Far finta di parlare al cell

Sì, lo so: ‘Ma come cazzo parli, Truck Driver? Per favore, almeno tu che sei un autotrasportatore intellettuale…’

Allora, primo: non offendere, intellettuale sarà tua sorella.

Secondo: anche a me fa cacare il linguaggio sms di oggi, anch’io sono un amante della lingua italiana così com’è stata fatta, ma nel titolo di ‘sto post ‘cell’ ci stava e io ‘cell’ ho messo, va bene? No? Allora vattene su Carmilla, vai.

E finalmente adesso posso cominciare: Continua a leggere »

Camicia + cardigan = lupetto + giacca?

Voi italiani (dico non camionisti residenti nel Sistema Sesto con a casa tre olandesi e in testa il Nevada, come il sottoscritto) siete fissati con ridicole equazioni di vestiario indossato per stabilirne l’adeguatezza climatica. Proprio come le vostre madri, spiccicati. Ovvero, la solita ossessione ansiogena italiana: soffrirò il freddo se oggi al posto della combinazione maglietta della salute  - sexy quanto un callo al piede, maglione a collo alto e giacca di merinos indosso invece camicia di cotone, maglioncino di flanella e cappottino? E se facessi lupetto + giacca a vento? Sarebbe più o meno di pile e paltò nella scala dei valori termici? E cardigan e impermeabile imbottito? Continua a leggere »

Format

Amici, perdonate questa mia incursione da persona poco informata. D’altronde cosa potete aspettarvi da un camionista di Sesto San Giovanni con l’Oklahoma in testa? :D Leggevo in questi giorni di format televisivi, di Endemol, di Che tempo che fa, di Affari tuoi, di Mediaset e Rai, e avrei maturato dentro una domanda: ma… format di cosa, per fare una trasmissione con semplici interviste? Cioè, volete dirmi che paghiamo fior di soldi a questi magici olandesi – gente per me di famiglia - per poter fare una trasmissione televisiva fatta di interviste? Ditemi che non è vero…
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Giochi senza frontiere

Molto bene, anche oggi trattiamo un argomento di inarrivabile caratura intellettuale, in perenne e irrisolto bilico tra filosofia esistenziale, avanguardia letteraria e squisita ricerca sociologica. Perchè a noi di kaizenology piace andare a fondo, scavare, insinuarci negli interstizi dell’animo umano e formulare domande e domande e ancora domande. Non risposte, domande, cazzo. Capito? Continua a leggere »

Sistema Sesto

Allora, succede che questo po’ po’ di manzo camionista che risponde al fascinoso nome di Truck Driver (appunto) fu messo al mondo a Sesto San Giovanni, quattro decenni orsono, dove tuttora risiede tra gli sterminati parchi di tigli, faggi e aceri e la profumata aria di montagna che spira libera tra gli ampi, elegantissimi boulevard della cittadina. E succede che cotal cittadina si è meritata di recente la ribalta mediatica per la presunta corruzione politica e territoriale di tipo squisitamente progressista. Sistema Sesto, appunto. Continua a leggere »

Kaiser

Quei fulminati dei Neurodisney – atipica band di capelloni con i capelli corti e le t-shirt senza nessun fottuto brand sopra – erano evidentemente appassionati di cinema. E non solo di serie z, come tendereste involontariamente a pensare. Negli anni novanta, ispirati dalla mitologica figura di Kaiser Soze (o Keyser Soze, o come vi pare), il criminale inafferrabile de I soliti sospetti interpretato alla perfezione da Kevin Spacey, i cinque paladini sestesi del rock duro e delle grasse pernacchie al music business hanno inciso cotanto spumeggiante brano, tutto da ascoltare. In apertura, tanto per ribadire, un campione di un fantastico dialogo tra due personaggi di ‘Rapina a mano armata’, geniale film del 1956 diretto da un certo… come si chiamava… ah, Stanley Kubrick :)

Poteva il vostro idolo Truck Driver non darvi una buona dritta musicale? Certo che no. E allora su, ringraziate veloci e poi fuori dai coglioni. Sto chattando con una tipa del Texas, la cui thumbnail mostra pantaloncini di jeans mozzafiato e un sorriso largo almeno venti centimetri, e chiappe incollate a un Renegade rosa fiammante che mi sta facendo vibrare come un Minipimer…

…che sia la nuova Daisy di Hazzard, cristo santo??

