Epilogo Criminale

Tempo fa le Officine Wort ci hanno chiesto di partecipare al romanzo totale “Chi ha ucciso Lucarelli” con un epilogo “fuori concorso”. Quell’esperimento è poi diventato un libro pubblicato dall’indomita Bacchilega di Imola. La tentazione di innescare un Nastro di Möbius e di darsi al pastiche letterario fu grande, come la confusione sopra e sotto il cielo…

La pioggia a un funerale è sempre melodrammatica. Se ne sta in disparte, lontano da occhi che nonostante il tempo potrebbero riconoscerlo. Canton l’ha stupito. Farsi seppellire al cimitero degli stranieri, degli atei… un colpo di teatro davvero di gran classe per un uomo che sembrava tutto tranne che creativo. L’ictus che l’ha stroncato si è ridotto a una semplice nota informativa. Un foglietto volante tra il vortice di carta che scompiglia forsennato la sua scrivania ogni giorno. Niente e-mail, niente sms, niente tecnologia. Solo carta, un enorme archivio di carta. Decenni per esaminarlo e poche ore per distruggerlo, in caso.
Se ne va prima che la cerimonia sia finita. Le scarpe scricchiolano dispari sul ghiaino bagnato. La zoppia si è accentuata negli ultimi tempi. Le dita che stringono il manico dell’ombrello sono segnate dall’artrite, non sente più indice e medio.
In strada lo attende la berlina grigia. Si osserva riflesso nel finestrino. Un vecchio, ormai. È ora di cedere il passo. Deve solo terminare di valutare i candidati possibili. Tastare il terreno. Nessuno di loro sembra persona pronta ad accettare l’incarico. Come lo è stato lui a suo tempo, quando il Vecchio gli ha passato il testimone. Le labbra dovrebbero incresparsi in un sorriso. Non lo fanno. Non c’è nulla da sorridere. Canton gli mancherà. L’ha seguito nella sua carriera, l’ha seguito come una nota a margine, un post-it. Una carriera insignificante sulla scacchiera del gioco importante. Un diversivo, una debolezza. Ma anche un modo per mantenersi ancorato alla realtà. Si fa presto a scivolare nel limbo grigiastro che si cela dietro le quinte. Il complotto complotta contro di te. Sempre.
Roma scorre fredda oltre il vetro fumè. L’autista è vestito a lutto, anche se non ha messo piede nel cimitero. Scialoja si massaggia la coscia. Il dolore si acuisce quando il tempo volge al peggio. Si concede ancora un minuto di malinconia in ricordo dell’amico poi consulta l’agenda. L’ordine del giorno. Tra i vari appunti c’è la questione della morte dello scrittore di gialli da risolvere. Un altro tassello del quadro generale.
L’ascensore che lo porta nel suo studio cigola e geme. Impermeabile e ombrello gocciolano sul pavimento di linoleum. Non ci sono specchi. Come non ce ne sono all’interno dell’appartamento anonimo in cui trascorre ormai tutto il tempo, scandito da un’insonnia feroce. L’arredamento è identico a quello che ha lasciato il suo predecessore. Anche il telefono, grigio antracite, è rimasto lo stesso. Non funziona più ma è ancora lì, al fianco di un apparecchio più moderno. Attacca il trench all’appendiabiti, si siede. Un sospiro, un massaggio blando alle tempie, poi chiama.
“Hanno fatto progressi?”
La voce dall’altro capo è squillante, un accento bolognese appena accennato. “Hanno chiuso il caso.”
Scialoja, riprova a increspare le labbra. Non succede nulla. “Bene. Fategli avere le prove.”
“Ma così…”
“Il suo lavoro non è discutere.”
“Eseguirò.”
“Mi tenga aggiornato sugli sviluppi. Voglio sapere come reagiranno e cosa faranno. Poi si consideri sospeso dal servizio.”
“…”
“Non chieda spiegazioni. Faccia come le è stato detto.” Riaggancia. Quell’ultima frase non l’avrebbe mai pronunciata prima, avrebbe semplicemente tolto l’operatività all’uomo di Bologna, senza dire nulla. È il segnale che è giunto il momento di ritirarsi. Un paio di faccende da sistemare e poi basta. C’è bisogno di qualcuno più giovane, brillante e pronto. Già ma pronto a cosa? Per cosa ha lavorato negli ultimi trent’anni? Per chi? Per lo stato? Lo stato… Lo stato non esiste. Ha smesso di crederci molto tempo fa. Eppure per fare quello che fa, che ha fatto, ci vuole convinzione. No, di più: ci vuole fede. E la fede non si può spiegare. La sua fede è una fede nell’equilibrio. L’Italia è un paese in bilico. Un equilibrista sull’abisso della storia e come ogni bravo equilibrista fa credere al pubblico di non essere in pericolo. Per poterlo fare ha bisogno di persone come lui. Persone in grado di tendere la corda e mantenerla tesa senza esitazioni e in ogni circostanza. L’equilibrio non è una questione ideologica o politica. L’equilibrio sfiora la metafisica. Eppure con la metafisica non si regge nessuna corda. L’azione è l’unica via. L’antizen è la soluzione.
Lucarelli. Un ingranaggio del sistema, un ingranaggio che ruota al contrario. Come molti altri. Osservando la macchina da un’altra prospettiva però ci si accorge che per funzionare a dovere deve avere rotelle che si muovono in entrambe le direzioni.
Fornire le prove del fatto che tutta l’indagine sia andata fuori pista e che le conclusioni siano del tutto sbagliate è contribuire all’equilibrio, è far ondeggiare il cavo. Non per far cadere l’equilibrista ma per evitare che cada dall’altra parte. Lasciare il pubblico senza fiato per un istante solo per farlo sospirare di sollievo un attimo dopo. Fa tutto parte dello spettacolo, della macchina.
Prende dal cassetto le foto degli sbirri al lavoro sul caso Lucarelli. Le sfoglia e le mescola come fossero figurine. Uno di loro è il candidato inconsapevole alla sua sostituzione. Nessuno lo riterrebbe adatto, ma non lui. Sa che non accetterà mai, come il Vecchio sapeva che lui non avrebbe accettato il compito. Eppure da decenni è lì, chiuso in quell’ufficio polveroso, inchiodato alla scrivania, celato allo sguardo del mondo a lottare con la forza di gravità che trascina l’equilibrista verso il baratro.

IN TV CONTA LA VECCHIA

 Spesso si sente dire in giro che la televisione italiana fa schifo, che la fiction italiana non è al livello di quella di altri paesi, ma raramente si spiega anche il perché con esempi pratici. Proviamo a farlo qui con un esempio pratico che coinvolge me e i Kai Zen direttamente, o quasi. Scrivendo questo post renderemo pubblico, e pertanto forse fuori mercato in via definitiva, un nostro soggetto per una fiction televisiva, ma se la nostra intuizione è corretta, quel soggetto è fuori mercato comunque, per cui poco male. Continua a leggere

Strategia

Ho parlato col Grande Vecchio proprio qualche minuto fa. Sì, quello che sta dietro a tutto, che controlla tutto, che manipola chiunque. Quello del dopoguerra italiano spinto a forza dalla CIA lontano dal comunismo, dei sotterfugi da guerra fredda, degli anni di piombo, delle stragi sanguinarie, della mafia nello Stato eccetera eccetera. Lo Zio Carlo di Romanzo Criminale, per intendersi. Ecco. Solo che non si chiama Carlo, in verità, ovviamente. Ho parlato con lui per caso, eravamo entrambi in fila in posta. Il passato, il presente, il futuro. Abbiamo conversato amabilmente, e devo ammettere che alcune delle mie convinzioni su modernità, emancipazione, alto senso civico stanno adesso scricchiolando un pò nel mio cervello, a ripensarci. Il Vecchio potrebbe in effetti avere ragione…

Mi spiego. Non appena mi ha rivelato la sua identità, dapprima incredulo, ho cominciato poi a snocciolargi una serie infinita di pacate lamentele circa l’Italia, gli italiani, lo Stato, il Governo, il traffico, l’evasione fiscale, l’inciviltà, la furbizia e via dicendo. Borbottavo e borbottavo, sempre delle stesse cose, quelle di cui si lamentano tutti ma che poi - per qualche strano motivo – nessuno è in grado di cambiare. O nessuno VUOLE cambiare, forse. E qui il Grande Vecchio mi ha fatto un sorriso malizioso. In risposta l’ho guardato storto.

“Che significa quella smorfia, Grande Vecchio?”

“Strategia, ragazzino. Sarai anche bravo a consegnare mozzarelle in Nord Europa, ma forse non hai una visione sufficientemente a lunga gittata delle cose. Non capisci? Non ci hai mai pensato?”

“A cosa?”

“Che il non cambiare le cose sia una precisa strategia. Chi l’ha detto che le società migliori sono quelle più avanzate? E cosa si intende poi, per avanzate?”

“Be’, dignità del cittadino, buon funzionamento delle cose, convivenza, tolleranza, rispetto, qualità della vita, ambiente, sviluppo…”

“Belle parole. Ma se poi un domani ci fosse un patatrac, che ne so, un terremoto, uno tsunami, una guerra nucleare, un evento catastrofico? Come reagirebbero queste società avanzate?”

Mi sono guardato attorno, stupito. “Non capisco…. è un appassionato di fantascienza, per caso?”

“La storia di questo mondo è una serie infinita di cicli temporali, di alti e bassi, epoche che cominciano e finiscono, evoluzioni, estinzioni, espansioni, regressioni… non crederai mica che quest’epoca specifica duri ancora molto? Anzi, siamo quasi agli sgoccioli della modernità, se mi permetti. E dopo?”

“E dopo?”

“Cosa succederà dopo, quando si ripartirà da zero? Che se ne faranno gli anglosassoni o i nordeuropei di tutta la loro emancipazione? Parità dei sessi, laicità, educazione, ricerca scientifica, fecondazione artificiale, pianificazione territoriale…”

“Non la seguo proprio, Signore.” Ho ribattuto, un pò spazientito ma col sorriso in bocca. Nel frattempo era quasi il mio turno allo sportello: la mezzoretta buona di attesa – che di solito mi fa imbestialire – era praticamente volata.

“Eh caro mio, la verità è questa. Che tu la voglia capire o meno. Qui da noi sembra che tutto non progredisca per incapacità o mancanza di volontà… sembra… ma non è così. Credimi, io da mezzo secolo vedo le cose dall’alto, da fuori. Io ne so. Anzi, ne sono dentro fino al collo, se vogliamo dirla tutta. Quella italiana è una scelta ben precisa, programmatica. Una strategia, appunto.”

“Essere messi male sarebbe una strategia? Non poter contare su nulla, che non sia la famiglia? Vedere sempre la stessa situazione, anno dopo anno, decennio dopo decennio? Grande Vecchio, credo che il suo discorso non stia in piedi, se mi permette.”

“Ascoltami bene. Presto finirà tutto. Troppa gente al mondo, troppe iniquità, troppa violenza, troppo inquinamento. troppo di tutto. Qualcosa accadrà di sicuro. E sopravviveranno in pochi, POCHISSIMI.” La sua voce ha risuonato in tutto l’ufficio postale. Io avevo gli occhi serrati e la bocca asciutta. “Sarà tutto da rifare allora, ogni cosa moderna sarà distrutta, dimenticata. Torneremo al passato. Entreremo in un nuovo medioevo, in altre parole. Et voilà! L’Italia è gia pronta per tutto questo, non è vero? Abbiamo ottime probabilità di essere la popolazione eletta del nuovo ciclo temporale. The day after.

“Questa poi…”

“Pensaci bene per un attimo, non sono cazzate. Despoti, giullari, vassalli e valvassori, servi della gleba, potere temporale della chiesa, ignoranza cieca, congiure, caccia alle streghe, nefandezze segrete nei palazzi e nei monasteri chiusi a chiavistrello… Siamo praticamente già pronti. Non ci serve niente. Domineremo il mondo.”

