Per assurdo

  • Vincenzo Mollica si mette a fare domande vere al posto di leccare disgustosamente il culo dell’artista di turno. Non dico cattive o interessanti, eh? Figuratevi… dico solo vere (e comunque Vincenzone è simpatico, dai)
  • la Grecia esce dall’Euro, entra nel Dollaro e l’economia dell’Europa rinasce. Poi son cazzi di Obama
  • un olandese mammone rimane a vivere con i suoi fino a quarant’anni, e una volta in vacanza a Pamplona conosce dei ragazzi italiani che lo sfottono a più non posso per questa cosa
  • i tedeschi cominciano ad azzeccarci nell’abbinare le cravatte alle camicie e ai vestiti indossati. Sì, ok, concordo, è pura fantascenza ma vi ricordo il titolo del post sopra :) grazie
  • l’Italia vince un mondiale o un europeo di calcio giocando veramente bene
  • Berlino e Barcellona diventano noiosi da far schifo e i giovani e i creativi se ne vanno tutti a, non so… Torino, Siena, Lecce. Come dite, Milano? No, grazie, i creativi mi irritano (anche se io sono sestese)
  • comincia a buttare male per i dj in giro: la gente se ne lamenta, la loro musica fa cacare, quella cazzo di consolle in alto diventa bersaglio di fischi e ortaggi ogni serata, in ogni locale. Tutti si sono rotti il cazzo, reclamano indietro la musica dal vivo. Piuttosto la sinfonica, l’operetta, ma non quella roba (non che io sia d’accordo, eh? Sono un Truck Driver techno, per certi versi.. è sempre per la cosa del titolo sopra)
  • esce una canzone di Biagio Antonacci con richiami post rock e venature prog. La critica anglosassone si spella le mani dagli applausi. Esce in copertina su Rolling Stone (edizione americana). I Mars Volta lo ospitano sul palco nel loro concerto del prossimo giugno
  • agli incroci hanno precedenza i pedoni che attraversano sulle strisce e non gli automezzi. Vabbè qui forse in effetti ho esagerato…
  • il commento televisivo di una partita di calcio si fa talmente elegante, discreto e asciutto che – come capita quando si guardano partite all’estero – si riescono ad apprezzare i suoni di bordo campo, gli schiamazzi, i cori
  • si smette di prescrivere antibiotici e altre medicine inutili a casaccio, a chiunque, e la gente è meno malata. E la spesa sanitaria diminuisce. E l’attitudine della popolazione diventa più ottimista, meno vittimista. Meno assistenzialista. Piano piano, ovviamente
  • chi guadagna di meno è quello che si paga più tasse di tutti, in proporzione. E qui non c’è un cazzo da ridere, amici
  • il canale televisivo Arte si mette a fare un gioco a premi tipo ‘Affari tuoi’ alle otto di sera, ma tutti gli intellettuali, i guru, gli artisti lo sostengono perchè dicono che è avanguardia, bellissimo, imperdibile, nuovo realismo ecc. ecc. e i loro ascolti vanno alle stelle. Nello stesso momento su retequattro parte una rassegna di teatro Nō giapponese. Gli anziani e i paolotti rimangono sbigottiti
  • Questa rubrica – truck driver – diventa intelligente, gradevole, corretta. Si parla pulito, di attualità, di letteratura, di costume, di percorsi creativi…

Per assurdo, intendo.

Truck Driver alla mostra

In poche parole, la nonna si è offerta di tenere le bimbe a dormire sabato notte -pentendosene, si sarebbe detto dalla faccia sbattuta che ci ha proposta quando le abbiamo ritirate la mattina dopo, e io e la mia signorina (cameriera in un highway rest… vabbè, ormai la sapete) già ci stavamo fregando le mani pensando ognuno al materializzarsi dei propri sogni. Nella sua nuvoletta dei desideri – probabilmente – aperitivo con vino importante, cena a lume di candela, film strappalacrime, sospiri, gemiti e poi una GRAN dormita con il calorifero umano accanto a scaldarle i piedi. La mia nuvoletta: di passabile per questo post direi fiumi di birra, spiedini alla griglia a quintalate, revival riot grrrls con Bikini Kill e L7 a mille sullo stereo e sesso immediato, senza domande con t-shirt, cappellino da baseball e jeans addosso… fino alla GRAN dormita citata sopra. Vedete che in fondo uomo e donna condividono qualcosa?

