Epilogo Criminale

Tempo fa le Officine Wort ci hanno chiesto di partecipare al romanzo totale “Chi ha ucciso Lucarelli” con un epilogo “fuori concorso”. Quell’esperimento è poi diventato un libro pubblicato dall’indomita Bacchilega di Imola. La tentazione di innescare un Nastro di Möbius e di darsi al pastiche letterario fu grande, come la confusione sopra e sotto il cielo…

La pioggia a un funerale è sempre melodrammatica. Se ne sta in disparte, lontano da occhi che nonostante il tempo potrebbero riconoscerlo. Canton l’ha stupito. Farsi seppellire al cimitero degli stranieri, degli atei… un colpo di teatro davvero di gran classe per un uomo che sembrava tutto tranne che creativo. L’ictus che l’ha stroncato si è ridotto a una semplice nota informativa. Un foglietto volante tra il vortice di carta che scompiglia forsennato la sua scrivania ogni giorno. Niente e-mail, niente sms, niente tecnologia. Solo carta, un enorme archivio di carta. Decenni per esaminarlo e poche ore per distruggerlo, in caso.
Se ne va prima che la cerimonia sia finita. Le scarpe scricchiolano dispari sul ghiaino bagnato. La zoppia si è accentuata negli ultimi tempi. Le dita che stringono il manico dell’ombrello sono segnate dall’artrite, non sente più indice e medio.
In strada lo attende la berlina grigia. Si osserva riflesso nel finestrino. Un vecchio, ormai. È ora di cedere il passo. Deve solo terminare di valutare i candidati possibili. Tastare il terreno. Nessuno di loro sembra persona pronta ad accettare l’incarico. Come lo è stato lui a suo tempo, quando il Vecchio gli ha passato il testimone. Le labbra dovrebbero incresparsi in un sorriso. Non lo fanno. Non c’è nulla da sorridere. Canton gli mancherà. L’ha seguito nella sua carriera, l’ha seguito come una nota a margine, un post-it. Una carriera insignificante sulla scacchiera del gioco importante. Un diversivo, una debolezza. Ma anche un modo per mantenersi ancorato alla realtà. Si fa presto a scivolare nel limbo grigiastro che si cela dietro le quinte. Il complotto complotta contro di te. Sempre.
Roma scorre fredda oltre il vetro fumè. L’autista è vestito a lutto, anche se non ha messo piede nel cimitero. Scialoja si massaggia la coscia. Il dolore si acuisce quando il tempo volge al peggio. Si concede ancora un minuto di malinconia in ricordo dell’amico poi consulta l’agenda. L’ordine del giorno. Tra i vari appunti c’è la questione della morte dello scrittore di gialli da risolvere. Un altro tassello del quadro generale.
L’ascensore che lo porta nel suo studio cigola e geme. Impermeabile e ombrello gocciolano sul pavimento di linoleum. Non ci sono specchi. Come non ce ne sono all’interno dell’appartamento anonimo in cui trascorre ormai tutto il tempo, scandito da un’insonnia feroce. L’arredamento è identico a quello che ha lasciato il suo predecessore. Anche il telefono, grigio antracite, è rimasto lo stesso. Non funziona più ma è ancora lì, al fianco di un apparecchio più moderno. Attacca il trench all’appendiabiti, si siede. Un sospiro, un massaggio blando alle tempie, poi chiama.