Sono scoppiato in una risata isterica. Cazzo, quest’uomo ha ragione… Chi lo dice in fondo che la società più avanzata è quella che durerà più a lungo? La migliore? E’ tutto da dimostrare, in effetti. E quella italiana stai a vedere che è veramente una strategia… Non cambiare nulla, lasciare intatti usi, costumi, rituali, privilegi. Uno schifo assoluto, senza dubbio, ma nel rispetto della tradizione. In attesa dello tsunami che ci riporterà sulla cresta dell’onda.. Il Nuovo Medioevo…

Cazzo, mi devo iscrivere subito in un monastero, mentre aspettiamo! Lì si che si divertivano, tra orge sfrenate, pasti luculliani e panorami da favola.

Crossover. Per una filosofia popular (6 di 6)

Il network

I saggi raccolti in questo volume non teorizzano la pop filosofia. Bensì la praticano. In molti modi. Affrontando i differenti volti dell’universo pop: dalla pop music alla TV dei reality, dagli anime giapponesi al graphic novel, dal cinema di genere alle serie TV.
Essi condividono un’aria di famiglia, piuttosto che una definizione. Danno vita a un network filosofico.
Per restare nel pop, si potrebbe dire che i differenti autori hanno lavorato alla maniera di un famoso gruppo di simpatiche canaglie protagonista di una serie TV cult degli anni Ottanta, The A-Team. “Evasi da un carcere di massima sicurezza, si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere – e se riuscite a trovarli – forse potrete ingaggiare il famoso A-Team“, recitava l’introduzione italiana agli episodi.
In ogni episodio della serie, veniva il momento in cui l’A-team, per combattere la propria battaglia, creava ingegnose macchina da guerra modificando normalissimi oggetti d’uso quali auto, moto, ecc.
Lo stesso accade qui.
Ripensamento e trasformazione pop dell’idea deleuziana di macchina da guerra.
Qui oggetti vari della cultura di massa e pezzi di filosofia sono stati presi, decostruiti e riassemblati per dar vita a una macchina da guerra in forma di libro.

Indice

0. Crossover (Per una filosofia popular), di Simone Regazzoni
1. Neon Genesis Evangelion (Un anime per tutti e per nessuno), di Jadel Andreetto
2. 300 (Allegoria e guerra), di Wu Ming 1
3. Il mucchio selvaggio (Viaggio al termine dell’eroismo western), di Simone Regazzoni
4. Watchmen (Il triste tropico del dottor Manhattan), di Girolamo De Michele
5. Asterios Polyp (Mitografie della decostruzione), di Francesco Vitale
6. This is it (The King of Pop) , di Peter Szendy
7. Romanzo Criminale (La produzione di storia e l’esistenza dell’Italia), di Lorenzo Fabbri
8. Mad man (L’esposizione del pensiero), di Tommaso Ariemma
9. Grande Fratello (Le due morti di Jade Goody), di Giulio Itzcovich
10. The King (Il regno ® è infetto), di Laura Odello
11. Sex and the City (Indizi per un’erotica contemporanea), di Francesca R. Recchia Luciani

SS’sS, Simone Sarasso’s Settanta (Intervista)

More about Settanta

Simone Sarasso torna in libreria in questi giorni con Settanta (Marsilio, pp. 693 € 21,50 ), poderoso secondo volume della trilogia sporca dedicata alla storia di questo paese, il cui titolo si riferisce naturalmente al decennio più oscuro di tutta la stagione repubblicana.
Laddove il primo capitolo, Confine di Stato era rutilante, “fumettoso” e marcatamente debitore di James Ellroy, Settanta è più denso, articolato e guarda a Romanzo Criminale di De Cataldo. Lo stile di Sarasso è sempre cinematico e frizzante, come nel lavoro precedente, ma mentre in quel caso si è rischiato di semplificare la storia d’Italia concentrando fatti e responsabilità in Andrea Sterling, l’antieroe per eccellenza, in Settanta il tiro è stato aggiustato alla perfezione: l’Italia non è mai stata innocente, recita lo strillo in quarta, e qualcuno ne è responsabile, verrebbe da aggiungere. Ho incontrato Simone.
L’Italia non è mai stata innocente…
La frase è “ellroyana”, è la commutazione in salsa spaghetti dell’incipit di American Tabloid e credo che ben descriva l’aria che si respirava nelle strade durante il decennio più buio della nostra storia patria. Se penso all’establishment di quegli anni, tolti forse coloro che furono fatti fuori, non scorgo molte facce innocenti. Allo stesso modo, se penso alla criminalità o al mondo dello spettacolo, vedo squadrenarsi di fronte ai miei occhi un mare di miseria, bassezza e iniquità. E, ancora una volta, il numero di colpevoli mi sembra nettamente maggiore di quelli degli innocenti.
Confine di Stato era forse più “ellroyanao”, Settanta sembra “decataldiano”.
Bè direi che è molto “decataldiano” nell’approccio ai personaggi. Ma è anche “wumnghiano” nell’impostazione, “biondilliano” nel linguaggio e nuovamente “ellroyano” nel ritmo.
Come ti sei documentato?
Il mio lavoro di documentazione è un processo a cascata: prima la rete, poi le biblioteche, infine gli archivi. Parto dalle voci di corridoio e pian piano mi avvicino ai fatti: che sanno di polvere e hanno l’odore della carta ingiallita dal tempo.
Quale è la percentuale di fiction e quale di realtà?
Se in Confine di Stato la percentuale era sicuramente sbilanciata verso il reale (direi 70-30), qui le proporzioni cambiano: a occhio e croce 50-50, dal momento che molti eventi assomigliano a fatti realmente accaduti ma poi cambiano volto repentinamente.
Hai scelto di usare, in molti dialoghi e descrizioni, il dialetto, come mai?
Perché nell’Italia dei Settanta, specie negli ambienti che racconto io, era sicuramente più diffuso dell’italiano. In secundis, c’è una questione poetica: se Confine di Stato era assolutamente improbabile dal punto di vista linguistico, e nella Roma dei Cinquanta si muovevano loschi figuri che parlavano come Bruce Willis, in Settanta l’aderenza alla lingua reale è pressoché totale. Succede l’inverso per quanto riguarda il mix storia-finzione che percorre i romanzi: gli accadimenti di Confine di Stato erano più verosimili, quelli di Settanta sono spiccatamente ucronici. Non didascalicamente (il sequestro Argento assomiglia molto al sequestro Moro) ma di sicuro negli esiti.
Che tipo di oggetto narrativo è Settanta?
È un romanzo. Niente di più, niente di meno. Mi piacerebbe dire che è un romanzo storico, ma, come ho già accennato, in Settanta ciò che è realmente accaduto è un semplice trampolino di lancio. Si parte presto per la tangente. Si va piuttosto in là. Ma non così in là da poter definire il mio secondogenito un romanzo ucronico. Il termine inglese alternate history fiction potrebbe calzare. Settanta è un esempio di alternate history fiction.
Confine di Stato e Settanta fanno parte di una trilogia…. il prossimo è in cantiere, che segmento di storia coprirà?
Direi indicativamente 1981-1994. E sarà costruito per gran parte intorno a una figura femminile.
C’è altro in cantiere ?
Parecchio altro: un fiction a tre mani che probabilmente uscirà nel 2010, la graphic net novel Unite We Stand che sarà in libreria in ottobre, un libro di cui non ho ancora parlato nemmeno al mio editor (solo mia moglie ne sa qualcosa), una spy story, un romanzo apocalittico e uno storico. Sarà un’estate intensa.

Intervista realizzata per il fu Panorama.it

In margine a un testo esplicito

: Intro :  

bsasQuanto segue (lo trovate in versione pdf – più agile nella lettura delle note – nel box azzurro nella colonna di destra) è maturato in due luoghi diversi, tra l’autunno tiepido – tiepidissimo – bolognese e l’estate australe porteña.
A Buenos Aires, una città difficile da raccontare perché è un racconto, frequento compulsivamente le librerie e i caffè letterari di Palermo Viejo, di Recoleta, del Microcentro, di Belgrano e del Barrio Norte.
Qui, narrativa italiana significa due cose: ricordi letterari di una generazione di immigrati con Italo Svevo sul comodino, che ancora oggi chiedono a chi arriva di portare racconti e romanzi pubblicati nella prima parte del XX secolo perché non hanno idea di cosa si scriva oggi; oppure, per i più curiosi, scaffale di letteratura straniera alla voce Italia in cui si trovano alcune cose dell’immarcescibile Calvino, dell’onnipresente Eco, di V.M. Manfredi, di Baricco e di Camilleri.
Mi rendo conto, stando da questa parte dell’oceano, che la prospettiva sul lavoro di Wu Ming 1 cambia. Cambia perché è il lavoro stesso a essere stato scritto con una finalità diversa rispetto a molto di quanto recepito finora: offrire una possibilità di guardare dall’esterno.
Al momento la riflessione sul NIE è stata di carattere quasi esclusivamente poetico, ad appannaggio di autori e scrittori. Un approccio che per quanto fenomenologicamente critico possa essere, risente di un coinvolgimento diretto inevitabile che dà adito a simpatie, invidie, convenienze, entusiasmi, partigianerie e rancori più o meno velati, più o meno sottaciuti o involontari.
La sensazione, osservando gli scaffali qui (ma anche a New York, Londra e Madrid) è che in Italia ci sia qualcosa in movimento in ambito letterario, qualcosa di diverso rispetto agli altri paesi, in cui o c’è un eterogeneità caotica o c’è una stagnazione attorno a certi temi e a certi classici inossidabili. Troppo liquida o troppo solida la narrativa all’estero, o per lo meno negli ultimi luoghi da cui sono passato, sembra non vibrare mai. Cosa che entro i confini patrii è percettibile sensibilmente. E se c’è un punto a favore di questo sciagurato paese, è proprio quello di aver avuto sempre un panorama letterario in fermento, aperto alle sperimentazioni, alle collaborazioni, alle novità e alle dissacrazioni, (salvo poi mandare tutto a puttane per misere questioni). Non credo però alla geniale creatività degli italiani – più in là, nello scritto, affronto anche la questione “epica internazionale” – ci sarebbe da intraprendere un lungo studio a cavallo tra l’antropologia, la storia e il marketing per individuare alcune delle ragioni che separano le librerie nostrane da quelle di Baires.
Lo scaffale dedicato alla letteratura italiana è posticcio, qui come a Manhattan, e a chi mai all’estero, si chiedesse cosa stia succedendo tra le pagine dei nostri libri, il NIE fornisce una chiave di lettura. Un passe-partout in grado di aprire una porta chiusa dall’interno, che poi, nella stanza, ci sia o meno il proverbiale cadavere è un altro discorso.

newitalianepicDel New Italian Epic, della Kali Yuga e del punk rock. Di come sia fenomenologicamente rilevante e di come non lo sia. 1

La meditazione intensa delle molteplici imperfezioni e contraddizioni della mente umana ha tanto agito su di me… ch’io sono pronto a rigettare ogni credenza… a non riguardare più nessun’opinione come più probabile o verosimile di un’altra. Dove sono? Che cosa sono io? Donde deriva la mia esistenza?… Quali esseri mi circondano? Su quali ho io influenza, quali hanno influenza su di me? Io mi confondo… e comincio a credermi… avvolto dalle tenebre più profonde e privato interamente dell’uso di ogni senso e di ogni facoltà. Per mia grande fortuna, se la ragione è incapace di dissipare queste nubi, a ciò pensa la natura, la quale mi cura e guarisce di questa tristezza e di questo delirio filosofico: la tensione della mente si allenta, mi distraggo, un’impressione vivace dei miei sensi manda in fuga tutte queste chimere. Ecco, io pranzo, gioco a tric-trac, faccio conversazione, mi diverto con gli amici.
David Hume, Trattato sulla natura umana (1737)


Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l’accento dell’ovvietà assoluta, irrefutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l’ultima apparizione di una cocotte dimostri l’essenza di Dio. Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contraddittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l’azione, per la contraddizione continua e anche per l’affermazione, non sono né favorevole né contrario e non dò spiegazioni perché detesto il buon senso.
Tristan Tzara, Manifesto del Dadaismo (1918)

 

 

: In margine a un testo esplicito :

