Kai Zen & Simone Sarasso a gran velocità verso Bressanone

Domani sera alle 20:00, al centro giovani Connection di Bressanone in via Ponte Widmann l’accoppiata Kai Zen| Sarasso torna a calcare le scene. Dopo New York, Boston e Toronto il Sudtirolo (!).A questo punto non ci resta che (ri)pubblicare un breve estratto da La guerra di Teo, il nostro racconto parallelo al graphic novel di Simone, United We Stand, ambientato proprio ai piedi del Rosengarten e che potrebbe fare il paio con questo  vecchio post.

Dal bollettino della brigata Andreas Hofer, “La guerra di Teo” 17 maggio 2013

Dopo la carneficina di Roverè e la morte di Tetano ci aggiriamo per il rifugio come cani rabbiosi in gabbia. Herbert si è scolato una dozzina di lattine di birra davanti al pertugio da cui dominiamo la valle. È in attesa di qualcosa che non c’è.
Siamo rimasti io e lui per il momento. Ci hanno contattato due ragazzi ladini scampati alla strage di Corvara. Ci raggiungeranno al punto di incontro d’emergenza della Brigata. Il santuario. Continua a leggere »

Alan Moore & Eddie Campbell: Un disturbo del linguaggio

More about Un disturbo del linguaggio
Ipnagogico, esoterico ma semplice e potente come un gancio al mento. Alan Moore è un genio. Su questo tutti gli amanti di fumetti e graphic novel sembrano concordare, ma ora che la BD pubblica Un disturbo del linguaggio anche i fan più accaniti dell’autore inglese potrebbero trasalire. Un disturbo del linguaggio non è un fumetto, non è un racconto e non è nemmeno il resoconto disegnato da Eddie Campbell di una performance teatrale di Moore. O meglio è tutte è tre le cose ma è anche, olisticamente, qualcosa di più.
Il volume raccoglie due storie illustrate, Sacco amnioticoSerpenti e scale e una lunga intervista – chiacchierata delirante tra disegnatore e autore.
La narrazione ha una prosa lirica, che dalla penna di chiunque altro risulterebbe stucchevole, eccessiva, forzata.E con un gioco di scatole cinesi mette in scena una scena. Si tratta di un monologo mistico, magico, scientifico che Moore ha portato sul palco dell’Old County Court di Newcastle Upon Tyne dopo la morte della madre, e che Campbell ha tratteggiato per immagini, rielaborazioni e patchwork di Hokusai, Lichtenstein, Bosch, van Gogh, Tjapaltjarri ed Escher. Un viaggio a ritroso attraverso e oltre la nascita, superando la barriera del linguaggio mondano alla ricerca dell’elica del DNA, il verbo primordiale, l’essere dell’esserci avrebbe detto Heidegger, il nulla. Una ricerca del sé originario, non contaminato dalle convenzioni illusorie che fin dalla più tenera infanzia vengono filtrate e assorbite attraverso le parole. Il disturbo di cui parla Moore è quella sensazione perturbante di straniamento che ci coglie a tratti, quando per caso osserviamo il reale senza darlo per scontato, intravedendo l’essenza delle regole sociali: finzioni. Perché andiamo a lavorare? Perché ci comportiamo in questo o quel modo? Perché scegliamo di passare la nostra vita con quel partner? Perché votiamo? Cosa stiamo facendo?
In V for VendettaFrom Hell la narrazione mooriana era intrisa di critica di stampo sociopolico, in Watchmen si aggiungeva l’elemento eticomorale, in Un disturbo del linguaggio il tratto e il testo hanno un’essenza prettamente evocativa. Si opera magicamente (Moore ha deciso di diventare un “mago” all’età di quarant’anni, come spiega, assieme alla sua bislacca teoria sull’Ideaspazio, nell’intervista al termine del volume) si sovverte l’ordine, si sobilla il subconscio. L’oggetto e la tipologia della critica non sono definiti eppure sono, quasi a livello preconcettuale, limpidi. Per questo si tratta di un’opera esoterica ma chiara. Moore e Campbell agiscono a livello inconscio. Il loro è un incantesimo (per questo evoca), come lo era l’opera di Austin Osman Spare, a cui Moore fa più volte riferimento sia come modello artistico e umano sia come iniziato di un sapere anarchicamente occulto. Serpenti e Scale universalizza Sacco amniotico. Il secondo infatti prende le mosse da presupposti personali, dal vissuto dell’autore, va dal particolare all’universale, dal presente al passato, mentre il primo parte da una riflessione cosmogonica, che equipara l’elica del DNA al serpente creatore di molte mitologie; dal punto zero, dal big bang in avanti attraverso alcuni personaggi, anzi i loro cadaveri, attraverso la storia e l’arte porta a compimento il rituale del linguaggio. La trasmissione di un intero mondo caotico e in fibrillazione attraverso immagini e segni.
Parafrasando l’esergo dello Zarathustra di Nietzsche, un fumetto per tutti e per nessuno.

