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In Italia c’è poca mobilità, poca flessibilità oltre che nel mondo del lavoro, nella pubblica amministrazione, nell’abitare, anche nei modi di essere di noi stessi italici. Cioè se uno è notaio, per dire, sarà serio e tutto d’un pezzo SEMPRE, anche quando scende a prendere il latte o si presenta agli amici capelloni della sorella che fa la dj a Berlino. Cioè la professione – o meglio l’etichetta di certe professioni, di norma quelle più prestigiose - diventa la sua essenza, il suo modo di essere: è la sindrome del ‘titolo professionale’. Il titolo conta più di ogni altra cosa.

Fatto piuttosto arcaico per una società a elevato coefficiente tecnologico, non trovate? Andava bene forse durante il boom economico, quando spopolavano i Ragionieri con tanto di Rag. puntato davanti al nome (gli Ing. o Dott. erano addirittura considerati mezze divinità), o nel delirio materialista e yuppie degli anni ‘80, del quale ancora ci portiamo dietro l’usanza di chiamare chiunque Dottore, sul lavoro. E non è solo una formalità, magari a sostegno della cortesia nelle interazioni, tipo il ‘voi’ della lingua francese, ma spesso un vero e proprio significato intrinseco. Cioè ‘il notaio è un rispettabile’, ‘il dottore è uno altolocato, adesso vediamo se ha tempo per te’, ecc…  Da qui lo status di ‘privilegiato’ di alcune categorie professionali italiane.

Molto male. Molto ma molto ma molto male, direi. Perchè non è più tradizione, cortesia o quant’altro. La definirei riverenza eccessiva, mancata emancipazione, ingiustizia sociale. Una fonte inesauribile di guai per il nostro paese: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Notai e avvocati circondati da schiavetti annuenti, medici e specialisti che ti dedicano al massimo una manciata di minuti, un paio di sguardi assenti e parole col contagocce durante una visita, professori universitari che manco si degnano di esserci durante gli orari di ricevimento e spesso per le lezioni stesse. Persino vigili urbani e farmacisti godono di uno status privilegiato, quando in fondo non hanno altro che un abbigliamento fantasioso.

Meglio allora l’informalità, il darsi del tu, la parità tra interlocutori, e meglio essere tante altre cose diverse, accanto a costumi e comportamenti dettati dalla professione. Perchè un notaio non può mettersi una tshirt sgualcita e jeans per farsi due passi al parco? Deve per forza farsi un guardaroba casual firmato da Ralph Lauren, con tanto di fazzoletto di seta attorno al collo,  e rimanere tutto d’un pezzo? E se volesse fare il fricchettone durante le sue ore libere? La mattina dopo tornerebbe comunque perfettamente notaio, come se nulla fosse.

E probabilmente sarebbe molto più simpatico.

Don’t believe the hype

C’è un meccanismo perverso, direi più legato al nostro modo di vivere, al mondo di oggi, che non solo ai mass media, per il quale con puntualità svizzera qualsiasi cosa piccola e genuina che suscita interesse finisce poi col crescere in modo fulmineo ed esponenziale, fino a rompere l’idillio e diventare un (più o meno fastidioso) cliché. Ed è un peccato, a volte. Una crescita ‘naturale’ del fenomeno, di qualsiasi fenomeno, forse scongiurerebbe questo rischio, ma si sa: dalla globalizzazione in poi le crescite naturali non sono più abbastanza redditizie. A parte il business del cibo biologico, forse.

Parlo dell’esplosione di attenzione e interesse registrata qui in Italia per il rugby, sport davvero molto bello e avvincente. Io stesso mi sono avvicinato alla palla ovale qualche anno fa, in modo quasi distratto, e ne ho apprezzato subito il dinamismo e la carica senza dubbio molto genuina, forse legata al fatto che bisogna lottare, correre, afferrare, bloccare, buttare giù chi ha la palla in mano. Contatto fisico, puro e primordiale, e conseguente sfogo psicologico, il tutto in chiave sportiva. Affascinante. Qualche giorno fa sono anche stato a San Siro per l’appuntamento rugbistico imperdibile dell’autunno, cioè la sfida tra Italia e Nuova Zelanda, e mi sono goduto molto sia la vigilia che l’atmosfera e il contorno del match stesso. Ho curiosato come sempre sulle cose da un punto di vista il più possibile esterno, non per fare l’intellettuale o lo ’strano’ per definizione, ma perchè adoro sviscerare gli accadimenti. È ciò che amo di più, insieme a guardare sconosciuti film horror e fare dispetti a individui di sesso femminile. Forse avrei dovuto diventare un chirurgo dei comportamenti. Una sorta di Alberoni dotato di bisturi, sanguinario e – si spera – meno stucchevole.

Poi ho la fortuna di avere un collega esperto di sport in generale, un patito genuino, di quelli che conoscono risultati e personaggi di qualsiasi disciplina, che seguono le manifestazioni, che amano davvero lo sport e non tollerano le distorsioni mediatiche (queste sì) del calcio e dei fenomeni del momento. Tipo la vela, quando Azzurra e Cino Ricci facevano notizia: a chi è mai interessato sul serio? Una vera miniera di informazioni, il mio collega. E un ottimo interlocutore per cercare di capire le cose in modo rapido, diretto al punto.

Insomma sul rugby abbiamo parlato e riso parecchio. Del fatto che pochi/nessuno conoscono davvero le regole, ma che tutti sembrano degli esperti. Che in sostanza la nazionale italiana maschile non ha quasi mai registrato buoni risultati, eppure è quotatissima tra gli sportivi e tra giornali e televisioni. Che ormai siamo arrivati di sicuro al cliché, se invitano rugbisti in programmi tv del tipo ‘Una sera in cucina con Mirco Bergamasco’, se i giornali sono pieni di pagine pubblicitarie di marche di ogni tipo ‘fornitori ufficiali della nazionale di rugby’, e se le celebrità italiche fanno a cazzotti per mostrarsi agli happening e si affannano a ripetere che sono grandi fan del rugby. Che gli all blacks hanno contribuito all’hype, che sono famosi più per l’haka e le divise nere senza dubbio molto sexy che non per il gioco, che sono forti sì ma in fin dei conti da più di vent’anni non vincono i mondiali, ad esempio.

E poi mi confidava alcune osservazioni da conoscitore, che ho apprezzato molto. Tipo che il rugby è uno sport corretto, è vero, ma sempre figlio di questo mondo: infortuni simulati, botte rifilate di nascosto, scorrettezze varie sul campo e fuori, anche durante l’affascinante terzo tempo. Ci sono molti esempi a riguardo. E questo suo marcato profilo anglosassone, a cominciare dagli arbitri che parlano inglese, che si rivela a volte sinonimo di due pesi e due misure nell’arbitraggio, a seconda delle squadre in campo. Ne sa qualcosa l’Italia proprio negli ultimi minuti della sfida di San Siro, quando la meta tecnica a suo favore era forse opportuna.

