I taliani

Sento sempre tutti quanti abbaiare contro i politici, i parlamentari, i partiti, i ricchi e i potenti e da buon bastian contrario la cosa ogni tanto mi irrita un pò. Innanzitutto perchè quei politici, quei parlamentari, quei potenti li abbiamo messi su noi (inteso generalmente come italici) e – peggio ancora - non li abbiamo mai tirati giù. Eppure di opportunità ne abbiamo avute. E poi perchè i miei stanchi occhi di camionista vedono tanta di quella ipocrisia tutto intorno, ogni giorno, nelle azioni di coloro che abbaiano e si lamentano. E non vale per pochi, si tratta in realtà di quasi tutti, o comunque molti. Sicuramente troppi. E allora facciamoli un pò incazzare, dai. Anzi, incazziamoci tutti già che ci siamo, visto che siamo tutti un pò responsabili delle cose che non vanno, dico bene? No? Come sarebbe, voi non c’entrate niente? Perbacco, questa è presunzione… o siete solo davvero rimbambiti? Vogliamo provare ad analizzare nel dettaglio gli atteggiamenti più comuni? Io ci sto. Continua a leggere »

Area C

Mi fanno ridere quelli che in questi giorni si lamentano o parlano male dei nuovi provvedimenti della giunta milanese per combattere la congestione del traffico in città e l’aria pessima e dannosa per la salute dei cittadini. Vero, devo ammettere che spesso mi sembra sia solo un semplice, annoiato pour parler o un gergo molto alla moda a queste latitudini: protestare sempre ma non essere mai disposti a cambiare nulla veramente. Che poi, come scrissi una volta, credo sia una vera e propria strategia. Continua a leggere »

Vecchi

Milano, gennaio di un anno qualsiasi: smog alle stelle, si decide a fatica (come al solito) di bloccare il traffico privato di autoveicoli alla domenica. Strade deserte, gente che passeggia, qualcuno in bici. Città e hinterland sembrano quasi belle. Un paio di pinguini a controllare il rispetto del blocco (capirai: una manciata di vigili urbani a fronte di  un intero popolo di furbi), pace e silenzio senza motori a scoppio interrotti ogni tanto da qualche auto di paraculi che se ne fotte e viaggia lo stesso. Mentre io lo Scania l’ho messo a riposo, cazzo.

Chi sarà mai lo stronzo? Continua a leggere »

Proposte per Milano

Io quattro consigli in croce da dare a donna Letizia ce li avrei. No, perchè mi sembra evidente che la situazione stia precipitando, qui nella Capitale finanziaria d’Italia, come dicono. Se una volta faceva ‘solo’ schifo, adesso è al limite dell’umanamente sostenibile. E questo non va bene per niente: con gli anni, i decenni che passano le cose non dovrebbero mica piano piano migliorare? Concetto semplice, naturale, umano. Succede così dappertutto. Per questo la Spagna trent’anni fa era terra brulla e polvere e oggi invece Barajas spacca, a livello di aeroporto. E l’Andalusia – che corrisponde al nostro sud - è pulita, organizzata, con un’ottima viabilità.  Cristo santo, sono stato a Malaga qualche mese fa e pareva Monaco di Baviera! Per questo, facendo un altro esempio, Istanbul è diventata moderna, openminded, tecnologica. Per non parlare poi delle grandi città alle quali Milano si paragona, o che addirittura crede di avere sotto nella graduatoria generale di importanza. E allora?

Avete mai girato di recente per Milano, amici internauti? Un’esperienza… toccante. Se la qualità della vita è  Toronto, Zurigo o Copenaghen, allora Milano è Bucarest, il Cairo e Calcutta messi assieme. Ma solo in senso negativo, e in aggiunta è molto più aggressiva delle simpatiche città menzionate. Milano ti fa incazzare come una bestia. È inevitabile.

