The Ufficio files – finte malattie

cover_37661Sono tornato, amici, e sono pieno come una lattina di Dreher, cazzo!

Ricordate? Sono Truck Driver, un camionista con il vizio della cultura ecc. ecc. Vi ho intrattenuto per anni, ora non fate finta di non sapere più chi sia. Ingrati. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, sì, alla mini-serie del piffero che mi sono inventato per raschiare il barile della creatività (ma non temete, ne ho ordinato uno nuovo, di barile): The Ufficio files. Bella cagata, direte. Intanto però mi fermano per strada per farmi foto col cell. Chi altri può vantarsene? Corona, forse, ma se permettete io sono più figo di lui. Tsè… Continua a leggere

In viaggio co’ papà

Con l’ineguagliabile modello di riferimento di papà Alberto Sordi nel film del 1982 in testa e negli occhi  (un Carlo Verdone superbo nella parte del figlio Cristiano), e con la piena ed entusiastica intenzione di provare perlomeno a scimmiottarne piccole dosi di sano egoismo e deliziosa paraculaggine nei confronti della prole, sono partito giorni fa per una vacanza al mare da solo con le mie due piccole camioniste italo-olandesi. Abbiamo caricato tutto sullo Scania e via! Destinazione Inferno.

Sì, perchè non ho calcolato bene una serie di cosucce, mesi orsono, nel proporre sborone e a petto gonfio questa atipica combinazione familiare per una vacanza. Ve ne snocciolo sotto alcune, in sincera condivisione, mentre altre sono ancora incagliate da qualche parte nel mio subconscio, o forse mi vergogno solo un pò a dirle. Dopotutto sono anche un padre, oltre che un maledetto camionista sboccato. E che cazzo!

  • La giornata spesa con i figli in vacanza è lunga. Lunghissima. Incredibilmente lunga. E verso sera ti accorgi che no, non è così in verità, non è lunga. È interminabile. È ben diverso, amici, perchè la lunghezza, seppur superlativa, è sostenibile, mentre l’interminabilità ammazza qualsiasi germoglio di speranza. Oscura l’orizzonte. Tarpa le ali. Quando alle dieci di sera, dopo una giornata vissuta insieme appassionatamente, i figli ti chiamano in continuazione dalla loro stanzetta bollente nel bungalow di simil-legno dicendo che ne so… che hanno caldo, sete, prurito, non hanno sonno o qualsiasi altra stronzata, allora capisci che è così. È interminabile, la giornata in vacanza da solo coi figli. Bellissima, eh? Ma senza fine. E un pò ci rimani. Lo sapevi, ma un pò ci rimani.
  • Il campeggio e il mare sono belli, ma cristo santo moltiplicano la stanchezza per dieci. Perchè? Non saprei. Dicono per il sole, il caldo, la minor comodità, il minor comfort. La sabbia in bungalow, i pochi asciugamani puliti, cosa vi devo dire… fatto sta che avevo portato tre libri da leggere, in uno slancio ottimistico, pensando a lunghe serate sul mare con un occhio al bungalow chiuso con il figliame dormiente, uno alla combricola di amiche ventenni che soggiornano di fronte in tipiche pose provocatrici e uno (quale?) appunto al romanzo in lettura. Ma non c’è stato verso, il terzo occhio era sempre troppo stanco. Le saracinesche oculari calavano puntualmente ogni sera, poco dopo l’ultima chiamata di una figlia per che ne so… sete, o caldo. E i libri sono rimasti irrimediabilmente chiusi.
  • La cucina a gas in campeggio ci mette una vita a far bollire l’acqua, e questo si sa. Ma che accadesse anche nei cucinini dei bungalow – in tutto e per tutto delle vere e proprie cucine – non me lo aspettavo proprio. Dunque è proprio la condizione di ‘campeggio’ che influisce, in qualche modo. In ogni caso, l’eterna attesa dell’acqua che bolle per una fottuta pasta al pesto o in bianco spesso mi ha recato danni, con tutto il vicinato che pasteggiava rumorosamente a due, tre o anche quattro portate, e noi tre, dinastia di camionisti abbrustoliti e affamati, in nervosa attesa. Fanculo.
  • È matematico, se si fa il bagno tutti insieme, una figlia vuole andare fino oltre gli scogli senza niente (intendo braccioli, materassino, maschera, occhialini ecc.) e l’altra invece vuole stare a un metro dal bagnasciuga, in acqua ad altezza caviglia, con braccioli e ciambella, lamentandosi della temperatura fredda. E tu che fai? Entrambe ti chiamano in stereofonia, a ritmo crescente, e vogliono imporre la loro scelta agli altri. Prima vai da una, poi dall’altra, poi torni dalla prima, poi dalla seconda. Ci provi. E a lite ovviamente irrisolta, ti giri, fai un bel tuffo a pesce e te ne vai da solo verso il mare aperto, in un goffo stile libero, sentendo le loro proteste ogni 3/4 secondi, per un istante solo, mentre la bocca e metà faccia riemergono per respirare. E te ne freghi.
  • La gente dopo un paio di giorni massimo si è già sparata film incredibili su cosa c’è dietro il bizzarro trio di rozzi ma dolcissimi individui. Sarà vedovo? Sarà stato lasciato? Sarà un ragazzo padre? Un mammo? Oppure le ha rapite? Le tiene in custodia? E la cosa strana è che più normale sei, meno chiassoso e invadente, meno problematico, più la gente pensa male. E/o si impiccia. Crede che non sei all’altezza. Forse pensa al proprio marito o al proprio figlio, gente incapace di farsi un uovo al tegamino. E impicciandosi attira su di sè irrimediabile l’antipatia di un camionista sudato e innervosito dalla troppa attenzione, tipo la sciura che un giorno si è permessa di affacciarsi alla nostra veranda con la padella piena di scaloppine alla pizzaiola dicendo: ‘Posso lasciarti un pò di queste, che ‘ste bimbe so’ tanto carine ma so’ tutte ossa, so’… Non ti offendi, vero?’