Allora, a questo punto farei un distinguo:

-se qui da noi si ammira il rugby perchè è avvincente, e in minor misura perchè il calcio implicitamente ha rotto i coglioni, concordo in pieno. Forse non è politically correct al 100% ma in effetti Serie A, calciatori italiani, diritti televisivi, sponsor, talk show e amenità varie hanno colmato la misura. Troppi fighetti in giro e troppo arroganti, troppi soldi e poca intelligenza nello spenderli, poca sicurezza, violenza gratuita ecc… Quindi, anche se non del tutto genuina, l’attenzione per il rugby di oggi va comunque bene e può far bene anche al resto del mondo sportivo.

-se invece si salta sul carro dei vincitori solo perchè c’è bisogno di qualcosa di fresco e nuovo da spremere alla stregua proprio del calcio stesso, di nuovi personaggi mediatici, perchè i rugbisti sono in fondo anche più muscolosi e più fighi dei calciatori, allora il fenomeno non mi interessa. Rientra solo nel perverso meccanismo di cui all’inizio. Come fare per evitarlo? Non saprei, forse è solo il prezzo da pagare per la popolarità. Una storia già sentita molte volte prima. Nel dubbio mi tengo apposta lontano dalle luci della ribalta: vita semplice, lavoro e umiltà. Fino alla prima chiamata per una comparsata tv, ovvio.

Ah, la coerenza…

Consigli per una vita migliore 2

Dettagli. Cura maniacale dei dettagli. Certosinità (neologismo in licenza Creative Commons, utilizzate pure). Come rifare il letto alla perfezione, stirare i calzini, piegare il tovagliolo di carta a triangolo per la cenetta veloce del lunedì sera a casa. Roba italiana. Il mondo ce la invidia - dicono - ma forse perchè non ci convive ogni giorno. Vorrei vederlo, uno di quegli amanti della Toscana inglesi, uomo pacato, istruito, di una certa caratura, ripreso da un gruppo di scatenate mamme italiane: ‘Ma ti sei messo la maglia di lana?’, ‘Hai mangiato abbastanza?’, ‘Non è che così sudi?’, ecc… Tornerebbe nel Kent di filata, Chianti o non Chianti. Cura del dettaglio e attenzione, perizia e metodo sono senza dubbio buone cose, se dosate nella maniera giusta. Qui da noi spesso si esagera. Ecco alcuni consigli per una vita meno controllata e probabilmente più felice, di certo più spensierata. Se è vero che la verità sta sempre nel mezzo e che il buon senso esiste. Ve li elenco a vostro specifico benificio, perchè per me ormai è troppo tardi: la mia battaglia quotidiana contro il pragmatismo nordeuropeo incuneatosi in famiglia ha estremizzato le italianità, sia volontarie che istintive. Ora piego vestitini per bambole in continuazione e controllo la chiusura della porta 3/4 volte a sera, quando va bene. E non ridete. Potrebbe succedere anche a voi, un domani. Italiani che non siete altro.

-non siate così ordinati e precisi nelle file davanti a uno sportello, e così distanti dal bancone quando tocca a quello prima di voi.

Ah no, scusate. Ho preso la lista di consigli sbagliata, evidentemente… per un’altra nazionalità… Ecco sotto quella giusta:

-le equazioni sono uno strumento prettamente matematico, che non si può applicare tout court alle questioni legate al tempo atmosferico e relativo abbigliamento necessario. Cioè: canottiera + polo a  maniche lunghe + giubbotto imbottito non è detto che sia uguale a canottiera + maglioncino di frescolana + giacca di velluto. Ditelo a chi vi rimprovera la scelta del vestiario di oggi, sottolinendo che ieri (o stamattina) eravate più coperti. E in ogni caso questi tentativi di ‘equazione tessile’ non aiuta a evitare i malanni di stagione. Smettiamola di stabilire a priori, fino alla pazzia, che combinazioni di capi indossare per un tipo di microclima. Di preoccuparci se un orecchio rimane scoperto per 15 secondi netti. Il corpo umano è in grado di reggere situazioni di vario tipo, sopravvivere a qualche grado di troppo o in meno rispetto alla tabella della buona mamma italiana. Altrimenti come farebbero le rosse ventenni irlandesi ad andare in discoteca a Dublino in febbraio con vestiti sexy e senza collant, senza morire in coda davanti all’ingresso? Non voglio prenderle a modello (gli anglosassoni sono anglosassoni), ma forse si può essere un pò più rilassati nella scelta del vestiario qui da noi. Un pensiero in meno, un pizzico di avventura in più.

-si possono anche indossare occhiali da sole, o altri accessori, e parlare con telefoni cellulari che non siano il meglio in assoluto sul mercato e l’articolo più costoso del negozio. Funzionano lo stesso, se si perdono in spiaggia o si rompono calpestati da noi stessi non ci si rode il fegato per mesi come invece accade di norma, e inoltre ci si dà un tocco di elegante disinteresse materiale che in questi anni di Yoga, agricoltura biologica e fonti di energia rinnovabile funziona. Provateci. Cheap is the new posh. E vedrete che tra poco ci penserà un brand famoso a rifilarvi ’sto concetto, a prezzi appena più bassi, ovviamente.

-si è ciò che si mangia, siamo d’accordo. Bisogna mangiare bene, in modo bilanciato, senza esagerazioni, riducendo anzi certi tipi di cibo che fino a ieri – in verità – ci hanno quasi obbligato a mangiare con bombardamenti mediatici e sociali di ogni tipo, come la carne e le proteine e i grassi di origine animale. Ma il vento è cambiato, dicevamo, e un buon italiano sa TUTTO di cibi e cucina. Pure troppo. Solo che anche qui ci vuole misura e buon senso: così come la marijuana, poveretta, da sempre demonizzata e vietata, ha attirato, attira e attirerà milioni di… sorridenti e pacifici consumatori, anche l’hamburger o la schifezza confezionata rischiano di fare questa fine da martiri. E badate bene, non sto difendendo l’hamburger o la merendina. Bisogna educare, convincere. Ma vietare provoca di solito l’effetto contrario. Al massimo bisogna suggerire in modo robusto. Anche perchè noi stessi abbiamo speso pomeriggi interi della nostra personale era dei brufoli e della voce strana seduti in qualche Burghy, con acconciature improponibili e vestiti che per la verità adesso li trovi nelle vetrine a prezzi da non credere. Ad averlo saputo li avrei tenuti tutti… Quindi, corretta alimentazione, cura del dettaglio a tavola, tabelle nutrizionali, diete, apporti, quello che volete, ma senza superare il limite che determina la schiavitù.

