Jan Dix, il giallo a regola d’arte

Jan Dix Ogni nuova uscita di casa Bonelli è un piccolo evento. Ogni “numero uno” un piccolo tesoro per appassionati. Carlo Ambrosini, già all’opera come disegnatore e autore sulle pagine di Ken Parker, Dylan Dog e su quelle particolarissime di Napoleone, ha dato i natali a Jan Dix, un “investigatore”, a sua volta, molto particolare.
Ho incontrato Ambrosini per farmi raccontare qualcosa in più su questa miniserie bimestrale di 14 numeri appena approdata in edicola.
Chi è Jan Dix?
Un conoscitore, un osservatore d’arte; piccolo collezionista e mercante; pubblicista e scrittore (sempre d’arte) nonché consulente del Rijksmuseum di Amsterdam. Quarant’anni, fidanzato con Annika Hermans, la trentenne direttrice di una sezione della pinacoteca del museo. Dix gira il mondo per recupero, attribuzioni e acquisizioni di opere d’arte, ma anche per consulenze e conferenze. Vive ad Amsterdam in un loft in centro dove riceve la fidanzata, clienti vari e… ammiratrici.
Da quanto tempo sei al lavoro sul personaggio?
Sono occupato da Dix praticamente a tempo pieno da più di due anni, dalla chiusura di Napoleone.
Doveva chiamarsi Pollock…
Già… ma la legislazione sulla tutela del diritto d’autore degli artisti morti da meno di settant’anni ci ha costretto (in virtù della sua fumosità) a rivedere, l’utilizzo del nome.
Cosa rappresenta l’arte per Dix? E per il suo autore?
Direi che per entrambi è uno strumento per gettare uno sguardo sul mondo. Una via preferenziale per acquisirne la conoscenza.
Quali sono state le fonti di ispirazione per la creazione delle storie e del personaggio?
Per la caratterizzazione dei protagonisti, ho creduto di ispirarmi a dei modelli fisici quali quelli di Jeremy Irons e di Giulia Roberts che vogliono essere solo riferimenti di massima ai quali i disegnatori, me compreso, dovranno attenersi ma che sono liberi di interpretare con il loro segno. Irons ha un fisico sufficientemente atletico per rincorrere e ammazzare qualche cattivo (infatti spara, anche se con una certa riluttanza) ma anche un viso credibile come studioso capace di approfondimenti intellettuali. Giulia Roberts, d’altro canto, mi sembra molto bella senza essere troppo stereotipata. Il debito con la fisionomia degli attori per me è funzionale soprattutto a comunicare con i disegnatori per intenderci sulle tipologie di massima. Altri due componenti fissi della serie sono il giudice Hilman (un vecchio giudice in pensione, mentore e confidente di Dix il cui nome è un omaggio al grande psicanalista e filosofo) e per finire, Gherrit, il suo assistente, un venticinquenne carino, dinamico e scanzonato studente di architettura.
Le attività di Dix nelle sue avventure saranno quella di perseguire i responsabili di furti, truffe o trafugamenti di opere d’arte, ma anche, forse soprattutto, quella di gettare uno sguardo più consapevole sulla realtà che lo circonda attraverso l’osservazione, lo studio e l’interpretazione dei contenuti tematici e poetici dei quadri, delle sculture e della produzione artistica in genere. Il taglio sarà quindi quello di un noir psicanalitico con rimandi (più o meno espliciti e in conformità con le leggerezza del linguaggio del fumetto) all’aspetto filosofico ed esistenziale del discorso artistico.
Sembra esserci un filo che lega “la corte dei miracoli” del giudice Hilman ad alcuni personaggi del mondo psichico di Napoleone…
Sì, anche i barboni del giudice sono scorie umane e quindi scorie psichiche. Naturalmente le scorie, nell’osservazione dei fenomeni, sono più significative di quello che si espone in vetrina. Posso dirti però che non hanno certo l’importanza che avevano gli spiritelli di Napoleone. Questi vivono aneddoticamente molto più sul fondo.
Jan Dix è una miniserie. Una scelta che in qualche modo sta dando nuova linfa alla Bonelli. Ha pensato immediatamente a Jan Dix in questi termini oppure poteva essere una serie classica?
La bimestralità prevista nelle uscite non è propriamente classica, ma mi consente di avere più cura del prodotto. La lunghezza della serie dipende dal gradimento e dalla pazienza dell’editore, diciamo che i 14 numeri sono garantiti, poi vedremo. Io comunque non ho pensato a un romanzo conclusivo di 14 puntate.
Gli artisti che abbiamo trattato nei primi numeri sono: Vermeer, Rembrandt, Pollock, Van Gogh, Hopper… ma anche soggetti di fantasia come un esangue e maledetto pittore di ex voto, o artisti primitivi costruttori di totem e di immagini animistiche. Il materiale per sviluppare la serie non manca di certo.
Napoleone è stato uno dei più interessanti e particolari personaggi di casa Bonelli, per le storie, per gli argomenti, ma anche per i disegnatori coinvolti. Su tutti (senza nulla togliere agli altri), lo stile decisamente sopra le righe di Paolo Bacilieri… I lettori possono aspettarsi lo stesso da Jan Dix?
Sì certo, Bacilieri è della partita e al momento sta ultimando la sua seconda storia. Lo staff di napoleone è confermato se si esclude che abbiamo perso Pasquale Del vecchio e acquisito un paio di nuovi autori, uno è Giez, l’altro, un autentico esordiente di talento: Andrea Borgioli. Gli altri sono i sempre ottimi Gabriele Ornigotti, Giulio Camagni (che è anche un interessantissimo pittore), Emiliano Mammuccari e naturalmente il sottoscritto.
La serie è già stata scritta e disegnata tutta?
Si, ho già scritto dodici delle quattordici storie, ne abbiamo cinque finite e le altre in lavorazione.
Che risposta vi aspettate da parte del pubblico?
Una buona solida e nutritissima nicchia di affezionati.
Dopo Dix?
Mi cogli impreparato. Chi lo sa?
Napoleone, dopo nove anni, è finito forse un po’ troppo bruscamente, non è possibile un suo ritorno, nemmeno con un albo annuale, decennale?
Ecco questa potrebbe essere eventualmente una possibile occupazione dopo Dix. Quello che succederà al prodotto fumetto nei prossimi anni comunque è sottoposto alle leggi dell’imponderabile. Staremo a vedere.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 Maggio 2008

Carlo Lucarelli: L’Ottava vibrazione dell’arcobaleno (Intervista)