 

PS: però le scaloppine erano buone, cazzo!

IN TV CONTA LA VECCHIA

 Spesso si sente dire in giro che la televisione italiana fa schifo, che la fiction italiana non è al livello di quella di altri paesi, ma raramente si spiega anche il perché con esempi pratici. Proviamo a farlo qui con un esempio pratico che coinvolge me e i Kai Zen direttamente, o quasi. Scrivendo questo post renderemo pubblico, e pertanto forse fuori mercato in via definitiva, un nostro soggetto per una fiction televisiva, ma se la nostra intuizione è corretta, quel soggetto è fuori mercato comunque, per cui poco male. Continua a leggere

Ignorais

Gran lingua, l’inglese. Mi ha sempre fatto impazzire per il modo in cui suona, rapido ed elegante. Superiore. Da sempre mi scatena dentro una tempesta di suggestioni, un insieme caleidoscopico di immaginari pop in mezzo ai quali sono cresciuto, per diventare oggi il panzone con autocarro che sono. E forse proprio perchè sono un Truck Driver, e porto un cappellino con visiera bisunto, per me Route 66 e Passo della Cisa sono sì la stessa cosa, ma la prima suona dannatamente figa mentre il secondo è solo una rottura di cazzo. Mi capite?

Se ci pensate, questa è la grande, inestimabile fortuna di quei culi bianchi e flaccidi degli anglosassoni. Dopo tutto, non sono particolarmente bravi in niente, se non nello scolare pinte di birra e raccontare barzellete deliziose, eppure il loro credito worldwide non conosce limiti. Da sempre. ‘Sti bardardi si possono permettere di non imparare mai una lingua straniera in vita loro, e nessuno li considera degli asini. Anzi, più parlano male gli altri idiomi, alla Alan Friedman (il risparmiatore) o alla Mal, più fanno simpatia e rimangono comunque dei gran fighi che si ‘abbassano’ alla lingua italiana. Perchè?

Perchè io da piccolo, sudato come un matto e sporco di terriccio all’oratorio San Luigi, sognavo di essere Kevin Keegan mentre sfrecciavo nel campetto di calcio? Ma perchè DIO SANTISSIMO quel nome è il più figo del mondo, no? O quello di Gordon Strachan, inutile pel di carota della nazionale scozzese. E via così praticamente in tutti i settori dell’immaginario popolare, dalla musica al cinema, dalla letteratura alla scienza. Tutti i nostri fottuti miti prevedono solide fondamenta anglosassoni. Che fastidio, ma in fondo non ci posso fare niente: sono il primo ad esserne imbevuto. A me Alberto Sordi poliziotto di Kansas City mi fa un baffo, cazzo.

