Il ricorso di Pulcinella – aggiornamento

calabròIn seguito al mio ultimo post, Felice Calabrò, tramite il giornalista Emilio Pintaldi, che ne ha dato notizia in un articolo uscito oggi sul Giornale di Sicilia, ha cortesemente risposto «Io non c’entro nulla e non posso fermare 43 mila persone», aggiungendo che «Rinunciare in caso di accoglimento dei ricorsi sarebbe sbagliato. Arriverebbe il commissario e si andrebbe a nuove elezioni. Sarebbe come lasciare la nave in balia delle onde».

Innanzitutto ringrazio Calabrò per la risposta e Pintaldi per averla puntualmente riportata nel suo articolo, però non posso fare a meno di una piccola puntualizzazione, anzi due.

La prima. Qui non si tratta di fermare 43 mila persone ma di convincerne tre a desistere dai loro ricorsi. Tre persone che sono, guarda caso, esponenti del PD trombati alle elezioni e sulle quali Calabrò dovrebbe poter avere un ascendente. Tre persone alle quali Calabrò può senz’altro spiegare l’assoluta inopportunità politica della loro azione. Un’azione che appare mossa molto più da un interesse personale che non dal desiderio di tutelare una volontà democratica che si è già espressa con schiacciante maggioranza al ballottaggio. Il mio invito a rinunciare apertamente a un’eventuale futura investitura per via giudiziaria tende proprio a questo, cioè a far sì che Calabrò, con un simile atteggiamento di presa di distanza, convinca i ricorrenti a desistere dall’azione giudiziaria, più che a far commissariare il comune. Continua a leggere

Il ricorso di Pulcinella

accorintiHo da poco appreso che sarebbero in preparazione alcuni ricorsi diretti a invalidare l’elezione di Accorinti a sindaco di Messina. Tali ricorsi, a quanto si dice, proverrebbero da esponenti del PD o da aree a esso limitrofe, la qual cosa mi lascia perplesso, indignato, esausto, schifato. Ho anche appreso (ma spero non sia vero) che il candidato del PD, Felice Calabrò, che a caldo di primo turno elettorale (e quando ancora pensava di vincere facile) aveva escluso qualunque ricorso per dar modo alla città di esprimere direttamente e liberamente la propria volontà in sede di ballottaggio, adesso avrebbe lasciato intendere che, pur non presentandolo in prima persona, non potrebbe opporsi a ricorsi altrui per non venir meno alla responsabilità che le migliaia di preferenze da lui ricevute gli imporrebbe. Mi pare una motivazione speculativa e ipocrita, non degna di lui. Di contro è già partita la campagna di dietrologie che accusano i poteri forti della città e presunte eminenze grigie più o meno mefistofeliche di remare contro il cambiamento; teorie del complotto generalmente convergenti nel dare la colpa di tutto, a mio avviso con poco discernimento e ancor meno fantasia, a Francantonio Genovese e al suo entourage.

Ora, non penso affatto che Genovese c’entri nulla, perché, quale che sia l’opinione generale sull’uomo e il suo ruolo, gli si deve riconoscere quantomeno una certa finezza politica e una pari prudenza d’azione, mentre qualunque persona sana di mente non può che valutare una simile iniziativa sconsiderata, offensiva e autolesionistica. Per quanto mi riguarda, pur non sapendo ancora chi sarebbero i sottoscrittori di un simile atto, direi che deve per forza trattarsi di burocrati con la sindrome di Tafazzi (assai abbondanti nel PD, come le ultime vicende politiche anche nazionali hanno insegnato), oppure, volendo anch’io per un attimo cedere al fascino complottistico, potrebbe trattarsi di sicari prezzolati per affondare definitivamente il partito e farlo scomparire da ogni indice di gradimento.

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Ringraziamenti

teatropinelliVorrei rivolgere un ringraziamento schietto e sincero

ad Antonino De Simone, Presidente dell’Autorità Portuale di Messina, per avere tempestivamente denunciato l’illegittima occupazione di una proprietà demaniale condotta nella dimenticanza delle condizioni di sicurezza degli stessi troppo ingenui occupanti, dei quali il generoso presidente si è così preso cura stimolando l’intervento dell’Autorità giudiziaria,

a Lucio D’Amico, della Gazzetta del Sud, per avere con i suoi articoli coraggiosi e controcorrente denunciato la privatizzazione di un bene demaniale,

al PM dott. Capece per avere legittimamente raccolto l’urlo di sdegno e dolore di De Simone, D’Amico e della “società civile”,

al GIP dott.ssa Urbani per avere accolto l’istanza del PM,

al reparto Celere della PS di Catania per avere eseguito l’ordinanza di sgombero con solerzia e professionalità.