E adesso scusatemi, ma devo rivedere il post una cinquantina di volte ancora prima di pubblicarlo: aggiustare bene le virgole, provare diversi font, capire come meglio spezzarlo in paragrafi… Chi l’ha detto che il blog è un medium diretto e spontaneo?

Consigli per una vita migliore (io ve l’ho detto, poi fate come vi pare)

afwasCosì come mi occuperò la settimana prossima di dispensare consigli di pragmaticità alla figura dell’italico medio (ok, non me l’ha ordinato nessuno ma questo è quello che avete; mi spiace), adesso vorrei rasserenarvi - o compatrioti - con una serie di suggerimenti di cura del dettaglio rivolti alle popolazioni nord europee. Così, tanto per sorridere e pensare che, in fondo, non è poi tutto sempre e solo sbagliato. Sì, certo, a ’sbagliato’ siamo messi alla grande, meglio che nel rugby per esempio, o nei lavori pubblici, ma ci sono anche cose belle che costellano le nostre esistenze sparse lungo lo stivale. E’ che bisogna trovarle… Piccoli gioielli dalla luce cristallina sepolti da strati di polvere.

Dunque, cari amici europei dalla carnagione pallida e dai troppi centimetri di altezza. Scandinavi, anglosassoni, mitteleuropei, francofoni, fiamminghi. Siete fantastici quanto a progettazione e senso civico. Siete equilibrati, pragmatici e fondamentalmente onesti. Curate la ‘cosa comune’ tanto quanto quella privata, filtrate l’emotività con l’oggettivo buon senso e sapete FARE le cose. Vi farei un applauso da solo, adesso, qui, in piedi, forte fino a farmi dolere i palmi delle mani. Però che ne dite di un pò più di stile? Di cura del dettaglio in apparenza significante? A volte invece può esserci tutto un mondo dietro, e la vita può diventare migliore, cambiando. Anche se non si tratta di un brevetto anglosassone o tedesco. O di una storia antica o favola sottratta dalla Disney a qualche tradizione popolare e registrata come propria (tipo, non so… Pinocchio?). Per esempio:

-in casa mettete le ciabatte. Non ci vuole molto, le tenete accanto all’ingresso, quando entrate togliete le scarpe (sì, come in India durante il viaggio dopo la laurea, esatto) e infilate qualcosa che stia tra la pianta del piede e il pavimento. Non è indispensabile ma nemmeno difficoltoso. D’inverno si sta più caldi, e in più non si consumano paia di calze come fossero fazzoletti di carta. Certo, forse non è il massimo per il vostro ideale di uomo nordico duro e puro, ma con un bel paio di infradito mininali o ciabatte sportive tipo nuoto ve la caverete senza che i vostri ex compagni di corso di laurea e di inenarrabili sbronze vi prendano in giro a vita. Smetteranno di farlo dopo qualche giorno, secondo una recente stima attendibile. E magari si prenderanno le ciabatte anche loro. (mi rendo conto adesso che sembra sia stato pagato dall’Arena o dall’Hawaianas per scrivere questo… ma non è così. In ogni caso contattatemi, signori Direttori Marketing: si trova sempre un accordo)

-abbinate qualche colore nel vestiario. Non dico di fare come Lele Mora, per carità, ma preferite sempre calzini neri e comunque, anche vagamente, cercate di richiamare il colore del pantalone – per esempio – con quello della giacca o del giubbotto. Non è difficile, basta fare l’esercizio contrario in verità: NON mettete insieme combinazioni cromatiche impossibili. Semplicemente non lo fate. Optate invece per il capo accanto a quello che avete afferrato. Sì lo so, a Oxford vi dicevano di sbattervene. E lo so, è più importante la costruzione di orbitali molecolari, ma la vita è una sola e la vostra compagna ne ha abbastanza di quella cozzaglia indegna di tessuto che vi buttate addosso ogni mattina. Datevi una riassettata. Basta passare davanti allo specchio qualche volta, e non solo per provare le smorfie durante il discorso di ringraziamento per il premio di biologia o elettronica.

-lasciate stare la cravatta, se non sapete sceglierla o fare il nodo. Altrimenti è controproducente. Io per esempio ho fatto così: saprei sceglierla in quanto stiloso figlio dell’hinterland milanese cresciuto a pane e glamour ma, oltre a odiarla, non so fare il nodo, per cui ci rinuncio. Nello stile personale – che attenzione: non è moda, ma l’esatto opposto – è sempre meglio meno che troppo. In verità per quasi ogni cosa della vita è così, ma non vorrei sembrare troppo Paulo Coelho con queste parole. O quei file di musica e immagini fatti in powerpoint con fiori che sbocciano e massime da latte alle ginocchia che girano sempre nelle email. Ma la semplicità è comunque una virtù che va ricordata, di tanto in tanto. Ed evitate per favore colori come il lilla o il verde chiaro, per le cravatte. Per favore. Dico, vi vedete come siete conciati quando andate al lavoro, ad Amburgo o all’Aia?

-create una grande lobby nelle vostre rispettive nazioni per rendere obbligatorio l’utilizzo del bidet. Ora, non voglio entrare in particolari nella spiegazione dei motivi, e ammetto di pensare forse più a me nelle permanenze all’estero che al vostro bene di nordeuropei. Ma mi chiedo e vi chiedo: se lo usano persino gli italiani, e obiettivamente è più comodo di una doccia completa dopo una sessione alla toilette, perchè non inserirlo di default nei sanitari di bagni privati e pubblici? Tanto più che ha un nome francese. Non ho capito, scusate: ça va sans dire sì, e bidet no? Se permettete, me la cavo per i fatti miei con le citazioni, ma datemi il maledetto vaso bianco di ceramica!

-mi sento un pò mia madre, ma dopo aver assaggiato a casa di amici in Olanda una deliziosa pietanza al retrogusto di Svelto (o meglio del corrispondente olandese) ho giurato di sposare anche questa causa: dopo aver insaponato le stoviglie con la simpatica spazzolina da cucina - per noi italici così inusuale e simile a qualcos’altro da far scattare pensieri terribili - per favore, sciacquatele. Cioè passate le medesime stoviglie sotto l’acqua corrente prima di scolarle. Non ci vuole molto tempo, volendo potete evitare di farlo con attrezzi da cucina secondari se proprio non vi sentite a vostro agio, ma perlomeno per piatti, bicchieri e posate credo sia ora, nel 2010, di ridurre le differenze tra nord e sud del nostro bel continente. Pigro, ma bello. Vecchio, ma bello. Tagliato fuori dai giochi della nuova economia mondiale, ma bello.