“Hanno fatto progressi?”
La voce dall’altro capo è squillante, un accento bolognese appena accennato. “Hanno chiuso il caso.”
Scialoja, riprova a increspare le labbra. Non succede nulla. “Bene. Fategli avere le prove.”
“Ma così…”
“Il suo lavoro non è discutere.”
“Eseguirò.”
“Mi tenga aggiornato sugli sviluppi. Voglio sapere come reagiranno e cosa faranno. Poi si consideri sospeso dal servizio.”
“…”
“Non chieda spiegazioni. Faccia come le è stato detto.” Riaggancia. Quell’ultima frase non l’avrebbe mai pronunciata prima, avrebbe semplicemente tolto l’operatività all’uomo di Bologna, senza dire nulla. È il segnale che è giunto il momento di ritirarsi. Un paio di faccende da sistemare e poi basta. C’è bisogno di qualcuno più giovane, brillante e pronto. Già ma pronto a cosa? Per cosa ha lavorato negli ultimi trent’anni? Per chi? Per lo stato? Lo stato… Lo stato non esiste. Ha smesso di crederci molto tempo fa. Eppure per fare quello che fa, che ha fatto, ci vuole convinzione. No, di più: ci vuole fede. E la fede non si può spiegare. La sua fede è una fede nell’equilibrio. L’Italia è un paese in bilico. Un equilibrista sull’abisso della storia e come ogni bravo equilibrista fa credere al pubblico di non essere in pericolo. Per poterlo fare ha bisogno di persone come lui. Persone in grado di tendere la corda e mantenerla tesa senza esitazioni e in ogni circostanza. L’equilibrio non è una questione ideologica o politica. L’equilibrio sfiora la metafisica. Eppure con la metafisica non si regge nessuna corda. L’azione è l’unica via. L’antizen è la soluzione.
Lucarelli. Un ingranaggio del sistema, un ingranaggio che ruota al contrario. Come molti altri. Osservando la macchina da un’altra prospettiva però ci si accorge che per funzionare a dovere deve avere rotelle che si muovono in entrambe le direzioni.
Fornire le prove del fatto che tutta l’indagine sia andata fuori pista e che le conclusioni siano del tutto sbagliate è contribuire all’equilibrio, è far ondeggiare il cavo. Non per far cadere l’equilibrista ma per evitare che cada dall’altra parte. Lasciare il pubblico senza fiato per un istante solo per farlo sospirare di sollievo un attimo dopo. Fa tutto parte dello spettacolo, della macchina.
Prende dal cassetto le foto degli sbirri al lavoro sul caso Lucarelli. Le sfoglia e le mescola come fossero figurine. Uno di loro è il candidato inconsapevole alla sua sostituzione. Nessuno lo riterrebbe adatto, ma non lui. Sa che non accetterà mai, come il Vecchio sapeva che lui non avrebbe accettato il compito. Eppure da decenni è lì, chiuso in quell’ufficio polveroso, inchiodato alla scrivania, celato allo sguardo del mondo a lottare con la forza di gravità che trascina l’equilibrista verso il baratro.