Ora, anche a costo di agevolare l’attuale sindaco - sì proprio quella distinta signora dalla faccia così simpatica, esatto -  adesso che siamo all’inizio di una lunga campagna elettorale in vista delle elezioni comunali del 2011, mi preme snocciolare un elenco di spassionati consigli su come rivoltare la città come un calzino e portarla alla riscossa. Roba un pò drastica, forse. Per sindaci con le palle (metaforiche, altrimenti lei sarebbe già tagliata fuori). Ma vediamo fin dove si vuole spingere quella minuta sagoma pallida dai tratti fantasmatici, a dire il vero, per preservare la poltrona. Altrimenti i consigli valgono pari pari anche per i giovani avversari politici in lizza: Onida, Pisapia e Boeri.

:D

Scusate.

Eccoci con le proposte:

  • divieto di automobili. Proprio totale. Si gira solo in bici, tram, autobus, metro, rollerblade, monopattino, tandem, risciò, tuk tuk e cazzi vari. E coma fa la mia anziana zia, che la devo portare dal dottore ogni mercoledì alle 11:.00 in punto? Ci andate coi mezzi, bellezza. Ma è anziana! E allora? Tra trent’anni saremo tutti anziani in ‘sto paese di merda. Che facciamo, ci ricopriamo di macchine fino a quando – grigi in volto – sbuffiamo smog al posto di parlare? E i miei bimbi come li porto a judo? In bici. Ma piove! Copriti. Ma rischio la vita… Si libereranno due posti a judo allora, con la lista d’attesa che c’è. Ma la spesa come la faccio? A piedi. Così non compri più quelle bottiglie d’acqua di plastica di merda. E lavori di bicipiti. E la mia suocera? Lei non potr… Silenzio! Divieto di auto E BASTA.
  • divieto di centri commerciali (strettamente legato al divieto sopra), e divieto di opinione da parte dei commercianti. Non ci interessa cosa ne pensano, è evidente che i loro interessi sono puramente economici e non rivolti al benessere dei cittadini. Nulla da dire a riguardo (anch’io non lavoro per la gloria), ma sulle decisioni collettive, semplicemente, serenamente, pacatamente, non ci interessa il loro punto di vista. Punto. Se non vi sta bene, andatevene a Treviso, che forse a loro interessa. O a Varese, che ne so.
  • divieto di settimane della moda. O meglio, no (dai, non posso essere così drastico! Fashion is business), obbligo di settimane della moda ripensate. Trasporti solo di tipo pubblico. Niente modelle stuzzicadenti ma piacenti donne della porta accanto. Eventi che facciano DIVERTIRE e non siano invece un ritrovo di pelli tirate e scope ficcate sù per il culo di involucri umani rivestiti di lusso fuori luogo. Inviti per sfilate ed eventi gratuiti per ragazzi, studenti, impiegati, colf e casalinghe, fino ad esaurimento. Quel che avanza - se avanza - a estrazione tra i vip del cazzo, tutti ammassati all’aperto, al freddo, sotto la pioggia, gettando i tagliandi dall’alto e vedendoli azzannarsi l’un l’altro per accaparrarseli. Modello aiuti umanitari in Pakistan. E diretta televisiva in Pakistan, naturalmente, con la gente del posto che guarda i vip, inorridita. E la dolce bimba pakistana dagli occhi grandi e neri che pensa: Fanculo all’Europa, mi apro un e-business qui e chi si è visto si è visto.
  • drastica riduzione dei locali fighetti e sostituzione immediata con trattorie, refettori, mense, taverne, tavole calde, fredde e tiepide. Divieto di insalate a 7 euro, panini a 5 euro, cappuccini a 3 euro. Non vi sta bene, commercianti? vedi sopra :) Treviso! Varese!
  • divieto di selezione all’ingresso dei locali notturni. Perchè? Perchè ha rotto i coglioni. Ma come si fa a selezionare la clientela, allora? Aò, ma il tuo è un locale pubblico o un esperimento darwiniano? Selezionati le idee buone nel cervello, e renditi conto che non ce ne sono. Amico. Il locale si crea da solo, non lo sai? Richiama la gente da solo, per la qualità della musica, l’aria di festa, la voglia di aggregazione. Se nel tuo locale strafigo ci vuole entrare gente di merda significa una cosa sola: che il tuo locale è di merda.

Ecco, per me già basterebbe così. Milano sarebbe una città migliore, con questi piccoli, modesti accorgimenti. Dunque, coraggio candidati sindaci. Provateci. Ah, ma certo, dimenticavo:

  • divieto di atteggiamenti furbi e mafiosi.