     Carlo Lucarelli torna dopo anni alla narrazione pura e lo fa con il romanzo storico L’ottava vibrazione (Einaudi, 19 euro, 456 pp.) già in libreria, e con un fumetto particolare, Cornelio Bizzarro, una miniserie bimestrale prodotta da Star Comics che esordirà a maggio in edicola e che vede come protagonista lo stesso Lucarelli, o quasi.
Ho incontrato lo scrittore emiliano per chiedere lumi su Cornelio e sul polifonico, torrido, a tratti sperimentale romanzo L’ottava vibrazione.
Come è nata l’idea del fumetto, di cosa tratterà la miniserie e come è stato vedersi disegnati nei panni del protagonista?
Cornelio Bizzarro è nato da Mauro Smocovich e Giuseppe di Bernardo che hanno avuto l’idea e poi mi hanno coinvolto. Visto che il personaggio è uno scrittore e aveva a che fare con le cose che più o meno mi girano attorno, è venuto loro in mente di usare la mia immagine. All’inizio mi sembrava una cosa folle, una sciocchezza… ma siete matti? Poi siccome la storia ha un piega ironica, è quasi una presa in giro, allora ho detto va bene… dopodiché mi sono visto disegnato in tutti i modi ed è stato molto divertente. La storia è quella di uno scrittore horror – noir in crisi di ispirazione che si trova involontariamente coinvolto in vicende al limite del sovrannaturale per colpa di una ragazza di sua conoscenza, una specie di suo alter ego. Ad aiutarlo e ispirarlo ci sono alcuni personaggi letterari come Sandokan, Sherlock Holmes o Philip Marlowe. Dal punto di vista grafico sono molto contento, al di là del fatto che ci sia dentro io, è davvero un ottimo fumetto. Sarà una miniserie di sei puntate, poi si vedrà.
Sono anni che i lettori aspettano anche un nuovo libro, come è tornare sugli scaffali con un romanzo?
Ho provato una soddisfazione da esordiente perché a tutti gli effetti L’ottava vibrazione è stato un nuovo esordio dopo molto tempo e con un romanzo diverso dagli altri, reinventadomi un modo di scrivere, facendo esperimenti stilistici e narrativi che per me erano nuovi. Tutto è nato dall’idea di non negarmi niente, ho cercato di raccontare la storia che avevo in mente senza pensare questo no perché non è noir o questo no perché così si intoppa. Ho cercato un respiro interno al romanzo, un filo conduttore .
Il Leitmotiv del caldo soffocante…
Esatto. Il caldo diventa una condizione esistenziale interna la romanzo che permette un ritmo di narrazione anche lento, molto riflessivo, con la possibilità di fermarsi e iniziare a percorrere un’altra strada senza timore. Ci sono storie d’amore, di sesso, di guerra, delitti…
La scelta dell’ambientazione, L’Eritrea del 1896, è casuale o è influenzata da tutto ciò che hai fatto in questi anni come Misteri d’Italia?
La scelta del posto è stata casuale, anche se dal 2001 avevo in mente un’ambientazione coloniale. La scoperta di aver affinato alcuni metodi narrativi e investigativi è stata però fondamentale. Quando osservo un luogo, anche in riferimento a un periodo storico diverso, mi viene da chiedermi quali siano gli angoli bui… E nelle colonie italiane ce n’erano molti, per cui mi vi è venuto facile… La sorpresa è stata scoprire che come periodo era perfetto per raccontare certe cose.
È un periodo che può fare da specchio per l’Italia di oggi?
Sicuramente. Ci sono connessioni molto nette. Negli studi che ho fatto per documentarmi ho letto di un ambasciatore straniero dell’epoca che dice: ‘voi italiani siete venuti qui senza sapere bene cosa fare e comunque non avreste i soldi per farlo’. Un parere che trasportato nel tempo potrebbe evocare molte avventure, anche economiche italiane, per esempio Malpensa. È anche uno sguardo sul modo di fare degli italiani: arrivi in un posto e non sai bene come è fatto, chissà cosa credi di fare, confidi nell’aiuto degli altri. Allora, c’era già tutto il carattere italiano di oggi, nel bene e nel male.
Ci sono vari accenni a diversi dialetti italiani tra le pagine del libro, come ti sei documentato?
Mi sono guardato in giro. Alle volte mi bastava un accenno di suono, altre volte avevo bisogno di vere e proprie espressioni dialettali. Una volta per esempio dovevo scrivere in genovese, erano le due di notte, non potevo chiamare i miei amici genovesi a quell’ora e così sono entrato in una chat, “genova chat”, e spiegando il motivo della mia curiosità mi sono fatto spiegare… Mi sono documentato, ho chiesto, ho “rubato” e ho usato gli amici…
Pane per i denti degli editor…
Gli editor in Einaudi hanno fatto un gran lavoro, Severino Cesari e Valentina Pattavina si sono messi a controllare e verificare tutte le parole in dialetto e nelle altre lingue. È stato un gran lavoro anche per loro, poveretti.
Gianfranco Manfredi ha scritto la miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto, ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario de L’Ottava Vibrazione. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Ho letto i primi numeri di Volto Nascosto durante la fase finale della scrittura del libro. Né io, né Manfredi sapevamo quello che stava facendo l’altro. A un certo punto, dopo il secondo, terzo numero, Manfredi mi ha scritto, dicendo di aver letto una mia intervista in cui anticipavo i temi del romanzo… Entrambi stavamo scrivendo qualcosa, di diverso, eppure di simile indipendentemente l’uno dall’altro. Deve essere nell’aria. Questo argomento deve avere una nuova presa sul nostro immaginario. È un periodo di cui si è occupati poco a livello letterario. Se vuoi sapere qualcosa a livello storico materiale ce n’è molto ma narrativamente è stato raccontato di più il secondo periodo coloniale, quello fascista…
Eppure potremmo considerarlo il nostro “far west”…
Sì. Ma non ci viene in mente, a me è venuta l’idea grazie a incontri e vicissitudini casuali. È un periodo storico di cui non ho visto film, non ho letto libri e a scuola non l’ho quasi studiato. È il nostro far west ma non ha mai fatto breccia nell’immaginario. Pensare a una storia coloniale esotica, prima delle casualità che mi hanno fatto venire in mente la trama del libro, mi avrebbe fatto venire in mente il far west americano, Little Big Horn…
L’ottava vibrazione dell’arcobaleno è il nero. Il noir sembra essere di fronte a una nuova stagione, un momento in cui deve uscire da determinati canoni per rinnovarsi e non mostrare la corda spegnendosi lentamente tra logori cliché…
Sì è vero, ma siamo sempre noiristi in fin dei conti. Per quanto mi riguarda nel momento in cui ho deciso di rimettermi a scrivere romanzi non mi sono sentito di scrivere un altro noir, il che non esclude che non torni presto da quelle parti. In fin dei conti per L’ottava vibrazione ho usato le tecniche del noir: all’inizio del romanzo c’è una bambina, non sai chi è, forse è il diavolo…