Delta Blues Tour – Dal Friuli al Piemonte

More about Delta blues Continua il tour di presentazione dell’ultima fatica dei vostri Kai Zen di quartiere, Delta Blues. Mercoledì 30 alle 20:30 saremo alla Biblioteca di Pradamano (UD), nell’ambito dell’iniziativa “Incontro con l’autore” a cura della Commissione Cultura del Comune.

Domenica 3 aprile saremo ospiti alla Festa del libro al Liceo Valdese di Torre Pellice (TO), organizzata dall’Associazione Amici del Collegio con la Libreria Claudiana di Torre Pellice. Eccovi la locandina dell’evento e mi raccomando, se siete da quelle parti…



Chi ha ucciso Carlo Lucarelli?

È partito il romanzo totale di quest’anno. Lo organizzano le Officine Wort e il “protagonista” è Carlo Lucarelli. Potete trovare il primo capitolo, le regole per partecipare e tutte le informazioni del caso sul sito delle officine. Vi riportiamo sotto il prologo da cui partire a narrare…

Accasciato sulla poltroncina, la testa appena reclinata all’indietro. Gli occhi fissi su una piccola crepa del soffitto, sbarrati, in un inspiegabile attimo di paura. Sullo scrittoio, un computer in stand by. Appunti vergati a mano pieni di note e scarabocchi. Pile di libri. Una copia del Sabato Sera con un articolo dal titolo “Buon compleanno Carlo”. Indossa il solito completo nero, ma al posto delle scarpe, scomode, un paio di vecchie pantofole.
Gli uomini della scientifica, nelle tute bianche, stanno eseguendo i rilievi. Qualcuno ha annotato che la porta di casa pare chiusa dall’interno, e non vi sono tracce d’effrazione. Né, a un primo sommario esame, di violenza sul corpo.
“Magari è morto d’indigestione” pensa uno dei militari osservando un piatto vuoto in cui si notano ancora vaghe tracce di quello che sembra essere ragù. “E io me ne sto qua a fare gli straordinari.”
Qualcuno, qualcuno molto in alto, ha deciso che bisogna fugare ogni dubbio sulla morte improvvisa del più grande scrittore di noir del Paese. Uno scrittore a volte scomodo. Che sapeva rimestare nei segreti rimossi ad arte dalle coscienze e, secondo indiscrezioni di chi lo conosceva bene, intento a lavorare a un libro dal contenuto a dir poco esplosivo.
Per questo, erano tutti lì a cospargere di polveri maniglie e ripiani alla ricerca di qualche impronta. Faranno analizzare il contenuto del piatto. Violeranno i file del computer. Interrogheranno amici, vicini, conoscenti. L’obiettivo è dimostrare all’opinione pubblica che s’è trattato di un semplice quanto sfortunato malore, un accidente del caso. E ai tanti fan dello scrittore che non è un complotto, che nessuno l’ha mai voluto zittire.
In un angolo, invisibili a tutti, il sovraintendente Coliandro e l’ispettore Grazia Negro osservano la scena affatto convinti. Sono decisi ad andare fino in fondo, a scoprire la verità. È una questione personale. Anche se non sarà facile, per loro, trovare qualcuno che li aiuti.

Il lato B

More about Il lato bSe dovessi scrivere una di quelle moleste fascette che abbracciano i libri ammiccando al lettore, sfrutterei uno dei nomi più abusati degli ultimi tempi: Chuck Palahniuk. Non importa se sono anni che lo scrittore di Portland non ci regala nulla di decente, il solo suono di quel cognome evoca un certo tipo di narrazione esagerata, caustica, ironica. La fascetta de Il lato B di Alessandra Faiella (Fazi) allora potrebbe essere una cosa del genere: se Palahniuk fosse donna, se fosse italiana e la smettesse di prendere per il culo i suoi lettori, scriverebbe questo libro. Che comunque con il culo ha a che fare.
Allo stesso modo se dovessi puntare tutto sulle implicazioni sociologiche del testo della Faiella mi toccherebbe tracciare un quadro amaro della contemporaneità, delle miserie di un paese ben più che miserabile. Dovrei affrontare tematiche incandescenti quanto trite e ritrite che vanno dalla politica all’etica, dal sessismo alla videocrazia, dai puttanieri alle veline e via di questo passo verso un certo prurito malsano di metter mano al Kalashnikov. Ma siccome non ho voglia di impantanarmi e immusonirmi e siccome, come ricordo a me stesso a ogni pie’ sospinto, la realtà è quella che è e dire come dovrebbe essere (che lo si faccia con le parole o l’AK-47) è fare dell’ideologia, allora non mi resta che dire qualcosa di Katia G, l’io narrante. Bellissima, con un culo epocale, determinata e intelligente, molto intelligente e per questo non lo dimostra mai. Nell’ambiente dello spettacolo / politica per fare strada la dote in questione deve essere tenuta nascosta, soprattutto se il QI è superiore a quello di chi devi usare e ancor di più se il tuo obiettivo finale è la vetta, anzi la Vetta (in realtà una cima piuttosto bassa, ma le metafore alle volte tendono all’ossimoro) e hai fretta di raggiungerlo prima che la vecchiaia ti freghi. Un fine per cui ogni mezzo è giustificabile e sacrificabile, un fine che sa di vendetta gelida e squisita con un movente tanto intimo quanto devastante.
Per Katia, il campo base da cui intraprendere la scalata a colpi di sesso è la tv. Qualche fiction, un reality show, un programma per famiglie in prima serata. Il campo successivo è il letto di un onorevole e da lì in poi la scalata, per osare retoricamente, si fa in discesa. Il letti si moltiplicano e sono quelli di deputati e senatori che con una risma di vedette, presentatori, registi, produttori, faccendieri, stilisti, chirurghi plastici e allegra brigata varia costituisce l’esercito di personaggi che solcano trasversalmente le pagine de Il lato B. Comparse tanto improbabili quanto tristemente realistiche.
Scrittura veloce, cinica senza concessioni che mostra e non dimostra, un tocco di grottesco, una punta di sarcasmo, carambole umoristiche e un retrogusto amaro, a tratti amarissimo per un finale iperbolico. Unico punto a sfavore: a volte l’uso debordante dell’umorismo ai limiti del caricaturale rischia di disinnescare il côté critico – visibile in filigrana – del romanzo. (7/10)