Ma avete ragione, lo ammetto… Sono esagerato e patetico.

Design e camionisti

Sto già sorridendo per il fatto che amici e conoscenti appassionati del settore storceranno il naso per questo post. Il design di qui, lo stile di là, l’armonia, l’equilibrio, la funzionalità… Lo so, amici, lo so. Anch’io apprezzo il televisore Brionvega, la lampada che assomiglia a Kenny di South Park, la sedia Diamond, la Cinquecento ecc. ecc. Da buon residente nell’agglomerato urbano milanese sono cresciuto a pane, smog, esposizioni e stile (più o meno azzeccato). Ho visto, visitato, scritto il mio nome nel registro ‘C’ero anch’io’. Nel mio caso specifico, però, più che uno sviluppo tematico e un apprezzamento progressivo del gusto e del design degli oggetti, ho maturato negli anni una certa avversità per essi, che sfocia sempre più spesso nella reazione allergica. Sarà che a tutti gli effetti mi sento più camionista che mai nell’approccio alla vita. Saranno le mie umili origini contadine toscane ed emiliane. Sarà che non si può apprezzare tutto nella vita, e film, erba e heavy metal mi occupano già un sacco di spazio. Ma di designer con costose sneaker dai colori improbabili, discorsi concitati in bizzarri accenti della lingua inglese su stronzate qualsiasi - basta che vagamente artistiche, sontuose esposizioni, cocktail party, feste esclusive e via dicendo ne ho abbastanza. Per cui mi tiro indietro e lascio spazio ai giovani. Abbandono il mondano. Mi spoglio sempre più dell’effimera materialità delle cose, sperando di non rincoglionirmi del tutto come Giovanni Lindo Ferretti.

Un oggetto bello e utile? E chi se ne frega, meglio non averlo. Meglio non avere praticamente niente, se possibile. Si può prendere tutto in affitto? O condiviso? Preferirei. Niente rate, scadenze, assicurazioni, pensieri, problemi, imprevisti. Niente. Mente sgombra per il mio revival musicale in atto da quando ho comprato il lettore mp3 (alla buon’ora…). Mica cazzi, amici: ‘Forever young’ degli Alphaville, per fare un esempio. O gli Stray Cats. Mente sgombra per la gente. E per i vizi, ma quelli non ve li elenco. 

Ma devo ammettere allo stesso tempo che mi piace Milano, quando è nottambula, festaiola e ben diluita con altre popolazioni. Caso più unico che raro in cui annacquato è meglio di puro: se conoscete la milanesità sapete di cosa sto parlando. Mi piace certa nuova generazione che vedo in giro. Mi piace l’elettricità e il respiro internazionale che sa emanare. Non me ne frega niente, ma mi piace.

Un controsenso? No, semplice vecchiaia che avanza. Togliersi finalmente dalla luce dei riflettori e farla ricadere su altri: tutta salute. Ci si può finalmente godere il panorama, mentre il bestione Scania riposa nel parcheggio.

Giardino d’Europa

La tendenza è chiara da alcuni anni, ormai. Almeno una quindicina. Da quando la toscanizzazzione del territorio italico ha avuto una brusca accelerata, noncurante della saggezza di Elio e le Storie Tese così espressa: ‘Se ognuno di noi portasse via un sasso, la Toscana si espanderebbe in tutto il mondo e nessuno potrebbe riconoscere più la Toscana’. Diciamo dal boom di agriturismo e bed & breakfast vari.  Da quando Sting e Tony Blair ci deliziano della loro presenza tra i colli senesi e quelli fiorentini, da quando le vecchie e fatiscenti stazioni termali sono diventate per miracolo SPA (?) da 40 euro all’ingresso. Da quando l’Europa ci ha concesso qualche ’briciola’ normativa a tampone dei danni subìti per le problematiche  – leggi fregature – di denominazione geografica controllata dei prodotti tipici  (ma comunque ‘parmesaanse kaas’, tradotto formaggio parmigiano, un obbrobrio caseario dal sapore mellifluo lontano anni luce dalla consistenza e dal sapore del vero parmigiano, è sempre in vendita nei supermercati olandesi).

