Le storie sono fatte di parole e le parole sono l’unica forma di magia in grado di influenzare e modificare la realtà. C’è un piccolo gioco di prestigio che si può fare per chiarire come questo potere magico possa agire: dico la parola “trattore” e il trattore per magia appare proprio lì, davanti agli occhi di chi mi ascolta. Con le parole di un epitaffio, con il nome e il cognome su una lapide facciamo risorgere i morti. O per lo meno tutti si formano l’immagine mentale del mezzo agricolo o del defunto in questione. Magia. Non c’è bisogno di scomodare neuroscienziati e cognitivisti per spiegare cosa accada a livello neuronale e psichico quando faccio il trucco. Quello che importa è che la magia funzioni e funziona da quando decine di migliaia di anni fa abbiamo emesso il primo grugnito (da quel fatale giorno in cui fetidi pezzi di melma fuoriuscirono dalle acque e urlarono alle fredde stelle: “io sono l’uomo”). Poco dopo esser strisciati fuori dalle acque e aver cominciato un processo – che qualche battito di ciglia universale dopo – qualcuno avrebbe chiamato evoluzione, ci siamo seduti attorno a un fuoco e abbiamo aggiunto alle nostre attività principali (dormire, mangiare, procurarci da mangiare, riprodurci) un’altrettanto importante attività dedicata a perpetrare la maledizione nota come sopravvivenza: raccontare delle storie. Con esse ci siamo protetti a vicenda, abbiamo affrontato e sconfitto il buio oltre il lucore del falò. Abbiamo esorcizzato i demoni ed evocato il terrore. Ci siamo spaventati (adesso fai paura, spaventati anche tu, cantava il saggio Faust’O). Mostri, fantasmi, morti e tutto lo scibile degli abissi dei nostri inconsci si è riversato in fiumi, laghi, oceani di parole. Unico scopo sopravvivere, passare un’altra notte carica di sgomento. Continua a leggere