Poi le nuvolette sono d’un tratto scoppiate, ci siamo ridestati e guardati in faccia come dire: ah, è vero che ci sei tu, non George (o Rosario) e abbiamo entrambi finto di volerci venire incontro, proponendo un programmino per la nostra serata da sposini che facesse piacere a entrambi. Cosa ovviamente impossibile, per cui abbiamo dovuto inventare. Fingere. Mediare. Venirsi incontro. Insomma, la solita insopportabile rottura di cazzo che contraddistingue ogni coppia della specie umana. Tanto che a volte mi viene da chiedere: ma chi l’ha detto che vivere da single è uno schifo? Io proporrei una singleship upgraded: si sta insieme a qualcuno per un massimo di 10 anni, e poi si cambia partner. Così, senza patemi e litigi, fino a schiattare. Volete mettere? Uno a 62 anni è innamorato come un teenager della sua nuova fiamma conosciuta in balera, tutta profumo francese e pizzo nero vedo/non vedo (che forse è meglio). Parentesi: un amico fidato dice che come si becca in balera, amiche e amici, non si becca in nessun altro posto del mondo. Altro che disco fighetta a Barcellona o Londra. tsè… principianti. Andassero in balera un sabato sera, andassero… ‘sti diggei o cosa…

Morale (odio chi lo dice, ma sta da dio in questo post da camionista)- decidiamo per un aperitivo e poi la mostra di Salvador Dalì a Palazzo Reale, a Milano. Ehi, chi sta già ridendo là dietro? Non è mica la prima mostra che vedo, che ti credi… sono un camionista moderno. Amo l’arte. Probabilmente sarei stato uno scultore, se non fossi nato per la cabina autocarro. O avrei scritto sceneggiature per film porno, ma roba di classe, tipo Andrew Blake.

Entriamo alla mostra e già in fila per pagare noto un coefficiente di glamour tra gli avventori che mi comincia a irritare le adenoidi e far produrre eccesso di muco salivare (che poi dovrò in qualche modo espellere :) ). Trentenni vestite che manco alla notte dei Telegatti, con tacchi vertiginosi, scollature e pantaloni attilati e imbevute sino alla nausea di pozioni odorifere, elegantoni da blackberry e foulard al collo che richiama quello al taschino, creativi alti e dagli occhiali con montatura nera, donne di mezz’età con il look da cubiste griffate. Ma che è, penso, una mostra di quadri o un happening del jet set? Purtroppo entambi, siamo giunti a concludere io e la mia signorina mentre chidevamo permesso tra gli esponenti del fashion milanese per poter vedere i quadri. Così, giusto perchè ci sembrava carino farlo, essendo a una mostra. Rispettoso nei confronti di Salvador, più che altro. Nell’inanellare le sale della mostra (molto pomposa ma un pò scarsina, a mio modestissimo giudizio camionistico), abbiamo assistito a catwalk con stivali alti di pelle degni delle passerelle di Cavalli e compagnia puzzona, ad aperture di agende per controllare la disponibilità di bellocci figli di papà dalla BMW in doppia fila da qualche parte e zio che regolarmente toglie loro le multe all’ufficio preposto della polizia municipale, finti accenti inglesi e americani, interessanti dialoghi telefonici al cellulare in tutta libertà e senza vergogna, davanti alle opere del pazzo catalano.

