Razzolare male

Razzolare (Raz-zo-là-re): detto specificamente di polli, raspare, grattare il terreno con le zampe || nel detto predicare bene e razzolare male, comportarsi bene solo a parole.  estens. || Rovistare in un luogo, frugare tra più cose: razzolare fra le carte

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Posto che avrei d’istinto più interesse a disquisire del significato gallinaceo del termine, mi tocca invece a trattare oggi il senso figurato, metaforico, dato che purtroppo ci riguarda tutti molto da vicino. Predicare bene e razzolare male, anzi malissimo. Continua a leggere »

Camicia + cardigan = lupetto + giacca?

Voi italiani (dico non camionisti residenti nel Sistema Sesto con a casa tre olandesi e in testa il Nevada, come il sottoscritto) siete fissati con ridicole equazioni di vestiario indossato per stabilirne l’adeguatezza climatica. Proprio come le vostre madri, spiccicati. Ovvero, la solita ossessione ansiogena italiana: soffrirò il freddo se oggi al posto della combinazione maglietta della salute  - sexy quanto un callo al piede, maglione a collo alto e giacca di merinos indosso invece camicia di cotone, maglioncino di flanella e cappottino? E se facessi lupetto + giacca a vento? Sarebbe più o meno di pile e paltò nella scala dei valori termici? E cardigan e impermeabile imbottito? Continua a leggere »

Truck Driver alla mostra

In poche parole, la nonna si è offerta di tenere le bimbe a dormire sabato notte -pentendosene, si sarebbe detto dalla faccia sbattuta che ci ha proposta quando le abbiamo ritirate la mattina dopo, e io e la mia signorina (cameriera in un highway rest… vabbè, ormai la sapete) già ci stavamo fregando le mani pensando ognuno al materializzarsi dei propri sogni. Nella sua nuvoletta dei desideri – probabilmente – aperitivo con vino importante, cena a lume di candela, film strappalacrime, sospiri, gemiti e poi una GRAN dormita con il calorifero umano accanto a scaldarle i piedi. La mia nuvoletta: di passabile per questo post direi fiumi di birra, spiedini alla griglia a quintalate, revival riot grrrls con Bikini Kill e L7 a mille sullo stereo e sesso immediato, senza domande con t-shirt, cappellino da baseball e jeans addosso… fino alla GRAN dormita citata sopra. Vedete che in fondo uomo e donna condividono qualcosa?

Poi le nuvolette sono d’un tratto scoppiate, ci siamo ridestati e guardati in faccia come dire: ah, è vero che ci sei tu, non George (o Rosario) e abbiamo entrambi finto di volerci venire incontro, proponendo un programmino per la nostra serata da sposini che facesse piacere a entrambi. Cosa ovviamente impossibile, per cui abbiamo dovuto inventare. Fingere. Mediare. Venirsi incontro. Insomma, la solita insopportabile rottura di cazzo che contraddistingue ogni coppia della specie umana. Tanto che a volte mi viene da chiedere: ma chi l’ha detto che vivere da single è uno schifo? Io proporrei una singleship upgraded: si sta insieme a qualcuno per un massimo di 10 anni, e poi si cambia partner. Così, senza patemi e litigi, fino a schiattare. Volete mettere? Uno a 62 anni è innamorato come un teenager della sua nuova fiamma conosciuta in balera, tutta profumo francese e pizzo nero vedo/non vedo (che forse è meglio). Parentesi: un amico fidato dice che come si becca in balera, amiche e amici, non si becca in nessun altro posto del mondo. Altro che disco fighetta a Barcellona o Londra. tsè… principianti. Andassero in balera un sabato sera, andassero… ‘sti diggei o cosa…

Morale (odio chi lo dice, ma sta da dio in questo post da camionista)- decidiamo per un aperitivo e poi la mostra di Salvador Dalì a Palazzo Reale, a Milano. Ehi, chi sta già ridendo là dietro? Non è mica la prima mostra che vedo, che ti credi… sono un camionista moderno. Amo l’arte. Probabilmente sarei stato uno scultore, se non fossi nato per la cabina autocarro. O avrei scritto sceneggiature per film porno, ma roba di classe, tipo Andrew Blake.