Articolo pubblicato su Panorama.it il 29 aprile 2008

Wu Ming 4: Stella del Mattino (intervista)

stella del mattino Arriva in questi giorni in libreria Stella del Mattino (Einaudi Stile Libero, pp. 402, euro 16,80), il romanzo solista di Wu Ming 4, Federico Guglielmi. Una storia fatta di storie, in cui la narrazione diventa soggetto di se stessa. Meno rocambolesco di quelli a cui ci ha abituato il collettivo al completo, il libro privilegia un taglio psicologico, raffinato, emotivo, caratterizzato da riflessioni e rapporti profondi tra personaggi.
Protagonisti, accanto a Lawrence d’Arabia, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, R. Graves e sua moglie, una straordinaria Nancy Nicholson.
Ma come nascono le storie? Per esempio come è nato il famoso anello tolkeniano? Guglielmi mette in scena uno strepitoso dialogo tra Lawrence e Tolkien a proposito dell’anello donato dal principe arabo Feisal a Lord Dimanite: “Ricorda cosa mi disse a proposito della corruzione del potere?”
“Mi sembra di sì,” rispose Ronald […]
“Per due anni ho portato un anello come questi. Me ne sono servito per condurre le persone che si fidavano di me a un trionfo vano. Ho imbrogliato loro e me stesso […]”
Ronald ascoltò la propria voce uscire bassa e vibrata, quasi non gli appartenesse. “Che ne è dell’anello?”
“Me ne sono sbarazzato.” La mano sottile si aprì sulla superficie liscia del vetro. “Certe volte mi sembra di averlo ancora al dito. Come se mi mancasse. Credo sia il richiamo del comando, la voglia di sentirsi ancora al centro degli eventi, fare la differenza.”
E la storia di Stella del Mattino come è nata?  Lo ho chiesto a Wu Ming 4…
“Non saprei individuare un momento preciso, ma credo che tutto sia partito dalla lettura de I Sette Pilastri della Saggezza” dice l’autore “Mi sono reso conto che non stavo leggendo un diario di guerra, ma un romanzo epico travestito da memoriale. Ho iniziato ad appassionarmi al personaggio di Lawrence e mi sono imbattuto nella miriade di visioni contrastanti sulla sua figura. L’interesse è cresciuto. Poi ho letto l’autobiografia di Graves in cui si racconta dell’amicizia con Lawrence nella Oxford post-bellica. Quando ho scoperto che anche Tolkien e C.S. Lewis erano lì nello stesso periodo, ho pensato che tutti loro avevano qualcosa in comune: erano reduci di guerra, erano narratori e poeti, lavoravano sui miti, negli anni successivi avrebbero partorito grandi opere mitopoietiche. Perché non metterli al lavoro su un mito in carne e ossa, visto che si trovava a portata di mano, nello stesso luogo e nello stesso momento? Così ho pensato di trasformare Graves, Tolkien e Lewis in detective alla ricerca della verità su Lawrence d’Arabia. Ognuno di loro poteva assumere un punto di vista diverso e approdare a una verità parziale che dicesse però qualcosa di significativo sul suo conto. Questa è stata l’idea centrale della trama.
Stella del mattino in qualche modo narra del narrare, del perché si narra e del potere della narrazione….
Sì, in particolare del valore terapeutico della narrazione e della scrittura. Narrare è l’unico modo che abbiamo per elaborare la nostra esperienza vissuta come singoli e come specie. Lo facciamo dalla notte dei tempi, infatti. Credo inoltre che il romanzo tratti del carattere multiforme e sdrucciolevole delle grandi narrazioni mitiche, che può portarle a essere forza motrice storica, catalizzatrici dell’aspettativa di intere comunità, o grandi infingimenti collettivi.
Tolkien, Lewis e Graves. Hai scoperto qualcuno di loro mentre lavoravi al libro o erano già da tempo nella tua libreria?
Da adolescente sono stato un grande lettore di Tolkien, come molti. Lewis e Graves invece sono state delle vere scoperte. La cosa che però più mi ha colpito di loro non è stata la produzione letteraria, ma soprattutto la loro vita, i loro traumi. Mi sono accorto che erano ottimi personaggi drammatici, le loro stesse biografie rivelavano personalità complesse e contraddittorie, perfette per la narrativa. In altre parole ho capito che non sarebbero stati meno importanti di Lawrence nell’economia del romanzo che volevo scrivere, ma anzi, in un certo senso sarebbero diventati i veri protagonisti.
Come ti sei documentato?
Tre scaffali della mia libreria sono stipati dei volumi che ho letto per scrivere Stella del mattino. La maggior parte li ho dovuti ordinare dall’estero, perché purtroppo in Italia non c’è molto materiale disponibile su questi autori. Su Lawrence poi, il dibattito in Italia è arenato su tesi di cinquant’anni fa… Ho usato molto anche internet, ovviamente. Trattandosi di personaggi famosi ci sono parecchi siti dedicati a loro. Il materiale era davvero sterminato. Poi ho fatto alcune spedizioni in Inghilterra: una a Londra e due a Oxford. È stato molto importante vedere dal vivo alcuni luoghi, percorrere le stesse strade dei protagonisti del romanzo, farmi una birra negli stessi pub, intrufolarmi nel giardino della casa di Lawrence, approfittando di una porta lasciata aperta. All’Imperial War Museum di Londra ho visitato la mostra monografica su Lawrence in occasione del settantennale della morte, dove ho potuto vedere alcune riprese fatte da Lowell Thomas per il suo spettacolo-reportage. Insomma i supporti cartacei ed elettronici sarebbero serviti a poco senza un buon paio di scarpe comode e resistenti.
Il Brandivino, tanto per giocare con le coincidenze, è il fiume della Terra di Mezzo ma è anche il fiume di Manituana
In realtà non sono lo stesso fiume, anche se portano lo stesso nome. Quella è davvero una coincidenza. Meno casuale però è che il collettivo Wu Ming, al completo o nelle sue componenti singole, finisca sempre per sporcarsi le mani con la storia e con l’epica. In questo senso c’è davvero qualcosa che ci accomuna ai grandi narratori protagonisti di Stella del mattino. Non la portata letteraria o la fama, ovviamente, ma l’afflato, la ricerca di narrazioni-mondo, di complesse architetture narrative, di storie che possano trascendere il momento immediato e restituirci il senso di un agire collettivo. Tolkien parlava di “subcreazione” di realtà, basata sull’Incantesimo e non sulla Magia. Parafrasando e adattando il suo discorso al mio, la letteratura-magia si fonda su una grande capacità tecnica, ma alla fine del gioco di prestigio ripristina sempre le cose, ristabilisce l’ordine dato. La letteratura-incantesimo conduce invece ad altri mondi possibili, apre squarci di universo, traccia sentieri che si perdono all’orizzonte. Quindi è per definizione tanto poco rassicurante quanto più affascinante.
Lawrence d’Arabia è una figura storica chiave nelle dinamiche che ancora oggi scuotono il Medioriente …
Da un certo punto di vista la storia si sta ripetendo in farsa. Basti pensare che nel 1920 le truppe britanniche si trovavano più o meno nelle stesse condizioni in cui si trovano oggi in Iraq. Non a caso negli ultimi anni Lawrence è ritornato sulla bocca di parecchi commentatori inglesi. Lawrence non è mai stato il demiurgo che pretendeva di essere, ma certo la sua vicenda interseca quella della nascita del Medio Oriente moderno e su alcune cose possiamo dire che aveva visto lungo. Tutto ciò che sta accadendo oggi da quelle parti può trovare un’origine nel triennio 1918-1921. La nascita dello stato d’Israele, la divisione geopolitica attuale, quella etnico-religiosa, etc. Più di una volta, mentre scrivevo il romanzo mi sono trovato a domandarmi cosa avrebbe pensato Lawrence di quanto stava accadendo in Medio Oriente. Ecco, a più di settant’anni dalla morte, la sua è ancora una figura con cui è possibile dialogare.
Nel libro ci sono alcuni inside jokes: segno di attenzione al dettaglio e sommo divertimento, quanto hai impiegato a scriverlo e quanto ti sei divertito?
È vero, ho inserito nel romanzo alcune spie luminose che gli appassionati riconosceranno senz’altro. Però non l’ho fatto per puro divertimento, ma perché era maledettamente plausibile che le cose andassero così. Di cosa avrebbero parlato Lawrence e Tolkien se si fossero conosciuti? Della forza delle parole, del loro enorme potere, di quanto ci si possa innamorare delle proprie storie fino anche a crederci, a raccontarsi come eroi di una saga costruita su misura. O forse no. Forse avrebbero discusso di tutt’altro, erano individui talmente diversi. Ma è per questo che li ho portati sul terreno che mi interessava e ho provato a immaginare come se la sarebbero cavata uno contro uno.
A pensarci bene non mi sono mai domandato quanto mi sono divertito a scrivere questo romanzo. Per me è molto più divertente scrivere in gruppo. La scrittura solista è più difficile, più incerta, sei lì da solo a porti sempre gli stessi dubbi senza che arrivino mai i nostri a cavarti d’impaccio. La stesura di Stella del mattino mi ha impegnato circa due anni e ho discusso per la maggior parte del tempo con libri e documenti. Ogni volta che alzavo gli occhi sulla foto di Lawrence appesa in cucina avevo la vaga sensazione che ridesse di me, che sfottesse l’ennesimo tentativo di raccontare la sua figura. Secondo me è lui quello che si è divertito.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 29 marzo 2008