Ma che diavolo è ‘sto New Italian Epic? Le risposte, provenienti da varie fonti, sono poliedriche, a tratti fantasiose, a tratti noiose e inconcludenti. Si passa dalla fantozziana cagata pazzesca al più iperbolico elogio del coraggio saggistico di Wu Ming 1. Bisognerebbe fare un passo indietro, sempre che se ne abbia voglia. Si tratta solo di cambiare il che diavolo con il come. Come è il New Italian Epic? Già questo piccolo, ma ontologico, cambio di prospettiva consente di ragionare oliando il cervello invece di farlo stridere tra grumi e scanalature inutili. I generi sono asfittici, eppure alle volte costituiscono una pratica ludica che rende la critica piacevole.

wirePrendete un numero di “Blow Up”, di “Rumore”, di “Mucchio“, di “Wire” o di un’altra rivista musicale specializzata e lasciatevi accattivare dai vari folktronica, improacustica, intelligent dance music, darkindustrial, d-beat, crustpunk, abstract hip-hop, glitch, electronic body music, harsh, gabber, coldwave, garage, electroclash, folk apocalittico, death rock, black metal sinfonico, grime, death progressivo, free jazz, deephouse, delta blues e chi più ne ha più ne metta… Non sentite un piacevole brivido corrervi lungo la spina dorsale? No? Be’ allora significa che non siete dei fanatici o che semplicemente non avete ancora compreso a fondo il meccanismo. Mettiamo da parte l’essere o meno fanatici. Facciamo finta che lo siate già o che lo stiate per diventare. Vi siete immersi da poco nel fantastico mondo del suono, state scoprendo ogni giorno musicisti sempre più interessanti e vi state inoltrando nelle lande desolate del “lo conosco solo io” e “devo diffondere il verbo”. Bene, la band oscura che conoscete solo voi, viene recensita e viene infilata in un genere, facciamo uno di quelli sopra, il meccanismo è innescato. Il rapporto lettore – critico subisce una mutazione. Da quel punto in poi la terminologia vi diventa ogni volta più familiare, i richiami, i rimandi, le chiose, le iperboli della recensione vi appartengono sempre più, tanto che comincerete a parlare di glitch senza rendervene quasi conto. L’esperienza è gratificante, e lo è soprattutto quando ci si imbatte in qualcosa di nuovo, di inedito, eppure si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di limpido. Il lettore dei magazine in questione ne diventa presto consapevole e se, poi, all’improvviso si trova davanti agli occhi il panegirico o la stroncatura di un nuovo, seminale, o inutile gruppo darklounge, le sinapsi faranno subito contatto per mettere assieme i pezzi e cercare di immaginare il genere e come possa suonare. Da lì in poi costruirà una serie di ipotesi su quali possano esserne gli esponenti, gli antenati, gli eretici, gli innovatori e gli iconoclasti e se la sua curiosità è stata solleticata a sufficienza dal critico, il lettore intraprenderà una personale quest per andare alla scoperta del fantastico mondo della darklounge. Lo scritto di Bui potrebbe allo stesso modo, trovare un primo “come” ancestrale, che preceda e abbracci l’intera riflessione sul New Italian Epic. È uno scritto dalle molte caratteristiche (di contenuto, di stile, di intenti ecc.), fra le quali non trascurerei quella che lo avvicina al meccanismo iniziatico di cui sopra: la lucidità. Non perché sia antropologicamente pedagogico (metto le mani avanti, anzi in alto, prima che i cecchini sparino) ma perché innesca un meccanismo di gioco tra autore e lettore come quello innescato dalle riviste musicali, e lo fa a partire proprio dall’oggetto della sua riflessione. New Italian Epic. Tre parole e le rotelle cominciano a girare, mettono assieme pezzi, catalogano forsennatamente i libri letti, provano a incastrarli nel genere, a immaginare se possono stare nei suoi scaffali, se sono della dimensione giusta, se le coste, perché no, sono in pendant e se qualcuno in verticale non entra si potrebbe provare in orizzontale, al limite davanti o sopra agli altri.

anobiiIl gruppo aperto sul social network dedicato ai libri, Anobii 2, è una prova empirica di quanto sopra, gli utenti hanno cominciato a inserire nella collezione, a torto o ragione (questo non importa, importa solo quale percezione abbia il lettore di come sia o meno il NIE) quello che secondo loro risponde alle caratteristiche o a una parte di esse del NIE e così ecco apparire, accanto a quelli segnalati nel saggio, alcuni degli scritti di Tullio Avoledo, Andrea Bajani, Gianni Biondillo, Marcello Fois, Pino Cacucci, Saverio Fattori, Angelo Petrella, Gianfranco Manfredi, Enrico Brizzi, Vanni Santoni, Alessandro Bertante, Matteo Collura, Alessandro Defilippi, Nino d’Attis, Massimo Rainer, Pietrangelo Buttafuoco, (il mio socio nel clan Kai Zen) Guglielmo Pispisa, e il saggio storico dall’allure narrativo di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio Razza Partigiana. Io stesso, ho aperto una discussione in merito buttando nel calderone alcuni testi, lanciando il sasso e salutando con la mano. Mi sembra però che la tendenza sia quella di infilare libri di autori italiani contemporanei, vicini magari al noir o al romanzo storico, più che quella di individuare in essi la chiave di lettura NIE. La questione è: il memorandum è poco chiaro? La percezione di chi lo legge è diversa rispetto alle intenzioni di chi lo scrive? I frequentatori di Anobii non hanno voglia si sgobbare sul materiale di Bui e vanno un po’ a intuito o a simpatia? Un paio di titoli a caso “Per sempre giovane” di Biondillo, “L’elenco telefonico” di Atlantide di Avoledo o “Se consideri le colpe di Bajani”…3

La riflessione di WM1 è poetica e critica al contempo. È poetica perché è la riflessione interna di un artista sul proprio fare (per arte intendo Poiesi e Tekné e vi rimando allo noiosissima nota 4) ed è critica in quanto riflessione sul fare artistico da un punto di vista esterno. Insomma Bui allestisce due specchi che rimandano la stessa immagine della narrativa contemporanea, di una parte di essa, aggiungendo così un punto alla linea (che di punti è formata) dell’orizzonte. Allo stesso modo fa Tiziano Scarpa con il suo “pamphlet” sul romanzo d’eccellenza. Dico pamphlet, solo perché mi è parso che manchi della succitata lucidità. Si tratta di una caratteristica che in qualche modo Scarpa non sembra considerare più di tanto (perché mai coinvolgere il lettore e/o far sbiadire il confine che lo separa dall’autore?), quanto meno nel come fondante, la lucidità scarpiana è legata invece alla strizzata d’occhio verso il lettore. In fin dei conti si tratta comunque d’un coinvolgimento che fa scattare il meccanismo. Ma non è questo il punto. E allora qual è? Semplicemente Romanzo d’eccellenza e New Italian Epic sono interpretazioni della realtà entrambe vere, entrambe valide, entrambe parziali. Il come va allargato e spinto ancor più indietro. Com’è la narrativa italiana oggi? La linea dell’orizzonte è ampia, ampissima e tra i punti che la formano ci sono anche il NIE e il romanzo d’eccellenza. Non trovate forse straordinario che si riferiscano alla stessa cosa, cioè una parte della letteratura contemporanea estremamente caratterizzata, in modo opposto? Io sì. Ma questo solo perché mi crogiolo nel approccio neofenomenologico critico di cui mi vanto a ogni pie’ sospinto. Arrivati a questo punto, se ci siete arrivati, vi chiederete: e allora? E allora niente. Cioè, allora siamo solo all’inizio. Non ci sono risposte definitive, ma le uniche cose interessanti sono, al solito, le domande.

Proseguiamo con i come. È il turno di un come statistico. Il New Italian Epic, sia in sé secondo quanto scritto da Bui, sia come saggio, potrebbe essere considerato elitario 5 (in termini di contenuti e) in termini di cifre. Di cosa parla (come ne parla), a che libri si riferisce, a chi si rivolge, a quanti lettori, a quanti addetti ai lavori, a quanti scrittori? Decine di migliaia (mentre scrivo siamo attorno ai 30 mila) di download è una cifra impressionante, anche se mettiamo in conto quanti lo avranno scaricato senza leggerlo, leggendolo an passant o senza finirlo. Sono cifre impressionati dicevo ma sono cifre elitarie. Come lo sono le opere citate nello scritto. Fatta eccezione per alcuni libri, tutti gli altri vendono, chi più chi meno, un numero di copie che paragonato alle tirature di altre opere sono decisamente di diffusione aristocratica.

3msicSui comodini italiani è più probabile trovare “Tre metri sopra il cielo” che “Dies irae”. Il discorso sul NIE descrive una piccola parte del panorama letterario italiano, che ha poco a che fare con il lettore medio di questo paese e lo fa in modo elitario, con un saggio, che non solo riguarda le letture e le scritture di un élite ma che per sua natura usa un linguaggio elitario. La tendenza della narrativa italiana a essere epica è elitaria. Meno di un libro qualsiasi della Adelphi che non sia Simenon ma sicuramente molto più di quanto dovrebbe, potrebbe, vorrebbe, penserebbe di essere. La cosa suona quasi paradossale, vista la più o meno dichiarata discendenza, vicinanza e attenzione per la letteratura di genere, popolare addirittura feuillettonesca. Si tratta di una prospettiva naturalmente distorta, dovremmo aprire una parentesi enorme su cosa sia, e se esista davvero, la massa, ma comunque rimane una prospettiva da mettere in campo. Sul come: non è agilissimo seguire lo scritto nonostante le eleganze stilistiche di WM1 se non si ha dimestichezza con ciò che dice e tanto meno se non si conoscono i testi di cui parla.

Il come “destrutturante”. Il NIE è un genere? Il romanzo è un genere6. Il romanzo contemporaneo è, per mantenere il paragone con la musica, il pop. I vari filoni potrebbero adattarsi alla manfrina iniziale sul darklounge ecc.

never-mind-the-bollocksSpicco un salto nel vuoto e parlo di punk. La rivoluzione, l’implosione, l’esplosione ecc. ecc., eppure il punk è forse il più conservatore delle varie derive del rock ‘n’ roll che a sua volta altro non sarebbe che la radice quadrata del punk. Nel ‘77, rotti gli argini si stabiliscono nuovi canoni. Anno Domini 2008 i canoni del punk sono gli stessi. L’unica via di fuga da questa stagflazione sonica è stata, ed è tuttora, l’ibridazione. Il post del postpunk si è poi arenato a sua volta, il new della new wave idem ecc. ecc. Solo l’incrocio, le reciproche influenze, le contaminazioni hanno dato esiti sorprendenti. L’ibridazione non la darei per scontata o assimilata, tanto da saltarla a pie’ pari come fosse un discorso acquisito al limite della noia. Alla base delle contaminazioni, e come risultato di esse, c’è sempre stato e sempre ci sarà il pop. Se mettessimo sulla bilancia Sex Pistols e Beach Boys ci accorgeremmo con facilità che “Never Mind the Bollocks” è reazionario fino alla nausea, mentre “Pet Sounds” è gioiosamente rivoltoso. Si parte dal pop, lo si stravolge, ma a esso si torna, con un sano surplus tellurico, se si vogliono innescare davvero le nuove scoperte e il loro potenziale (lo stesso concetto potremmo applicare ai cosiddetti oggetti narrativi non identificati. Partono dal romanzo, evolvono, esplodono, implodono, si fanno reportage ecc. ecc., si fanno altro dal romanzo, ma al romanzo ritornano. Pompando nuova linfa. Sono davvero non identificabili? Questione di lana caprina.)

nonewyorkIl NIE, allora, quale funzione potrebbe ricoprire nella storia del rock ‘n’ roll? È il punk? È la new wave? È il crossover? Se dovesse ripercorrere la parabola del punk – e dei suoi postgemelli – e irrigidirsi dando il la a nuovi canoni e nuove regole, se dovesse assurgere allo status di genere, e se in questo modo aprisse le porte a una “seconda ondata” di narratori che scrivono partendo dall’idea di scrivere New Italian Epic, be’ forse assisteremmo a un proliferare di scritte sui muri NIE is not dead e come per il punk, sarebbe not dead perché undead, non perché alive and well. Il NIE quindi non dovrebbe rappresentare una riflessione a priori, ma semmai a posteriori, tuttalpiù una riflessione a interiori. Non un decalogo, non un filone, non un sotto-pseudo-post-pre genere ma una bussola critica in grado di puntare verso un fenomeno, quello di certe tendenze della narrativa contemporanea, e non di diventare fenomeno. Una riflessione, critica, poetica, estetica ma sempre una riflessione. Se diventasse prassi, potrebbe fare la fine del punk e tra un paio di anni ci troveremmo, non solo delle vecchie cariatidi come gli Stiff Little Fingers ancora in giro a suonare fino allo sfinimento gli stessi pezzi, ma pure le vecchie cariatidi della seconda ora come gli Exploited, le giovani vecchie cariatidi dell’hardcore e i (più o meno) giovani Green Day e Blink 182 di turno, fino alle ultimissime generazioni di cloni dei cloni dei cloni dei cloni. Strofa, strofa, ponte (se va bene), strofa, ritornello, strofa… Piatti insipidi e preriscaldati a base di carne secca di zombie.