Recensione pubblicata su Blow Up di settembre

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Caffé Svedese 2

T., lo ha conosciuto dopo la guerra.
Erano anni che lavorava per don S. Il vecchio gli si era affezionato in qualche modo. GB non aveva mai discusso un ordine. Eseguiva senza fiatare. La parola di don S. era legge per lui, gli aveva fatto da padre, insegnandoli molte cose, facendo di GB un uomo rispettato da tutto il quartiere. Quando aveva sedici anni gli aveva pure prestato la macchina per portare Lisa al Luna Park. Quando ne aveva diciassette gli aveva regalato una macchina per il fidanzamento ufficiale con Lisa e a diciotto quando si sposarono, gli regalò un garage per la macchina con la casa annessa. Lisa era bella e non aveva smesso mai di sorridere a GB.
Smise il giorno che GB tornò sporco di sangue fino ai denti.
Da quel momento in poi le cose cambiarono. Le gradazioni di sentimento di Lisa andarono mutando negli anni. Tenerezza per un adolescente spaventato dal mondo, amore per un ragazzo coraggioso, odio per un uomo crudele.
GB non prova sentimenti se non sterminata ammirazione per don S. amicizia per T. e amore per Lisa, nonostante tutto. Nonostante negli ultimi trent’anni le cose siano cambiate. Nonostante don S. sia sottoterra, Dio lo abbia in Gloria, e Lisa, abbia divorziato, non gli parli da tre lustri e chieda un assegno per gli alimenti sempre più alto. Il “lavoro” non manca e tutto quello che GB guadagna lo dà a Lisa. A lei però non basta mai.
GB vive in una pensione scalcinata, dorme su un letto che lo uccide di dolore a ogni risveglio e si nutre di scatolette di tonno e crackers. Ma Lisa è l’unica persona che gli abbia mai sorriso davvero. E non importa il resto.
T., lo ha conosciuto dopo la guerra. T è il fratello di HS. T. ora è morto.
La ragazza posa la tazza sul tavolo, girando il manico verso di lui. C’è qualcosa di familiare in lei. GB cerca Lisa in ogni donna che incontra… Il caffè è una galassia scura che ruota.
Non può stare lì tutto il giorno. Si decide a portare la tazza alla bocca. Prende un breve sorso. Schiocca le labbra e sente il liquido scendere amaro nella gola. Per un istante dimentica il resto e si abbandona al corroborante effetto della caffeina. Si distrae dalla vita come un contrabbandiere suomi che gusta il frutto della traversata notturna.
T. è stato un amico. Un ottimo amico.
GB e T. non hanno nulla in comune se non qualche aneddoto di guerra. Non erano nello stesso battaglione, non erano nella stessa divisione e nemmeno nella stessa parte di mondo. Uno chiama i giapponesi nip. L’altro giap.
GB, è tornato in patria da un anno, si è rimesso subito in carreggiata e ha appena finito di svolgere una commissione per don S., si sta scolando una birra in una bettola. I guai con Lisa sono andati peggiorando durante la sua assenza. Lei non rispondeva nemmeno alle sue lettere dal Pacifico. T. si siede accano a lui e attacca bottone. GB non è tipo da scambiare quattro chiacchiere, ma non importa T. parla per due. La serata passa a suon di alcol e ricordi. Qualcuno a un certo punto, a qualche tavolo di distanza se la prende con i reduci, con la guerra… alza un po’ troppo la voce. T. e GB sono sbronzi. La serata finisce male. Finisce male per i tizi a qualche tavolo di distanza.