Blog dedicato a Stella del Mattino

Christoph Hein, la dignità della rivolta (intervista)

 

Nella sua infanzia, un giardino     “Nella sua infanzia, un giardino” (e/o pp. 224, euro 17) è il nuovo romanzo di Christoph Hein, uno dei più importanti e controversi scrittori tedeschi degli ultimi decenni che come Christa Wolf ha avuto un importante ruolo di resistenza intellettuale, prima entro i confini della DDR e poi entro quelli della Germania unita e democratica. 

“Nella sua infanzia, un giardino” rivisita attraverso lo sguardo di un padre la vicenda della morte di Wolfgang Grams, giovane membro della Rote Armee Fraktion, morto nel ‘93 in uno scontro a fuoco con la polizia in circostanze mai  chiarite. Hein non si limita a metter in scena una vicenda meramente politica, ma da fine scandagliatore d’animi trova nella dignità di un padre tradito da tutto ciò che considerava familiare, corretto e giusto, il perno attorno al quale narrare una storia che poco a che fare con la rivoluzione e molto con la rivolta esistenziale di camusiama memoria. 

Ho incontrato Christoph Hein all’ITC Teatro di San Lazzaro (Bo) in occasione del reading multimediale del suo testo per la rassegna “La parola immaginata”.

Come nasce l’idea di questo libro e perché a distanza di tutti questa anni hai deciso di raccontare questa vicenda?

Devo ammetter che il punto di partenza è stata una reazione, o per meglio dire una non reazione, una mancata reazione dello stato tedesco nei confronti di questo evento. In effetti la cosa non è mai stata chiarita, non si doveva chiarire cosa fosse successo. In qualche modo l’accaduto è stato archiviato senza arrivare a una decisione univoca. Già all’epoca, avevo cercato di scrivere a proposito di questi fatti, ma avevo messo velocemente la cosa da parte, perché pensavo non fosse una materia adatta a essere raccontata. Solo più tardi ho pensato che fosse possibile raccontarlo attraverso una storia fittizia, di fantasia in modo da poter narrate fatti veri  prendendomi le libertà del romanziere.

La narrativa ha una funzione che per certi versi né storia, né cronaca, possono  o vogliono permettersi?

Si tratta di una questione antica tremila anni. È la  funzione dell’arte. Essa ha il compito di descrivere ciò che non possiamo descrivere con altri metodi. Tremila anni fa, all’epoca dei romani o anche all’epoca dei greci, l’arte era quella che descriveva le scienze naturali che  non si potevano spiegare in altro modo se non con formule o metodi artistici.  Quello che era il compito dell’arte nel passato oggi è confluito nel compito delle scienze naturali. L’evento di cui parlo nel libro non si è potuto spiegare o interpretare e solo l’arte è riuscita a farlo. L’arte con i suoi metodi, mezzi e strumenti perché non giudica…

Uno dei protagonisti dei tuoi libri è la stessa Germania…

Gli autori, a mio avviso, parlano sempre solo di sé e delle proprie esperienze. La causalità della nascita, dell’origine e della provenienza talvolta ha posto gli autori in condizioni difficili e complicate. A causa della mia stessa biografia e delle mie vicissitudini c’è costantemente un riferimento al mio rapporto con la Germania. Avevo un anno quando il III Reich è capitolato e i miei genitori sono stati costretti a scappare dai territori dell’ex Germania dell’est che poi sono diventati polacchi. Siamo finiti in una piccola città in cui avevamo lo status di rifugiati, di fuggiaschi. Venivamo additati come persone non desiderate. Mio padre poi era parroco e la DDR era un paese ateo e quindi eravamo in una condizione di indesiderati aggravata. A quattordici anni  ho abbandonato il paese, fuggendo letteralmente, e sono andato a Berlino ovest dove ho frequentato il liceo, ma anche lì ero considerato come un fuggiasco. Non avevo soldi, dovevo mantenermi un po’ come potevo… poi con la costruzione del muro sono diventato con la coercizione, con la forza, di nuovo un cittadino della DDR ma avevo commesso dei “peccati mortali” che gravavo sulla mio coscienza: ero scappato ed ero figlio di un parroco. Naturalmente tutto questo doveva essere punito. Ho cercato comunque di trovare la mia strada e di percorrerla ma la storia tedesca tornava sempre a bussare alla mia porta. Tornava a prendermi. Come cittadino dell’est reintegrato in questo nuovo paese pantedesco sono di nuovo un pesce fuor d’acqua che non appartiene al posto dove sta.