Ibridazione, quintessenza del pop. La nebulosa del NIE accosta stili, generi, sensibilità, scrittori diversi. Thriller, reportage, noir, giallo, romanzo storico, romanzo sociale ecc. ecc. Poche volte fantasy (a cui avvicino, arditamente, anche fantascienza, horror e fantastico). Il confine con il New Weird 7 è talmente labile che le due cose quasi si sovrappongono. Potrebbero essere i casi che portano fuori pista, che lanciano ponti e sguardi verso orizzonti non contemplati che sembrano distanti e inconciliabili… New Italian Epic e fantasy! (ci torno più in là) I nomi nella nebulosa wuminghiana, a caldo, sono, al momento quattro- e qui mi bullo: noialtri Kai Zen, Valerio Evangelisti e Alan D. Altieri e Wu Ming 5 in solitaria.8

A mio modesto parere il NIE, dovrebbe rimanere liquido, vago nei suoi confini, in grado di muoversi come una massa di argento vivo sul marmo. Adattarsi, scivolare sulle superfici mantenendo comunque il suo scintillio, quindi ben vengano le versioni 2.0, 2.1, 3.0 fino a n.n. Chi si ferma è perduto diceva quel tale…

camusIl come epico. L’epica è la storia dalla parte giusta delle Storia per parafrasare il disclaimer di Manituana. Manituana potrebbe correre in parallelo all’Iliade se l’Iliade fosse raccontata dalla parte di Troia 9 e se l’Odissea fosse l’Ettorea: la narrazione delle gesta di un Ettore sopravvissuto alla morte e in viaggio nel cuore di tenebra della sconfitta. Epic in New Italian Epic allora avrebbe a che fare, non con l’epica in sé – o in senso classico – ma con un afflato epico della narrazione e/o con un’evoluzione del modo d’intendere l’epos filtrato attraverso la sacra trimurti della modernità, invero ormai piuttosto acciaccata, Nietzsche, Freud e Marx, in cui il ruolo fondamentale è quello ricoperto dall’hybris presocratica 10 e quindi mutuato dalla tragedia. Lo stesso valore etico, in senso morale, non di costume, che avrebbe il NIE deriva, a mio parere, dall’assenza di equilibrio dell’universo. La sacra trimurti deve fare i conti con l’oste. E l’oste potrebbe essere l’esistenzialismo di Albert Camus. Se così fosse, si potrebbe tracciare un parallelo tra la rivolta dell’individuo – mi rivolto dunque siamo – (individuale ma universale ed ecco il valore epico simbolico del solipsismo), e la lotta, sempre e comunque, solitaria, dell’eroe. Con Camus poi bisognerebbe fare i conti anche sul come esistenziale. Che senso ha il lavoro sul NIE? Nessuno, come tutto nella vita. È uno spreco di energia, fisica, mentale e finanche elettrica, degna di quella di Sisifo. E allora? Be’ proprio Camus considera Sisifo felice perché “anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo” 11. Il termine Epico allora potrebbe trovare, nella contemporaneità, il suo focus nell’hybris, nell’assurdo e nel fallimento con buona pace della santissima trinità, che ci andò vicino, ma forse con troppa convinzione e senza alcun dubbio. Dubbio. L’elemento fondamentale, talmente fondamentale da indurci a dubitare, in una sorta di nastro di Moebius, del dubbio stesso. Ma da qui in poi, il terreno si fa perniciosamente scivoloso, anzi da qui in poi non c’è più nessun terreno – forse. Meglio fermarsi e riservarsi un paio di belle falcate per il salto nel nulla, per un’altra volta. Hop, hop, hop, ecco che vado a ritroso. L’eroe solitario, epico, sì, ma non in senso epico. L’eroe solitario potrebbe essere l’uomo in rivolta – non in rivoluzione – scettico verso il destino e verso la conclusione della sua quest. Anzi addirittura scettico nei confronti stessi dell’esistenza di un quest. Non lo è forse il commissario Scialoja in Romanzo Criminale? o per non andare troppo lontano e per lavare i panni sporchi in pubblico, non lo è Shanfeng ne La Strategia dell’Ariete? E come loro moltissime delle ombre che si muovono tra le pagine della nebulosa individuata da Bui. Pseudo-kantianamente sono figure che non portano la legge morale in loro e il cielo stellato sopra di loro, ma bensì il cielo stellato in loro e la legge morale, non sopra, ma semmai fuori da loro. Se non è epico questo… Questo avviene ovviamente anche oltre i confini del NIE, anche perché come mi ha detto Valerio Evangelisti in una recente chiacchierata intervista telematica: “Wu Ming 1 [...] d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente.” Certe costanti. Non si tratta di valori assoluti. A quelle costanti se ne possono aggiungere altre e altrettante “incostanti”. L’argento vivo, la nebulosa quindi. Una nebbia fatta di singole stelle, che ruota, si espande e si ritira tra le spire della galassia narrativa, laddove ci sono anche stelle cadenti, asteroidi e meteoriti di passaggio con o senza scia, in attraversamento siderale. Interessante… Il come transmediale. Il multimediale, come la contaminazione tra filoni narrativi, scrive WM1 a pagina 23 della versione 2.0. del saggio è un pleonasmo. Concettualmente non fa una piega. Ma anche in questo caso non darei il multimediale, come il “crossover” così per scontato. E questa volta per una mera questione fisiologica. Tra le opere e gli autori (e qui, sono i secondi a contare più delle prime) della nebulosa NIE, già parlare di multimediale è azzardato.

culturaconvergenteNon mi sembra, per esempio, che un booktrailer, per quei pochi che lo hanno fatto, o per quei pochi in cui si è attivata la comunità di fan per farlo, sia una questione transmediale, lo stesso vale per un sito o un blog dedicato a un libro ecc. Per molti di loro il multimediale è già qualcosa di astruso, figuriamoci il transmediale. Se Romanzo Criminale si trasforma in film e poi in serie, se Carlo Lucarelli porta in TV i misteri d’Italia e via dicendo, non siamo di fronte alla transmedialità di cui parla Henry Jenkins in Cultura convergente. I casi di opere transmediali sono ancora pochi, e gli autori che hanno un approccio transmediale, si contano sulle dita di una mano monca. Simone Sarasso, Wu Ming e, mi ribullo, Kai Zen, in parte, forse, Evangelisti e Genna. Senza contare che qui, e ci vorrebbe una parentesi molto lunga, dovrebbe entrare in gioco la questione copyleft. L’opera transmediale per essere completamente tale, ha bisogno delle licenze Creative Commons. Ma questa è un’altra storia. Il succo della faccenda è che la transmedialità implica una volontà, di scrittore e di opera (in modo che si metta in moto un meccanismo collettivo che riguarda lettori, fruitori, fan, produttori di contenuti…), di transmedialità. Una volontà, consapevolezza, necessità, capacità che non tutti gli attori del copione hanno. Insomma, per molti versi siamo ancora, se va bene, dalle parti del multimediale. Forse, semplicemente non c’è ancora la giusta dimestichezza con le tecnologie o è una questione di mentalità, oppure alcuni autori sono un po’ vecchiotti, sta di fatto che le potenzialità della narrativa di “proseguire in modi ulteriori” sono ancora del tutto inespresse per la maggior parte dei casi. Siamo in alto mare. 12

***

: Meridiani e paralleli. Abbozzi in attesa di qualche anima pia che ne voglia formulare un’extended version / “I”, l’accrescimento :

corto+ Il grande assente. Una tendenza simile a quella proposta da WM1 ha già calcato le scene narrative italiane. Quello che per molto tempo, e in qualche roccaforte ancora è considerato, come un fratello minore o addirittura come un lontano cugino un po’ suonato della letteratura: il fumetto ha solcato gli oceani del tempo evidentemente e con decenni di anticipo ha raccontato storie che oggi Bui potrebbe tranquillamente ascrivere al NIE. Tra i molti possibili esempi ne citerei almeno tre. Hugo Pratt, la coppia Berardi – Milazzo e Gianfranco Manfredi (anche come narratore tout court con Magia Rossa mi sembra si possa considerare della partita). Corto Maltese, Wheeling, Gli Scorpioni del deserto, i vari “uomini”, soprattutto L’Uomo della Somalia sul versante Pratt, Ken Parker per il dinamico duo e Magico Vento (e oggi Volto Nascosto) non hanno forse tutte le carte in regola per essere veri e propri casi ascrivibili a un eventuale nebulosa ante litteram?

giochi-sacri++ L’intervento sul NIE nasce (anche) dall’esigenza di raccontare il panorama narrativo italiano all’estero. Va da sé che il terreno fertile per la nascita di un’eventualità come quella del NIE non è solo italiana. La Kali Yuga, calma, calma, più sotto ci arrivo, è ovunque. Si potrebbe per traslato, ludicamente, individuare un nuovo epico internazionale partendo dai presupposti del memorandum. Mi viene in mente certa letteratura postcoloniale, molti autori americani, europei, sudamericani… Per buttare giusto due cose nel mucchio tra le opere più recenti: “Giochi Sacri” di Vikram Chandra, il “Ciclo barocco” – Argento Vivo, Confusione, Il Sistema Mondo – di Neal Stephenson, “Il Quinto Giorno” di Frank Schätzing (e non storcete il naso), “In caduta libera come in un sogno” di Leif Persson o l’inclassificabile, se non come new weird, “Perdido Street Station” di China Miéville. Andando a ritroso invece, in un’altra nebulosa ante litteram: Operazione Massacro di Rodolfo Walsh e Ricordo della Morte di Miguel Bonasso… e qui, come per la Kali Yuga, rimando al discorso sulla periferia del globo poco più avanti… Andrebbe tirato in ballo anche qui il fumetto: il lavoro di Osterheld, “L’Eternauta” e “Mort Cinder”, Alan Moore con “Watchmen” e “V for Vendetta”, Frank Miller con il suo “Bat Man”, il suo “Devil”, la sua “Elektra” 13 e naturalmente “300”.

il signore delgi anelli+++ Se c’è  un filone che dal crollo delle Due Torri 14, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy, 15 quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati 16. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe 17, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG 18, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone 19 naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri 20 oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L. 21 Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo. 22

panDon’t keep it cool-and-dry, sguardo obliquo, complessità narrativa, attitudine popular, storie alternative, ucronie potenziali, sovversione “nascosta” di linguaggio e stile, oggetti narrativi non identificati, comunità e transmedialità… Quante di queste caratteristiche sono di certo fantasy à la Pan? Che sia new italian fantasy!? La questione etica si fa, oserei dire, intrigante, perché il fantasy ha sempre prestato il fianco a critiche facilone 23 che lo etichettavano, e lo etichettano 24, come mera rappresentazione della lotta mazdeista tra bene e male, messa in scena di un atteggiamento manicheo. Bianco e nero. Evidentemente è più facile liquidare in questo modo il Signore degli Anelli che leggerlo. Metteteci pure una certe dose di antipatia politica tutta italiana, una sequela infinita di scribacchini imitatori di bassa lega e la frittata è fatta. L’unico atteggiamento manicheo condivisibile è quello che divide, al di là di generi, filoni e del memorandum wuminghiano stesso, libri buoni da libri di merda.

bela++++ Oggetto narrativo è una definizione suggestiva anzichenò, ma un testo è un oggetto narrativo di per sé, o lo diventa? Una storia si trasfigura in oggetto narrativo quando incontra la transmedialità scavalcando gli argini del libro, tanto da non avere neppure più importanza il formato attraverso cui viene trasmessa lasciando spazio all’intero complesso di narrazioni che la narra all’infinito? Il fantasy si presta da sempre a sfornare oggetti narrativi allora (e quasi sempre senza impianto teorico)… Gli oggetti narrativi non identificati cosa sono quindi? A parte l’obiezione più scanzonata sul fatto che definendo oggetto narrativo non identificato qualcosa lo si identifica proprio come tale, è davvero non identificabile un libro come Gomorra per esempio? Non si potrebbe dire invece che il lavoro di Saviano sia identificabilissimo? Non è tutto sommato semplice docufiction? Nulla di inaudito o di sconvolgente quindi… E le altre opere citate dal memorandum? Non sono tutti romanzi? Alcuni, e torniamo alla scontata ibridazione, esulano e straripano nel reportage o in altre forme narrative certo, ma non sono in fondo romanzi? Sono molto meno identificabili, per rimanere in Italia, oggetti narrativi come “Praga Magica” di Angelo Maria Ripellino o “Bela Lugosi” di Edgardo Franzosini.