Ecco il brano: Kaiser

Rock’n'roll!

Sassolini

Allora, siamo ancora caldi dei risultati delle urne elettorali comunali. A Milano è successo un miracolo. Quasi piangerei a dirotto lacrime di gioia camionista, per celebrare questo momento cruciale, ma voglio invece mantenere il mio solito aplomp britannico, e provare come sempre a insinuarmi sobrio negli interstizi delle vicende per sviscerare, analizzare, capire, trarre conclusioni oggettive da condividere con voi.
Ehi, di chi sono queste grasse risate? Vergogna! Io sono serissimo.
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All’estero

Mi chiedono di ripubblicare ‘sto post di quasi due anni fa…

ribeccatevelo

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Non immaginavo capitasse anche a lei. E invece, lo stesso esatto fenomeno. Lei, olandese trapiantata a Sesto San Giovanni da anni ormai (povera- non potevo essere di Palm Beach, mi chiede sempre.. o per lo meno di Cecina?) prova a volte fastidio nel vedere connazionali a spasso per il centro di Milano. Non solo non sente simpatia per loro o voglia di parlare, chiedere qualcosa, ma addirittura fastidio nel vederli. Li squadra da cima a fondo, li analizza nell’aspetto, ne commenta sarcastica modi di fare e parole pronunciate, tra sè. Ne sta alla larga.

Ecco. Anch’io, quando vedo italiani in Olanda, o comunque in generale all’estero. Ne sto alla larga. Perchè? Non dico che bisognerebbe abbracciarsi come parenti e ballare la tarantella insieme, tra una folla di teste bionde sbigottite o sorridenti, ma se possibile nemmeno provare fastidio e allontanarsi. Non volerne sapere. Prima che ci vedano e – osservando tratti somatici simili – ci coinvolgano in una discussione, chiedano informazioni o peggio ancora esprimano calore patriottico!

Ora, anche ripulendosi il più possibile della milanesità involontaria negli atteggiamenti e fingendo apertura morale e amore incondizionato per il prossimo, ci sono un paio di questioni aperte (e voi sapete che io adoro i bullet point):

-non potremmo essere un pò meno schifosamente PRECISI nell’abbigliamento, splendidi e abbinati e identici, specie se coppietta in vacanza? Di norma il valore monetario medio di vestiti e accessorri indossati da un italiano in vacanza è superiore all’intero guardaroba di una famiglia di cinque danesi. In particolare, si ricordano per estremo fastidio causato:  i) occhiali da sole di una di quelle indicibili marche, anche se di sole c’è poco e niente. Versione maschile e femminile, ovvio. E esemplari persi ovunque, schiacciati, rubati, con gigantesche bestemmie del proprietario per i tre giorni seguenti annesse. Coglione, comprane un paio da 5 euro per il Borneo, no? Quelli da 200 euro li lasci per Milano Marittima ad agosto, o per le vasche del sabato pomeriggio allo struscio della tua città.  ii) Scarpe da ginnastica all’ultimo grido, carissime, bianchissime (o coloratissime) e inguardabili. Anche qui, stesso modello per la coppia italica.  iii) Abbinamento polo colorata con scritte e numeri enormi (la versione femminile è una cosa appena più fine, possibilmente stessa marca) e jeans non per tutti, impreziositi da dettagli di gran classe  – tipo ’Rich’ stampato sul culo –  e molto costosi. Ci sono molti altri dettagli, ma dipendono anche dalla regione di provenienza degli italici (i pugliesi hanno un caciocavallo come portachiavi appeso ai suddetti jeans, i lombardi lesso e mostarda nel tupperware tascabile, i laziali abbacchio con le patate) e possono infastidire più per motivi personali che per ragioni oggettive

-nelle file compostissime della maggior parte dei paesi meta di turismo, gli italiani si riconoscono per caciara, interpretazione orizzontale della fila (in questo ci battono solo i cinesi, ma loro sono un miliardo e mezzo con poco riso, noi quattro gatti ricchi ed evasori fiscali… c’è differenza), sparpagliamento del gruppo italico tra le varie file disponibili per sfruttare chi arriva prima e commissionargli 34 biglietti del treno da acquistare (o 34 prodotti da pagare al supermercato ecc..)