Articolo realizzato per il fu Panorama.it

Luchadoras, una storia violenta

Immagine di LuchadorasUna storia violenta, cruda, senza spazio per facile retorica o sociologia da strapazzo. Una storia violenta, al femminile, che non lascia scampo né redenzione. “Luchadoras” (001 edizioni, pp. 96, € 15), il graphic novel della francese Peggy Adam; mette in scena la drammatica realtà di Ciudad Juárez, Chihuahua, Messico; attraverso la vicenda di Alma, una ragazza giovane che deve lottare quotidianamente con la ferocia machista. Lo scenario è quello portato alla ribalta nel dalla denuncia di Amnesty International, dalla associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e dal libro del giornalista Sergio González Rodríguez, “Ossa nel deserto” pubblicato in Italia da Adelphi. Negli ultimi tre lustri, oltre seicento donne sono scomparse, di queste, quattrocento sono state ritrovate cadavere: tutte vittime di violenze sessuali e decedute in seguito a strangolamento. Il colpevole o, più ragionevolmente, i colpevoli sono avvolti nel mistero e le autorità non sembrano portare avanti le indagini con la dovuta solerzia, tanto da destare non pochi sospetti di un coinvolgimento diretto. Gli omicidi si ripetono e si somigliano, e riguardano donne adulte, adolescenti e persino bambine. Un’ecatombe senza precedenti che ha reso Ciudad Juárez il luogo più pericoloso del mondo per il sesso femminile. 
Alma rientra nella descrizione tipo della vittima: origini umili, minuta, capelli scuri e lunghi. La sua è una storia di abusi domestici perpetrati da Romel, il marito violento e meschino, e di abusi sociali che la costringono, ogni giorno, a subire le “attenzioni” maschili, al bar dove lavora, per la strada, da un ufficiale di polizia che si propone di scortarla a casa dopo il ritrovamento dell’ennesimo cadavere e dagli amici teppisti del marito. Ma Alma cammina a testa alta, è una combattente, una luchadora appunto. Al contrario della sorella, che rimane incinta proprio del cognato, non si dà per vinta e reagisce. Spera in una vita migliore per la sua bimba e soprattutto vuole rispetto per sé, con grinta. Un dialogo su tutti: Romel: Non alzare la voce con me Alma - Alma: Se no? La tua banda di rammolliti viene qui a menarmi? In dieci contro una donna. Veri campioni di coraggio! 
L’unico uomo gentile che incontra sulla sua strada è Jean, un turista americano, che si infatua di lei e che verrà coinvolto nella spirale di violenza che risucchia l’esistenza della protagonista; alla fine anche lui le volterà le spalle, tornando alla sicurezza e alla “rispettabilità” del suo mondo. A lei non resta che una scelta brutale, una soluzione cruenta per un’esistenza cruenta. 
Il tratto semplice, “sgrammaticato”, naïf di Peggy Adam calza a pennello al tono realistico della vicenda, focalizzando l’attenzione sugli eventi, sui dialoghi, sulla cronaca del femminicidio e sui luoghi. I disegni non distraggono, ma raggiungono lo scopo e si attaccano dolorosi al polpaccio del lettore come un mastino, sgraziato e devastante.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 18 marzo 2009