Oggi, finalmente, grazie al senso civico e al senso di responsabilità di questi uomini e donne, alfieri della maggioranza silenziosa che a Messina è ancora più maggioranza e ancora più silenziosa che altrove, il Teatro Pinelli occupato è stato infine restituito alla suddetta “società civile”. Dopo due mesi nei quali un teatro in rovina e abbandono da vent’anni era stato sovversivamente rivitalizzato da iniziative culturali aperte e gratuite, promosse da un pugno di attivisti incauti ed eterodiretti, che avevano per giunta proposto e avviato un presuntuoso progetto di ristrutturazione a costo zero su base collettiva e spontanea, la risoluta azione delle Autorità ha finalmente ricondotto la situazione alla normalità. Il Teatro in Fiera (ormai ex Pinelli) è stato chiuso e sigillato, com’è giusto che sia, e potrà così rimanere a marcire per altri vent’anni., in attesa che Ente Fiera, Autorità Portuale e Comune di Messina, fra un fallimento e l’altro, un commissariamento e una liquidazione, trovino il tempo di capire cosa ci possono guadagnare e come. Grazie, signori, grazie.

Guglielmo Pispisa (scrittore, cittadino, membro colpevole e consenziente del gregge silenzioso)

Voi NON siete qui (consigli perplessi per le vacanze)

Conosci Messina? No. Conosci Messina? Ci sono passato una volta, andavo a Palermo. Messina? La città del ponte. Che non c’è. La città dello Stretto, una via d’acqua che lambisce coste assolate e passa oltre. La città del terremoto del 1908, che ha distrutto tutta la bellezza e poi più niente. Se ci sei nato, la tua massima aspirazione è andartene, se non ci sei nato, ci passi, distratto, mangiando un arancino mentre sei diretto altrove. E l’arancino è tutto quello che ricorderai. Se ci sei nato e non te ne vai, te ne lamenti sempre: i soliti messinesi, buddaci e vinti dalla lissa, chiacchieroni, indifferenti, malmostosi e abulici.

È la meno siciliana delle città siciliane, ampi viali al posto delle strade anguste e pittoresche del centro di Palermo e Catania. Edifici che in genere risalgono al massimo agli anni Venti invece del Barocco settecentesco che tanto piace ai turisti.

Destinata a essere attraversata e basta. Eppure, Messina può essere un’esperienza sorprendente, a saperla attraversare. Qualcosa di diverso dagli individui perplessi e scottati dal sole che fotografano chiese finto settecentesche costruite nel 1931 o che rischiano la vita attraversando la strada perché non sentono il giusto ritmo del traffico (attraversare la strada a Messina è una questione musicale).

No. Il bello c’è, ma bisogna saperlo vedere. Vederlo nell’architettura di Basile e di Coppedé che impreziosisce la via Garibaldi. Vederlo nel contrasto di questa con l’architettura razionale di epoca fascista, come quella del palazzo INAIL, dietro cui si staglia in lontananza il profilo medievale (seppur ricostruito) del Duomo e ancora più lontano il sacrario di Cristo Re, dove in un’atmosfera solenne e ovattata riposano i caduti di due guerre. Bisogna vederlo nel contrappunto di edifici di stile vario in sequenza casuale: il liberty in ghisa della Dogana, i fregi del palazzo dello Zodiaco, il Settecento del Monte di Pietà e del palazzo Calapaj D’Alcontres. Il moresco che cede spazio al neoclassico, che viene bucato dal gotico, che viene temperato dalle speculazioni edilizie dei geometri senza fantasia del boom economico, il tutto in una frase ininterrotta che va letta e gustata insieme con le sue contraddizioni e l’episodica lacerante bellezza. L’effetto è straniante e rivelatore. Non si può capire e godere Messina senza considerarla un tutto inscindibile di alto e basso. E non la si può godere senza viaggiare piano lungo la strada Consolare Pompea, respirando l’aria fresca e salmastra, socchiudendo gli occhi per la luce incredibile, frastagliata appena dalle palme, magari sorbendo un gelato o una granita, magari mangiando focaccia messinese in uno dei locali rustici della costa, affacciati sullo Stretto o sui laghi d’acqua salata. Non si può capire senza perdere lentamente la cognizione di sé, a guardare di notte il presepe del paesino di pescatori di Ganzirri, oppure la distesa di mare nero, e oltre le luci calabre. Siamo qui ma non guardiamo qui. Siamo qui, ma non siamo qui. Messina e il suo destino di luogo che non c’è.

