Creativi

L’altra sera io e la mia signorina – io camionista, lei cameriera part-time di un highway restaurant costretta a cavarsela a mance – pensavamo alla nostra vita e a quello che avrebbe potuto essere. Il giovane amico ormai affermato designer, l’ex compagno di capoeira trasferitosi a Rio de Janeiro e diventato esperto di arredamento e stile, la sua simpatica moglie creativa e piena di idee - anche lei sulla strada della popolarità nella cidade maravilhosa, l’amica videomaker ed artista multimediale, il webdesigner richiestissimo, quello e quell’altro… Gli ologrammi dei suddetti creativi e le loro scintillanti carriere ci danzavano in faccia, leggiadri e beffardi, sfoggiando insopportabili sorrisi da presa per il culo (e badate bene, quelle persone in realtà sono amabilissime).

Poi siamo usciti in balcone e ci siamo guardati attorno: casa modesta, via intasata di traffico e di rumore urbano, contesto residenziale non esattamente di alta qualità (leggi: una merda), e poi ancora: lavori monotoni, stipendi bassi, stanchezza, stress, routine, vita frenetica… A quel punto io ho proposto il suicidio tramite impiccagione simultanea in bagno, anche un gesto romantico, se vogliamo, e d’un tratto siamo entrambi scoppiati a ridere.

La verità è che noi ce la siamo spassata alla grande mentre gli altri si facevano il mazzo per raggiungere un obiettivo. Hanno speso giorni, sere, notti, fine settimana, anni a studiare, approfondire, mettere in pratica, investire nella loro passione lavorativa e nella professione. Hanno rinunciato a molto. Noi invece, sin da ventenni, lavoravamo quanto serviva per pagarci cibo e tempo libero, uscivamo ogni sera, amici, concerti, feste, rave party, trangugiando di tutto. Scroccavamo senza vergogna villeggiatura di fortuna da amici sparsi per il territorio, facevamo piccole vacanze improvvisate ed economiche, e bellissime. Insomma, ce la spassavamo. E quindi alla fine è giusto così: chi ha sacrificato qualcosa prima, adesso raccoglie i frutti.

Siamo rimasti per un pò interdetti. Quasi tristi, delusi. Ma allora abbiamo sbagliato tutto. Pensa che bello se fossimo anche noi creativi. Pensa: tu scultrice, io scrittore di romanzi porno. No, scherzo: ho detto romanzi rosa, altrimenti chi la sente poi, la cameriera… :D Pensa: tu creativa, io artista. Tu pittrice, io esperto di multimedialità. Tu body artist, io dj...

Al che, rabbuiato da un pessimismo amaro e ispirato dalle alte vette  filosofiche del working class hero, ho cominciato a ribellarmi alla segregazione del non-creativo. Che cazzo, sono un utente, un consumatore. Sono io che decido. Pago, beneficio e alla fine giudico. E compro o non compro. Stando a quello che ci raccontano da più di vent’anni dovrei essere il capo qui! Altro che creativi… E comunque professioni di un certo tipo richiedono anche tenori di vita di un certo tipo. Responsabilità di un certo tipo. Problemi, ansie, pensieri. Non si può essere sempre spensierati e goderecci come noi, in quelle situazioni. E anche in senso prettamente economico: se guadagni 100 ma il tuo tenore di vita ti fa spendere 70, ti avanza 30, che guarda caso è la stessa cifra che metti via se guadagni 50 e spendi 20. O 40 e 10. Fai anche che da non-creativo metto via 20 e non 30, senza tutte le rotture di coglioni sopra elencate, o 15, e sono già contento. Sereno. LIBERO.

Poi mi sono alzato dal divano vecchio di 15 anni, petto in fuori, sguardo fiero, la mia signorina a mani giunte e cuore palpitante che mi ammirava. L’usuale squisita arte oratoria del trascina-rimorchi colpito nell’orgoglio:

‘Che si fottano i creativi del cazzo e tutta la loro merda. Tanto poi si crepa tutti in modo uguale, o no? Se sei stato sereno e felice nella vita, buon per te. Altrimenti cazzi tuoi. Giusto, piccola?’

Ci siamo accesi e fumati un cannone lungo così, siamo passati dalla stanza delle bimbe, che dormivano serene come piccole camioniste-cameriere felici, le abbiamo stuzzicate e baciate tutte, ridendo come scemi, e poi abbiamo scopato come sinceramente non ricordavo da tempo.

Ecco.

Io sono a posto così.