Portugal

portugal

Sono reduce da un fine settimana rigenerante in Portogallo, a Ericeira per l’esattezza. A scrocco presso amici, come al solito, e con la solita scusa ormai più sbiadita della T-shirt dei Jesus and Mary Chain che mi ostino a mettere in lavatrice: lo faccio – scroccare un tetto, un letto, una ciotola di riso – per finalità sociologiche, per penetrare la società e scrutarla e viverla dall’interno… capisci, amico che per caso abiti a due passi da una meravigliosa spiaggia? Come potrei raggiungere questo obiettivo da una (più o meno lussuosa) stanza d’albergo? La maggior parte dei miei amici ospitanti, impietositi dall’espressione da gattino annaffiato che mi sono esercitato a sfoggiare in casi simili (anche in webcam) e orgogliosi di aiutare la scienza allo stesso tempo, mi hanno offerto negli anni quello che potevano. Altri invece mi hanno tirato una pedata nel sedere - in senso metaforico e non - e in quei casi ho dovuto sacrificare la purezza della ricerca sociologica alla voglia di andare a zonzo comunque. E scucire la fresca necessaria, come si dice dalle mie parti.

Vi dico tutto questo perchè un domani potrebbe capitare anche a voi, di avere un amico lontano particolarmente invadente. O magari già lo avete, o ne avete. O forse mi avete già ospitato in passato e adesso vi dovete per giunta sorbire anche ’sto post settimanale, solo per farmi contento. Perchè ormai siamo connessi, siamo amici, no? E perchè forse volete scroccare anche voi, prima o poi. Farvi contraccambiare il favore. Approfittatori…

Ebbene, Ericeira, a quaranta chilometri a nord di Lisbona, sul mare. Non è che uno pensi al Portogallo come alla nuova frontiera del progresso. Personalmente, non conoscendolo affatto, pensavo di trovare una situazione tipo la Spagna negli anni ‘80: case bianche, siesta, deserto tutto intorno, e rovi di polvere che scorrono via spinti dal vento. Questo forse a causa del mio innato ‘calendario’ biologico italico: cosa vuoi che siano vent’anni, se era così allora lo sarà anche oggi… E invece no. Vent’anni sono un sacco di tempo, e le società – quella italica esclusa, va da sé – dall’era dell’informatica in poi corrono, e corrono forte. Così ha fatto lo Spagna, e così si direbbe anche del Portogallo. Ho avuto in generale un’ottima impressione della società portoghese, del territorio, dello sviluppo economico e del rispetto ambientale. Molti degli stereotipi che avevo appiccicati in mente si sono rivelati infondati:

* le ragazze non sono baffute, nè brutte e scontrose o troppo religiose ma ANZI (e mi fermo qui per l’argomento specifico)

* la gente incontrata a caso è in media molto più simpatica di Mourinho, per quanto lo conosca poco

* non mi pare si entri in locali o posti di aggregazione senza pagare il biglietto; anzi, guardate un pò chi sarebbero i veri ‘approfittatori’ secondo questa simpatica ricostruzione etimologica: http://it.wikipedia.org/wiki/Fare_il_portoghese …avevate forse dei dubbi?

* la società è già piuttosto aperta di mentalità e multietnica. Il senso civico esiste e così il rispetto della legge. Ho assistito alla comminazione di una multa salata per un motivo italicamente parlando contestabile, senza che lo sfortunato multato abbia aperto bocca. ‘Perchè non protesti?’ Ho domandato. ‘Perchè dovrei?’ Mi sono sentito rispondere. Sono stato zitto

* la gestione del territorio (case, strade, pulizia, pianificazione edilizia, traffico) mi è sembrata buona; ovvio, non ho probabilmente visitato il Bronx lusitano, ma basta prendere via Melchiorre Gioia a Milano per capire quanto fa schifo

* ottimo cibo, prezzi davvero contenuti, e buona qualità dei servizi ai cittadini. Sorprendente il servizio di tv via cavo: non me ne intendo, ma un’ampia scelta televisiva con disco rigido per registrare, funzioni di tv on demand (stoppare la trasmissione, rivederla dall’inizio ecc..), in un pacchetto insieme a internet ad accesso continuo per 50 euro al mese mi sembra un prezzo buono. Inoltre i programmi tv non sono tradotti ma sottotitolati, con beneficio educativo della popolazione tutta, nuove generazioni per prime. Com’erano le cinque ‘i’ berlusconiane invece?

In generale, ho trovato la società portoghese piuttosto equilibrata, festaiola ma acculturata, intraprendente ma non stressata, amante della vita e delle cose belle. Una sorta di mediterraneità senza le bizze tipiche italiche, da primadonna. Solo perchè siamo i discendenti dell’Impero Romano… e allora? Loro hanno conquistato mezzo mondo con le navi esploratrici e i grandi navigatori. Certo, lo hanno anche in parte massacrato, quel mezzo mondo. Ma con serenità una ragazza a riguardo mi diceva: ‘Ecco perchè oggi non me la sento di prendermela con gli immigrati.’ E mi sorrideva. Così, come fosse la frase più naturale del mondo. E io pensavo a Calderoli.

Cos’altro? Un sacco di grandi turbine bianche per l’energia eolica, un pò come in Andalusia. Una natura imponente: coste rocciose a strapiombo sul mare, levigate dal forte vento atlantico, che mi hanno ricordato molto le Cliffs of Moher irlandesi, intervallate da splendide spiagge di sabbia rossastra. Un mare blu e selvaggio, nel quale giovani locali e turisti si divertono a fare surf. Musica e cultura per le strade. E poi Fernando Pessoa, gloria letteraria nazionale, che pubblicava le sue opere con una serie di eteronimi: proprio come proponevo io qualche settimana fa su questa pagina web. O è una coincidenza, oppure un segno che scrivo questa serie di amenità settimanali da troppo tempo ormai, da secoli.

Ah, e c’è dell’ottimo vinho tinto da due euro alla bottiglia, in Portogallo.