Entriamo alla mostra e già in fila per pagare noto un coefficiente di glamour tra gli avventori che mi comincia a irritare le adenoidi e far produrre eccesso di muco salivare (che poi dovrò in qualche modo espellere :) ). Trentenni vestite che manco alla notte dei Telegatti, con tacchi vertiginosi, scollature e pantaloni attilati e imbevute sino alla nausea di pozioni odorifere, elegantoni da blackberry e foulard al collo che richiama quello al taschino, creativi alti e dagli occhiali con montatura nera, donne di mezz’età con il look da cubiste griffate. Ma che è, penso, una mostra di quadri o un happening del jet set? Purtroppo entambi, siamo giunti a concludere io e la mia signorina mentre chidevamo permesso tra gli esponenti del fashion milanese per poter vedere i quadri. Così, giusto perchè ci sembrava carino farlo, essendo a una mostra. Rispettoso nei confronti di Salvador, più che altro. Nell’inanellare le sale della mostra (molto pomposa ma un pò scarsina, a mio modestissimo giudizio camionistico), abbiamo assistito a catwalk con stivali alti di pelle degni delle passerelle di Cavalli e compagnia puzzona, ad aperture di agende per controllare la disponibilità di bellocci figli di papà dalla BMW in doppia fila da qualche parte e zio che regolarmente toglie loro le multe all’ufficio preposto della polizia municipale, finti accenti inglesi e americani, interessanti dialoghi telefonici al cellulare in tutta libertà e senza vergogna, davanti alle opere del pazzo catalano.

Al che ho deciso di intervenire. Ho pizzicato il coglione maleducato con il telefono appiccicato all’orecchio, che blaterava di gite fuori porta, passare a prendere, farsi trovare fuori, puntuale, ecc. ecc. e l’ho trascinato per l’altro orecchio davanti a un addetto della mostra. L’ho invitato a portarlo fuori prima che l’avessi preso a calci in culo di persona (anche elegante, se vogliamo). Il tizio non ha nemmeno smesso di telefonare! Poi sono tornato verso la mia signorina, camminando spavaldo, un pò tamarro, e tutti i vip mi facevano largo. D’un tratto mi sono fermato, mi sono girato verso il pubblico che mi puntava gli occhi addosso e ho detto:

‘E adesso il primo che parla, telefona, si agita, si aggiusta il vestito, si atteggia da star e rompe il cazzo LO SPIEZZO con queste mani, intesi?’

Oh, c’erano in sala manzi grossi il doppio di ‘sto povero Truck Driver, eppure non è volata più mosca per tutta la nostra permanenza. Fico, no? Potete essere orgogliosi del vostro paladino contro la degenerazione dell’italianità. E non c’è bisogno di ringraziare. Piuttosto mandatemi soldi, cazzo.