Coltrane, il graphic novel

Immagine di ColtraneColtrane (Black Velvet, 128 pp. 13 €) è un graphic novel jazz. Non solo perché narra a fumetti la vita di John Coltrane, ma perché del jazz ha la struttura, il ritmo, il fraseggio. Dopo tante biografie sul sassofonista per antonomasia, ecco finalmente il formato perfetto che si adatta in pieno all’ascolto e al ritmo della sua musica: il fumetto. Paolo Parisi esegue con gli strumenti della scrittura e del disegno una lunga suite, plasmata su A love supreme. Dal capolavoro di Trane prende le mosse la suddivisione in capitoli della storia, Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm, una suddivisione che non segue un ordine cronologico lineare ma che evoca l’itinerario mistico del disco e lo interseca con la vita del musicista e per traslato dell’America. Dall’infanzia difficile nella Carolina del Nord agli incontri con Thelonious Monk, Duke Ellington Archie Shepp, Elvin Jones, McCoy Turner, Bill Evans e naturalmente Miles Davis ed Eric Dolphy; il rapporto con questi ultimi due è forse il tema più toccante, un vero “assolo” che percorre tutta la storia. E poi Malcolm X, le Black Panther, il Ku Klux Klan, l’eroina, le donne – Naima e Alice – e la spiritualità, la politica, le sperimentazioni e le aperture al free jazz, le sessioni in studio e il mitico concerto al centro di cultura africana Olatunji a New York nel 1967. Il tratto è essenziale, scarno: bianco, nero e grigio sono per Parisi quello che Fa, La bemolle e Si bemolle sono per A love supreme, note base di partenza, un fulcro semplice su cui costruire un’opera vibrante, clamorosamente evocativa, dall’intreccio complesso e dalle sfumature ricche e profonde. I testi del giovane autore si muovono dal grave all’acuto, come un improvvisatore che segua o contrasti l’accompagnamento grafico. È una narrazione ostica, difficile, che va avanti e torna indietro di continuo, che subisce impennate improvvise e stacchi laceranti eppure scorre fluida ed energica perché ha un segreto: è puro suono, proprio come “fu in principio”. E per questo il modo migliore di leggere e guardare Coltrane è quello di mettere sul piatto A love supreme, abbassare la puntina e voltare le pagine.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 febbraio 2009

Ho freddo (intervista)

Immagine di Ho freddo
In quella che sembra la nuova epoca d’oro per la narrativa fantastica e con i vampiri che spopolano tra le pagine e sugli schermi, Gianfranco Manfredi, una delle voci più singolari del panorama letterario (ma non solo) italiano, dà alla stampe Ho Freddo (Gargoyle, 552 pp., 16 euro), un romanzo gotico dall’allure decadente, che riporta il tema del non morto verso coordinate crepuscolari, malate e perturbanti in cui storia e speculazione filosofica si aggrovigliano attorno al tema dell’oscurità, che sia quella dell’orrore notturno o quella della ragione, con un ritmo dal sapore avventuroso.
Anno 1796, il Rhode Island registra i primi casi documentati di vampirismo in America. Il secolo della Ragione è alle porte con le sue istanze di libertà e tolleranza, ma una piaga inattesa miete vittime tra le giovani del luogo e rischia di precipitare la regione, di nuovo, nel più cupo oscurantismo. Le tombe vengono aperte, i cadaveri di alcune ragazze decedute per una sconosciuta e contagiosa malattia, vengono violati. Le autorità parlano di esperimenti…
La “peste vampirica” ha varcato davvero l’oceano? O la ferocia contro le donne si è riaccesa come ai tempi della caccia alle streghe? Protagonisti: tra cronaca e avventura, i gemelli Aline e Valcour de Valmont, due giovani libertini europei in terra di puritani, dove nessuno, prima del loro arrivo, ha mai sentito parlare di vampiri. Ho incontrato Gianfranco Manfredi.

Come nasce Ho freddo?
Dalla lettura di un opuscolo che riportava alcuni casi di cronaca nel Rhode Island, dalla fine del settecento a quella del secolo successivo. La storia di alcune ragazze considerate vampire e i cui cadaveri vennero profanati dai familiari mi è parsa stimolante per un romanzo che non trattasse dei vampiri romantici in cappa nera, ma delle persone “reali” che vennero davvero straziate post mortem. Com’è stato possibile che dei padri di famiglia timorati di Dio siano giunti al punto di violare i cadaveri delle loro figlie morte? Davvero si trattava solamente di superstizione? Secondo le cronache del tempo il rito avveniva a scopi “curativi”. Di chi e in che senso? Cosa può esserci di curativo nell’estrarre un cuore e bruciarlo? Queste sono le curiosità che mi hanno mosso.

Come ti sei documentato?
In ogni modo possibile. Libri, documenti, articoli di cronaca dell’epoca, ricerche via Internet e sul posto, cioè sui luoghi reali.