Ormai è evidente. L’Italia è sempre più il Giardino d’Europa. Questo è il nostro destino: intrattenere l’ospite di riguardo straniero con deliziose tartine poggiate su vassoi d’argento, al dolce suono di arpe e violini costruiti da liutai di Cremona, in sontuosi giardini dai fiori variopinti e profumati. Appena dietro, probabilmente, passa una bretella autostradale mal fatta e congestionata di traffico e polveri sottili, ma a quel punto basta inserire timpani e tromboni nel tessuto melodico per coprire il fastidio. Siamo il catering di alta qualità del business europeo. Vero, c’è di peggio, come scrivevo anche su queste schermate tempo fa: pensate alla Polonia, che è la miniera d’Europa. O a Romania o Ucraina, e lascio perdere le categorie merceologiche. Il giardino perlomeno è un bel posto. Ma comunque per gli ex padroni del mondo, i discendenti diretti degli Antichi Romani, belli, abbronzati e ben vestiti, esportatori tenaci e virili della dolce vita felliniana fino a neanche troppo tempo fa, è un bel rospo da ingoiare. Relegati all’intrattenimento.

Eppure non potrebbe essere altrimenti. Non sappiamo gestire la complessità delle cose, è evidente: politica, pubblica amministrazione, traffico, qualità della vita, innovazione, ricerca, istruzione… Più italianità si trova in un settore, peggio le cose sembrano andare. Giratela come volete, società sfaccettata, dal forte senso critico, dalla storia complicata, attaccata alle tradizioni, ma per me significa soprattutto una cosa: meglio lasciar fare agli altri ed occuparci di giardinaggio e prelibatezze culinarie. Alla fine si dice che vale la pena di vivere solo per quelle, no? E allora specializziamoci in antipasti e minuetto in costume d’epoca. Lasciamo tecnologia, ricerca, viabilità, servizi agli altri. Perlomeno noi consumatori saremmo fregati di meno, con ogni probabilità. A me sta bene, a voi no? Non mi interessa se la mia banca è controllata dai francesi o se i sauditi sono interessati all’acquisto dell’enorme area dismessa alle porte di Milano, dove vivo. Mi interessa non sentirmi fregato ogni giorno. Non vedere altro che ingorghi e centri commerciali tutto intorno. I risultati dell’italianità gestionale. No, grazie. La nazionalità delle cose non mi interessa proprio, è la sua sostanza che conta.

Già siamo fortunati ad essere il giardino d’Europa, appunto. Anche se ce la stiamo mettendo tutta per rovinarlo. Il futuro è lì, lo vedo, nitido: tutti con costume da centurione, fiaschio di rosso in mano a fare le foto di fianco al Colosseo. Oppure tanti bei Pulcinella intenti a girare pizze in aria, sotto una pioggia di flash nipponici. E gli immigrati? Be’, lo vogliamo far divertire anche un pò, ‘sto popolo di intrattenitori, con bestie feroci e qualche negretto da sbranare?

Io non me la sento di negarci anche questo.

Credito

DSC00135Fossimo una nazionalità come un’altra – chessò, danesi o portoghesi o colombiani – non mi agiterei più di tanto a riguardo. Le solite cose di sempre: tratti fisici e comportamentali caratteristici, luoghi comuni, abitudini, stili di vita, sfottò e barzellette. Un mucchio di stronzate, ma con un fondo di verità e pronunciate con il sorriso in volto. D’altronde, fino a quando si incontrano in giro tedeschi di pessimo umore, francesci che stanno sulle loro, olandesi che aspettano di cenare in cinque attorno al fornellino da campeggio per caffè – dai, dai che prima o poi vi bolle l’acqua per le patate da lessare, e italiani con occhiali da sole che si urlano in faccia, è giusto che ci si diverta tutti con un pò di folklore su scala globale. Un passatempo gradito da sempre, che lo sviluppo tecnologico e la globalizzazione degli ultimi decenni hanno ampliato quanto a potenzialità. Inoltre l’introduzione dell’Euro, la nascita dei viaggi low cost e la lingua inglese sempre più ‘masticata’ in giro (con le dovute eccezioni) dovrebbero aiutare nel lungo termine a far svanire ogni possibile incomprensione in una una gigantesca ‘tarallucci e vino’ planetaria. Forse. Tanto in fondo siamo così numerosi e così diversi, bombardati in continuazione da miriadi di informazioni e cose da fare… chi si ricorderà più di come abbordano una ragazza gli ungheresi, tra un attimo? O di quale sia la combinazione di insetti fritti che va per la maggiore negli spiedini in vendita nei baracchini Thailandesi?