Na Zdorovie

sexy-russian-girl-pink-t-shirtParlavo di recente con un tipo russo (ok, era una bionda da urlo ma cercate di capire…) tra una vodka e l’altra, quasi in confidenza, seppure ci conoscessimo poco e niente. Parlavo e ascoltavo, e mi si materializzavano sempre più davanti agli occhi le grosse lettere in stampatello, tridimensionali, della parola RELATIVITÁ. No, non c’era lsd nella vodka e no, Einstein o altri meno famosi cervelli emigrati non c’entrano nulla. I russi sono diversi, sapete? Distanti da noi, davvero. Non è il nostro mondo. Sì, hanno auto fottutamente moderne e altrettanto odiose, adorano l’ostentazione, pagano in dollari, comprano più vestiti dei giapponesi ecc.. ma non pensano come noi. Vedono le cose da un altro punto di vista. Oltre cortina? Forse. Ma non (solo) la cara vecchia cortina sovietica, bensì quella mentalità retaggio della loro gloriosa e controversa storia, dei popoli, dei fatti, dei luoghi, della pura geografia. Della distanza dall’occidente, dei mancati chewing gum distribuiti alla popolazione nel dopoguerra, dell’innata allergia all’America, a Hollywood e mille altre cose. E’ strano parlare con un russo delle cose che succedono. La pensa spesso all’opposto rispetto a come la pensi tu, eppure non lo ritieni un fesso o un pazzo criminale. Be’, su George W. Bush la pensavamo uguale, a dire il vero. Ma si sa, sulle ambulanze è inutile sparare.
- No, no, parlo d’altro. La pensa all’opposto ma alla fine la sua attitudine è come la nostra, italica. Il mondo ce l’ha con noi? E chi è il mondo per giudicare? Putin è un porco? Sarà mica un angelo Sarkozy o il Premier australiano (sono avanti: niente google, lascio così- Premier australiano)? La Yukos o la Gazprom sono imprese criminali? Ah! Mi viene da ridere… Devo forse fare qualche nome d’occidente o è più elegante glissare? E la democrazia, esiste? Funziona? I russi sono patriottici, dice il tipo. Non so se è la vodka o che cosa, ma ci credo. D’altronde anch’io, all’estero, mi sono trovato a volte a decantare lodi italiche che manco fossi un ministro dell’attuale governo. E non era la vodka.
- E come funziona allora? Funziona che i saputelli internazionali spesso e volentieri sono a dir poco odiosi, e funziona che come al solito nessuno guarda l’orto di casa propria ed è pronto a distruggere quello altrui. Penso alle meravigliose performance dei nostri impavidi caschi blu nei Balcani, tanto per fare un esempio. Chi siamo noi per giudicare? E soprattutto, chi decide chi giudica, e in base a che cosa? E come si passa dal giudizio ai cacciabombardieri? Parliamone. Ho conversato qualche tempo prima anche con un tipo serbo (giuro, è vero) e lui mi ha buttato sul tavolo, uno dopo l’altro, una serie di sassolini di dimensioni non valide per il vezzeggiativo che aveva nelle scarpe circa i fatti della Serbia, del Kosovo, dell’occidente che esporta democrazia e così via. Aveva torto, forse, ma chi ha ragione?
Prospettiva, quindi.
Coerenza.
Buon senso.
Relatività storica e geografica, magari.
Ipocrisia, vade retro.
- Il russo: ‘Dicono che la Russia è un paese corrotto. E gli altri?’
- ‘Be’, in certi paesi la cultura della corruzione non fa presa sulle persone. Posso assicurarti che è così.’
- ‘E allora? Invece in Russia tutto è corrotto. Ogni poliziotto per strada è corruttibile. Ma alla gente va bene così. – Anche a te andrebbe bene così, se ti fermano e al posto della multa potessi pagare solo un quarto o un terzo come mazzetta.’
- ‘Ma è sbagliato.’