Comunque, andando al punto di questo ennesimo, imperdibile post: siamo talmente rincoglioniti da questa anglosassonità dominante che, in età pre- e adolescienziale, quando ci si sente addosso ogni minimo stimolo che striscia nell’aria e ci si riempie di pruriti di vario tipo, tutti irresistibili, ma non si capisce una cippa di come sono veramente le cose, di come funzionano, cosa significano ecc. Quando cioè sapere significa solo provare (dio quanto è pedagogo oggi il vostro camionista preferito :) ). Ebbene in quel frangente del cammin di nostra vita – e parlo delle nostre generazioni, perchè quelle di oggi in questo senso sono ben diverse – si ascoltavano canzoni in inglese e, sebbene non si conoscesse altro vocabolo che non fosse ‘yes’, ‘I love you’ e ‘fucking asshole’, ci si immaginavano dentro funanbolici vocaboli così fighi da pronunciare…

Permettetemi degli esempi:

-Tunait (variante: Tunaj). Un classico. Chi non l’ha cantato in mille canzoni, quando alla Hit Parade di Radio RAI sfilavano pezzi di Village People, Queen e  Roxy Music (dio che faccia da schiaffi quel Brian Ferry…). Chi non l’ha riprodotto in labiale all’infinito in discoteche di fuori città, la domenica pomeriggio, in compagnia di una ventina di amici maschi sbarbati e su di giri, vestito di improbabili camicie viola e giacche spencer dal taglio scandaloso. E già che ci siamo, ammettetelo: ognuno di noi ha comprato nella sua vita almeno un capo Zacstyle (o magari di sottomarche, se particolarmente sfigato), di quelli che mostrati oggi a conoscenti e colleghi vi rimedierebbero censura sociale ai limiti del sostenibile, in termini di diritti umani.

-In de nai. Piccola variazione del termine soprastante, più canzonata ancora e perfetta per la disco music degli anni ’80, Deejay Television e compagnia bella. Famoso – ed emblematico – l’esempio di Self Control di Raf: un pugliese flippato di anglosassone che canta un pezzo fichissimo con tutti ‘sti termini impronunciabili ma favolosi, con una strofa che sempre e comunque poteva essere iniziata così: in de nai. (is mai uord – il proseguo)

-uannabì, o uanna go. o uan ciù frì. Insomma, robe composte. Che nel delirio ti facevano sembrare quasi bravo in anglosassone. Un vero inglese, cazzo. Un americano. È bello notare che poi espressioni diffuse come I wanna ganna sanna sono entrate di fatto nel costume umoristico del nostro paese, perchè in effetti fanno ridere e danno un’idea del fenomeno che – non avendo altro da fare – ho voluto spiegarvi in questo trattato. Un evento curioso. Da uannabì allo scolastico ‘I want to be’, per poi sfociare nello slang dei fighi ‘wannabe’: si percorrono così tappe importanti, fondamentali per la crescita di un povero mediterraneo, che sarà sempre e solo considerato nel mondo per pasta, pizza, mafia e amore romantico, mentre invece lui vorrebbe essere figo, avere giubbotti di pelle, ciuffi esagerati, ragazze californiane e  una cazzo di Pontiac al posto della Twingo.

-E poi Lui, il Re incontrastato dell’anglosassone immaginario: Ignorais. Io, a capire che in verità nelle canzoni si dicesse ‘in your eyes’, c’ho messo un paio di lustri di tempo, e mi è andata anche bene direi. È che il computer, il lavoro, la fidanzata straniera… ho dovuto aprire gli occhi, abbandonarmi allo studio. Ma a me in fondo suona sempre così, nella testa: Ignorais. Dio come mi rempie la bocca… L’ho cantato centinaia di volte, l’ho sentito urlare a squarciagola da amici ubriachi per le strade di qualche locale notturno infernale sulla Costa del Sol, in Spagna, con Rick Astley o Lisa Stansfield pompati a mille dalle casse. Quella roba, capite? D’altronde sembra fatta apposta, no? Secondo me quel mingherlino-mozzarella di Rick Astley o quella cicciona dallo sguardo figo (ma con due chili di trucco) di Lisa in realtà scrivevano quelle canzoni usando proprio tunaituannabìignorais. Dai cristo, non può essere altrimenti! Sono perfetti.

E ora vi lascio come una perla sonora di quel frangente storico. Io la ricordo sparata a diecimila sullo stereo a cinque strati della golf bianca abbassata e con minigonne di un amico di quegli anni. You know who you are… A voi la boccia, fratelli.

Peace, love and Ignorais. Tunait. Ok?