42+++++ Carl Gustav Jung chiese all’I-Ching cosa fosse. Lanciò le monete e l’oracolo rispose. La questione NIE, forse, fa già brillare gli occhi, anzi distorce la pupilla fino a strizzarla in una “€”, ad alcuni editori, pronti ai nuovi Cannibali o all’avvento del sostituto del noir. Da qui all’ammorbarci con le edizioni di “Repubblica” o del “Corriere” dei classici del NIE, il passo potrebbe non essere poi così lungo. 25 Sarebbe curioso e forse illuminante costruire un’antologia (annotata perché no) “dal basso”. Magari in rete, magari con brani di romanzi editi o con racconti scritti ad hoc, con estratti che mettano in scena le caratteristiche del NIE attraverso la narrazione ecc. Un testo che possa in qualche modo affiancare le discussioni in progress. Si parla di NIE ma ancora, e rimando al come statistico e alla questione dell’élite, non è chiarissimo come sia il NIE. Affiancare alla teoria la pratica aiuterebbe forse a fare chiarezza con buona pace degli editori che vorrebbero allungare le mani. L’antologia potrebbe fare quello che ha fatto Jung 26, chiedere al NIE come sia. 27

++++++ Rimanendo dalle parti degli endocetti e dell’inconscio collettivo, sarebbe plausibile pensare che, in questo particolare momento spaziotemporale, sia stia scrivendo un unico grande romanzo? 28

++++++ Sul postmoderno ha già scritto il mio socio Guglielmo Pispisa 29  

***

: Kali Yuga :

Il deserto cresce. Guai a colui che favorisce i deserti!
Friedrich Nietzsche

Il deserto cresce. Guai a colui che non favorisce i deserti!

 

Il come “apocalittico”. La Kali Yuga. 30 La periferia 31 del globo. 32

melaPartiamo canonicamente dall’inizio. Da Adamo quindi. La scrittura come ogni altra arte è azione ed è l’azione che ha messo in moto il tempo. Quello di Adamo 33 fu un gesto scellerato e creativo che ci ha condannati a passare dall’eternità alla storia e a rincorrere di continuo l’eternità tramite l’arte. In particolare, per noi contemporanei la sensazione è quella di essere giunti agli sgoccioli del tempo. Una sensazione tipica di ogni epoca. Soprattutto nell’era della Kali Yuga 34 . La creatività è allora una forma di necessità, una ricerca compulsiva di eternità. Come notava il mio inevitabile punto di riferimento Emil Cioran stiamo per smettere di cadere nel tempo e ci apprestiamo a cadere dal tempo. Questo è valido per ogni epoca, ma la differenza sostanziale si trova nell’affermarsi del superuomo. Prima l’uomo aspettava e cantava la catastrofe (divina, cosmica, naturale) ora è pronto a procurarsela da solo. Ora siamo in presenza del troglodita dotato di armi atomiche. E questo è forse l’unico istante davvero trascorso da quando abbiamo fatto capolino sulla terra. La fine guadagna terreno e se i flagelli naturali non dovessero presentarsi rapidamente allo scopo di fermare lo sviluppo dell’uomo, quelli “artificiali” diventerebbero sicuramente seducenti. Non si può fare a meno nella vita di tutti i giorni di rendersi conto di vivere in quello che lo stesso Cioran, ossessionato dal tempo, non esita a definire un «clima da epilogo.» Non esiste gesto quotidiano, volto o rumore, parola o discorso che non ci faccia provare la sensazione di un termine incombente e non importa se questo dovesse accadere entro un secolo o se ci vorranno millenni. Ognuno di noi vive una sorta di piccola e personale apocalisse prossima, quella che potremmo definire Ipocalisse 35 . In questo “arrancare” tra le giornate prima della fine, ogni incidente, anche il più banale viene esaltato e soltanto chi rifiuta l’inevitabile sembra non rendersene conto. Quando la storia segue un itinerario ben preciso, ogni evento appare come un capriccio del divenire, ma non appena essa esce dai binari, il più piccolo fatto assurge allo status di segno. Ogni accadimento diventa un prodromo, un avviso della conclusione. Nelle epoche indifferenti, quasi nell’assoluto, il presente che si ripete in forma di accadimento rinchiude in sé un significato particolare e pare non svolgersi nel tempo, viceversa nei periodi in cui il divenire coincide con una sorta di rinnovamento tragico, non vi è nulla che non richiami una movenza verso l’inaudito. Questo è il caso della nostra epoca, la Kali Yuga. Guido Ceronetti ne fa un accenno in Pensieri del tè, a p. 48: «Il 18 febbraio 3012 avanti Cristo sarebbe cominciata questa età della Kali Yuga, destinata a durare 432 mila anni. Era un venerdì.» Insomma abbiamo ancora più o meno 430.996 anni di oscurità davanti a noi…

La scrittura, in quanto praxis e tekné deriva da un’azione. Abbiamo visto che l’azione ha fatto precipitare l’uomo nel tempo. La scrittura però è anche poiesi, e suo fine è quello di aspirare al contrario del tempo, all’eternità. Non è un caso quindi che XIX e XX secolo, epoche in cui l’apocalisse sembrava e sembra sempre più prossima, si sia non solo affermato il romanzo, ma abbia subito continue mutazioni genetiche senza risentirne come ne hanno risentito altri generi letterari. La scrittura è il mezzo che sembra prestarsi meglio a raccontare e a farsi ispirare da quest’epoca in cui il tempo è giunto agli sgoccioli. E il NIE, sembra trovare in quel suo Italian, la sua personale fonte di estrema creatività. L’Italia da “fine di mondo”, l’Italia agli sgoccioli con la casta, la questua, gli zombie che assaltano insanguinati il Trony – non ci sono paragoni – per un cellulare. I cui nervi scoperti non sono mai stati curati e anzi hanno partorito il presente. Sessantottini, settantasettini, fascisti, comunisti, squadristi, piazzisti, costituenti, pidduisti. Squallidi, miserabili del grande oriente di ‘sta minchia. Tutti hanno costruito, mattone su mattone, il presente. Sono i padri e i padri dei nostri padri. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il male 36 ma solo e semplicemente con la pochezza umana e con l’ideologia. La stessa che in letteratura tende a dimostrare e non a mostrare, saltando a pie’ pari un concetto semplice quanto deflagrante: la realtà è quella che è, dire quello che dovrebbe essere è fare, appunto, dell’ideologia. 37

Con gli schermi accesi che proiettano magia nera allo stato etereo. Oggi, ora, in questo momento, la narrativa sguazza nello scavare dopo aver toccato il fondo. E con sorpresa scopre le pagliuzze d’oro tra il fango. Sembra che solo i momenti di maggior decadenza possano fornire materiale su cui affilare la creatività. Ed ecco perché, all’improvviso WM1 può individuare, e classificare, un fenomeno che accomuna scritti lontani e differenti. Tutti nascono, crescono, respirano l’età del ferro più del solito. Eppure stiamo vivendo un eterno momento simile. Cosa ha fermato o distratto la macchina narrativa, per un certo periodo, dal cantare la Kali Yuga allora? Il luogo. Forse. La sua centralità o la sua perifericità.

cioranSempre Cioran nel ritratto di Borges 38 scrive a proposito della periferia del globo, quale spazio culturale minore, anonimo, simile ai Balcani della sua giovinezza che esso non ha nulla da offrire e questo costituisce il dramma e il vantaggio di esserci nati: tutto ciò che è straniero ed estraneo si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie, le letterature, i suoni di tutto il mondo. Ai margini, come nell’Europa dell’est e in Sudamerica, il livello di curiosità e informazione è molto più elevato «[...] È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori e le persone più aperte e vive degli altri, immobili, imprigionati dalle loro convinzioni immobili e incapaci di sfuggire alla «loro prestigiosa sclerosi.» 39 Allora se Italian ha senso in NIE, e se è possibile individuare una simile tendenza della narrativa in questo paese, allora significa che, dopo la sbornia del boom economico, dell’entrata nel G7 e nel G8 e del made in Italy, siamo di nuovo consapevoli, o per lo meno qualcuno lo è, di essere alla periferia desolata e desolante del globo. Gli altri moriranno davanti alla TV, pieni di merda fino alla cintola, con migliaia di canali tra cui scegliere e un cazzo da guardare. Non sarà la narrativa a salvarli. Non è il suo compito. Al limite può raccontarli. È pur (quasi) sempre buon materiale su cui lavorare di penna. Wu Ming sistema egregiamente intuizioni che erano nell’aria da tempo, un po’ come le scoperte scientifiche che avvengono in contemporanea in diverse parti del mondo, e che forse avevano bisogno di tirare le fila. Le sistema secondo il suo modus operandi e secondo la sua interpretazione fenomenica. In questo presumo che critiche, postille, chiose, destrutturazioni, lavori di fino e smantellamenti possano essere fondamentali, tanto alla questione New Italian Epic – che sia fondata oppure no – quanto alla piacevole sensazione di dibattere in profondità, con leggerezza, lontani da salotti, tromboni e parrucconi che ancora si dimenano e si contorcono tronfi in questioni putride. 40 Del resto se i critici facessero il loro lavoro ai narratori potrebbe bastare la poetica. Nonostante tutto, non sono riuscito per fortuna, a dissipare i dubbi che nutrivo nei confronti del New Italian Epic e i come restano sospesi a mezz’aria pronti a farsi sostituire, a farsi affiancare da molti altri come. Sono le domande, non le risposte, banalmente, a essere importanti. La selva è ancora oscura. È una selva di selve ma per mia grande fortuna, se la ragione è incapace di dissipare queste nubi, a ciò pensa la natura, la quale mi cura e guarisce di questa tristezza e di questo delirio filosofico: la tensione della mente si allenta, mi distraggo, un’impressione vivace dei miei sensi manda in fuga tutte queste chimere. Ecco, io pranzo, gioco a tric-trac, faccio conversazione, mi diverto con gli amici.

***

: Appendice :


Cantare la Kaly Yuga / No Italian Epic

A Ferdinand mancava quel che farebbe un uomo più grande della sua povera vita, l’amore per la vita degli altri.

F.L. Céline

[...] e non mi convince Pasolini quando bacchetta gli intellettuali di sinistra, che in nome di Céline, si sono messi a distinguere tra le scelte ideologiche di uno scrittore e il suo valore letterario. Questa «dissociazione» a Pasolini è indigesta. Bah, non credo che le scomuniche politiche abbiano importanza in letteratura.