- ‘Amico mio – salute – la lista delle cose sbagliate devono ancora pubblicarla, è in continuo aggiornamento. E, bada bene, alcune righe vengono addirittura tolte col tempo.’
Buona questa, ho pensato. Lui ha continuato: ‘E poi, fammi capire, gli altri paesi non sono corrotti? L’Italia?’ Si è corretto da solo: ‘Gli altri?’
- ‘Vedi tu, oggi a causa della crisi finanziaria più corrotta di sempre sono tutti in braghe di tela.’ Facevo lo spiritoso. Comunque, il fatto che per lui la corruzione non fosse un problema, DAVVERO mi colpiva molto. Mi ci incazzo praticamente ogni giorno, su ‘sta cosa. Com’è possibile? Prospettiva? Modo di vivere? D’un tratto ho tirato fuori l’asso nella manica, il fiore all’occhiello dei giusti d’occidente. La causa con la C maiuscola.
- ‘Sì, però Anna Politkoskaja…’
Non so se è stata tattica, sbadataggine o cosa. ‘E’ una storia degli anni di Yeltsin, non ricordo bene.’
- ‘Che dici, amico? è morta 3 anni fa.’
- ‘Davvero?’ Sembrava sincero. Com’era possibile? Poi ha aggiunto: ‘Be’, non è sicuro che sia morta per la questione cecena, magari è stato qualcun altro, no?’
- ‘Non credo proprio. E non voglio dire niente altro che l’uccisione di un giornalista in quel modo è una cosa molto brutta. E che per me Putin è senza dubbio un maiale, in questo senso.’
- ‘Sono d’accordo. E’ uno pericoloso, era del kgb, un russo patriottico senza scrupolo.’ Ma non sembrava disturbato a riguardo. Ha aggiunto: ‘Ma scusa, è la prima volta che accade? Non ci sono giornalisti uccisi in altri paesi? A me suona come la storia più vecchia del mondo: il potere che schiaccia chi ne smaschera le nefandezze.’
- ‘Sì, certo, ma magari in altre epoche. Qualche decina di anni fa, nell’epoca delle ideologie, dei forti sconti sociali.’ Ho pensato a Mino Pecorelli, ma poi ho pensato al Messico di oggi, all’Iran, alla Cina. Forse si riusciva anche a vedere, che le mie certezze scricchiolavano.
- ‘Amico, cos’è qualche decina d’anni nella storia dell’uomo? Cosa crediamo di essere noi? Siamo solo una minuscola fase, un nulla nella scala del tempo. Crediamo di sapere e di poter controllare tutto, ma così pensavano anche quelli prima di noi, qualche decina d’anni fa. Certe cose fanno parte del mondo. Certe dinamiche esistono da sempre, e ovunque.’
- ‘Ma ammazzare una giornalista perchè parlava delle porcate russe in Cecenia è comunque uno schifo.’
- ‘Vero. Non dovrebbe succedere.’
Il tizio mi disarmava puntualmente. Io, cresciuto a pane e Amnesty, coraggioso (col culo al caldo sul mio divano europeo) e bello come il sole, non riuscivo a dimostrare che la Russia è pericolosa, l’Italia sì corrotta ma cambierà e il nord Europa un modello perfetto di società. Cominciavo a provare fastidio.
- ‘Giornalisti uccisi. Politici uccisi. Terrorismo. Attentati. Porcate di ogni tipo. Non succedono ovunque, e anche oggi? Non hanno mica ucciso per strada quel regista ad Amsterdam, nella tua Olanda?’
- ‘Sì, Theo van Gogh.’
- ‘E quel gruppo di bastardi non ha fatto mica saltare in aria mezza metropolitana come se fosse uno scherzetto, a Londra? La sicurezza dov’era? La polizia, l’ordine, la serenità sociale ecc…’
- ‘Non so.’
- ‘E l’11 settembre? Vogliamo parlarne? Chi ha fatto cosa? Un amico in Francia mi ha detto che un blogger piuttosto audace ha sparato a destra e a manca certe teorie ‘non allineate’ e il giorno dopo si è trovato la polizia a casa. Per idee espresse. In Francia.’
Relatività.
Simpatico, il russo. Gli ho sorriso. Altro bicchierino di vodka.