Caro Babbo Natale (in ritardo)

Caro Babbo natale,

sono io. Sono quel bambino che una trentina abbondante d’anni fa ti scriveva quelle lunghe e presumibilmente pallosissime lettere di tre pagine, piene zeppe di tediose richieste. Che non hai mai esaudito. Ecco, ti propongo di rifarti adesso. Ascoltami. E prendi nota. Vorrei tutti i libri che per mancanza di tempo non riesco a leggere. Vorrei regalarne qualcuno. Vorrei che chi prende decisioni leggesse un po’ più spesso, giusto per capire come cammina il mondo. Vorrei che chi prende decisioni camminasse un po’ più sovente a piedi, giusto per rendersi conto della sostanziale inutilità della sua carica e della sua persona. Vorrei che chi prende decisioni per una volta Continua a leggere

Terroni e alluvioni

Caro Guglielmo, questa rubrica che io e te curiamo, nell’anno e mezzo in cui l’abbiamo scritta, si è distinta sempre per una sana attitudine al cazzeggio caustico. Prendiamo un fatto, ci facciamo del feroce sarcasmo sopra e lasciamo che chi legge rida per una decina di secondi, se ci riusciamo. Poi succede che, come due anni fa (ma anche come un anno fa, e come tre anni fa, e come un mese e mezzo fa), la natura s’incazza ed esige un tributo in vite umane. E ci si stupisce e ci si addolora. Va bene il

dolore, che non lo si nega mai, ma lo stupore? La sorpresa, semmai, non dovrebbe essere dettata dal fatto che fiumi ridotti a discariche e bloccati da ogni schifo che l’uomo vi getta dentro, ad un certo punto non riescano più a contenere le acque, o che montagne abbandonate a sé stesse senza alcun controllo prima o poi si sbriciolino. No, lo stupore sarebbe meglio riservarlo ad altro. Continua a leggere

B & B

Caro Guglielmo, pare che l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, venuto al corrente della rivoluzione grafica di Ufficio Spettacoli, sia corso a dimettersi in maniera che io e te se ne potesse scrivere con feroce sarcasmo e tuttavia raffinata arguzia. E quindi ci si aspetterebbe che Caspanello e Pispisa si accanissero su quello che resta delle sue spoglie mortali, politicamente parlando. E invece no. Personalmente ho liquidato la questione in maniera pragmatica, prendendo atto dell’avvenimento, sibilando “ecco, levati dal cazzo, coraggio” Continua a leggere

de tu querida presencia, presidente Berlusconi

Caro Guglielmo, finalmente l’abbiamo scoperto:  anche il presidente del consiglio è un rivoluzionario. L’abbiamo scoperto grazie alle chiacchierate con un tipo di nome Valter Lavitola, un tipo che non si sa bene cosa faccia, a parte farsela alla larga dall’Italia e dirigere un giornale una volta glorioso, l’Avanti, che oggi credo leggano in sei. Le stesse chiacchierate che lo stesso presidente vorrebbe vietare, per motivi abbastanza evidenti. In quel manifesto politico degno di un Che Guevara Continua a leggere

Il segreto del gioco più bello del mondo

Caro Guglielmo, hai ragione tu. Non ne possiamo più di parlare sempre e solo di Berlusconi, di problemi, di concatenazione trai due elementi. Oggi parliamo di sport. Dall’altra parte del mondo una manica di cazzutissimi giganti sta giocando il campionato del mondo di rugby. Io li guardo, e ne sono sinceramente ammirato, perché mi rendo conto che, con molto tempo e parecchia buona volontà, riuscirei a fare i giochetti di gamba di un calciatore qualsiasi, ma nemmeno in cento vite potrei sopravvivere ad un placcaggio da parte di Martin Castrogiovanni. Continua a leggere