Quality time

Abbiamo il fottuto difetto di importare dagli anglosassoni vagonate intere di immaginario indistinto. Dall’Asia arrivano le t-shirt e gli oggetti di plastica a prezzi stracciati, dai bianchicci lentigginosi e talvolta obesi invece linguaggio, concetti e stili di vita. Troppi, senza ombra di dubbio. Perchè tra la roba buona – e non sarò certo io a negarne l’esistenza, io che guido il mio Scania sotto il sole padano allo zenit ascoltando country a tutto volume e sputando tabacco dal finestrino, manco fossi sulla Route 66  - ce n’è anche di pessima, e il peggio è che non ce ne accorgiamo. Perchè è da Alberto Sordi in poi che l’anglosassone funziona, no matter what. Certo, è vero, al tempo cingomme, piano Marshall e scudo Nato ci sembravano manna dal cielo ed avremmo importato qualsiasi dannata cosa ci avessero chiesto. Ed è vero, Hollywood, il rock’n’roll, Beatles e Rolling Stones hanno lavorato sodo per decenni nel fabbricare sogni da esportazione, e di recente MTV, globalizzazione e internet ci hanno dato l’inesorabile botta finale. Ma quando è troppo, è troppo.

Tipo, è da qualche tempo che in rete, nei social network, tra gli splendidi, i professionisti in carriera, i focacciari che si riempiono tutto il giorno la bocca di internazionalità, non sapendo che questa è soprattutto un maledetto fardello che non ti fa mai stare tranquillo nella vita (sarà giusto così? Sarà bello qui? Sarà meglio di là? Dove costa meno? Non mi starò mica facendo fottere? Oddio…), tutti dicono che per il weekend  – o per la vacanza, o la serata – vogliono spendere ‘quality time’ con il caro di turno.

AARGH!

Quality time? Che cazzo mi rappresenta? Cosa sono, pomeriggi spesi a valutare in controluce manoscritti medievali francesi stesi in sublime calligrafia su pregiatissima pergamena vergine di puledro? Lunghe serate estive consumate passeggiando a piedi nudi su spiagge deserte, al calar di un sole rosso come fuoco, sino a giungere a un delizioso ristorantino di crostacei e vino bianco con accesso diretto dal mare? Non capisco. E se fosse invece una modesta trattoria sulla via Emilia sarebbe ancora quality time? Quali sono i parametri esatti? Per me porta sfiga la semplice dichiarazione di intenti: se DEVO stare benissimo per forza, di certo qualche stronzata capita. Tipo, dopo cena (sempre lì sulla spiaggia deserta di chissà dove) e sull’orlo del dolce abbandono alle reciproche coccole d’ammore, una scoria di insalata si appiccica al canino destro, lo copre praticamente del tutto, e mi fa sembrare Benny Hill sdentato mentre sorride alla pin up nelle famose comiche dei nostri anni. Oppure, un fattone puzzolente che mi si avvicina - nel pieno del mio quality time con la mia innamorata – e mi chiama per nome, mi chiede dove fossi stato la sera prima, perchè non fossi passato a ritirare la roba come d’accordo, e mi dice in modo brusco che di me non si fida più, che guarda come vado in giro, e con chi, eccetera eccetera.

Quality time. Tempo tecnicamente uguale al resto ma più intenso, mi sembra di capire. Più vissuto, più respirato. Dio mio che voglia di fare una pernacchia di mezz’ora… E se invece io e la mia cara ce ne stassimo nello scantinato ammuffito a limonare e a dire un sacco di cazzate? Sarebbe abbastanza di qualità, come intrattenimento? Merita un tweet? O bisogna per forza spendere dei bigliettoni per pagare la qualità del nostro tempo, rimpinzandolo di chissà quali inutili intrugli, tipo i menù a 60 euro a testa di un ristorante alla moda? Quando a casa per circa 2 euro a testa avrei preparato due bucatini cacio e pepe da favola e ci saremmo scolati il fiaschio di mio zio che pesta l’uva a Montepulciano…

Ma fa niente, quality time per Dio! Che c’avete, le braccine corte? Il cuore duro come una corteccia? Scucite ‘sta fresca, se ci volete veramente bene al vostro caro. Perchè la vita è breve e va resa speciale. Sempre e comunque. Anche se non sappiamo come. Speciamola! 