Design e camionisti

Sto già sorridendo per il fatto che amici e conoscenti appassionati del settore storceranno il naso per questo post. Il design di qui, lo stile di là, l’armonia, l’equilibrio, la funzionalità… Lo so, amici, lo so. Anch’io apprezzo il televisore Brionvega, la lampada che assomiglia a Kenny di South Park, la sedia Diamond, la Cinquecento ecc. ecc. Da buon residente nell’agglomerato urbano milanese sono cresciuto a pane, smog, esposizioni e stile (più o meno azzeccato). Ho visto, visitato, scritto il mio nome nel registro ‘C’ero anch’io’. Nel mio caso specifico, però, più che uno sviluppo tematico e un apprezzamento progressivo del gusto e del design degli oggetti, ho maturato negli anni una certa avversità per essi, che sfocia sempre più spesso nella reazione allergica. Sarà che a tutti gli effetti mi sento più camionista che mai nell’approccio alla vita. Saranno le mie umili origini contadine toscane ed emiliane. Sarà che non si può apprezzare tutto nella vita, e film, erba e heavy metal mi occupano già un sacco di spazio. Ma di designer con costose sneaker dai colori improbabili, discorsi concitati in bizzarri accenti della lingua inglese su stronzate qualsiasi - basta che vagamente artistiche, sontuose esposizioni, cocktail party, feste esclusive e via dicendo ne ho abbastanza. Per cui mi tiro indietro e lascio spazio ai giovani. Abbandono il mondano. Mi spoglio sempre più dell’effimera materialità delle cose, sperando di non rincoglionirmi del tutto come Giovanni Lindo Ferretti.

Un oggetto bello e utile? E chi se ne frega, meglio non averlo. Meglio non avere praticamente niente, se possibile. Si può prendere tutto in affitto? O condiviso? Preferirei. Niente rate, scadenze, assicurazioni, pensieri, problemi, imprevisti. Niente. Mente sgombra per il mio revival musicale in atto da quando ho comprato il lettore mp3 (alla buon’ora…). Mica cazzi, amici: ‘Forever young’ degli Alphaville, per fare un esempio. O gli Stray Cats. Mente sgombra per la gente. E per i vizi, ma quelli non ve li elenco. 

Ma devo ammettere allo stesso tempo che mi piace Milano, quando è nottambula, festaiola e ben diluita con altre popolazioni. Caso più unico che raro in cui annacquato è meglio di puro: se conoscete la milanesità sapete di cosa sto parlando. Mi piace certa nuova generazione che vedo in giro. Mi piace l’elettricità e il respiro internazionale che sa emanare. Non me ne frega niente, ma mi piace.

Un controsenso? No, semplice vecchiaia che avanza. Togliersi finalmente dalla luce dei riflettori e farla ricadere su altri: tutta salute. Ci si può finalmente godere il panorama, mentre il bestione Scania riposa nel parcheggio.

Milanesi

Il passatempo ufficiale dell’abitante nell’area milanese è – oltre al respirare polveri sottili e tentare di riconoscerne la tipologia - senza dubbio il lamentarsi. Lamentarsi del lavoro, dei colleghi, dei vicini, della città, dei mezzi pubblici, delle file in tangenziale, dei lavori in corso AEM ecc… Attività invero riscontrabile anche a livello nazionale, ma che attorno e dentro la metropoli lombarda assume un valore determinante. Certo, così non ci si rende proprio i più simpatici d’Italia (siamo ancora fermi all’immagine del commendator Zampetti della terza C, vedi post dedicato http://kaizenology.wordpress.com/?s=zampetti) ma è anche vero che negli ultimi tempi personaggi equivoci hanno messo in dubbio certezze secolari, tipo Panariello e Pieraccioni sulla simpatia dei toscani, o Marco Paolini sull’ottusità dei veneti.

In ogni caso, simpatici o meno, ecco alcune caratteristiche che definiscono dal mio (basso) punto di vista gli abitanti dell’area milanese, nel bene e nel male:

-(esasperato) senso critico. Il milanese, in media, viaggia parecchio. Viaggia per tornare al paese, giù in meridione, nella vacanze estive. Viaggia per andare al mare, al lago, in montagna, in campagna nei fine settimana (nella casa di villeggiatura se facoltoso, a scrocco o in tenda se come il sottoscritto), viaggia per visitare le città d’Europa approfittando dei numerosi voli low cost. In pratica viaggia SEMPRE, anche perchè restare a Milano quando si ha qualche giorno libero è piuttosto deprimente, a partire proprio dalla questione dell’aria sporca. Il milanese è dunque abituato a viaggiare, e questo è positivo. Ma viaggiando si vedono altre cose, altri modi di fare le cose, altri stili di vita e concezioni del mondo. Viene in pratica messo in dubbio l’italocentrismo sul quale noi italici poggiamo a peso morto dal dopoguerra a questa parte. Tutta salute - intendiamoci - ma le nevrosi si moltiplicano, è inevitabile. Anche perchè,  pensateci: dopo un viaggio si torna sempre a Milano. Cappa grigia, traffico, modi bruschi, tutti che se la tirano ecc… Obiettivamente è dura. Da qui, forse, lo spietato senso critico nei confonti di ciò che ci circonda: l’aria fa schifo (vero), Milano fa schifo (in parte vero), la gente fa schifo (poco vero, dipende) e via dicendo. Il senso critico sviluppa l’intelletto, d’accordo, e su certe cose qui si raggiungono risultati prima che altrove, forse proprio grazie al senso critico applicato alle scelte da compiere. Molto raramente, in verità. Ma succede. Manca attaccamento, ai milanesi, questo sì. Senso di appartenenza. Un male, forse, anche se non assoluto. Dipende da come vedi il mondo. Io per esempio sono convinto che l’italianità mischiata con altri ingredienti sia migliore che quella distillata pura. Si accettano discussioni a riguardo

-consapevolezza. In parte collegata a quanto sopra. A Milano non mancano certo sbruffoni, incivili, odiose facce di merda e via dicendo (anzi, dovrebbero abbondare stando al modello Zampetti), ma non è vero che qui c’è il Festival Permanente dell’Incivile. Al contrario, in generale qui la gente sa cosa è giusto e qual’è la strada da percorrere per una migliore qualità della vita. Solo che – in quanto italiani – sappiamo ma poi non agiamo di conseguenza. L’auto inquina, e tutti ci preoccupiamo per i polmoni dei nostri figli, ma poi andiamo al lavoro o a fare shopping rigorosamente in auto. Con quella sorridente faccia tosta che ci contraddistingue. Però almeno a Milano SAPPIAMO. A cosa serve, però, sapere e non agire di conseguenza? A niente, in effetti. Ma mi piaceva ’sta cosa del bullet point sulla consapevolezza :)

-freddezza nei rapporti sociali. ‘Ma a Milano se vai in un pub o in un locale e non conosci nessuno, stai solo come un cane’. Vero. Dà fastidio anche a me. Ma – ecco la contraddizione – anch’io non parlo a casaccio con la gente. Perchè? Non so, credo sia milanesità. Abbiamo tutti una corteccia dura e fredda nei rapporti interpersonali, formatasi con gli anni vissuti pericolosamente tra paninari, fighetti, privilegiati, modaioli, designer, buttafuori, PR di locali esclusivi e robaccia di questo genere. Una corteccia, qualcosa per difendersi. Poi con gli anni non la togli più. Ma attenzione: dentro c’è il cuore tenero di chi gravita intorno a ‘sta metropoli. Qui siamo così: o ti trovi MALISSIMO in una serata o in riunione di lavoro, evidentemente il posto sbagliato, o DA DIO nella cosa più moderna, tollerante, artistica e divertente che hai mai visto. Forse esagero. Non so. Saranno le polveri sottili che mi danno alla testa.

-briciole di senso civico e di integrazione. Ecco, lasciate perdere il putiferio mediatico dei recenti fatti di via Padova. Conoscete bene i media, vero? Usciamo dal pantano indecente che creano ogni giorno con qualsiasi argomento, a caso. La verità è che a Milano e hinterland c’è il più alto numero di imprenditori stranieri d’Italia. E fanno soldi, fatevi un giro in città per giudicare. La verità è che mia figlia alla scuola d’infanzia va d’amore e d’accordo con qualsiasi altra etnia. In giro, checchè se ne dica, c’è voglia di interscambio e di convivenza. Io lo vedo… che sia troppo figlio dei fiori? Ci sono anche problemi, ovvio, ma dove non ne esistono? E poi qualche briciola di senso civico. Io la trovo, qua e là, ogni tanto. Che ne so, l’auto che si ferma per farti attraversare sulle strisce. ADDIRITTURA. Professionalità e cortesia a qualche sportello postale o del SSN, sia oltre il vetro che nella fila dell’utenza. Servizi che funzionano. Rispetto del verde (quei pochi centimetri esistenti). Briciole, appunto. Ma meglio di niente. In attesa di capire che fine ha fatto la michetta vuota dalla quale arrivano.