Alessandro Piperno

 

Simone Sarasso 41 affronta di petto la questione dell’apocalisse. Uno dei nervi scoperti, secondo lui, sta nel dopo:

«In sintesi: quale futuro dopo l’apocalisse? Più nel dettaglio: molti dei libri citati nel memorandum (quasi tutti, a dire il vero) raccontano la fine. La fine di un’epoca, d’un mondo, nel più ristretto dei casi dell’universo dei protagonisti. Fine quasi mai assoluta ma, come detto, annichilente. Data per scontata la fine: – Coloro che rimangono, sono semplici sopravvissuti o padri pellegrini? – Dopo aver raccontato l’annichilimento in tutte le salse, questa nuova generazione di scrittori sarà in grado (e, soprattutto, avrà voglia e necessità) di produrre una mitologia fondativa? A quando un’Eneide, dopo tante splendide Iliadi?» 42

eneideL’Eneide. Ridotto ai minimi termini, narrare significa riprodurre in eterno certi schemi, l’originalità dello scrittore sta nella modalità con cui li riproduce. Certo bisogna tenere conto di molte varianti socioculturali e bla bla bla, ma la mitopoietica, in soldoni, è legata agli endocetti, agli archetipi. Da Jung a Campbell, attraversando come un alfiere la scacchiera della narratologia da Todorov ai formalisti russi, si può identificare un certo numero di archetipi che corrispondono ad altrettante storie. Prendiamo i tre casi più semplici che si riferiscono all’endocetto del viaggio, quelli che si incontrano più spesso, puri o amalgamati, in lettura, insomma: il viaggio di formazione (in soldoni quello di molte fiabe à la Capuccetto Rosso), il viaggio dell’eroe, e il viaggio di fondazione – esodo. Se l’Odissea tanto per capirci rientra nel archetipo del viaggio dell’eroe, l’Eneide rientra in quello di fondazione. Ricordo che quando frequentavo le scuole medie c’era l’ora di epica. Il libro era un mattone inverosimile, che conduceva i giovani pupilli a un’inevitabile ernia a furia di trasportarlo nello zaino. Dal mito alla storia – questo il titolo del volume – racchiudeva in sé Iliade, Odissea, Eneide, Orlando Furioso, se non ricordo male La Gerusalemme Liberata e qualche stralcio da saghe nordiche varie. Nel corso di studi, si riuscivano ad affrontare solo le prime tre. Le altre, come la storia del XX secolo alle superiori, venivano elegantemente glissate. Epica era una delle poche materie che mi affascinava davvero. L’Iliade e l’Odissea erano esaltanti, stuzzicavano la fantasia e coinvolgevano la maggior parte della classe. Quando capitava di dover scrivere un tema, inventandosi un episodio dell’una o dell’altra (soprattutto dell’altra) sentivo quella scossa elettrica nelle mani e nella testa che ho provato solo anni dopo, quando scelleratamente ho deciso di darmi alla narrativa. Finita l’Odissea, in aula si mormorava già in attesa dell’Eneide, alla stregua di come si mormorava in attesa del Ritorno dello Jedi. Dopo poche lezioni ci rendemmo conto che L’Eneide, non solo non collimava con le aspettative, ma era di una noia brutale. Ben presto persi il filo delle gesta di Enea e del suo approdo sulle coste della Libia ecc. ecc. e i miei voti, a dire il vero sempre sulla soglia della sopravvivenza, vacillarono anche in epica. Sono la Kali Yuga, l’apocalisse e l’ipocalisse a fornire il combustile necessario alla narrazione. È il male, quella finzione che chiamiamo male, a rendere le storie degne di essere raccontate, ma soprattutto degne di essere lette. La quintessenza dell’affabulazione, l’ontologia dell’avvincente, la materia prima dell’avventura. L’alfa e l’omega di questa cosa che secondo alcuni è NIE, secondo altri è intrattenimento salgariano 43 (se vogliamo addizionato di spessore filosofico – sociale – psicologico) e secondo Tiziano Scarpa è romanzo d’eccellenza. Immaginare un’evoluzione, una rottura dell’incantesimo maligno, una Satya Yuga 44 e metterla in scena ha due grandi problemi.

1) rischia, come l’Eneide e gli altri testi chi trovano il loro humus nell’archetipo della fondazione e all’esodo, di essere maestosamente deboli, privi di spinta creativa e di dinamiche in grado di sezionare l’animo umano. È come se l’uomo esteticamente educato – per dirla con Schiller 45, l’uomo nuovo – per dirla con Marx e il superuomo – per dirla con Nietszche, prendesse il posto della cara vecchia scimmia senza peli, il troglodita armato di bomba atomica, alimentando la noia da perfezione 46 .

bsgSi tratta di materiale da maneggiare con cura. Un buon esempio di come farlo, arriva da una serie tv fantascientifica (pur sempre di narrazione si tratta): Battlestar Galactica 47. Il serial canadese trae spunto dalla storia delle Dodici Tribù di Israele (tribù perduta inclusa)48, dalla Diaspora e dall’Esodo verso la terra promessa. Il comandante Adama è una sorta di Mosé in effetti, con tanto di Mar Rosso spaziale da dividere e attraversare.

————————————————————SPOILER ————————————————————–

Galactica però è circolare, parte da un’apocalisse – la distruzione della razza umana nei dodici pianeti, colonie di Kobol, da parte dei Cylon 49 – e arriva a un’apocalisse. La terra promessa, in questo caso La Terra, all’arrivo dei superstiti è completamente devastata. La fondazione, dopo l’esodo, non è un sogno, un’utopia da realizzare, ma semplicemente un incubo. In questo il sorriso amaro, folle e disincantato di Chief Tyrol, che ha da poco scoperto di essere un Cylon, un robot (un golem per rimanere in tema di ebraismo), di fronte alle rovine è emblematico (la sua personale ipocalisse).

————————————————————SPOILER ————————————————————–

2) Come la letteratura utopica, rischia poi di essere pedagogica, indicando la via da percorrere per la salvezza morale dell’uomo. Si (s)cadrebbe così nel peccato mortale dell’ideologia. Cantare la Kali Yuga è narrativamente più efficace e forse lo si potrebbe fare con L’Eneide, come in Battlestar Galactica, ma non sarebbe allora come mascherare l’epopea virgiliana da Iliade / Odissea o viceversa? Non è forse più interessante occuparsi di personaggi come il celiniano Ferdinand? Uomini più piccoli della loro povera vita, senza amore per gli altri, senza intenzioni fondative, utopiche, senza tensione al miglioramento, o meglio con questa tensione ma accompagnata dalla consapevolezza del fallimento. E qui torna, inevitabile, l’eroe solipsiticamente epico, l’uomo in rivolta. Se riuscissimo a trovare un Enea in rivolta nei confronti del suo destino di fondatore, allora potremmo cantare anche la Satya Yuga. Il fallimento (consapevole) sarebbe quindi la più epica delle narrazioni possibili. L’Età dell’oro, se dovesse essere raccontata, dovrebbe esserlo solo e necessariamente in chiave di sogno infranto, un vago e opaco riflesso marmorizzato nelle trame dell’Età del ferro; altrimenti si farebbe solo nostalgia romantica di un passato mitico o di un futuro altrettanto mitico. E mortalmente noioso. 50

Il dopo apocalisse di Simone Sarasso allora, andrebbe visto come un durante, come un’accelerazione in direzione della tempesta quindi per osservarla da ancora più vicino, una prossimità all’occhio del ciclone, ma non una sosta quieta al suo interno per quanto fradici. C’è da perdere il senno, come Orlando. Chissà se ci sarà un Astolfo pronto ad andare sulla luna?

***

: Dada :

chanceLa new wave rimise in discussione il punk, lo fece riportando l’intellettualismo in seno all’ignoranza brutale e rivoluzionariamente conservatrice del genere. Fu possibile grazie alle aperture e alle contaminazioni che oggi diamo per acquisite. La new wave morì poco dopo. Morì assiderata dalla sua stessa freddezza. Dopo, fu tutto un magma inarrestabile di capovolgimenti, di incroci felici e infelici, di nascite e cadute di generi e sottogeneri. Ci fu però un microsecondo di deragliamento dadaista, un istante di febbre malarica, il tempo di ammiccare o spalancare del tutto gli occhi (fate voi), la no wave 51. Possibile che tra il new italian epic e la narrativa (pop) tout court si possa insinuare un abbagliante microsecondo no italian epic 52 in grado di far esplodere e implodere, tra clangori e bagliori, al tempo stesso Kali e Satya?

***

300Simone Sarasso fa anche riferimento a una “seconda linea di autori” menzionati nel memorandum, una retrovia. La sensazione è quella dell’assedio. Un assedio mediatico, mediale, culturale in cui certa narrativa – e un certo paese – si trova da parecchio, troppo, tempo. Quando si è circondati non ci sono prime, seconde o terze linee. Il fronte è ovunque e la trincea è un solco in mezzo a un polveroso nulla. La seconda linea si trova schiena contro schiena con la prima, diventando a sua volta prima. 53 L’orizzonte a cui guarda è un altro, la curva della terra ha forse un aspetto diverso, ma la situazione è la stessa. Un enorme, devastante esercito di soldati (e schiavi) anonimi avanza da tutte le parti, come alle Termopili  54, o come a Masada. Ognuno scelga come finire, se come gli spartani 55 o come i giudei.

***

: Nota personale :

In conclusione di questa mia, poco sistematica e frammentaria, riflessione sul NIE non mi resta che tirare le somme. Sono riuscito a tracciare un quadro fenomenologico della questione? Come scritto qualche paragrafo fa, le domande sono ancora sul tavolo. Risposte non ce ne sono. Ho sbrodolato tangendo l’invettiva e il pamphlet e ho deragliato nel divertissement postmoderno non senza playfulness. Non posso che rispondermi con le parole di Samuel Beckett: ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò meglio. Un fallimento 2.0


: NOTE :

1) Questo scritto è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons: si consente la riproduzione parziale o totale e la sua diffusione per via telematica, pubblicazione su diversi formati, esecuzione o modifica, purché non a scopi commerciali o di lucro e a condizione che venga indicato l’autore e che questa dicitura sia riprodotta. Ogni licenza relativa a un’opera deve essere identica alla licenza relativa all’opera originaria.

2)  http://www.anobii.com/groups/01902b6f3cf85ba649/

3)  A questo proposito Simone Sarasso – d’ora in poi SS – , che ha avuto la (s)fortuna di leggere il mio testo in anteprima chiosa: «Mi pare che questo sia il vero punto, ovvero quello che la gente percepisce immediatamente dal saggio di Bui. È interessante come il pubblico muti da consumer a “prosumer” partecipando attivamente a definire il brand, includendo libri a lui cari. C’è il rischio che gli intenti primigeni siano travisati, ma è il rischio di tutte le narrazioni aperte. E poi, a ogni modo, la questione è nodale per ciò che verrà, ma il NIE parla essenzialmente di ciò che è stato.»

4) La scrittura rientra nell’ambito della Techné, il termine con cui si designava, nell’antichità sia l’attività dell’artigiano che dell’artista (che erano appunto, technites). Techné comprende sia la nostra arte, sia la nostra tecnica, sia la capacità di fare qualcosa che si svolge secondo una regola. Non è dunque una mera esecuzione di progetti di altri, che l’esecutore può non condividere o addirittura non comprendere, né una creatività libera da regole. Gli artisti sono anche tecnici e i tecnici sono anche artisti, perché il loro fare, in entrambi i casi, comporta un saper fare o un metodo; comporta, cioè, una conoscenza, pratica e teorica a un tempo, e una partecipazione consapevole a ciò che si fa. E questo vale sia per il lavoro intellettuale, sia per il lavoro manuale (alla techné greca partecipano sia l’architetto, sia l’ingegnere, sia il muratore esperto del proprio mestiere). La poiesi abbraccia la techné e la comprende in quanto facoltà creativa dell’uomo e momento in cui essa si realizza, specialmente in relazione all’attività artistica. Nel pensiero aristotelico, la poiesi è l’azione umana considerata in se stessa, indipendentemente dalle intenzioni che possono accompagnarla. La Poiesi secondo Aristotele allora indicherebbe letteralmente l’atto in cui si crea, il momento creativo dello spirito e deriva dal greco “poiesis”, derivazione di poieo, fare, produrre. I concetti di prassi e poiesi hanno mantenuto, per molto tempo, uno specifico status, distinguendosi con nettezza l’uno dall’altro. Aristotele descrive le loro caratteristiche principali nel VI libro dell’Etica Nicomachea. Egli definisce la praxis una attività fine a se stessa, che non dà luogo a un’opera autonoma e, proprio per questo, implica l’esistenza di una sfera pubblica. La poiesis, invece, culmina in un prodotto indipendente, che perdura anche quando l’attività è ormai conclusa; essa è guidata, dunque, da un fine estrinseco e non ha bisogno della presenza di un “pubblico”. Lo scopo della poiesis è la constatazione che esista un prodotto anche dopo la conclusione del processo produttivo. La poiesis è un fare eterotelico, il fine della produzione è altro dalla produzione stessa. Anche la sfera pubblica, necessaria per quanto riguarda l’azione, non è condizione fondante lo statuto della produzione.