Da quella sera ogni settimana, con la pioggia o con il sole, T. e GB vanno a scolarsi la loro sacra birra domenicale. Uno parla, l’altro ascolta.
“Com’è?”
GB si scuote dai ricordi. La ragazza del caffè M. è in piedi con il vassoio al petto davanti a lui, indica con il mento la tazza tra le sue mani. I vecchi in fondo continuano imperterriti a spostare pedine sulla scacchiera del mah-jong e GB deve andare.
“Come in Finlandia.”
Lei annuisce perplessa ma non dice nulla.
L’ultimo sorso. Una banconota sul tavolo. “Grazie. Grazie davvero.”
“Torni a trovarci”
GB sorride.
Quando HS gli ha telefonato, stava firmando un assegno per Lisa. Erano mesi che dava la caccia a HS. HS ha ucciso T. GB non sa perché sa solo che è stato lui. È stato HS a farglielo sapere con due righe di inchiostro. Don S. è morto da un pezzo (che Dio lo abbia in gloria), Lisa lo odia. L’unico legame con la vita di GB è, era T.
GB non ha mai visto in vita sua HS, T. non ne parlava mai, d’altronde nemmeno GB parlava della sua famiglia, l’unica volta che T. gli ha detto qualcosa del fratello, erano sbronzi entrambi, GB stava pisciando contro un muro e non aveva sentito quasi nulla. T. poi è scoppiato a ridere e GB per cortesia e per etilismo si è messo a ridere di riflesso senza avere capito un granché.
La voce di HS è strana. Ha aspettato che GB finisse la sua pletora di minacce e poi con tranquillità ha cominciato a parlare, intervallato per un minuto dalla voce spaventata di Lisa.
Non può fare nulla. Non ha tempo di cercare HS. Entro sera deve confessare di aver ucciso T. o Lisa è morta.
Uscito dal caffè M. ripercorre la stradina a ritroso, infila la strada principale. Il distretto di polizia è a qualche isolato. La rabbia si è trasformata in amarezza. Non gli importa di nulla. Se non di lei. Dopo tutto lei gli sorrideva davvero. Non ha possibilità di scelta. Il suo sorriso lo ripagherà di tutto.
Il quartiere è cambiato da quando era un gracile ragazzino. La casa di sua madre è un parcheggio a più piani. La libreria è un take away coreano, il ristorante di don S. è il ristorante di qualcun altro (per cui ogni tanto svolge qualche lavoretto in memoria della gestione precedente). Le strade si intersecano come sempre e se i gradini dove si sedeva da piccolo non ci sono più, il canale c’è ancora.
GB fa una piccola deviazione. Quando arriva vicino all’acqua si siede sul cemento e osserva il rivolo scorrere placido sotto il vecchio ponte di ferro arrugginito. Il sole è una sfera arancione.
In questi anni ha visto molte cose. Alcune delle quali poco piacevoli. Forse l’unica confessione da fare dovrebbe farla a sé stesso. Come avrebbero dovuto fare i finlandesi. Distarsi dalla vita per qualche sorso… rischiare la vita per distarsi da essa. Sopravvivere ai problemi. Al destino. GB ha letto da qualche parte che il destino non è altro che qualche macchia di sangue nel vuoto. Il destino… I suoi occhi rivedono il momento della sua seconda nascita. Lui è uno spettatore: poco distante da dove è seduto, un ragazzino sta strappando le palle a un altro mentre viene massacrato di botte.
GB scoppia a ridere. Il sole si inzuppa nell’oceano come un enorme plum cake. Le sue orecchie risentono le parole di T. mentre lui sta pisciando contro il muro: “… mio fratello è un fottuto eunuco… da piccolo qualcuno gli ha strizzato i coglioni talmente forte da…”