Ho freddo si svolge a cavallo tra un’epoca oscura fatta di superstizione da cui gli abitanti del Rhode Island cercano di prendere le distanze e il secolo dei lumi…
Mi ha sempre appassionato studiare le epoche di passaggio. In questo caso, dal razionalismo della metà settecento all’annuncio delle neo-oscurità di cui l’epoca romantica si è ammantata nel secolo successivo. Nelle età di transito le contraddizioni vengono allo scoperto. In genere i romanzi storici non le considerano affatto, anzi preferiscono concentrarsi su eventi e personaggi famosi, codificati, che il pubblico già conosce avendoli studiati a scuola. Questo risparmia tra l’altro agli scrittori la fatica di inventarsi dei protagonisti importanti, perché Ramses, Napoleone, Alessandro sanno già tutti chi sono. Ma il vero lavoro del romanziere, secondo me, è creare personaggi dal nulla.

In rete si parla di New Italian Epic e tu, forse, già ai tempi di Magia Rossa (in ristampa in questi giorni sempre per Gargoyle N.d.R.) è stato un precursore, cosa pensi della questione, se l’hai seguita?
Io penso che non tocchi agli scrittori definirsi. Gli scrittori raccontano. Le definizioni spettano ai critici. E per i lettori, al di là dell’orientamento di tipo merceologico che possono offrire i generi (e che equivale a distinguere i fusilli dagli spaghetti), il criterio di definizione di un romanzo dopo la lettura è uno solo: bello o brutto. Il ricorso a formule inglesi è nel caso, tanto enfatico, quanto goffo. Se proprio devo scegliere preferisco la definizione, decisamente più brillante, di Oggetto Narrativo Non Identificato. Mi chiedo però se non costituisca un paradosso qualificare il Genere di un Non-Genere. Non basterebbe dire Romanzo, senza aggettivi? Se invece si vuole definire una corrente, beh questa corrente in realtà non esiste. Da noi gli scrittori come gli sceneggiatori, non sono mai riusciti neppure a creare uno straccio di sindacato, né a dar vita a una sorta di united artists che li rendesse più autonomi da restrizioni di politica editoriale o di mercato, figuriamoci se possono confluire in un “manifesto”. Il tentativo è sicuramente sincero e interessante, ma temo che al di là delle intenzioni si tratti di uno slittamento verso una forma di auto-marketing. Al che, il mio commento è “preferisco scrivere”.

Dopo tanto noir e i primi passi del fantasy all’italiana c’è posto per il gotico? E il gotico può raccontare altro tramite i suoi “cliché”?
Più che un genere chiuso in sé, il gotico individua una dinamica ascensionale: dalla carne allo spirito, dal basso all’alto, dall’orrore al meraviglioso, dal crudamente realistico al visionario. Il gotico si nutre del contrasto e disegna una spirale, dove certi “luoghi” tornano, ma sempre a un livello più elevato. Io lo considero come una forma del romanzo filosofico. Mi affascina nella stessa misura in cui mi infastidiscono i romanzi privi di pensiero. Cioè quelli che trovano sempre posto. A mucchi.

Non è la prima volta che “scrivi di vampiri”, sono ancora un buon soggetto? C’è ancora modo di raccontarli oltre i classici e le nuove generazioni post Ann Rice dei “Twilight” vari?
Il vampiro, in quanto morto vivente è un ossimoro, cioè una forma della contraddizione. Come tale rinasce sempre, perché la contraddizione non può morire. Tutti i modi di raccontare i vampiri rivelano qualcosa. Io sono per natura un bastian contrario, dunque se il mainstream riporta in auge il vampiro fascinoso e romantico, io scelgo per istinto quello vero, cioè un malato contagioso, che vive la stessa esclusione di cui soffrono i malati, al punto di non essere più padroni neppure del proprio corpo. Il paradosso più inquietante della nostra epoca è che la proprietà privata delle cose è ormai giudicata unanimemente sacra e inviolabile, mentre si cerca di limitare sempre di più quella del proprio corpo. Dei nostri averi pretendiamo di decidere noi (si fa per dire… in tempo di fallimenti di banche c’è da dubitarne) sul nostro corpo invece sono le istituzioni, religiose, mediche o statuali, che pretendono di decidere. Da questo punto di vista viviamo in piena peste vampirica, e vorrei tanto che fosse solo una metafora, ma non lo è.