Al che ho deciso di intervenire. Ho pizzicato il coglione maleducato con il telefono appiccicato all’orecchio, che blaterava di gite fuori porta, passare a prendere, farsi trovare fuori, puntuale, ecc. ecc. e l’ho trascinato per l’altro orecchio davanti a un addetto della mostra. L’ho invitato a portarlo fuori prima che l’avessi preso a calci in culo di persona (anche elegante, se vogliamo). Il tizio non ha nemmeno smesso di telefonare! Poi sono tornato verso la mia signorina, camminando spavaldo, un pò tamarro, e tutti i vip mi facevano largo. D’un tratto mi sono fermato, mi sono girato verso il pubblico che mi puntava gli occhi addosso e ho detto:

‘E adesso il primo che parla, telefona, si agita, si aggiusta il vestito, si atteggia da star e rompe il cazzo LO SPIEZZO con queste mani, intesi?’

Oh, c’erano in sala manzi grossi il doppio di ‘sto povero Truck Driver, eppure non è volata più mosca per tutta la nostra permanenza. Fico, no? Potete essere orgogliosi del vostro paladino contro la degenerazione dell’italianità. E non c’è bisogno di ringraziare. Piuttosto mandatemi soldi, cazzo.

Creativi

L’altra sera io e la mia signorina – io camionista, lei cameriera part-time di un highway restaurant costretta a cavarsela a mance – pensavamo alla nostra vita e a quello che avrebbe potuto essere. Il giovane amico ormai affermato designer, l’ex compagno di capoeira trasferitosi a Rio de Janeiro e diventato esperto di arredamento e stile, la sua simpatica moglie creativa e piena di idee - anche lei sulla strada della popolarità nella cidade maravilhosa, l’amica videomaker ed artista multimediale, il webdesigner richiestissimo, quello e quell’altro… Gli ologrammi dei suddetti creativi e le loro scintillanti carriere ci danzavano in faccia, leggiadri e beffardi, sfoggiando insopportabili sorrisi da presa per il culo (e badate bene, quelle persone in realtà sono amabilissime).

Poi siamo usciti in balcone e ci siamo guardati attorno: casa modesta, via intasata di traffico e di rumore urbano, contesto residenziale non esattamente di alta qualità (leggi: una merda), e poi ancora: lavori monotoni, stipendi bassi, stanchezza, stress, routine, vita frenetica… A quel punto io ho proposto il suicidio tramite impiccagione simultanea in bagno, anche un gesto romantico, se vogliamo, e d’un tratto siamo entrambi scoppiati a ridere.

La verità è che noi ce la siamo spassata alla grande mentre gli altri si facevano il mazzo per raggiungere un obiettivo. Hanno speso giorni, sere, notti, fine settimana, anni a studiare, approfondire, mettere in pratica, investire nella loro passione lavorativa e nella professione. Hanno rinunciato a molto. Noi invece, sin da ventenni, lavoravamo quanto serviva per pagarci cibo e tempo libero, uscivamo ogni sera, amici, concerti, feste, rave party, trangugiando di tutto. Scroccavamo senza vergogna villeggiatura di fortuna da amici sparsi per il territorio, facevamo piccole vacanze improvvisate ed economiche, e bellissime. Insomma, ce la spassavamo. E quindi alla fine è giusto così: chi ha sacrificato qualcosa prima, adesso raccoglie i frutti.

Siamo rimasti per un pò interdetti. Quasi tristi, delusi. Ma allora abbiamo sbagliato tutto. Pensa che bello se fossimo anche noi creativi. Pensa: tu scultrice, io scrittore di romanzi porno. No, scherzo: ho detto romanzi rosa, altrimenti chi la sente poi, la cameriera… :D Pensa: tu creativa, io artista. Tu pittrice, io esperto di multimedialità. Tu body artist, io dj...

Al che, rabbuiato da un pessimismo amaro e ispirato dalle alte vette  filosofiche del working class hero, ho cominciato a ribellarmi alla segregazione del non-creativo. Che cazzo, sono un utente, un consumatore. Sono io che decido. Pago, beneficio e alla fine giudico. E compro o non compro. Stando a quello che ci raccontano da più di vent’anni dovrei essere il capo qui! Altro che creativi… E comunque professioni di un certo tipo richiedono anche tenori di vita di un certo tipo. Responsabilità di un certo tipo. Problemi, ansie, pensieri. Non si può essere sempre spensierati e goderecci come noi, in quelle situazioni. E anche in senso prettamente economico: se guadagni 100 ma il tuo tenore di vita ti fa spendere 70, ti avanza 30, che guarda caso è la stessa cifra che metti via se guadagni 50 e spendi 20. O 40 e 10. Fai anche che da non-creativo metto via 20 e non 30, senza tutte le rotture di coglioni sopra elencate, o 15, e sono già contento. Sereno. LIBERO.