Caffé Svedese 1

Siamo tutti dei commedianti: sopravviviamo ai nostri problemi (E. M. Cioran)

Il passo si allunga, si fa più rapido, quasi volesse sfuggire all’ombra delle gambe. GB avanza come se la folla non esistesse. Spintona qualcuno, sfiora qualcun altro, non sente le voci bestemmiare alle sue spalle. Se la cosa va fatta, che sia fatta in fretta. Avrebbe potuto fare altrimenti, avrebbe potuto infilare la sua lama tra lo sterno e il pomo di adamo di HS. Avrebbe potuto ma non ha tempo.
Scuote la testa, alza lo sguardo e si ferma. Attorno un vorticare di persone lo circumnaviga come un masso sporgente nella corrente di un fiume. Ha voglia di caffè. Lancia lo sguardo oltre la calca. L’orologio sul muro segna le cinque.
T. gli ha parlato diverse volte del caffè M. che si trova in una stradina da quelle parti. T gli ha raccontato anche di come, durante la guerra, i finlandesi avessero imbastito un commercio clandestino di polvere nera con la Svezia e di come ogni notte nel golfo di Botnia ci fosse un eterno avvicendarsi di imbarcazioni finniche, nonostante i sottomarini tedeschi e le fregate inglesi giocassero a darsi la caccia. I contrabbandieri suomi rischiavano di saltare in mille pezzi di legno, catrame e budella per il caffè. Non per un caffè qualsiasi ma dell’ottimo caffè svedese conservato in scatole di latta sigillate sotto vuoto. Quando le aprivano, anche solo l’aroma poteva ripagarli del rischio. I finlandesi, sono un popolo orgoglioso e combattivo. Hanno sbagliato cercando di farsi proteggere dai russi dall’esercito tedesco e il loro orgoglio ne sanguina, hanno poche ore di luce, o troppe, hanno delle zanzare feroci di qualche centimetro, della schnapps distillato di tristezza pura e molta voglia di suicidarsi. Non rimane loro che il caffè. Ettolitri di caffè, a tutte le ore e a tutte le età. Qualcosa che potesse distrarli dalla vita per qualche sorso. GB si sente come un finlandese. Imbocca la stradina scalcinata, cerca il caffè M. ed entra senza indugio.

Quattro vecchi giocano a mah-jong seduti a un tavolo in fondo, vicino a un lucernario. Lungo il fianco sinistro del locale corre un bancone di mogano con cerniere di ferro, dietro, c’è un ragazza che accoglie GB con un cenno gentile. D’istinto risponde con un sorriso. Si avvicina e ordina.
La voce di lei è roca, crepata dal tabacco. “Che tipo di caffè?”
Per GB, almeno fino a prima di quella domanda, esisteva un solo tipo di caffè. Non si è mai posto il problema. “Perché? Quanti tipi ce ne sono?” azzarda con le sopracciglia sollevate.
La ragazza lo squadra divertita, deglutisce e una cordicina di nervi si tende dalla spalla al collo, poi con un ampio gesto della mano fa un cenno alle pareti: centinaia di mensole, cariche di barattoli di ogni forma e colore. GB si sente come uno di quegli sciocchi che guardano il dito quando qualcuno indica la luna.
Si stringe le labbra tra pollice e indice. “Avete del caffè svedese?”
La ragazza si volta, muove il capo da destra a sinistra e dall’alto in basso come stesse mirando con un arco. Poi si ferma. Prende uno sgabello da sotto il bancone, ci monta sopra e si allunga verso uno dei ripiani più alti. GB non può fare a meno di osservarle i polpacci sotto la gonna.
“Si accomodi, glielo porto appena pronto.”

Non dovrebbe essere lì. Ha assicurato HS che lo avrebbe fatto. Ma in fondo che differenza può fare il tempo di una tazza di caffè? Minuti? Mezz’ora forse?
Le venature del legno sul tavolo si inseguono e si annodano, GB le sgue con lo sguardo cercando di sbrogliarne le matasse.
Ha conosciuto Lisa quando era ancora un ragazzo. Vivevano nello stesso quartiere. Il resto è odio. O per lo meno quello che è venuto dopo i primi anni.
GB non sa chi sia suo padre, sa però che al suo posto c’è stato don S., che non era un parroco.
La vita nel quartiere non era facile. I ragazzini più grandi lo tormentavano, la madre aveva altro da fare e lui stava in strada tutto il giorno, seduto sui gradini del palazzo a leggere o bighellonando da solo lungo il canale.
Una sera, mentre è impegnato in una di queste attività, la seconda per essere precisi.  Un gruppo di bulli mette in scena l’ennesima commedia di umiliazione nei suoi confronti. Insulti, spinte, spunti e tutto lo scibile nel campo della prepotenza adolescenziale. Lisa per il momento non è che un sogno. L’unica ragazzina, e forse l’unica persona che gli avesse mai concesso un sorriso. E quando il più grosso dei commedianti tira fuori l’uccello dai pantaloni per mostrare cosa ha in serbo per lei, il piccolo GB sente il sangue coagularsi nelle vene. Si lancia con violenza sul ragazzino facendolo cadere, con una mano gli stringe le palle e con l’altra comincia a sferrare dei pugni alla cieca. Gli altri rimangono fermi per qualche istante, mentre il loro capo ulula con tonalità via via sempre più acuta, poi cominciano a prendere GB a calci per staccarlo dal ragazzo.