Na Zdorovie.

 

Ah, se avete tempo andate a rivedervi il GRANDIOSO dialogo tra Johnny e Boris in ‘Rapina a mano armata’  di Stanley Kubrick. Perchè? Per il magnifico accento russo dell’ex lottatore e per le sue perle di saggezza, a noi quasi incomprensibili.

Carefree

carefreeHo la sfortuna di lavorare da molti anni per una società di Londra, con una posizione che richiede l’utilizzo della lingua inglese almeno quanto di quella italiana. Di norma sarebbe una bella cosa, dopotutto come sappiamo bene la ‘i’ di inglese fa parte delle magnifiche quattro (o cinque?) ‘i’ – risparmiatemi l’elenco per favore. Però non si tiene conto di una discriminazione al contrario, chissà perchè molto in voga nel nostro paese: sei ridicolo se parli inglese con l’accento giusto. Non dico che ti devono fare un applauso, e capisco che talvolta chi vuol fare il saputello accentui la pronuncia in modo troppo enfatico e faccia sorridere, ma da qui a essere additato tra le risa generali come novello Alberto Sordi from Kansas City ce ne vuole.
Ma prima di arrivare all’accento, è interessante anche analizzare le storpiature di termini stranieri nel linguaggio comune, a beneficio – stando a chi le sostiene – della praticità e dell’utilizzo facile da parte di tutti. Quindi, per esempio, la parola che fa da titolo in questo post, noto prodotto di igiene intima, non si legge in inglese come si dovrebbe, con un ovvio significato etimologico, ma ‘all’italiana’ e senza significato alcuno. Divertente. Perchè? Non si sa. Forse lo hanno deciso i creativi del Branding di qualche multinazionale dei prodotti di consumo, quelle che da sole (o meglio in tre o quattro) controllano il 60/70% dei prodotti nei supermercati. Per qualche curioso motivo, queste società globalizzano tutto tranne il nome, che deve rimanere locale e ignorante. Anche se onestamente ci vedo lo zampino italico. Posso immaginare lo scambio di battute tra manager:
‘Ma sei matto? Carefree (pronunciato giusto)? E come fa a dirlo la massaia quarantenne di Frosinone?”
“Scusa, non può imparare?”
“La massaia?”
“Perchè?”
“Sei licenziato.”
E l’altro manager, anche lui giovane e di mentalità vagamente aperta. Sarà gay o comunista.
“Ma anche Carefree (pronunciato come si scrive) deve impararlo, allora cosa cambia? Anzi, passo dopo passo l’inglese lo imparerebbero tutti, se cominciassimo a utilizzarlo in modo corretto..”
“Giusto, ma sei licenziato anche tu.”
Comunque, nell’Italia di internet, dei cellulari di nuova generazione e di altri inutili e costosi marchingegni tecnologici, in fondo l’inglese ormai lo masticano in molti. E arriviamo al nocciolo della questione: pronunciare corretto è sbagliato? Socialmente inopportuno? Parrebbe di sì. E pronunciare sbagliato è corretto? Anche qui, sì, stando alla dinamica di livellamento verso il basso che spesso noi italici sembriamo adottare. Del tipo: visto che siamo tutti messi male, dove credi di andare tu con quell’accento da fighetto? Mi rendo conto che forse qualche amica o amico, durante la nostra adolescenza, dopo un corso di lingua a Boston si è resa insopportabile con quella pronuncia più falsa che altro – BASTON, RIGHT? – che non andava via nemmeno cinque anni dopo il viaggio. E ci ha fatto odiare l’inglese ben pronunciato. Oppure un’altra amica o amico che, dopo essere stata in vacanza-studio a Cambridge per quel TOEFL di cui tuttora ignoro peculiarità e utilizzo (conosco solo il prezzo, eccome), fingeva di non ricordarsi più l’italiano quando si andava a bere in gruppo il sabato sera. D’altronde, in televisione l’inglese è più maccheronico che al mercato rionale, e benemeriti presentatori e soubrette dai cachet importanti non sono in grado di tirar fuori una frase in lingua straniera decente, davanti al George Clooney o Xavier Bardem di turno (tranne Raffaella Carrà, e ho detto tutto).
Perchè non danno qualche serie televisiva ‘pilota’ in lingua originale, su qualche lungimirante canale? Non sarebbe un brutto inizio, vista la popolarità riacquistata dei telefilm di oggi. Perchè non ci si sforza di leggere e parlare inglese con il giusto accento? Certo, fino a quanto l’immagine del native speaker in tv è quella del tizio delle Iene che fa il professore di inglese… Zappa sui piedi, la chiamerebbero altrove. Orgoglio coatto, che di per sè non è un concetto sempre sbagliato, per quanto mi riguarda. Ma in questo caso è meglio essere un pelo più esterofili e meno italo-centrici nella visione del mondo, aiuta anche a capire che non siamo i depositari della verità nelle cose: da come si rifà un letto alla valorizzazione del personale in una ditta. Anche se siamo certo maestri nel far scivolare le responsabilità altrove. La dolce vita italiana, la conoscono tutti. Un’esistenza col sole in faccia, occhiali scuri, sorriso stampato, senza preoccupazioni. Una vita carefree.