Un fuggiasco fermo…

(Ride) Essere un outsider quando si fa il mestiere di scrittore non è mai qualcosa di negativo. 

Quali libri hai sul comodino in questo momento e come è il panorama letterario attuale tedesco?

Sul mio comodino ci sono davvero molti libri. C’è per esempio una vecchia raccolta di pensieri di Ernst Jünger, una sorta di diario che ha iniziato quando aveva settant’anni – c’è da tenere conto che è scomparso all’età di cento tre anni - 

È difficile comunque fare una panoramica completa della letteratura tedesca… C’è una nuovissima corrente letteraria di scrittori giovani che hanno meno di quarant’anni. È un movimento molto vivace e molto spiritoso che vede tra le sue fila anche  molte donne. Negli ultimi anni si è sentito parlare molto dell’arrivo di questa nuova generazione con cui io sento di avere molte più affinità rispetto a quella precedente. Questa nuovissima progenie letteraria si differenzia in maniera molto più evidente e marcata rispetto alla letteratura italiana o americana.  Immagino sia lo stesso anche in Italia per quanto riguarda le nuove leve… Questi nuovi autori si presentano in modo diverso anche all’opinione pubblica, in generale grazie ai nuovi mezzi tecnologici, internet, computer… c’è una penetrazione più vasta a livello di pubblico. È un grandissimo cambiamento. 

Conosci la letteratura italiana attuale?

Un po’. Tramite traduzione. C’è una casa editrice berlinese molto meritevole, la “Wagenbach”, che traduce scrittori italiani in modo egregio. 

La trasformazione e la mediazione della letteratura attraverso il teatro, i reading, le drammatizzazioni, come quello proposto da “La parola immaginata” possono aiutare la diffusione della letteratura?

Quello che queste forme teatrali possono fare di sicuro è arrivare a un altro strato, a un’altra categoria di pubblico. In Germania in particolare questo libro è stato teatralizzato diverse volte, a Berlino, Heidelberg, Francoforte e a queste rappresentazioni sono andate anche persone che magari non lo hanno letto… 

 

Articolo pubblicato su Panorama.it 

 

La Crociata della Tenebre (intervista)

cop13.jpeg     Giulio Leoni torna in libreria con il quarto capitolo della saga dedicata al Sommo Poeta in veste di indagatore inaugurata nel 2000 con “Dante Alighieri e i delitti della Medusa” e proseguita con “I Delitti del Mosaico” e “I Delitti della Luce”, tutti pubblicati da Mondadori. Anche in questa occasione, giallo, thriller, avventura, romanzo storico dalle tinte esoteriche si sposano per dare vita a quel meccanismo narrativo affascinante e giocoso che ha decretato il successo internazionale di Leoni. 

È in uscita il prossimo capitolo della serie che vede Dante protagonista, puoi anticipare qualcosa?

L’idea era quella di concludere la trilogia fiorentina ispirata alle tre cantiche della Commedia con una sorta di quarto movimento che affrontasse, nel quadro di una vicenda criminale con morti ammazzati, quello fondamentale tra gli “enigmi” danteschi: la colpa. In altri termini il capitolo oscuro della vita del poeta, la caduta nel peccato mortale di cui poi l’avventura ultraterrena diventerà la via del riscatto. Insomma, come ogni tetralogia che si rispetti, mi piaceva chiudere con una sorta di Crepuscolo degli dei wagneriano. Non che ci siano walchirie e nanetti, intendiamoci, anzi lo sforzo di ricostruire in misura attendibile luoghi e atmosfere in gran parte scomparsi mi è costata una certa fatica. Forse ci sarà qualche ottone di troppo, ma spero che il lettore me lo perdonerà. Insomma volevo cercare di rendere lo sfaldarsi di un mondo che trascina con sé uomini e cose, e di contro lo sforzo di una mente razionale che cerca in qualche modo un qualche ordine nelle cose. Nel cuore stesso di una cristianità apprentemente trionfante, e invece corrosa dal risorgere di riti antichi e tenebrosi. Una specie di vena sotterranea, come se alla fine l’Acheronte non fosse che un affluente del Tevere. E mi piaceva l’idea che si svolgesse a Roma, un luogo davvero straordinario agli inizi del 300. La vicenda della Crociata delle Tenebre si apre con l’arrivo del poeta, incaricato di guidare l’ambasceria fiorentina alla corte di Bonifacio VIII, in un momento di grande tensione con il papato. L’ambasciata storicamente fu un disastro, che si concluse con l’esilio del poeta. Nel romanzo diviene una sorta di discesa agli inferi, un’esplorazione della palude del male.

I tuoi libri vengono pubblicati in moltissimi paesi (alcuni anche piuttosto inusuali per la letteratura italiana) qual’è il tuo rapporto con l’estero e con le case editrici straniere?

Di viva curiosità. Ogni volta, specie nei casi di culture lontane, mi chiedo che diavolo potrà trovare un lettore turco, coreano o cinese in quello che ho scritto. Soprattutto quando dai traduttori mi arrivano domande del tipo: ma chi sono i guelfi e i ghibellini? e altre amenità del genere. E però Dante ha davvero qualcosa di magico, che sembra scavalcare tutte le differenze.

In che rapporti sei, se lo sei, con altri scrittori italiani? Come ti sembra il panorama letterario attuale in Italia?

Conosco e stimo diversi autori nostri, soprattutto nel campo del giallo e del noir. Ma non mi capita spesso di incontrarli personalmente, forse perchè vivo a Roma, una città terribilmente faticosa per coltivare i rapporti umani. Quanto al panorama letterario non mi sembra peggiore di quello degli altri paesi, anzi. Se poi vuoi conoscere qualche mio amore sarebbe lunga, io sono un temperamento facile alle passioni. Ma certo tra gli italiani Manganelli e Germano Lombardi, Eco, Maurensig, Cotroneo mi ritornano spesso tra le mani. E poi Montale e Sanguineti, che non credo si amassero troppo ma tra cui non saprei davvero scegliere il più grande del secolo.

Come ti documenti per scrivere le tue storie?

Attraverso le vie più diverse e qualche volta strane e casuali. Per lo più i miei racconti nascono da stimoli, curiosità di cui non saprei nemmeno indicare l’origine. Una lettura, magari distratta: spesso le idee migliori nascono da un fraintendimento, o da un errore. Solo dopo comincia un’opera più paziente di raccolta dei dati, e per questo Internet, la grande biblioteca o la bancarella all’angolo sono egualmente utili e talvolta risolutive. Per La donna sulla Luna una mia amica olandese mi regalò una carta di Berlino del 36, mentre per i riscontri sulla pellicola di Lang dovetti far venire dall’America una vecchia videocassetta della versione americana del film. Altre volte naturalmente è più facile, per i racconti su Fiume e d’Annunzio mi sono avvalso di memorie dell’epoca, oltre naturalmente agli ottimi lavori sul futurismo di Chiara Salaris e Giovanni Antonucci. Nel caso di Dante la documentazione a disposizione è pressoché sterminata, ma trovai un singolare filo conduttore nell’opera di Robert John, originale figura di gesuita, da cui appresi il coinvolgimento del poeta nel tentativo di assassinare papa Giovanni XXII. Cosa ahimé probabilmente non vera, ma che si incastonava perfettamente nella cornice di cui avevo preso a fantasticare.