Acque minerali

C’era una signora anziana ferma sul pianerottolo, a metà dei suoi tre piani di salita per arrivare davanti alla porta di casa. bottlesSconvolta dalla fatica, le mani gonfie e rosse, e rigate in orizzontale a metà delle falangi. Due pacchi da sei bottiglie di plastica da due litri di acqua minerale ciascuno ai suoi piedi. Stavo scendendo e ho colto subito l’occasione per ripulirmi un poco della coltre apatica tipica di queste parti, offrendo il mio aiuto per il tragitto restante. Da buona Giovane Marmotta ho sorriso e mi sono avviato con le due pesantissime confezioni. Ho ritenuto però che la signora meritasse anche una delicata ma ficcante ramanzina. Così, giusto per puntualizzare.
‘Signora, è una pazzia avventurarsi in acquisti del genere. Di acqua poi… ne ha quanto ne vuole dal rubinetto.’
‘Parli facile tu, io sono in cura. Non posso bere quell’acqua.’
‘E’ acqua del rubinetto, la cosa più normale che ci sia. Ed è buonissima, lo dicono tutti i controlli. Non la usa per cucinare?’
‘La uso, la uso. Ma mia nuora per il figlio piccolo non si fida. Scalda l’acqua minerale, scalda.’
Sarà colpa del rincitrullimento generale subito dagli italici a causa del marketing d’assalto delle compagnie che fanno i soldi con le acque? Altrimenti è follia pura. Arrivo sulla porta di casa della signora.
‘Comunque, mi dia retta. Usi l’acqua del rubinetto. Al massimo si prenda una di quelle brocche con il filtro per la pulizia del calcare. Non spenda più soldi per questa plastica piena di acqua del rubinetto… sciacquata.’
‘Parli facile tu. E grazie per l’aiuto.’
C’è qualcosa che non funziona. L’acqua adatta allo sport, l’acqua per ringiovanire, quella per stare a dieta, per pisciare meglio… Certo, il mercato può fare quello che vuole e proporre amenità di ogni tipo, liberissimo, ma ci si aspetta che la gente non ci caschi sempre. Sono affascinanti in un certo senso questi prodotti ‘inventati’ che diventano veri bisogni collettivi. Un fascino perverso, da stratega della comunicazione, buono però solo per alimentare i superego del circolo dei pubblicitari e per ingrassare chi è già pieno di soldi da scoppiare. Ma tutto quel PET in giro in effetti ha rotto i coglioni. Così come i chilometri di trasporto necessari per portarlo al negozio sotto casa. Erano meglio allora gli Ape Piaggio stracarichi di cassette di bottoglie di vetro da sei, i riccioloni dall’accento del sud che suonavano i citofoni, i rifornimenti settimanali che qualche benestante si permetteva di fare. Ma a quei tempi si poteva ancora prendere un bicchiere da una credenza, girarsi e aprire il rubinetto per versarci un pò d’acqua senza venire placcati e atterrati prima di riuscirci, come in una partita di rugby, da chi ti sta intorno. Avete mai provato? La settimana scorsa, in visita da conoscenti.
L’uomo alla credenza sono io.
Sto per aprire il rubinetto, quando un urlo improvviso e raggelante squarcia l’ovatta di una serata Johnny Cash e tabacco impreziosito. Tipo ‘Joooooooosh’ di The blair witch project.
‘Cosa stai facendo?!’
‘Bevo.’
‘Acqua del rubinetto?’
Sembra che qualche spacciatore del grottesco si stia divertendo a rendermi la vita difficile nei ultimi tempi. ‘Sì, perchè? …Posso?’
‘Scusa, prendi la bottiglia nel frigo, o quella dietro di te, a temperatura ambiente.’
‘Va bene questa, tranquilli.’
‘Ma non c’ha un sapore strano?’
Di… acqua.’
‘Sì, ma assaggiane dopo un bicchiere di quella in bottiglia. Senti che differenza.’
Poi, visto che da Obama in poi la coscienza della gente sembra in parte rinata, abbiamo convenuto che in effetti tutta quest’acqua in bottiglie di plastica è una cosa sbagliata. Ma che comunque è difficile cambiare le abitudini. Che poi fino a vent’anni fa manco ce l’avevamo, questa abitudine. Il maledetto marketing d’assalto dei pubblicitari… Una situazione di stallo, insomma. Molto italica. Un pò come essere battezzati con la Chiesa Cattolica. Molti non credono, o comunque non sono interessati. Ma è scomodo poi togliersi dalle liste dei possibili ’salvati’. Metti caso poi un domani possa servire? Tipo: ‘Allora, tutti i battezzati e quelli a posto coi documenti cattolici da questa parte, entrate subito dopo la registrazione, gli altri be’… da questa parte, intanto. Poi vediamo cosa si può fare per pescarne una manciata e consegnare agli inferi il resto. Ma perchè vi siete sbattezzati, scusate?’
L’acqua santa in effetti è un tipo di acqua che non rientra nelle categorie sopra elencate, ora che ci penso. Credo si tratti di acqua del rubinetto, con rispetto parlando. Non è da escludere però che la Nestlè o la Danone non stiano provando a rincitrullire anche questa fetta di mercato. Il problema è che non va proprio a mille di questi tempi, la religione cattolica, in termini di iscrizioni. Non c’è molta audience. Ci vuole forse aria nuova, chessò un Obama del clero.
Comunque bevete acqua del rubinetto.
Non ci sarebbero nemmeno più gli spot tipo Brio Blu Rocchetta.
Pensate.

Al bar da solo

solo

Mi piace socializzare e sono senza dubbio un ‘animale da gruppo’: chiassoso, guascone, e col gomito ben alzato quando ci vuole. Ma questo non vuol dire che non apprezzi anche una dimensione più pacata e personale del tempo libero. Qui da noi sembra che se fai una cosa da solo, che so andare al cinema, a un concerto, al ristorante, o appunto al bar, vuol dire che sei triste, oppure rattristito da qualcosa. Sembri un poveretto da consolare. O uno sfigato dal quale stare alla larga. Credo sia anche il frutto italico di un’attitudine sociale e culturale senza dubbio allegra e di compagnia – e fin qui va benissimo – ma anche poco attenta alla sfera intellettiva strettamente personale. Il pensare, l’approfondire, il cavarsela da soli. Forse uno dei problemi che hanno contribuito al tracollo italico degli ultimi decenni è proprio questo. Forse dovremmo spendere più tempo con noi stessi e meno con gli amici al bar, con zii e parenti vari, o con Sky. Per esempio, l’altro giorno:

‘Ciao, dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
‘Sì, perchè? Un bicchiere di rosso e mi leggo un pò questo…’
‘Un libro? Al bar?’
Mi guardo intorno, smarrito. ‘Mi stai prendendo in giro?’
‘Ti stavo chiedendo la stessa cosa…’
‘Vabbè, scappo’
‘Alla prossima’

‘Guarda chi ti incontro oggi…’
‘Ciao sderenato’
‘Da quando fai lo scrittore non ti si vede più da ’ste parti’
‘Ma quale scrittore… Non mi si vede perchè sono sepolto di bimbe, altrochè’
‘Dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
Sopracciglia corrucciate. ‘E allora?’
‘No, niente, per sapere. Certo che sei strano… Hai visto la Juve ieri sera?’
‘Ehm, no’
‘Manco il calcio ti guardi più? Te la tiri proprio…’
‘Vai a cagare’
‘Ciao strano, stammi bene. E se ti senti troppo solo al bar fammi un fischio’
Sorrido e saluto. Poi mormoro: ‘Piuttosto attacco bottone con qualche vecchio ubriaco di Campari…’