Oh! Quanto vorremmo l’oblìo internazionale, noi italici…

E invece la dinamica è la seguente:

* per qualche strano motivo che forse mette le radici nei fasti dell’Impero Romano e nella sua visione edonistica, da moderna ‘Spa’ dell’esistenza, si irrobustisce nella squisita produzione artistica del Rinascimento, si protrae tra alti e bassi fino alla nostra epoca, alla stagione d’oro del cinema italiano del dopoguerra e alla conquista del mondo da parte degli stilisti nostrani (qualcuno menziona anche Rocco Siffredi; io non saprei), la fama e la reputazione italiane sono incredibilmente elevate. Se avete viaggiato un pò, forse potete confermare e come me non capacitarvi del perchè. Siamo simpatici a scandinavi e musulmani, a russi e sudamericani – che farebbero carte false per mostrare di avere sangue italiano nelle vene. In un posto remoto come Sumatra in Indonesia, ho conosciuto gente locale entusiasta della mia italianità (?? immaginate il mio divertito sgomento) e Tuk Tuk dipinti dei colori delle squadre italiane di calcio. Perchè? Forse perchè non siamo troppo seri, siamo poco inquadrati e inquadrabili, un po’ ‘paesani’ e modernissimi per altri versi. Attenzione però:

* non è l’Italia vera e gli italiani veri che riscuotono questo successo planetario. E’ l’immagine dell’Italia, una sorta di sua elevazione a quadretto idilliaco: spaghetti, tarantella, mare, colli in lontananza, palazzi rinascimentali e sontuose sculture. Con sopra una sapiente spruzzata di coolness (perdonatemi il termine, d’altronde non ho studiato allo IULM per niente – intendo oltre che per pagare con le mie rette da pioniere la nuova sede e il marketing da ganassa che sfoggiano oggi) che secondo me è ancora figlia dell’immaginario creato dai vari ‘Il padrino’, ‘Quei bravi ragazzi’ e via dicendo. Il potere incredibile di Hollywood. Dovremmo ringraziare gli Studios per questo, non ci hanno nemmeno chiesto le royalties. Non ce n’è: fa figo – per certi versi – essere italiano, all’estero. Certo, per gioco. Queste persone non hanno idea di cosa sia vivere nello smog di Milano o in mezzo ai clacson e agli scooter impazziti a Roma. Quando poi ci arrivano da turisti, con i fazzoletti fradici di sudore e le vesciche ai piedi, terrorizzati al semaforo in attesa del verde, coscienti di rischiare la vita, scatta spesso quello che segue.

* si rompe l’incantesimo. ‘Ah, ma è questa l’Italia? SCHEISS, e dov’è il mio portafoglio?! E perchè il museo è chiuso?’ Oppure: ‘Ma mio zio mi aveva detto che in Italia c’erano ancora carretti variopinti trainati da asini, conserve di pelati col sapore del paradiso e tanti tanti cumpari…’ E invece da tre giorni si trova a Milano e non ha scambiato una parola con nessuno. E nemmeno un sorriso. A malapena gli hanno detto dov’è il Duomo.

Perchè questa dinamica? E quanto ci vorrà perchè tutta la gente del mondo si accorga che l’Italia dell’immaginario NON E’ l’Italia vera? Più tardi che mai, grida il ministro al turismo (dite voi, io non ci riesco) e gli fa eco il proprietario del baracchino delle cartoline dal triplice prezzo, a seconda della giapponesità del cliente. Con un rapido calcolo demografico direi alcune centinaia di anni, il che vuol dire che abbiamo ancora del credito, e parecchio. Com’è possibile? Non saprei, ma chiederselo troppo porta sfiga.

Che te lo dico a fare…