-è inutile gironzolare intorno ai ristoranti italiani con faccia sofferente, mani appoggiate sui reni o sulla stomaco e cappellino da baseball sudacchiato e tirato in sù. Innanzitutto, non è obbligatorio portare un cappellino da baseball in vacanza, a meno che non abbiate prenotato una suite al diamante dei Red Sox. Poi, lo sappiamo che in Italia si mangia da dio, all’estero da schifo bla bla bla. Be’, nei ristoranti italiani di Utrecht non si mangia come a Trastevere, nel caso ci fosse qualcuno che ancora non lo sa. E’ inutile sperarci, è inutile provare. Meglio un Lumpia vietnamita, a sto punto, o il posticino specializzato in zuppe locali. E comunque in vacanza non ci interessano sempre i dettagli di quando siete andati in bagno oggi, con quali risultati, come sta il vostro intestino, cosa ci vorrebbe ecc… Meglio godersi il panorama, no? Lo so, pochi ci credono, ma esiste altro al mondo, oltre alla regolarità intestinale italiana messa alla prova durante le temibili vacanze all’estero

-E’ vietato aprire la gazzetta dello sport – dio mio, ma avete visto come si è ridotta? Con i cd di Checco Zalone in allegato.. – per scroccare le ultime notizie sul calcio mercato, nelle edicole e negli espositori estern delle cartolerie estere. O la comprate a quei prezzi folli scritti a penna dal proprietario, che ancora non crede come sia possibile che qualche essere umano con occhiali da sole e scarpe da ginnastica simili abbia soldi da spendere per quel foglio rosa, oppure la ammirate da lontano, sbavando per quel titolo a metà, incomprensibile ma allo stesso tempo (e proprio per questoo) misterioso, sibillino. Ma… Kakà all’Ascoli Piceno? Possibile?

Ecco.

Il fastidio è spiegato. Metteteci poi quella componente snob per cui, se ci sono io in Olanda, che cazzo ci fate anche voi? ed è fatta. Italici che si ignorano in suolo estero. Penoso, forse, o magari modernissimo, troppo avanti. Come al solito, da noi non si sa, non si capisce.

Yes, mozzarella in my pizza please… no cheddar…

Fossi per il lungo

imagesSarà che di candeline da infilare sulla torta non ce ne stanno più, senza che così affollata e piena di lucine la stessa non sembri più un altare per devoti che un semplice dolce. Saranno forse i figli e l’essere genitore, quel temibile – ma salutare – ‘passaggio di consegne’ che in qualche modo accade davvero. Saranno la pancetta da impiegato e le sbronze sempre meno frequenti e più difficili da smaltire, la comodità di liquidare fatti e persone invece che provare a conoscerle, il potere della nostalgia che come ben sappiamo è canaglia, o chissà cos’altro. Ma con il passare del tempo anche gli individui più duri e puri – tra cui il sottoscritto, i più alternativi, i più gggiovani, i più relativisti di questo mondo si piegano al popolare detto:  ’Non ci sono più i xxxx di una volta’ (sostituire le x con ciò che si preferisce).

Lo sento dire ovunque, sempre più spesso, nelle varianti ‘I nostri sì che erano xxxx, mica questi di oggi’, ‘Ah, quando ero giovane io…’, fino all’indimenticabile: ‘Quando avevo la tua età, saltavo i fossi per il lungo’. Meraviglia. L’ho sentita così spesso, al Circolo Cairoli o al San Clemente di Sesto, quando vecchietti avvinazzati ci cedevano a malavoglia il tavolo da biliardo, borbottando cose simili. O quando i lavoratori della Falck a fine turno, seduti in bicicletta nella nebbia, vestiti di tute blu e con le scarpe vecchie avvolte da sacchetti di plastica, in pure stile Fantozzi, ci incrociavano per strada e ci prendevano in giro per i vestiti neri e i capelli conciati come i Mohicani. E la sento anche oggi, quando tra amici si sfoglia una rivista musicale e non ci si raccapezza più tra le band in circolazione. O quando l’operatore Wind  – precario e sfruttato - ci fa incazzare. O sfottendo i giovinastri che si trascinano per strada, con i loro jeans tirati fin sotto le chiappe e le mutande Calvin Klein in bella vista.