‘Ciao, quanti siete?’
‘Uno’
‘Cioè, tu più uno?’
‘No, solo io’
‘Ah’
Proseguo verso i tavoli nella sala interna, semi deserta vista la distanza di qualche metro dall’affollatissimo bancone strapieno di stuzzichini per l’aperitivo. Dopo un paio di minuti si avvicina un cameriere.
‘Cosa vi porto?’
‘Per me un bicchiere di rosso fermo, per gli altri clienti non so’
Non coglie l’umorismo asciutto nordeuropeo. ‘Quali altri clienti?’
‘No, scherzavo. Solo un bicchiere di rosso, grazie’
‘Sei solo?’
Inizio a sentirmi infastidito. ‘Sì’
‘Guarda che il maxi schermo lo accendiamo solo con la Serie A Tim’
‘Davvero? E come faccio io adesso…’
‘Vuoi che chiedo al titolare? Su Milan Channel ci sarà qualche servizio sugli allenamenti a Milanello, qualcosa…’
‘Ti ringrazio, ma lascia stare. Leggerò il mio libro.’
‘Al bar?’
‘Non vedo cartelli di divieto…’
‘Sì, ma è strano, no?’
‘Dici?’
Intanto gli si avvicina un cliente. ‘Franco, hai rotto i coglioni con ’sto Enalotto. Mi devi cacare la fresca se vuoi giocare anche ’sta settimana. Subito. Anzi, mò’
‘Arrivo, arrivo..’
‘Vai, vai’
‘Rosso frizzante, allora?’
‘No, rosso fermo’
‘Ah, giusto’

NON

Cosa NON fare quando diventi genitore (specialmente se babbo):

1- praticamente tutto, dovresti astenerti dal fare il 98% delle azioni che stai per intraprendere e che – puntuali – si riveleranno un’autentica zappa sui piedi. E la zappa sui piedi fa male, si sa. Potrei chiudere qui perchè è davvero tutto, ma volendo snocciolare meglio la questione e dare più importanza a quel 2% circa di cose giuste che un individuo può fare quando diventa genitore (in sostanza alimentare, cambiare pannolini e dispensare amore):

2- NON continuare a svegliarti di notte in preda al panico, pensando che la piccola (o piccolo) girandosi e rigirandosi nella culla non respiri più. Fallo magari una volta, datti subito dello scemo e poi dormi tranquillo. Almeno per questa cosa.

3- NON infilarle subito il sondino nel sedere quando piange come una pazza e ti sembra soffra delle famigerate ‘coliche’. Non fai che peggiorare le cose con tutto quel trambusto, tieni conto che ancora non sai nulla dei bebè. Guardati quando cambi un pannolino: sei quasi ridicolo. Per cui beccati le coliche con religioso spirito di abnegazione, prega che finiscano presto ed eventualmente tira fuori subito il tuo maschile asso nella manica, che ‘domani devo andare al lavoro mentre tu mamma stai a casa con lei… pensaci tu, io vado a dormire sul divano’. Magari se riesci evita di russare a sega elettrica, mentre lei passeggia inviperita avanti e indietro per la camera da letto con la bimba in braccio: in effetti può risultare fastidioso.

4- NON dire che la tua bimba non sta ferma un attimo, osserva tutto con attenzione e non vuole che tu ti sieda mentre la tieni in braccio. Stai dicendo banalità. Tutti i bimbi sono così, nessuno escluso. Mi spiace, forse già pensavi diventasse esploratrice da grande.. più probabile che finisca a vendere telefonini al centro commerciale, ovviamente precaria. A meno che Tremonti…

5- NON obbligare gli amici a vedere tutte le foto che hai fatto a tua figlia. Lasciali scorrere sereni le pagine degli album, è ovvio che tu ti fermeresti a ogni scatto a scrutare sorriso, guanciotte e boccoli, ma a loro francamente interessa poco. Se poi non hanno figli, li stai quasi infastidendo. Torna indietro nel tempo con la mente… due anni prima di avere la piccola: anche tu eri così. Birra, t-shirt di band heavy metal, mostre di Andy Warhol e poco altro captavano il tuo interesse.

6- NON stare incollato alla tua bimba quando la porti ai giardinetti. Che gattoni, cammini già o corra come una pazza, il significato dei giochi ai giardinetti è proprio quello: che gattoni, cammini o corra come una pazza quanto vuole. Afferra la tua nauseabonda protettività e ficcatela… in tasca. Ci sono genitori-ombra dei figli che non solo fanno sorridere nell’osservarli, o a volte proprio schiattare dalle risa, ma spesso contribuiscono alla scarsa sicurezza dei piccoli nei movimenti e nell’intraprendere azioni. E rilassati, cadere a terra succede. Siediti sulla panchina a 10 metri di distanza dai giochi, sì proprio lì accanto a quella mamma carina, e rispolvera le doti di brillante attaccatore di pezza, se ancora ricordi come. Di certo fai meglio così alla tua piccola, lasciandola respirare per qualche istante, piuttosto che starle appiccicato addosso anche ai giardini.

7- NON verstirla troppo o troppo poco. Ti basta fare un paio di considerazioni, una semplicissima: i bimbi sono come i grandi, solo in miniatura. Sono umani. Non possono avere freddo quando ci sono 30 gradi e 80% di umidità. Non farti tirar dentro da mamma, nonna, nonno e compagnia bella. Valuta tu, sei stai grondando di caldo, avrà caldo anche lui. Se hai freddo, coprilo bene e considera che – se ancora bebè – non muovendosi molto si scalda meno di te. Ma non ti spaventare per mani o piedini ghiacciati: è l’inverno, amico.

8- NON perdere la ragione quando la tua erede ha tosse, raffreddore, febbre. Io purtroppo l’ho persa anni fa e adesso è troppo tardi per recuperare. Mi è rimasto solo di fare post ironici su kaizenology senza uno straccio di credibilità, visto che tutti i NON di cui sopra me li sono sparati tutti. Uno dopo l’altro, anche più alla volta.

