono appiccicato all’orecchio, che blaterava di gite fuori porta, passare a prendere, farsi trovare fuori, puntuale, ecc. ecc. e l’ho trascinato per l’altro orecchio davanti a un addetto della mostra. L’ho invitato a portarlo fuori prima che l’avessi preso a calci in culo di persona (anche elegante, se vogliamo). Il tizio non ha nemmeno smesso di telefonare! Poi sono tornato verso la mia signorina, camminando spavaldo, un pò tamarro, e tutti i vip mi facevano largo. D’un tratto mi sono fermato, mi sono girato verso il pubblico che mi puntava gli occhi addosso e ho detto:

‘E adesso il primo che parla, telefona, si agita, si aggiusta il vestito, si atteggia da star e rompe il cazzo LO SPIEZZO con queste mani, intesi?’

Oh, c’erano in sala manzi grossi il doppio di ‘sto povero Truck Driver, eppure non è volata più mosca per tutta la nostra permanenza. Fico, no? Potete essere orgogliosi del vostro paladino contro la degenerazione dell’italianità. E non c’è bisogno di ringraziare. Piuttosto mandatemi soldi, cazzo.

Quality time

Abbiamo il fottuto difetto di importare dagli anglosassoni vagonate intere di immaginario indistinto. Dall’Asia arrivano le t-shirt e gli oggetti di plastica a prezzi stracciati, dai bianchicci lentigginosi e talvolta obesi invece linguaggio, concetti e stili di vita. Troppi, senza ombra di dubbio. Perchè tra la roba buona – e non sarò certo io a negarne l’esistenza, io che guido il mio Scania sotto il sole padano allo zenit ascoltando country a tutto volume e sputando tabacco dal finestrino, manco fossi sulla Route 66  - ce n’è anche di pessima, e il peggio è che non ce ne accorgiamo. Perchè è da Alberto Sordi in poi che l’anglosassone funziona, no matter what. Certo, è vero, al tempo cingomme, piano Marshall e scudo Nato ci sembravano manna dal cielo ed avremmo importato qualsiasi dannata cosa ci avessero chiesto. Ed è vero, Hollywood, il rock’n'roll, Beatles e Rolling Stones hanno lavorato sodo per decenni nel fabbricare sogni da esportazione, e di recente MTV, globalizzazione e internet ci hanno dato l’inesorabile botta finale. Ma quando è troppo, è troppo.

Tipo, è da qualche tempo che in rete, nei social network, tra gli splendidi, i professionisti in carriera, i focacciari che si riempiono tutto il giorno la bocca di internazionalità, non sapendo che questa è soprattutto un maledetto fardello che non ti fa mai stare tranquillo nella vita (sarà giusto così? Sarà bello qui? Sarà meglio di là? Dove costa meno? Non mi starò mica facendo fottere? Oddio…), tutti dicono che per il weekend  – o per la vacanza, o la serata – vogliono spendere ‘quality time’ con il caro di turno.

AARGH!

Quality time? Che cazzo mi rappresenta? Cosa sono, pomeriggi spesi a valutare in controluce manoscritti medievali francesi stesi in sublime calligrafia su pregiatissima pergamena vergine di puledro? Lunghe serate estive consumate passeggiando a piedi nudi su spiagge deserte, al calar di un sole rosso come fuoco, sino a giungere a un delizioso ristorantino di crostacei e vino bianco con accesso diretto dal mare? Non capisco. E se fosse invece una modesta trattoria sulla via Emilia sarebbe ancora quality time? Quali sono i parametri esatti? Per me porta sfiga la semplice dichiarazione di intenti: se DEVO stare benissimo per forza, di certo qualche stronzata capita. Tipo, dopo cena (sempre lì sulla spiaggia deserta di chissà dove) e sull’orlo del dolce abbandono alle reciproche coccole d’ammore, una scoria di insalata si appiccica al canino destro, lo copre praticamente del tutto, e mi fa sembrare Benny Hill sdentato mentre sorride alla pin up nelle famose comiche dei nostri anni. Oppure, un fattone puzzolente che mi si avvicina - nel pieno del mio quality time con la mia innamorata – e mi chiama per nome, mi chiede dove fossi stato la sera prima, perchè non fossi passato a ritirare la roba come d’accordo, e mi dice in modo brusco che di me non si fida più, che guarda come vado in giro, e con chi, eccetera eccetera.

Quality time. Tempo tecnicamente uguale al resto ma più intenso, mi sembra di capire. Più vissuto, più respirato. Dio mio che voglia di fare una pernacchia di mezz’ora… E se invece io e la mia cara ce ne stassimo nello scantinato ammuffito a limonare e a dire un sacco di cazzate? Sarebbe abbastanza di qualità, come intrattenimento? Merita un tweet? O bisogna per forza spendere dei bigliettoni per pagare la qualità del nostro tempo, rimpinzandolo di chissà quali inutili intrugli, tipo i menù a 60 euro a testa di un ristorante alla moda? Quando a casa per circa 2 euro a testa avrei preparato due bucatini cacio e pepe da favola e ci saremmo scolati il fiaschio di mio zio che pesta l’uva a Montepulciano…

Ma fa niente, quality time per Dio! Che c’avete, le braccine corte? Il cuore duro come una corteccia? Scucite ‘sta fresca, se ci volete veramente bene al vostro caro. Perchè la vita è breve e va resa speciale. Sempre e comunque. Anche se non sappiamo come. Speciamola! 

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