su Rieducational Channel

Carefree

carefreeHo la sfortuna di lavorare da molti anni per una società di Londra, con una posizione che richiede l’utilizzo della lingua inglese almeno quanto di quella italiana. Di norma sarebbe una bella cosa, dopotutto come sappiamo bene la ‘i’ di inglese fa parte delle magnifiche quattro (o cinque?) ‘i’ – risparmiatemi l’elenco per favore. Però non si tiene conto di una discriminazione al contrario, chissà perchè molto in voga nel nostro paese: sei ridicolo se parli inglese con l’accento giusto. Non dico che ti devono fare un applauso, e capisco che talvolta chi vuol fare il saputello accentui la pronuncia in modo troppo enfatico e faccia sorridere, ma da qui a essere additato tra le risa generali come novello Alberto Sordi from Kansas City ce ne vuole.
Ma prima di arrivare all’accento, è interessante anche analizzare le storpiature di termini stranieri nel linguaggio comune, a beneficio – stando a chi le sostiene – della praticità e dell’utilizzo facile da parte di tutti. Quindi, per esempio, la parola che fa da titolo in questo post, noto prodotto di igiene intima, non si legge in inglese come si dovrebbe, con un ovvio significato etimologico, ma ‘all’italiana’ e senza significato alcuno. Divertente. Perchè? Non si sa. Forse lo hanno deciso i creativi del Branding di qualche multinazionale dei prodotti di consumo, quelle che da sole (o meglio in tre o quattro) controllano il 60/70% dei prodotti nei supermercati. Per qualche curioso motivo, queste società globalizzano tutto tranne il nome, che deve rimanere locale e ignorante. Anche se onestamente ci vedo lo zampino italico. Posso immaginare lo scambio di battute tra manager:
‘Ma sei matto? Carefree (pronunciato giusto)? E come fa a dirlo la massaia quarantenne di Frosinone?”
“Scusa, non può imparare?”
“La massaia?”
“Perchè?”
“Sei licenziato.”
E l’altro manager, anche lui giovane e di mentalità vagamente aperta. Sarà gay o comunista.
“Ma anche Carefree (pronunciato come si scrive) deve impararlo, allora cosa cambia? Anzi, passo dopo passo l’inglese lo imparerebbero tutti, se cominciassimo a utilizzarlo in modo corretto..”
“Giusto, ma sei licenziato anche tu.”
Comunque, nell’Italia di internet, dei cellulari di nuova generazione e di altri inutili e costosi marchingegni tecnologici, in fondo l’inglese ormai lo masticano in molti. E arriviamo al nocciolo della questione: pronunciare corretto è sbagliato? Socialmente inopportuno? Parrebbe di sì. E pronunciare sbagliato è corretto? Anche qui, sì, stando alla dinamica di livellamento verso il basso che spesso noi italici sembriamo adottare. Del tipo: visto che siamo tutti messi male, dove credi di andare tu con quell’accento da fighetto? Mi rendo conto che forse qualche amica o amico, durante la nostra adolescenza, dopo un corso di lingua a Boston si è resa insopportabile con quella pronuncia più falsa che altro – BASTON, RIGHT? – che non andava via nemmeno cinque anni dopo il viaggio. E ci ha fatto odiare l’inglese ben pronunciato. Oppure un’altra amica o amico che, dopo essere stata in vacanza-studio a Cambridge per quel TOEFL di cui tuttora ignoro peculiarità e utilizzo (conosco solo il prezzo, eccome), fingeva di non ricordarsi più l’italiano quando si andava a bere in gruppo il sabato sera. D’altronde, in televisione l’inglese è più maccheronico che al mercato rionale, e benemeriti presentatori e soubrette dai cachet importanti non sono in grado di tirar fuori una frase in lingua straniera decente, davanti al George Clooney o Xavier Bardem di turno (tranne Raffaella Carrà, e ho detto tutto).
Perchè non danno qualche serie televisiva ‘pilota’ in lingua originale, su qualche lungimirante canale? Non sarebbe un brutto inizio, vista la popolarità riacquistata dei telefilm di oggi. Perchè non ci si sforza di leggere e parlare inglese con il giusto accento? Certo, fino a quanto l’immagine del native speaker in tv è quella del tizio delle Iene che fa il professore di inglese… Zappa sui piedi, la chiamerebbero altrove. Orgoglio coatto, che di per sè non è un concetto sempre sbagliato, per quanto mi riguarda. Ma in questo caso è meglio essere un pelo più esterofili e meno italo-centrici nella visione del mondo, aiuta anche a capire che non siamo i depositari della verità nelle cose: da come si rifà un letto alla valorizzazione del personale in una ditta. Anche se siamo certo maestri nel far scivolare le responsabilità altrove. La dolce vita italiana, la conoscono tutti. Un’esistenza col sole in faccia, occhiali scuri, sorriso stampato, senza preoccupazioni. Una vita carefree.