Dall’altra parte del canale un’auto scura con quattro uomini a bordo di cui uno nel bagagliaio.
Uno dei tre nell’abitacolo è don S.
Lasciati i suoi uomini a chiacchierare con quello nel baule, don S. attraversa il ponte di ferro sul canale, si avvicina alla zuffa e piegando la testa di lato squadra la situazione. GB è avvinghiato al bullo a terra, che ormai schiuma dalla bocca, e niente, nemmeno i calci alle costole e ai reni, sembrano poterlo staccare. È pieno di graffi, ematomi e rabbia. Il ragazzino che lo prende a pedate sulla nuca vede la sagoma di don S. avvicinarsi e smette si infierire, si allontana di qualche passo, ingoia un palla di saliva e tra le urla degli altri cerca di dire qualcosa. Poi si volta e comincia a correre. Don S. si accende una sigaretta, una di quelle sottili e lunghe, fa un passo avanti. La brace gli illumina il volto. Lo sguardo di GB, incrocia per una frazione di secondo il suo. Un attimo, in cui lascia la presa e smette di colpire con le lacrime agli occhi. Gli altri continuano a martellarlo imperterriti, il ragazzo a terra si rannicchia in posizione fetale con le mani a conchiglia su quelle che ormai non sono che due acini di uva passa. Don S. fa un paio di tiri poi butta la cicca nell’acqua. “Finitela ora.”
Qualcuno alza gli occhi, mette a fuoco la sagoma, da uno strattone agli altri che dopo qualche altro colpo, mettono a fuoco a loro volta. Esitano. Don S. fa un cenno verso il ragazzo a terra. I bulletti, raccolgono in fretta il compagno e si avviano spediti senza dire nulla.
GB tira su con il naso, si asciuga le lacrime con la manica e non distoglie lo sguardo da quello di don S. “Sei coraggioso ragazzino. Conoscevo tuo padre sai?”
GB non si muove. Gli fa male tutto.
“Che ne dici di lavorare per me? Qualche piccolo lavoretto… così per fare qualche spicciolo e portare a spasso la tua fidanzata. Ce l’hai la fidanzata no?”

La macchina del caffè sbuffa, macina, sprizza vapore. La ragazza dietro il bancone versa con dedizione il liquido scuro in una tazza grande. Le ultime gocce cadono a fatica dal bricco, sono oleose, dense. L’aroma del caffè svedese si diffonde nel locale. GB capisce. I finlandesi avrebbero potuto attraversare anche un oceano intero, disseminato di mine, di notte e a bordo di un zattera, per quell’aroma e per curare le ferite del loro animo.
Si sorprende a vagare con lo sguardo tra le mensole. I suoi occhi si posano su etichette e barattoli. Arabia, Colombia, Turchia, India, Cipro, Isole Marchesi… Potrebbe fare il giro del mondo seduto a quel tavolo. Gli piacerebbe poterci tornare ogni giorno. Si chiede perché non ci sia venuto prima dando retta a T. Ora è troppo tardi.

La terza metà – Feuilleton

la terza metàOn line il capitolo 47

ULTIMO CAPITOLO 

Visto che è l’ultimo appuntamento col nostro fogliettone, approfitto per ringraziare tutti quelli che hanno impiegato tempo e attenzione per seguire la storia. Spero non siate rimasti delusi. Mi farebbe piacere se nei commenti o via mail o nel modo che preferite mi faceste sapere come avete vissuto l’esperienza un po’ retrò (o forse sarebbe meglio dire steampunk) di leggere un romanzo una puntata alla settimana come si faceva nell’Ottocento, ma utilizzando un computer e una connessione superveloce. E’ stato frustrante come andare in Ferrari senza mettere mai la terza, oppure piacevole come ritrovare un sapore genuino perso ormai da tempo? Così tanto per curiosità.

Grazie e alla prossima

Guglielmo Pispisa (KZg)