Eppure sembra ieri, di sentire i ‘grandi’ ripetere le stesse noiosissime cose, e noi ad accusarli di pensare in modo vecchio, di agire in modo vecchio. Di essere vecchi. Ma oggi siamo qui a sostenere la medesima teoria, dubbia e non dimostrabile: una volta le cose erano meglio. La musica era meglio, le donne erano meglio, il lavoro era meglio ecc… Ma siamo sicuri?

No. Anzi, se vogliamo parlare di statistica, tempi di Usain Bolt o di Michael Phelps alla mano, con il passare del tempo le cose generalmente migliorano. E la società cambia. Nel nostro tempo, Guantanamo e Abu Ghraib giustamente ci indignano. Qualcuno potrebbe addirittura dire: ‘Ah, ai miei tempi le torture erano molto meglio’. Ecco, appunto. Ai nostri tempi le porcate venivano a galla di rado, altrimenti chissà. Ma è soprattutto nel mondo delle arti e dell’intrattenimento che si rischiano le patacche più grosse: la musica di oggi fa schifo. I balli di oggi fanno schifo. I film di oggi fanno schifo. E così via. Certo, se è vero che per forza di cose – a umanità stabile, cioè senza upgrade di materia grigia - le arti e i piaceri sono stati più o meno tutti provati, sviluppati, mescolati, il concetto che ci frega è quello del ‘nostro tempo’.

Da giovani, in adolescenza, duranti i vent’anni - e qui in Italia avanti fino ai quaranta - tutto è bellissimo, è troppo figo, ci fa sognare, fare pazzie, cantare a petto nudo davanti allo specchio, pogare addosso alla sorellina inerme. Perchè è il nostro tempo, quasi non importa la qualità di ciò che ci piace, in verità. Io ho ancora a casa l’LP ‘Make it big’ degli Wham! e lo adoro! Vogliamo parlarne? Io, cresciuto a pane, dialettica e Napalm Death? Io, che ritengo Ciprì e Maresco registi di sistema e Sasha Baron Cohen un innocuo giullare? Eppure potrei cantarvi ‘Wake me up before you go-go’ anche adesso, e anche ‘Wild boys’, prima che quello scombinato di Enzo Braschi mi rovinasse il pezzo per sempre su Drive In. Quindi sì, può essere che il progressive rock dei Genesis (primo periodo), dei King Crimson o del Banco di Mutuo Soccorso fosse fantastico, genuino, eccitante, ma magari anche quello dei Mars Volta di oggi è altrettanto apprezzabile. E per ogni Shakira e Lily Allen di oggi, c’erano Spagna e Samantha Fox ieri. Sicuri che era meglio?

Venendo ai confini italici, al solito il fenomeno ha una rilevanza più marcata che altrove. Ovvio, a noi piacciono le cose ben condite, giusto? Guardatevi attorno. C’è qualche trentenne in posizioni di rilievo nella nostra società? Qualche band di diciottenni? Le ragazzine le fanno impazzire i quarantenni stempiati, dopo secoli di gavetta. C’è forse qualche Sergey Brin di Google? Il problema è che da noi si mangia troppo bene, si fa la bella vita e non si schiatta mai. In questo senso servirebbe meno olio di oliva e più margarina per tutti! Scherzi a parte, qui più che altrove chiunque da giovane saltava i fossi per il lungo, andava con ragazze bellissime, ascoltava la miglior musica del pianeta, lavorava sodo, si comportava bene ecc… ecc… Infatti. I risultati li vediamo oggi. Non solo si tratta di bugie, ma come se non bastasse nessuno vuol passare a miglior vita liberando un posto (ci sono volontari?) e - oltre al danno, la beffa – si passa il tempo a dire che non ci sono più i ragazzi di una volta, le feste di una volta, il vino di una volta, la mafia di una volta, la DC di una volta…