Sei autore molto prolifico, oltre ai quattro capitoli dedicati a Dante, ti sei dedicato anche a molte altre storie in cui fanno capolino diversi personaggi storici…

Sì, anche nei racconti non propriamente storici, la storia in qualche modo finisce per capitarci dentro. Siamo fatti di sogni, e la storia non ne è che il ricordo confuso.

Come è nata l’dea di Dante indagatore?

Per pigrizia. Nel 1999 avevo deciso di scrivere un giallo ambientato nel passato. E volevo che il protagonista fosse un artista, meglio se uno scrittore, visto che in ragione dei miei studi era quella la categoria che conoscevo meglio. Poi avevo bisogno di un personaggio dinamico, dotato di un intelletto tagliente, con una vasta esperienza del male e delle passioni umane, e insieme in grado di risolvere anche una questione a colpi di spada, se necessario. Non mi piaceva troppo l’idea di un investigatore da tavolino. Poi mi serviva anche una psicologia travagliata, irta di contraddizioni, con una situazione sociale e familiare ricca di qualche affanno, per il colore. Una qualche propensione per il genere femminile, in modo da giustificare la necessaria eroina della vicenda. Dante mi sembrò perfetto, non c’era bisogno di inventare nulla. E poi non suonava il violino e soprattutto non sapeva cucinare, perché mi hanno sempre seccato gli investigatori che passano metà del romanzo all’osteria. Invece Dante mi era stato simpatico sin dai tempi dell’asilo, quando scrutavo i disegni del Dorè nel librone di famiglia. Solo che in principio lo scambiai con Virgilio, mi pareva impossibile che il protagonista fosse quello sempre dietro, un po’ curvo, quasi con l’aria di essere lì per caso. E poi quel berrettino strano, mentre l’altro incoronato e ammantellato dominava gli inferi. Chissà che non sia nato allora il desiderio inconscio di rendergli in qualche modo om
aggio, reverenza e giustizia.

Qualcuno ha storto il naso? (penso a quello che è successo per esempio con Kant e critica della ragion criminale)

Immagino di sì, e sarebbe grave se così non fosse. Significherebbe che si è perso il gusto critico, e che non si è più in grado di distinguere tra un divertissement letterario e Delitto e Castigo. In genere però, superato lo sconcerto per un Dante un po’ diverso dalla figurina Liebig delle scuole medie, devo dire di aver incontrato quasi sempre lettori abbastanza pazienti. Ho avuto anche qualche complimento, ma tra tutti ce ne uno che mi ha davvero commosso: una giovane lettrice di grande immaginazione mi ha chiesto se davvero Dante avesse mai fatto l’investigatore. Ne sono certo, ho risposto. E per un attimo siamo stati entrambi felici.

Ci puoi raccontare della tua passione per l’illusionismo?

È una storia che risale addirittura all’infanzia. Negli anni cinquanta c’erano ancora a Roma alcuni cinema che nell’intervallo presentavano un piccolo avanspettacolo. E con il cantante napoletano e le ballerine c’era sempre un mago. Invece che ai giardinetti spesso vi venivo portato da un mio zio scapestrato, che penso fosse interessato soprattutto alle ballerine. Io me ne stavo lì a naso all’aria, con il mio pinocchio di legno, e senza saperlo devo aver visto Sitta, Riccardi, Brusini, il grande Arsenio che poi è stato il maestro di tutti i prestigiatori romani. Forse ho visto anche una delle ultime esibizioni di Chabernot. E altri che oggi nessuno ricorda, artisti straordinari che mi facevano pensare a quanto fossero fortunate quelle ballerine che vivevano immerse nella magia, e come avesse ragione mio zio a mandar loro tutti quei mazzi di fiori. In qualche modo nella mia fantasia la bellezza delle fanciulle e le fantasmagorie degli illusionisti si devono essere impastate indissolubilmente, e con esse il desiderio di conoscerne i segreti. Ho cominciato così a collezionare libri, manifesti, ricordi dei maghi del passato. A perseguitare quelli che riuscivo a conoscere per imparare i misteri dell’arte, che si trasmettono nel segreto più assoluto esclusivamente per tradizione orale.

È una malattia, come tante altre. Anche se resto convinto che le ballerine c’entrino in qualche modo.

 

 

Articolo pubblicato, in parte, su “L’Indipendente” agosto 2007 

Il metodo Cody McFadyen (intervista)

cover-buio1.jpg    Che fine hanno fatto i serial killer? Fino a pochi anni orsono imperversavano per le librerie in tutte le salse. Serial killer collezionisti, eleganti, intelligenti, affascinanti, brutali, misticheggianti, viscidi e naturalmente tutti psicopatici…

Il filone d’oro degli anni ‘90 è quasi esclusivamente di provenienza USA, i nomi sono quelli di Jeffery Deaver, Thomas Harris, Michael Connelly , Poppy Z Brite, a suo modo Bret Easton Ellis, ecc. Molti altri autori si sono cimentati nel mettere in scena il “mostro della porta accanto” trasformandolo in una figura archetipica degna del vampiro ma scadendo poi inevitabilmente nei cliché imposti dagli autori di cui sopra. Anche in Italia diversi scrittori si sono dati al genere eppure i risultati non sono mai stati così epici come quelli degli americani. Non è solo una differenza di ambientazione – la periferia di Los Angeles, i vicoli di New York, le paludi della Florida, i boschi del Wyoming non sono la periferia di Palermo, i vicoli di Genova, il Polesine o i boschi del Abruzzo – ma anche e soprattutto di Weltanschauung.

Ho fatto quattro chicchiere con il texano Cody MacFadyen, lo scrittore che assieme a Jeff Lindsay, sembra aver donato nuova linfa al filone. MacFadyen è tornato di recente in libreria con Gli occhi del buio (Piemme, 415 pp., € 19,90).

 

Negli anni ‘90 il giallo ha riscoperto il modo di esplorare il lato oscuro della natura umana: il serial killer…

Il male e i suoi estremi hanno sempre attratto l’attenzione della gente. Penso ad esempio a a Jack lo squartatore e da quanto tempo si racconta la sua storia…. La gente è affascinata dalla depravazione, forse perché ne è spaventata e forse perché ognuno porta in sé un po’ di quella depravazione, anche se messa a tacere. I serial killer ci terrorizzano perché non c’è nulla di sovrannaturale. Sono reali. I mostri sono orribili, come in ogni storia dell’orrore, ma questi mostri sono veri. E camminano in mezzo a noi, indossano abiti e cravatte e sorridono. Possono essere sposati, avere figli e contribuire, da bravi cittadini, al benessere della comunità. L’idea che il tuo vicino di casa possa torturare delle donne in cantina e poi accompagnare i figli a scuola la mattina dopo… Bè, è davvero sconvolgente…

 

La tematica del serial killer, che sia legata alla concezione protestante della vita, alla predestinazione alla salvezza o alla dannazione, è tipicamente anglosassone?