Poi mi sono alzato dal divano vecchio di 15 anni, petto in fuori, sguardo fiero, la mia signorina a mani giunte e cuore palpitante che mi ammirava. L’usuale squisita arte oratoria del trascina-rimorchi colpito nell’orgoglio:

‘Che si fottano i creativi del cazzo e tutta la loro merda. Tanto poi si crepa tutti in modo uguale, o no? Se sei stato sereno e felice nella vita, buon per te. Altrimenti cazzi tuoi. Giusto, piccola?’

Ci siamo accesi e fumati un cannone lungo così, siamo passati dalla stanza delle bimbe, che dormivano serene come piccole camioniste-cameriere felici, le abbiamo stuzzicate e baciate tutte, ridendo come scemi, e poi abbiamo scopato come sinceramente non ricordavo da tempo.

Ecco.

Io sono a posto così.

Titolo

In Italia c’è poca mobilità, poca flessibilità oltre che nel mondo del lavoro, nella pubblica amministrazione, nell’abitare, anche nei modi di essere di noi stessi italici. Cioè se uno è notaio, per dire, sarà serio e tutto d’un pezzo SEMPRE, anche quando scende a prendere il latte o si presenta agli amici capelloni della sorella che fa la dj a Berlino. Cioè la professione – o meglio l’etichetta di certe professioni, di norma quelle più prestigiose - diventa la sua essenza, il suo modo di essere: è la sindrome del ‘titolo professionale’. Il titolo conta più di ogni altra cosa.

Fatto piuttosto arcaico per una società a elevato coefficiente tecnologico, non trovate? Andava bene forse durante il boom economico, quando spopolavano i Ragionieri con tanto di Rag. puntato davanti al nome (gli Ing. o Dott. erano addirittura considerati mezze divinità), o nel delirio materialista e yuppie degli anni ’80, del quale ancora ci portiamo dietro l’usanza di chiamare chiunque Dottore, sul lavoro. E non è solo una formalità, magari a sostegno della cortesia nelle interazioni, tipo il ‘voi’ della lingua francese, ma spesso un vero e proprio significato intrinseco. Cioè ‘il notaio è un rispettabile’, ‘il dottore è uno altolocato, adesso vediamo se ha tempo per te’, ecc…  Da qui lo status di ‘privilegiato’ di alcune categorie professionali italiane.

Molto male. Molto ma molto ma molto male, direi. Perchè non è più tradizione, cortesia o quant’altro. La definirei riverenza eccessiva, mancata emancipazione, ingiustizia sociale. Una fonte inesauribile di guai per il nostro paese: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Notai e avvocati circondati da schiavetti annuenti, medici e specialisti che ti dedicano al massimo una manciata di minuti, un paio di sguardi assenti e parole col contagocce durante una visita, professori universitari che manco si degnano di esserci durante gli orari di ricevimento e spesso per le lezioni stesse. Persino vigili urbani e farmacisti godono di uno status privilegiato, quando in fondo non hanno altro che un abbigliamento fantasioso.

Meglio allora l’informalità, il darsi del tu, la parità tra interlocutori, e meglio essere tante altre cose diverse, accanto a costumi e comportamenti dettati dalla professione. Perchè un notaio non può mettersi una tshirt sgualcita e jeans per farsi due passi al parco? Deve per forza farsi un guardaroba casual firmato da Ralph Lauren, con tanto di fazzoletto di seta attorno al collo,  e rimanere tutto d’un pezzo? E se volesse fare il fricchettone durante le sue ore libere? La mattina dopo tornerebbe comunque perfettamente notaio, come se nulla fosse.

E probabilmente sarebbe molto più simpatico.