5)  Aristocratico, nobile, vi rimando alla nota  27

6) Di cui De Cataldo e Moccia, Calasso e Liala, Calvino e Bevilacqua, Mari e Faletti… sono allo stesso modo esponenti.

7) http://it.wikipedia.org/wiki/New_Weird – http://www.themodernword.com/columns/cisco_001.html

8)  E sul versante graphic novel “United We Stand” di Sarasso e Rudoni.

9) Nell’Iliade ci sono molte parti “troiane” ma sono scritte per i greci. L’Eneide invece parte da Troia ed è la storia di una sconfitta e di una rinascita fondativa, ma ci torneremo in seguito nell’appendice, No Italian Epic.

10)  L’ingiustizia, la prevaricazione, l’oltrepassamento del giusto. Nel pensiero presocratico, l’hybris è l’elemento in grado di strappare il tessuto armonico della realtà che mantiene in equilibrio l’universo.

11) A. Camus – Il mito di Sisifo, Bompiani 2001 – Mi rivolto dunque siamo, Elèuthera 2008.

12) Chiosa di SS: «il che mi porta a un’altra riflessione sulla transmedialità: bisognerebbe attuarla con passione e perizia. In altre parole, è bello che dalle storie nascano booktrailer, reading, spin-off, etc., ma di solito il problema della fan-fiction è che nove volte su dieci è robetta. Ci vorrebbe uno sforzo di umiltà e competenza vera da parte di chi porta avanti le storie. Finché si tratta di narrazione fatta da professionisti, ho piacere a vedere la mia storia implementata all’infinito. Ma il gap che c’è tra certe produzioni derivate e l’originale a volte è enorme. Occorrerebbe ricalibrare il tiro. Se tutti possono modificare a piacimento, non è sempre detto che ne nasca qualcosa di buono. Ci vorrebbe maggior controllo, per salvaguardare l’eccellenza della storia.»

13) In fin dei conti, non sono forse i supereroi, l’epica statunitense? Altro che cowboy e Far west.

14) E qui il parallelo sembra talmente forzato da non esserlo affatto.

15) A cui assimilo, come già detto, spudoratamente il fantastico. Per la differenza tra i due, che qui non è particolarmente importante, rimando a wikipedia: al contrario della narrativa fantastica tout court, che affronta l’intrusione vera o supposta dell’elemento fantastico nella nostra realtà, il fantasy descrive mondi o dimensioni immaginarie completamente avulse dal nostro mondo. http://it.wikipedia.org/wiki/Fantasy

16) Non è questa la sede per, e non è mia intenzione, dare un giudizio critico sul lavoro della Troisi.

17) In Italia, si fa per dire, abbiamo due delle più interessanti saghe epiche di matrice nordica alla pari dell’Edda di Snorri e dei Nibelunghi, quella del magico regno di Fanes e quella di Re Laurino. http://www.ilregnodeifanes.it/ – http://it.wikipedia.org/wiki/Re_Laurino

18) http://it.wikipedia.org/wiki/MMORPG

19)  Un giro sul blog di Gamberetta: fantasy gamberi, potrebbe essere un punto di partenza per indagare la vivacità e l’interazione della comunità di lettori di fantasy. Altri blog e/o siti interessanti sono www.stedon.it,  bookandsorceryfantasystorymondifantasti, mirtillangela e naturalmente Fantasy Magazine

20) Anche se di altro tenore e tematica Ho freddo di Gianfranco Manfredi, di nuovo lui, pubblicato da Gargoyle e la ristampa del già citato Magia Rossa.

21) Che uscirà a inizio 2009 per i tipi di Mondadori. Tenete d’occhio questo autore, parola di uno che non ha mai fatto lo scout. www.wunderkindtrilogy.comwww.dandreagl.com

22) http://it.wikipedia.org/wiki/Connettivismo e sul connettivismo in Italia: www.next-station.org

23) Ci sono poi opere critiche di spessore che nulla hanno a che spartire con chi spara a zero sul fantasy per partito preso e che anzi offrono una visione da considerare davvero un buon complemento di lettura alla faccenda NIE. Di corsa a leggere Harry Potter e la filosofia di Simone Regazzoni, Il Melangolo 2008.

24) Etichetta, piccola etica, costumino insomma…

25) http://www.romanzototale.it/rt2008/2008/06/18/editoriale/

26)  «A una persona il suo spirito appare chiaro come il sole; a un’altra, vago come il crepuscolo; a una terza, buio come la notte. Chi non lo trova di suo gusto non è tenuto a usarlo, e chi vi si oppone non è obbligato ad accettarlo per vero. Vada questo libro in giro per il mondo a beneficio di coloro che sanno discernerne il significato.»

27) A questo punto interrogo l’I-Ching pure io. Com’è il New Italian Epic? Lancio le monete.

Il trigramma superiore è Sun, il mite, il vento, quello inferiore è Chên, l’eccitante, il tuono. Assieme formano l’esagramma I, l’accrescimento.

L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la forte linea inferiore del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del Libro dei Mutamenti si palesa anche in questa concezione. Il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che procura un accrescimento all’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione allo spirito che solo è in grado di aiutare il mondo. La sentenza dell’oracolo: L’accrescimento. Propizio è imprendere qualche cosa. Propizio è attraversare la grande acqua.

L’immagine: Vento e tuono. Ogni sacrificio che venga fatto in alto per accrescere l’inferiore suscita nel popolo un sentimento di gioia e gratitudine che è oltremodo prezioso per la fioritura della comunità. Quando gli uomini sono così affezionati a coloro che li guidano è possibile intraprendere qualche cosa, e anche le imprese difficili e pericolose riusciranno. In tali tempi di ascesa, il cui svolgersi è accompagnato da successo, sarà opportuno lavorare e sfruttare il momento. Questo tempo è simile al tempo in cui cielo e terra celebrano le loro nozze, quando la terra diventa partecipe della forza creatrice del cielo, e quindi plasma e realizza gli esseri viventi. Il tempo dell’accrescimento non dura, e perciò bisogna farne uso finché sussiste.

L’immagine dell’accrescimento: Così il nobile: quando scorge un bene lo imita; se ha in sé dei difetti se ne sbarazza. Nell’osservare come tuono e vento si accrescano e si rinforzano a vicenda si impara la via per giungere all’accrescimento e al miglioramento di sé stessi. Quando si scopre in altri qualche cosa di buono bisogna imitarlo e così assimilare tutto ciò che è buono sulla terra. Scorgendo in sé stessi qualche cosa di male, è opportuno disfarsene. Così ci si libera dal male. Questo mutamento etico è il più importante accrescimento della personalità.

Le prime due linee però sono dei 9, linee mobili, bisogna considerare quindi anche le parole aggiunte dal duca di Chou alle singole linee: 9 al quinto posto: Se in verità hai un buon cuore non chiedere. Sublime salute! In verità la bontà sarà riconosciuta come tua virtù. 9 sopra però significa: Egli non porta accrescimento a nessuno. Certamente qualcuno lo percuote. Egli non tiene fermo durevolmente il suo cuore. Sciagura! Confucio dice di questa linea: “Il nobile acquieta la sua persona prima di mettersi in moto. Egli raccoglie nella mente prima di mettersi a parlare. Egli consolida le sue relazioni prima di chiedere una cosa. Rispettando questi tre punti il nobile vive in completa sicurezza. Se invece si è impulsivi nei propri movimenti, la gente non collabora. Se si è agitati nel parlare, non si trova eco presso la gente. Se si chiede una cosa prima di aver annodato una relazione, la gente non la dà. Quando nessuno è con noi, accorrono i malvagi a far danno”. 

28) Ne ho avuto un vago sentore leggendo Romanzo criminale, Mostri per le masse, La terza metà e per assurdo Pan, quasi in contemporanea. Forse è solo questione di sensibilità individuale – eppure – più o meno comune verso il proprio “Yuga” (keep reading).

29) E poi a me, a costo di scatenare una insignificante tempestina in brodo, Underworld, Infinte Jest e L’arcobaleno della gravità, hanno sempre stimolato un inevitabile quanto abissale, eterno e brillante sbadiglio.

30)  Riprendo, adatto e rivedo un intervento che feci in quel di Torino nel 2006 durante il convegno scientifico organizzato dal CSI Piemonte “Il senso del tempo. Società. Scienze. Tecnologie.” – http://www.csipiemonte.it/convegni_scientifici/2006/

31) L’esistenza stessa della periferia presuppone che esista anche un centro. Avrei bisogno di altre 67.852 battute per ipotizzare, tematizzare e disgregare questo assunto.

32) Riprendo, adatto e rivedo un intervento di cui non ricordo nulla.

33) Cogliere la mela dall’albero della conoscenza.

34) Secondo l’interpretazione della maggior parte delle Sacre Scritture induiste, tra cui i Veda, il Kali Yuga, Età di Kali, conosciuta anche come Età del ferro, è l’ultimo dei quattro Yuga, un’era tenebrosa e oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale.

35) Un questione su cui lavoro dilettantescamente da anni a colpi di bic e moleskine…

36) Il male non esiste. Se non come convenzione che tra l’altro non regge alla prova del trascorrere dei millenni. Chi volete ce l’abbia ancora con Nabuccodonossor? Chi volete si ricordi, tra un millennio, di chi e come governa il mondo? Figuriamoci l’Italia. Faremo pure in tempo a vedere la morte di Dio, alla stregua di quella degli dei pagani… Sempre che non si sparisca prima dalla faccia della Terra, facendole un favore. Una questione insomma, anche questa di punti di vista. Punti di vista macrocronici. E forse nemmeno così macro. Tra cent’anni nessuno di noi sarà qui.

37)  Questo passaggio mi costringe a una ****** Breve pausa in cui sospendo (ulteriormente) la sospensione del giudizio ******

J.P. Rossano interviene sul suo blog – http://www.jprossano.com/2008/nie-noir/ – a proposito di NIE e morte dei generi: [...] a volte il noir affronta a viso aperto la grande Storia, pensiamo ad Ellroy (American Tabloid, Sei pezzi da mille), o De Cataldo (Romanzo criminale, Nelle mani giuste): hanno provato a riscrivere a modo loro periodi salienti della storia dei propri paesi, tappando i buchi degli enigmi ancora esistenti con invenzioni letterarie che hanno tutto il sapore di essere più veritiere di certi libri di storia.

Il noir ama l’analisi “sociale” e la denuncia del marcio che sta dietro alle storture cui siamo spesso spettatori passivi, questa è la funzione fondamentale di un tipo di letteratura che passi pure sotto la classificazione che si vuole, o addirittura sotto alcuna classificazione come propone WM1, ma comunque una letteratura che non abbassa la guardia, non si sente in pace, ne tanto meno “arrivata” ma continua ad assolvere la sua funzione “sociale”, tanto più in un paese come l’Italia che, oggi più che mai, è colta dal pericoloso raptus di voltare la faccia di fronte al marcio, all’illegalità, agli scheletri negli armadi ed alla povere sotto i sotto i tappeti. Se ricordo bene, Salman Rushdie, la narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità. 