Hai fatto centro. Noi tendiamo a essere molto preoccupati da ciò che è buono o cattivo nella nostra coscienza e cerchiamo sempre di vedere le cose in bianco e nero in modo da essere rassicurati, i serial killer ci danno un’immagine esatta del male, che nonostante sia disturbante, può essere un sollievo. Non ci sono sfumature di grigio, non c’è conflitto, nessuna questione morale da risolvere: sono malvagi e noi non siamo loro, in qualche modo significa che siamo buoni… Se solo la vita fosse davvero così chiara e netta…

 

Quali sono le tue influenze letterarie?

Sono molte e varie, sono cresciuto divorando Stephen King, James Calvell, James Michener, tonnellate di fantascienza e fantasy e naturalmente i classici.

 

Come lavori, che tipo di ricerche svolgi? 

Comincio il romanzo, in genere con una frase o un’immagine forte e una vaga idea di trama. Inizio a scrivere e vedo come si sviluppa. Alle volte sono finito nei guai. È terribile scoprire, dopo aver scritto un centinaio di pagine, che non stai andando da nessuna parte. Quando scrivo, provo a farlo ogni giorno. Se non scrivo, mi sento in colpa. Mi sento come se perdessi il contatto con la storia e i personaggi. Mi dedico molto anche alla lettura, al cinema e alla musica in cerca di ispirazione, come volessi fare il pieno di creatività. So che non è una procedura da manuale, ma spero di perfezionare la tecnica nel corso della mia carriera. Ad ogni modo, faccio un sacco di ricerche. Compro libri, navigo in rete e provo a contattare gli esperti quando è possibile. Sono sempre sorpreso (e grato) dalla volontà delle persone di condividere il sapere. Uno dei miei lettori per esempio è un anestesista e ha risposto a una miriade di domande che avevo sull’argomento senza mai lamentarsi.

 

Intervista pubblicata su Panorama.it il 22 gennaio 2008 

Il ritorno dell’inquisitore (intervista)

images.jpeg     Dopo cinque anni Valerio Evangelisti torna a scrivere del personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza. A ottobre esce per Mondadori Strade Blu “La Luce di Orione”, nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich che questa volta dovrà lasciare il regno di Aragona dopo essere stato esonerato dalla carica per recarsi a Padova alla riunione del capitolo domenicano, dove avrà anche un aspro confronto con Francesco Petrarca. 
L’inquisitore intraprenderà poi un viaggio sulle galee dei crociati agli ordini di Amedeo di Savoia, alla volta di Costantinopoli.  
Dopo cinque anni Valerio Evangelisti torna a scrivere del personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza. A ottobre esce per Mondadori Strade Blu “La Luce di Orione”, nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich che questa volta dovrà lasciare il regno di Aragona dopo essere stato esonerato dalla carica per recarsi a Padova alla riunione del capitolo domenicano, dove avrà anche un aspro confronto con Francesco Petrarca. 
L’inquisitore intraprenderà poi un viaggio sulle galee dei crociati agli ordini di Amedeo di Savoia, alla volta di Costantinopoli. 
La trama si complica e si avvita su stessa carica di orrori, di allucinazioni e di misteri e l’autore bolognese ha tirato, come da tradizione nei romanzi del ciclo, i fili attraverso tempo e storia come quelli che collegano un verso di Dante che nessuno ha mai saputo decifrare, Raphèl mai amècche zabi almi, con un Iraq in stato di guerra perenne nel futuro prossimo. 

Eymerich è tornato. Come mai lo hai lasciato da parte tanto a lungo e come mai è tornato?

Non volevo rimanere troppo legato a quel personaggio, però non intendevo neanche abbandonarlo. La sua “resurrezione” deve molto alle pressioni dei miei lettori, senza troppa resistenza da parte mia.

La scelta di Bisanzio è stata fatta in base a una suggestione iniziale o deriva da una scelta ben precisa e calibrata?

Da un fatto storico preciso. Una crociata in tono minore guidata da Amedeo d’Aosta nel 1366, e diretta a Costantinopoli per sottrarre la città alla pressione turca. Fin dal mio secondo romanzo, uscito nel 1995, avevo ipotizzato che Eymerich vi partecipasse. La trama l’avevo già in mente da un decennio.

Eymerich è mutevole e al contrario di molti personaggi seriali fa i conti con il suo passato. Com’è l’Eymerich de “La Luce di Orione”?

È simile a quello dei primi romanzi, solo con un dubbio in più: che ciò che sta vivendo non sia reale, bensì frutto della sua mente. Che il mondo sia stato organizzato in sua funzione.

Il titolo si discosta dalle “puntate precedenti” in cui compariva quasi sempre il nome dell’inquisitore. Si tratta di una scelta precisa?

I titoli nascono un po’ a caso, anche se, per me, contano nel guidare lo sviluppo della trama. Con “La luce di Orione” volevo suggerire al lettore che si tratta, in fondo, di un romanzo di fantascienza, diverso dai capitoli “metafisici” del ciclo, come “Cherudek” e “Mater Terribilis”.

Anche la copertina del libro è diversa… 

Le copertine non le scelgo io, che non ho alcuna competenza grafica. Devo dire che, senza previi accordi col disegnatore, la copertina riflette assai bene la sostanza dantesca del romanzo.

I tuoi libri sono pubblicati all’estero, anche in paesi lontani. Quale è il suo rapporto con l’estero?

La Francia è un caso particolare. Parlo il francese come una seconda lingua, e questo mi ha agevolato parecchio, in convegni, presentazioni e intreccio di rapporti personali. Per il resto, tradotto in una quindicina di lingue, direi che il successo maggiore lo riscuoto nei Paesi dell’ex Est europeo, Romania e Polonia in primo luogo. Non saprei dire perché. E, cambiando di continente, in Brasile. Ma tutte queste questioni le lascio alla mia agente e al mio editore. 

Il mercato librario americano e molto autoreferenziale ed è difficile che un autore straniero faccia breccia oltreoceano, eppure stai per partire per gli USA per delle conferenze. Cosa sta succedendo? 

Non sta succedendo nulla. Negli Usa, in Canada e persino in Nuova Zelanda ho attirato gli interessi di una parte del mondo accademico (l’italo-canadese Luca Somigli, dell’università di Toronto, mi ha dedicato addirittura uno studio, pubblicato dalle edizioni Cadmo). Si tratta di un ambito del tutto separato da quello del mercato librario che conta. In inglese, finora, è uscito solo un mio racconto, in un’antologia europea curata dalla Science Fiction Writers of America. 