Ispirarsi alla storia 5

churchillvsign1Mandiamoci un po’ affanculo…

Mai come in questi giorni trovandomi davanti  alla TV a guardare programmi tipo Ballarò, Anno Zero e altri, durante l’intervento di politici di fama nazionale, come per istinto, mi viene naturale  sollevare il dito medio dinanzi alle loro belle facce. Nella privacy di casa mia, io solo di fronte a loro, finalmente li posso mandare affanculo in libertà, senza paura di incorrere in denunce e querele. Ma quel gesto tanto eloquente quanto simbolico, che origine ha? Chi è stato il primo a utilizzarlo? Esisteva un Gasparri del neolitico da mandare affanculo col “gestaccio”? Oppure è quello che abbiamo noi in Italia oggi il Gasparri neolitico? Rispondere a quest’ultima domanda non è affatto facile e in tutta onestà non sono sicuro di volerlo fare. Sull’origine del gesto, invece, si può affermare che ha sicuramente origine lontane. Pare addirittura che ci sia un nesso antropologico con questo gesto; i primati, per esempio, per denigrare e affermare la propria supremazia sessuale sugli altri soggetti agitano e sbattono il proprio fallo in modo minaccioso in direzione di questi. Non è un bel vedere sicuramente. Nelle prime società civilizzate il gesto venne sostituito dal simbolo: Il dito medio alzato rappresentava quindi il fallo e aveva lo stesso potere denigratorio e oltraggiante. Gli antichi greci dell’età classica ripresero la gestualità, tanto che nella rappresentazione teatrali il dito medio alzato veniva adoperato per deridere, minacciare e umiliare l’oratore avversario. I romani, che importarono quasi tutto dalla cultura greca, riproposero il gesto utilizzandolo per oltraggiare gli avversari politici e per sottomettere subalterni e servitori. L’imperatore Caligola era solito usare il digitus impudicus per imporsi sui subordinati e talvolta pretendeva da loro che gli baciassero il dito medio alzato come gesto di sottomissione. Uno di questi, Cassio Cherea tribuno dei pretoriani, a un certo punto decise che ne aveva abbastanza di questi oltraggi e ordì una congiura ai danni di Caligola uccidendolo, a sottolineare il fatto che non era un gesto preso tanto alla leggera neanche nei tempi antichi. Venendo ai giorni nostri, noi lo utilizziamo, insieme ad altri popoli neolatini, perché discendiamo in modo viscerale dalla cultura romana, ne abbiamo assorbito usi e costumi e di conseguenza anche malcostumi. Gli inglesi e le culture anglosassoni in genere, non hanno subito lo stesso tipo di influenza. L’impero romano, infatti, non ha mai conquistato del tutto la Britannia così come non si è insediato in modo stabile nei paesi baltici e scandinavi influenzandone solo in minima parte le usanze culturali e sociali. Per questo a Londra e dintorni se devono mandarvi a quel paese usano un altro gesto: il dito medio e quello indice alzati con il dorso della mano rivolto a chi si vuole offendere, una sorta di “V” di vittoria al contrario. Ma da dove deriva invece questo gesto? Pare che per la prima volta sia stato utilizzato durante la guerra dei Cento anni, combattuta fra inglesi e francesi (1337-1453). L’esercito inglese annoverava tra le sue fila un reparto di arcieri molto efficienti perché in possesso di un arco chiamato “Lungo” (Longbow in inglese), in grado di raggiungere con grande potenza di penetrazione, le cotte di maglia di avversari distanti anche più di trecento metri. Si trattava di un’arma che all’epoca poteva decidere le sorti di una battaglia. I francesi, quindi, ogni qualvolta catturavano degli arcieri avversari erano soliti mozzare loro il dito medio e indice (quelli utilizzati per tirare con l’arco lungo) in modo che non fossero più in grado di tornare a fare il proprio lavoro fra le schiere avversarie. Quando questa crudele usanza prese piede, fra le fila inglesi prima di ogni battaglia ( pare che la prima volta sia accaduto alla battaglia di Agincourt 1415) si cominciò ad utilizzare un gesto per denigrare e intimorire gli avversari d’oltre manica: mostrare il dito medio e quello indice pronti a far scoccare potenti frecce da lunghe archi, la “V” in questione appunto. 

FONTI:

Agincourt 1415, Triumph against the odds - Matthew Bennet –  Osprey Publishing

English Longbowmen 1330-1515 – Clive Bartlett – Osprey Publishing

Il Dizionario dei gesti degli italiani – Munari Bruno, Saglietti Ivo – Adn Kronos Libri