Io non ho nulla contro Rushdie – se non una sensazione personale di noia verso il suo modo di scrivere – contro il noir e tanto meno contro Rossano, ma quando sento parlare di dovere e verità mi prudono le mani. Il dovere dello scrittore… la verità… la v minuscola è fuori luogo. Forse, per pudore, il traduttore o chi per lui, quando ha riportato la frase di Rushdie non ha osato darle lo statuto e la statura di cui aveva necessità. Ma di cosa stiamo parlando? La minuscola si addice solo alle verità, quelle parziali, tutte legittime, ma pur sempre parziali, e declinate al plurale. Qui non si tratta di una missione salvifica, il rischio di slittamento verso questa direzione, è in agguato. A chi dire la Verità? Per quale motivo? E soprattutto chi ha deciso che la “nostra” sia proprio la Verità? Non mi sembra ci sia nessun intento di questo tipo nel memorandum sul nuovo epico italiano, ma le interpretazioni che spingono in questa direzione, anche in Anobii, non sono da sottovalutare. Il dovere dello scrittore è quello di scrivere. Semplicemente perché se non lo fa, cessa di essere scrittore, e di opinionisti, predicatori, salvatori della patria e affini siamo abbondantemente circondati. Le (loro) fosse purtroppo sono ancora vuote.

38) E.M. Cioran, Esercizi di ammirazione, Adelphi 1988

39) Forse proprio per questo in Italia la narrativa è sempre stata vivace, in grado di sperimentare, sconfinare, avanguardare. Basti pensare alla scrittura collaborativa, che all’estero riguarda solo esperienza off, esperimenti incerti e zoppicanti o la saggistica. 

40) Senza poi disdegnare di pavoneggiarsi in qualche festival letterario accanto a stagiste disinibite e lasciando le mogli a casa. Il problema non è il fatto in sé, naturalmente, ma l’assenza totale di classe con cui lo fanno… Cazzo, la classe è tutto.

41) Probabilmente nello stesso momento, poco prima o poco dopo, io scrivevo della Kali Yuga. Sottolineando ulteriormente il fenomeno della simultaneità delle riflessioni, come delle scoperte scientifiche.

42) http://www.carmillaonline.com/archives/2008/11/002845.html#002845

43)  Il giovane premio Salgari, nelle sue due edizioni, ha visto in finale, su sei nomi, quattro legati in qualche modo alla nebulosa NIE.

44) Il Satya Yuga è lo Yuga della Verità in cui il genere umano è governato dagli dei e ogni manifestazione o attività è vicina all’ideale più puro. È spesso associato all’età dell’oro. Fra le quattro ere, il Satya Yuga è il più lungo e importante. 1.728.000 anni fatti di conoscenza, saggezza e meditazione e la vita umana dura circa 4000 anni. Le persone, durante quest’età, credono solo nel bene, sublime virtù. Il male non esiste perché “è l’età in cui si è felici”. Dopo Satya Yuga c’è il Treta Yuga (età dell’argento) segnato da un declino, la terza era, il Dwapara Yuga (età del bronzo) porta in sé un altro declino e infine, come abbiamo visto, arriva l’oscuro Kali Yuga. Alla fine del ciclo nascerà un essere divino che ristabilirà l’ordine, facendo ricominciare un nuovo Satya Yuga.

45)  Friedrich Schiller – L’educazione estetica dell’uomo (1795), trad. it., Rusconi, 1998 – Bompiani, 2007.

46) Chiosa di SS: «Che solo il male offra buoni spunti per la narrazione è un pregiudizio novantino. [...] Io ne sono drasticamente vittima (Confine di Stato), ma bisogna andare oltre. Bisogna riappropriarsi del buono, bisogna creare una mitologia fondativa. Il mondo nuovo deve smetterla di farsi degli stessi pregiudizi e schemi narrativi di quello vecchio. In questo senso “Città perfetta” di Guglielmo Pispisa è una lezione.»

47)  Il remake, anzi il reboot, di “Battelstar Galactica” fatto a partire dal 2003. Attenzione a non confonderlo con l’originale, pacchiano e inconsistente, del 1978.

48) http://it.wikipedia.org/wiki/Popolo_d’Israele

49) http://it.wikipedia.org/wiki/Cylon

50) E qui, a proposito dell’Età dell’oro, Schiller (e Marx) andrebbe riletto con disincanto.

51) http://it.wikipedia.org/wiki/No_Wave – http://en.wikipedia.org/wiki/No_New_York

52) Parafrasando Tristan Tzara, no italian epic non significa nulla. Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l’origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i negri Kru chiamano la coda di una vacca sacra no italian epic. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: no italian epic. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: no italian epic. Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un arte per i neonati, per ladri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno a un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.

53) Anche se non fa parte dello stesso esercito o anche se si tratta di qualche soldato di ventura solitario, capitato lì per caso o per scelta. 

54)  Su “300”, il graphic novel, ma anche la pellicola (tolta la storia d’amore, i mostri e le bombe a mano, che nel fumetto non ci sono), la penso in modo diverso da Wm1, cfr. http://www.wumingfoundation.com/italiano/outtakes/allegoria_e_guerra_in_300.htm Certo a prima vista un’opera del genere potrebbe tranquillamente venir letta, più o meno ironicamente, sotto l’egida del motto Sport, Fascismo e Sodomia, ma consentitemi la boutade, non è che Nuovo, Epico e Italiano suoni poi così meno “marziale”…

55) Con in piedi almeno un aedo che continui a cantare storie.

Romanzi Criminali (di Kai Zen G)

Sono un fan di De Cataldo e lo ritengo uno degli scrittori di riferimento del panorama letterario italiano contemporaneo. Ricordo di aver letto il suo Romanzo Criminale poco dopo che uscì, perché lo avevano segnalato i Wu Ming, un collettivo di scrittori molto attento ad annusare l’aria che tira e a scoprire le novità di vero rilievo. De Cataldo, con quel romanzo, non il suo primo ma di certo quello che lo lanciò, rappresentava davvero qualcosa di nuovo. O meglio, il ritorno a qualcosa di buono che era stato abbandonato da una certa recente narrativa nostrana, troppo virata al solipsismo e all’interiorità spesso poco interessante dei suoi non memorabili protagonisti.
Mi riferisco, e qui subentra il secondo motivo che mi rende felice di essere qui questa sera, al coraggio di affrontare il racconto di una storia. Storia con la s maiuscola e minuscola insieme. Qui sta la forza di De Cataldo e degli scrittori che hanno caratteristiche simili alle sue. La capacità e la voglia, la sfacciataggine di interpolare vicende storiche o, nel suo caso di storia recente e fatti di cronaca, con la finzione narrativa, in modo da creare un oggetto nuovo, o meglio come dicevo prima, facendo rinascere un genere troppo a lungo abbandonato. Con Romanzo Criminale, De Cataldo ha condotto un’operazione di morphing – per usare una terminologia della tecnica d’indagine che ci rimanda invece a questo suo ultimo Onora il Padre – un’operazione nella quale, partendo da cronaca e atti processuali relativi alla vicenda della banda della Magliana, si aggiungono all’immagine primaria elementi di invenzione del tutto plausibili, grazie agli strumenti della tecnica narrativa, e si dà vita a qualcosa di diverso, indubbiamente, dall’originale storico, una realtà alternativa ipotetica, che però rispetta in pieno la dignità dell’originale, oltre a rendere, di fatto, la Storia, con la s maiuscola, più interessante e carica di tensione drammatica, e dunque, in due parole, ottemperando in pieno al compito primo di ogni scrittore che è quello di rendere vivo e coinvolgente il prodotto del suo lavoro. Rinnovando dunque la migliore tradizione letteraria italiana – penso a Sciascia, sia con le sue opere più di “invenzione” “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “Todomodo” ecc., come a quelle di ricostruzione storica e di interpretazione storico/narrativa “La scomparsa di Majorana”, “I pugnalatori”, ma anche “L’affaire Moro” già di taglio più giornalistico. E penso agli altri scrittori italiani contemporanei nello stesso solco, che non temono di affrontare narrativamente eventi storici o di cronaca, e anzi si avvalgono delle loro capacità di scrittori per inserirsi nelle pieghe della Storia, sfruttare i punti oscuri di questa e le lacune delle cronache per riempirle di materiale narrativo, di avventure, di occasioni narrative ed espressive. Autori come i Wu Ming di Q, 54 e Manituana, come Valerio Evangelisti con il suo Eymerich ma anche con il ciclo sulla rivoluzione messicana e il suo “Noi saremo tutto” sui sindacati americani. Come Giuseppe Genna che affronta addirittura Hitler con un romanzo biografia, o Antonio Scurati che si propone di offrire un rilancio del Risorgimento come mito fondante del nostro paese e occasione di far fiorire storie avvincenti, un po’ come gli americani fecero col West. O ancora il Roberto Saviano di cui tutti parlano, anche di recente per una polemica critica sorta fra Antonio Pascale e Andrea Cortellessa sulla legittimità e i limiti che un narratore deve o non deve porsi nell’estetizzazione della realtà.
Parlo insomma di gente che osa, perché ha carattere e, di certo nel caso di De Cataldo, perché ha padronanza dei propri mezzi, della tecnica del narrare. Scrittori che sanno rendere avvincente una storia e che sanno sfruttare anche le competenze acquisite magari in altri campi, asservendole alla narrazione.
E qui arriviamo a un altro tratto della scrittura di De Cataldo, che ci avvicina a quest’ultima edizione di Onora il padre (e parlo di edizione per un motivo ben preciso di cui ora dirò). Si tratta, stavolta, di un thriller classico che più classico ormai non potrebbe essere. C’è un serial killer, freddo, astuto che segue una sua logica tutta da scoprire e interpretare, e c’è la nemesi del killer. L’investigatore, poliziotto dell’Unita speciale crimini violenti, allevato con le tecniche investigative americane, che gli dà la caccia, cercando di capire come il criminale ragiona e a quali leggi razionali ma personalissime ubbidisce. Fin qui storia molto classica, per quanto si è visto negli ultimi anni, ma intanto va fatta una precisazione: questa è una riedizione di un romanzo che risale a ormai otto anni fa. Un periodo in cui non c’era ancora l’abitudine di oggi a certe storie, e di certo un periodo in cui, ancora, gli scrittori italiani non si misuravano quasi mai con storie come queste. Era roba lasciata agli autori anglosassoni, perlopiù. I nostri non avevano le competenze tecniche per affrontare questo tipo di storie, e nemmeno, forse, la voglia di mettersi a studiare per affrontarle. E poi si diceva, un serial killer italiano è poco credibile, l’ambientazione non va. I fatti di cronaca degli ultimi anni, invece, penso a Donato Bilancia per dirne uno, hanno smentito questa impostazione. E De Cataldo con questo libro non ha remore nel buttarsi in una storia con caratteristiche come queste, e lo fa, oltre che con la bravura dello scrittore, con la competenza dell’inquirente professionista. Cita e ci fa conoscere, nel corso della narrazione, tecniche investigative (il morphing di cui dicevamo e che in un’era pre CSI non conosceva nessuno), i protocolli d’indagine, le attività quotidiane anche più banali come l’archiviazione delle prove, la cui nozione probabilmente gli deriva dalla professione che De Cataldo svolge quando non scrive, è magistrato. Gli va riconosciuta, insomma, la capacità di saper mettere nelle storie che racconta tutto il frutto migliore dell’uomo e del professionista che è. Una qualità molto “americana” da non sottovalutare.
E infine il coraggio, la sfacciataggine, ancora, di ambientare la storia in una situazione di potenziale anticlimax, a sentire alcuni, e cioè in Italia ma non a Roma o Milano, in provincia, a Rimini, d’inverno. E questa è invece la carta vincente, perché questa scelta così apparentemente poco “sexy” è proprio la cifra migliore della storia. Il grigiore della località balneare abbandonata, gli alberghi semivuoti, il luna park in rovina, il mare d’inverno, la sottile e costante sensazione d’abbandono che pervade tutta la storia, le conferiscono un valore aggiunto che solo il tocco sapiente di uno scrittore come De Cataldo poteva dare.

Messina, 6/3/2008 Guglielmo Pispisa