Lo scrivo per te, internauta di sesso maschile. Per il tuo bene di babbo e uomo. Non fare l’eroe. Non provare a sostituirti al ruolo materno. Sì, sarà anche moderno come atteggiamento ma non paga affatto. Esci dal vortice. Accontentati dei servizi generali. Alla fine è molto meglio così, credimi. Così come è meglio, in Italia oggi, essere un dipendente e il più anonimo e insignificante possibile, piuttosto che avere una ditta propria. Non essere ossessivo con tua figlia (o figlio). Pensa al quintogenito di una famiglia di Accra, Ghana: avrà le stesse attenzioni che ha la tua principessa? La stessa montagna di giocattoli rosa? Improbabile. E non sopravvive comunque (se le va bene)? E poi pensa ancora: questa signorina arriverà all’adolescenza e le farà schifo ogni cosa che dirò o farò. Poi crescendo se ne infischierà dei miei consigli e dei miei problemi. E quando da vecchio avrò bisogno di assistenza per pulirmi il sedere, farà di tutto per non esserci. O ci sarà, ma farà sorrisi finti e vaghi cenni col viso alle mie solite battute sul personale della casa di riposo, mentre scrive sms erotici all’amante.

Dammi retta, alimenta, cambia pannolini e dispensa amore. Ma poi stappa una birra e guardati District 9.

Cose fastidiose

imagesIl cesto delle cose fastidiose non manca certo di elementi al suo interno, e uno specialista di ‘fastidio col sorriso sulle labbra’ come il sottoscritto (il prezzo da pagare è la scarsa stabilità comportamentale) lo sa benissimo. Ma ho voluto comunque scavare a mani nude nel cesto e afferrare alcuni esempi di insostenibilità, per mostrarveli orgoglioso. Siete d’accordo? No? Devo smetterla con certe sostanze?

-Automobile di targa tedesca o svizzera parcheggiata alla cazzo per le strade di questa già avvilente città (parlo di Milano, dove lavoro). Adoro l’Europa intera e tutti i suoi figli più o meno legittimi, ma questa cosa mi fa imbestialire. Gente che a casa loro non osa sputacchiare la pellicina del mignolo appena strappata per strada, qui da noi molla il maledetto autoveicolo dove gli pare, marciapiedi e posti in evidente divieto di sosta inclusi. Forti dell’idea western – ormai dilagante – che qui da noi ognuno fa un pò come gli pare, e coscienti che dall’estero difficilmente una multa viene recapitata all’intestatario dell’auto (cosa che ammetto di pensare anch’io quando sono altrove, ma che c’entra? Io sono italiano!), questi simpatici visitatori si sbarazzano in una frazione di secondo della famosa integrità morale mitteleuropea e contribuiscono a rendere le nostre strade ancora più indecenti di quello che sono. Perchè? Che sia un modo per fraternizzare con gli autoctoni? Per sintonizzarsi sulla stessa frequenza? Allora, quali campioni di empatia, che si facciano un pò di cassa integrazione anche loro. E magari una bella fila alla posta. Così, per sentirsi ancor più in armonia con l’Italian way of life.

-Esercente che ti fulmina per un pagamento con banconota dal taglio superiore ai 10 euro. Ecco, ditemi voi. Se il tuo lavoro è vendere unità di prodotto (di qualsiasi tipo), e dopo anni conosci benissimo orari, picchi, flussi, abitudini della clientela ecc.. sarà tua unica responsabilità farti trovare pronto con conio spicciolo per i resti delle transazioni. Anzi, dovresti già preparare mucchietti di monete quale resto già pronto, se vogliamo dirla tutta. Io da buon amministrativo lo farei e mi divertirei un sacco. E’ inutile che ti lamenti, o negoziante. Purtroppo al bancomat dispensano solo banconote da 20, 50 e 100 euro. Ho provato a chiedere spicci, ma non sono previsti. Certo, capisco che la legge delle probabilità e il fato possono essere alquanto insolenti, che certi giorni sembrano esserci solo clienti da ’pezzo da cinquanta’, e magari fuori piove e fa freddo e tutto gira storto. Ma dare il resto fa parte sempre del tuo lavoro. Piuttosto tieniti accanto una boccetta di rum, usufruiscine a intervalli regolari – responsabilmente – e alita addosso al cliente comunque un mezzo sorriso, quando si presenta con un pezzo da venti per una brioche e un caffè. Altrimenti vendi ai cinesi.

-Costi accessori subdoli e nascosti che rendono i voli low cost non più tanto low. Sarà capitato anche a voi di recente: bagaglio a stiva, assicurazione, premio carburante, imbarco con precedenza, costo della transazione per certe carte di credito. E in molti casi si tratta di costi caricati in automatico nel totale: li devi togliere tu, altrimenti li paghi. Onesto, come servizio. Non sanno più cosa inventarsi per bastonare il cliente, fino a poco prima estasiato dall’invito della bella biondina che vive a Tallin (non sa ancora che stava scherzando) e contento delle tariffe a tratta abbordabili trovate in rete. E la situazione sembra peggiorare di stagione in stagione: presto ci sarà un costo extra se porti gli stivali di pelle e non le espadrillas, per questioni di peso. Oppure si pagherà una soprattassa se più alti di 1,75. In questo ultimo caso però devo ammettere che mi piacerebbe quasi pagarla…

-Locali con musica dal vivo che presentano colonne davanti al palco. Mi è capitato di recente: posto piuttosto ampio, insonorizzato, ben fornito di tavolini e sedie, soffitto alto. Okay, il solito unico barista con una trentina di personaggi sparsi lungo il bancone, sventolanti banconote per attirare l’attenzione e ordinare prima degli altri, ma siamo in Italia: sarà sempre così in qualsiasi locale. O bevi alle 20:30 quando non c’è ancora nessuno, o alle 2:40 quando sono già tutti ubriachi. Oppure bevi acqua del rubinetto del bagno (consigliato) o boccette di rum o vodka debitamente riempite a casa prima di uscire (vivamente consigliato). Ebbene il locale annoverava ben tre colonne – sì, di poco spessore, ma pur sempre tre colonne - a coprire in parte la visuale del palco. Ovvio, dietro la loro linea d’ombra il vuoto assoluto: non un tavolo, non un avventore, se non io, sfigatissimo, con birra in mano e ogni spazio attorno occupato da umani. Anzi, italici. Capisco gli obblighi architettonici, ma allora forse era meglio fare del luogo un minimarket? Un centro massaggi? Anche perchè le colonne erano solo maledettamente davanti al palco, in nessun altro posto del locale. Piazzare magari il palco dalla parte opposta? O sostituire le colonne con altre nuove fatte plexiglass, magari deformante? Altrimenti propongo di far diventare quel locale la sede stabile dei concerti di chessò, Antonacci o Grignani, togliendoceli dai piedi una volta per tutte.

Dutch-Italians do it better

Per far simpatia a qualche navigatrice e navigatore di kaizenology, vi propongo una serie di sketch su alcune mie italia olandaquotidiane situazioni familiari e sulle possibili due vie ‘nazionali’ percorribili per viverle (quella italica, rappresentata dall’orgoglioso sottoscritto, e quella neerlandese della mia compagna). Credo sia piuttosto divertente, e volutamente esagerato. Forse.