Bamboccioni

tanguyNon siamo stati in molti a trovarci d’accordo con la dichiarazione di Tommaso Padoa Schioppa, qualche tempo fa. Fuori dal contesto in cui è stata pronunciata, intendo: non mi interessa fare politica in queste righe, la lascio volentieri ai restanti sessanta milioni di italiani, nei ritagli di tempo concessi dal mestiere di allenatori della nazionale di calcio. Siamo bamboccioni. Condivido in pieno l’analisi, anzi per me questa caratteristica squisitamente italiana (e anche spagnola, d’accordo, ma negli ultimi anni da loro le cose stanno cambiando: Londra e l’Irlanda sono piene di giovani iberici a far esperienza di inglese e di vita, per esempio) è una delle cause della profonda crisi in cui riversa il Bel e Mal Gestito Paese. I nostri nonni hanno superato la guerra e si sono goduti il boom economico degli anni ’50 e ’60 con relativa euforia, le lavatrici, i detersivi sbiancanti, i televisori ecc. Poi i nostri genitori hanno avuto una casa e un lavoro e si sono accomodati per bene tra pensioni precoci e generose, secondi lavori più o meno regolari e piccoli investimenti immobiliari. Oggi noi paghiamo il conto degli eccessi e i nostri figli saranno sul lastrico. Limpido come un bicchier d’acqua. Ma in ogni caso l’Italia è un paese fondato sulla famiglia: c’è crisi e si sta male, dicono, ma c’è sempre un appartamento pagato da mamma e papà, di bmw e audi non ne ho mai viste così tante in giro, le settimane all inclusive nei villaggi vacanza fioccano e i vestiti griffati sono sempre più comuni. Come è possibile? Si vive a casa da mamma e papà fino a 25, 30, 35, 40 anni con la scusa che non ci sono i soldi per un affitto -magari da condividere in tre, fattibile direi invece, e anche divertente- e poi si va a zonzo con vestiti impeccabili e occhiali da sole di marca, su macchine costose, verso villaggi turistici sulla costa? Non è un controsenso? Per di più malsano: chi non impara cosa vuol dire fare un bucato, pagare una bolletta, cucinarsi una cena con quello che c’è, pulire un cesso, tenderà a schiavizzare chi avrà accanto in futuro -se gli riuscirà- o andare in tilt alle prime vere difficoltà della vita. Se poi è un manager o un dirigente, non saprà prendere le decisioni giuste e contribuirà a rendere il mondo del lavoro, qui da noi, ancora più brutto e avvilente di quello che è. Un manager dovrebbe saper gestire, appunto. E la sua palestra dovrebbe essere la vita di ogni giorno. In altri paesi a vent’anni si parte, zaino in spalla e pochi soldi dentro una carta di credito, molti meno di quelli che papà ha speso per la nostra Twingo fiammante o per comprare un appartamento che in linea teorica non ci meritiamo (ancora). Si sbarca da qualche parte in Asia o in Sudamerica e ci si SBATTE per cavarsela in un contesto totalmente diverso da quello originario. Certo, non si fa vita da nababbi, niente camere a quattro stelle, corsi di sub ecc.. Si spende il mimino e, nel caso, ci si trova un piccolo impiego per prolungare la permanenza in giro. Volete provare a spiegarlo a vostra madre? Bamboccioni, sì. Immaturi dal look perfetto e dalla miccia corta. La nostra scusante storica è l’eterna figura accomodante della mamma italiana, famosa e famigerata, brava e buona, in fondo, ma indubbiamente troppo presente. Troppo ansiosa, troppo precisa. Troppo. Mi sta bene sorriderne al pensiero, e adoro anch’io mia madre, ma ogni tanto potrebbe anche andarsene un pò a quel paese. Un’altra diffusa presunta attenuante è quanto costa cara la vita, gli affitti, le bollette, il pane bla bla bla. Ma dipende dalle priorità: a 25 anni, volendo, con un lavoretto e condividendo uno spazio modesto con altri giovani, si può uscire di casa e cominciare a prendere la propria strada, finalmente, come fanno un pò ovunque nel mondo, anche nei paesi più poveri e disgraziati del nostro. Sono forse tutti dei pazzi? Chi lo ha fatto ne è testimone: funziona. Oggi con ogni probabilità è una persona più equilibrata di chi non ha mai mosso un dito e non sa nemmeno come farlo. Priorità: meglio farsi i fatti propri nel proprio buco di mondo, liberi, senza soldi e spettinati, oppure mettere le gambe sotto il tavolo appena alzati da letto e farsi servire e riverire? Farsi viziare, schiavizzando? I figli sono piezz ‘e core, si sa, ma anche loro (noi) potremmo andarcene affanculo prima o poi. Schiodarci e affrontare le cose a viso aperto, magari in disordine, magari senza sciarpina protettiva, con la t-shirt non stirata, magari facendo figuracce con le amiche della mamma incrociate al mercato. Ma almeno essere noi stessi, non dei principini del cazzo, che tra l’altro non possiamo permetterci di essere. Questione di priorità, di visione del mondo.