Che rapporti hai con gli altri scrittori italiani?

Ne frequento pochissimi. Quelli con cui curo il sito Carmilla On Line (Giuseppe Genna, Roberto Bui, Girolamo De Michele ecc.). A ogni morte di papa Niccolò Ammaniti e Loriano Macchiavelli. Più che altro per telefono Antonio Moresco, con cui ho un vero rapporto di fratellanza. Assieme si parla di tutto salvo che di letteratura. I miei amici più stretti non rientrano nella categoria degli intellettuali, ammesso che esista. 

Ultimamente hai lasciato da parte fantascienza e fantastico, anche se intrecciate con la storia, per esplorare le pieghe della storia “pura”. 

Io ho una formazione di storico, e la narrativa è stata per me un veicolo per riuscire a esprimermi fuori da convenzioni “scientifiche”. “Noi saremo tutto” e i due Collari (“Il Collare Spezzato” e “il Collare di Fuoco” N.d.R.) sono saggi storiografici in forma romanzata. È una strada che non abbandonerò, nemmeno quando tratto di Eymerich e delle sue fantastiche avventure.

 

 Articolo pubblicato su “Panorama.it”, settembre 2007

 

 

e|co|mà|fia (intervista)

bestie.jpg    Abusivismo edilizio, discariche ed escavazioni abusive, traffico di rifiuti, racket degli animali, trafugamento e sottrazione di beni culturali archeologici e storici: in una parola ecomafia. e|co|mà|fia che dal 1999 si trova tra “ecologo” e “ecometro” nel dizionario della lingua italiana grazie a “Legambiente” che ha condensato in un unico termine un grave problema ambientale, economico e sociale dandogli visibilità. 

A distanza di otto anni da quella prima conquista viene varato un progetto particolare destinato a dare ancora più visibilità alle problematiche legate all’ecomafia. La narrativa di genere in Italia ha avuto la capacità di prendere le distanze dal semplice divertissement, acquisendo la consapevolezza di essere forse l’unico fenomeno letterario in grado di dare la misura della realtà e di confrontarsi criticamente con il presente senza perdere mordente o annegare nella pedanteria. La commistione tra le trame serrate e avvincenti tipiche del noir, del giallo, del thriller ecc. e l’analisi della contemporaneità sono stati alla base del successo crescente di molti autori che hanno intrapreso questa strada. “Edizoni Ambiente”, con un’intuizione felice, ha pensato di dare il via alla collana, tra fiction e reportage, “VerdeNero” affiancandola ai rapporti, agli studi e ai saggi sulle tematiche ambientali. Una collana in grado, visti i nomi coinvolti, di sensibilizzare attraverso la narrativa un pubblico vasto ed eterogeneo sui crimini ambientali che ogni giorno si consumano nel Paese.

“VerdeNero” prevede dodici romanzi brevi che parleranno di casi tratti dai precedenti rapporti ecomafia, dal commercio illegale di animali e dai traffici illeciti di rifiuti raccontati da alcune delle penne più note del panorama narrativo italiano che devolveranno il 2% delle proprie royalties alla campagna “SalvaItalia”.

A dare il la al progetto “Bestie” di Sandrone Dazieri, un romanzo sul racket degli animali che è stato presentato alla Fiera del Libro di Torino. A seguire (fino a ottobre 2007) Carlo Lucarelli, Simona Vinci, Wu Ming, Luca Rastello, Piero Colaprico, Eraldo Baldini, Niccolò Ammaniti, Giancarlo de Cataldo, Massimo Carlotto, Marcello Fois e tre autori segnalati da Camilleri: Giacomo Cacciatore,Valentina Gebbia e Gery Palazzotto.

Abbiamo intervistato Sandrone Dazieri quale apripista della collana.

“Bestie” è stato pubblicato nella collana VerdeNero Storie di ecomafia  delle Edizioni Ambiente. Si tratta del primo romanzo uscito per loro. Cosa è VerdeNero? e perché hai deciso di partecipare a questa iniziativa editoriale?

VerdeNero è una collana delle edizioni Ambiente, che, nonostante il nome e la collaborazione costante, giurano di essere indipendenti da Lega Ambiente. Ho deciso di partecipare perché mi sembrava un’ottima idea parlare di ecomafia attraverso romanzi noir. Per altro, il noir come lo intendo io mette sempre i piedi nel piatto del presente, anche senza diventare tesi o inchiesta giornalistica. Che non so fare e non sono interessato a fare in un romanzo. Quindi un noir, che tocca temi come il contrabbando di animali esotici, ma soprattutto un noir.

VerdeNero si limita alla pubblicazione di libri (o prevede anche incontri, dibattiti, workshop ecc.)?

Fanno un sacco di dibattiti. Ho partecipato solo a un paio di incontri, ma loro ne organizzano  sempre. Spesso con Lega Ambiente.

Lo hai scritto ad hoc o stavi già lavorando su un tema del genere?

Ad hoc. Solo che il personaggio mi frullava in testa da anni, perché ho fatto il cuoco per un po’, e mi sembrava un ottimo spunto per un personaggio patibolare come il mio protagonista.

Credi che il nero possa raccontare e sviscerare i problemi del verde?

In genere la letteratura può parlare di qualsiasi cosa.

La narrativa si sta avvicinando e/o mescolando al reportage?

In certi casi sì. come dicevo sopra, io non lo faccio, non più di qualsiasi scrittore che ambienti i romanzi nel presente, e che quindi è costretto a inserire elementi di attualità’ in quello che fa.

Gomorra di Saviano potrebbe aver aperto o riaperto  la strada in questa direzione?

Gomorra è soprattutto un ottimo romanzo letterario, ma di sicuro ha mutuato alcuni degli elementi del noir e del reportage in sé. Diciamo che il modello Saviano, come ho già avuto modo di scrivere, ha reso vecchio tutta la narrativa d’inchiesta che veniva prima. il true crime, anche il noir classico, sembrano orrendamente obsoleti, ora.

È forse più efficace del giornalismo?

Bisogna capirci: efficace per cosa? Per denunciare? Per creare dibattiti? Per cambiare il mondo?  Per denunciare è uno strumento altrettanto valido, per creare dibattiti è molto più efficace perché appassiona di più e va su un pubblico di non specialisti, per cambiare il mondo è ugualmente inefficace.

Ecomafia in due parole: 

La distruzione dell’ecosistema a scopo di lucro operato da malavita organizzata, più o meno legata con le “classiche” cosche mafiose.

È una questione solo italiana?

No, è mondiale. Le scorie radioattive fanno il giro del mondo grazie a mafiosi di tutte le etnie, e di certo gli animali esotici non sono gli italiani ad abbatterli, non solo per lo meno. Noi abbiamo delle specialità, come l’abusivismo edilizio e una impunita’ che si trova solo nei paesi in via di sviluppo.

 

Articolo pubblicato su Carmillaonline