Rientro a casa dall’ufficio e dialogo sulla cena

All’italiana:

-Buonasera! Bacio a tutte… C’è pane?
-Ehm… no. O forse in freezer, non ho guardato
-Ecco, siamo alle solite. Sai bene che io voglio sempre il pane ma non controlli mai che ci sia… E cosa si mangia per cena?
-Un antipasto veloce, due primi, un secondo con doppio contorno, tavoliere di formaggi, affettati vari, frutta di stagione e dolce
-Solo?
-Non ho avuto molto tempo oggi
-Ti ho detto mille volte che il mangiare viene prima di tutto. Poi l’educazione dei figli, e tutto il resto – rispetto per il prossimo e stronzate varie – dopo. Ma prima il mangiare. E il pane.
-Ma non era più importante stirare, in classifica?
-Cosa, del pane?
-No, del mangiare
-Ti ripeto la lista per l’ultima volta. Segnatela, per favore: il pane a tavola, stirare (tutto, anche i calzini), mangiare tanto e bene, l’educazione dei figli, e silenzio quando ci sono i gol alla tele. Poi tutto il resto.

All’olandese:

-Buonasera! Bacio a tutte… Che si mangia per cena?
-Perchè, si mangia?
-Almeno le bimbe…
-Hanno già mangiato a pranzo, dalla nonna (italiana, nda)
-Be’, io mi apro una birra… a proposito, dove sono le piccole?
-Boh.. di là?
Sguardo latino incazzato:
-Non esagerare con il nordeuropeismo, per favore
-Mi fai fare un sorso di birra?
-Hai passato l’aspirapolvere oggi?
-Perchè dovrei? Poi si risporca. Puliamo appena prima della fine dei tempi
Risata condivisa.
-Ridammi la birra, và…
-Ma chi è che sta oscillando,  fuori dalla finestra della stanza delle bimbe?
-COSA?!
-Cazzo, è la piccola! La grande la sta tenendo per una gamba, sospesa in aria
-Fai fare un sorso che vado a vedere, và
-Non si può mai stare in pace…

***

Discussione. Punti di vista differenti

All’italiana:

-Ma come si fa a dire una stronzata simile?
-Non ce la faccio più con te
-Lo vedi? Dici solo cose non vere, cambi la realtà per i tuoi comodi
-Lasciami parlare
-Ancora? Parli sempre tu! Ascolta invece
-LA LA LA LA LA LAAAAA
-Finiscila di fare la bambina. Togli le dita dalle orecchie e ascolta
-Maledetto il giorno in cui ho decido di trasferirmi qui
-Te lo giuro sui miei figli!
-Cosa?
-Non so, ma giurare sui figli mi piace un casino. Molto mediterraneo, no?
-In effetti in Olanda non giuriamo mai sui figli
 -Ecco vedi, non ve ne frega niente
-Dei figli?
-E di giurare
-Ma stai zitto. Sai invece cosa ti dico io? Che quando…
-LA LA LA LA LA LAAAAAAAAA

All’olandese:

-Trovo che tu non abbia ragione, in questo caso
-Bene
-In che senso?
-Capisco. E’ ragionevole che tu la pensi così
-E quindi?
-Oh, tutte queste domande… sei troppo latino 
-Scusa l’emotività… allora, come facciamo se non siamo d’accordo?
-Troviamo una soluzione, direi. In modo normale, compassato, ragionevole
-Cioè?
-Che ne so, pensaci tu. Io ora vado su Skype che mi aspetta mia sorella dall’Olanda
-Oh no… Vorrei segnalarti che è il terzo portatile che male utilizzi e infine rompi. A mie spese.
-Me ne duole. Posso ricompensare in qualche modo?
-Sì, sesso
-D’accordo. A che ora?
-Facciamo tra 35 minuti?
-Un momento… se facessimo tra 45 minuti?
-Non vorrei poi addormentarmi troppo tardi
-Forse hai ragione. Spostiamo il sesso a domani
-Bene
-D’accordo
-Ottimo
-Perfetto
***

Organizzazione delle vacanze estive

All’italiana:

-Hai preso la scopina per togliere sabbia e fili d’erba dall’interno della tenda?
-Presa, ma mi sembra esagerata come cosa
-Sarebbe esagerato se portassi il decoder sky in campeggio, ma voglio farti contenta questa volta, amore
-Uuh, che brivido! Andare in vacanza così, all’avventuriera
-Mi stai prendendo in giro?
-Mi chiedo solo perchè hai comprato la bussola e la borraccia da Decathlon…
-E se ci perdiamo nel mezzo della Corsica? Ho sentito che manco hanno l’elettricità in qualche villaggio
-Ti confondi col Borneo, dove volevamo andare l’anno scorso
-Poi abbiamo optato per Djerba. Mi sa che abbiamo fatto bene
-Sì. Abbiamo anche vinto il premio ‘Coppia più fashion’ del villaggio vacanze… o era ‘Coppia più ugual vestita’?
-Io non ricordo di nessun premio
-Ci credo, hai fatto due settimane al campo di calcetto, in pratica
-Be’ tu hai chiesto per due settimane intere al belloccio delle immersioni di aggiustarti la maledetta bombola sulla schiena, in pratica. E sposta il bikini di qui, e prova così, e vieni con me dietro che la smontiamo…
-Non è vero. Vabbè, vado a finire le valigie. Frac e vestito da sera ci serviranno?

All’olandese:

-Che dici, portiamo dietro anche le patate?
-Non ti sembra esagerato, amore?
-Perchè? Ho sentito che in Provenza le patate costano un sacco. E queste mi vanno a male, se le lascio qui…
-Come vuoi. Ma mangeremo spesso fuori di sera, no?
-Basta che non andiamo a fare caciara al bar del campeggio. Io voglio quiete. Libri. Una lucina accesa. Una coperta per terra con sopra una baguette tagliata. Una bottiglia di rosè. Cose pittoresche.
-E se ci scappa da discutere?
-Neanche per sogno; in tenda si sente tutto. Porterò due bloc notes, discuteremo scrivendo
-Dici? Sarà… Crema protezione 50 va bene?
-Un pò pochino… ma tanto staremo all’ombra tutto il tempo, no?
-Veramente io volevo il sole…
-Ts, questi latini… il sole fa male alla pelle, il mare fa male ai capelli, la sabbia al sedere e la confusione allo spirito. Dammi retta, stiamocene tutto il tempo attorno alla tenda. Sdraio, lettura, verdura cruda da sgranocchiare…
-Sono tutto un fremito di eccitazione 

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