(Se non ci fosse già Dampyr) Ti occuperesti di vampiri anche in termini fumettistici?
Troverei molto faticoso scrivere una serie potenzialmente infinita incentrata esclusivamente sui vampiri. A me piace cambiare temi e registri. Scrivo sempre, praticamente tutti i giorni, e non ce la farei proprio a reggere se la mia scrittura diventasse monotematica. Inoltre penso che il fumetto realistico e il cinema essendo legati ad immagini “concrete”, a corpi molto “fisici”, siano più adatti a raccontare gli zombi che i vampiri. I vampiri sono più letterari, sono come sogni o incubi che dissolvono all’alba. La loro materialità rappresentata, in fumetto e in cinema, rischia sempre il ridicolo. I migliori film di zombie, a cominciare dal capolavoro di Romero che ha dato l’avvio al genere, li raccontano con uno stile documentaristico, i vampiri invece richiedono luci, ombre, estrema cura estetica. Tutte cose produttivamente molto difficili da realizzare oggi in cinema e in fumetto. L’ultimo film di vampiri che ho visto è Bram Stoker’s Dracula’s Guest, una porcata inaudita (e proprio per questo spassosa) con il Dracula più grasso mai apparso sullo schermo. La dimostrazione che troppa fisicità distrugge ogni credibilità del vampiro.

La Gargoyle è una casa editrice ultraspecializzata come ti trovi con loro?
Sono sincero. Non mi sono mai trovato così bene. Paolo de Crescenzo, il creatore di Gargoyle, non è un editore generalista e non sforna libri a raffica, dunque può sceglierli uno per uno e curarli come si deve, nei dettagli. Quando si imbatte in un best seller sicuro, non fa una piega: se gli piace lo pubblica, se no lo evita. Una regola che si dovrebbe seguire di più in editoria. Se un editore smette di essere una persona e diventa un mero marchio apposto su qualunque tipo di libro, con la potenzialità di vendita come unico criterio di scelta, perde identità e non può più rappresentare alcuna garanzia di qualità per i lettori.

L’ho già chiesto a Lucarelli, ora rigirio la domanda. Carlo ha scritto L’Ottava Vibrazione ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario della tua miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Lucarelli e io abbiamo avuto insieme un paio di incontri con i lettori. Entrambi molto interessanti e proficui. Ci hanno dato l’idea d’aver “colpito” con qualcosa di insolito, che i lettori non si aspettavano. E dire che abbiamo scritto due cose diversissime tra loro, anche se incentrate sullo stesso tema. Una maggiore attenzione sul colonialismo italiano era d’obbligo, dal momento in cui il nostro paese si è impegnato su diversi fronti di guerra all’estero. La riflessione sui precedenti storici, che a scuola non ci avevano insegnato (né a lui, né a me) perché di solito il periodo dello Stato Liberale si salta a piè pari, latitava anche sui quotidiani. Si vede che è più da romanzieri il saper cogliere le urgenze nell’aria. Molti ragazzi mi hanno scritto, ringraziandomi perché dopo aver letto il mio fumetto, se non altro erano riusciti a capire chi diavolo fosse e cosa avesse fatto quel tipo il cui monumento occupa il centro della loro piazza di paese o di città. Ora: i monumenti si fanno per onorare e ricordare le persone, ma se a distanza di due o tre generazioni nessuno più sa chi rappresentino, allora la loro funzione diventa solo quella di fare da spartitraffico e da gabinetto per i piccioni.

Hai mai pensato di usare una licenza creative commons, il copylfet, per i tuoi lavori?
Francamente, non ho idea di cosa parla, ma se intende (vado a naso) la facoltà di riprodurre e diffondere un testo a scopo sociale e culturale, cioè di libero scambio e condivisione, non di profitto, io vado più in là, nel senso che credo debba essere posto per legge un tetto al diritto editoriale e d’autore. Superata una certa quota di guadagno, indipendentemente da scadenze temporali, un prodotto culturale dovrebbe essere di dominio pubblico, soprattutto quando, nei fatti, il pubblico ne è diventato legittimo proprietario, avendolo strapagato.

Che fine ha fatto Gordon LInk?

So bene che quella serie a fumetti (precocemente interrotta per motivi indipendenti dalla mia volontà, e i cui inediti sono misteriosamente spariti) ha lasciato qualche appassionato per strada, ma se è per questo i dischi che ho fatto negli anni 70 ne hanno lasciati molti di più… io non rinnego niente (come nella canzone di Edith Piaf) ma neppure rimpiango, ed essendo un autore vivente e attivo, preferisco parlare delle cose che faccio adesso piuttosto che di quelle che ho fatto in passato.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 23 novembre 2008

Jan Dix, il giallo a regola d’arte

Jan Dix Ogni nuova uscita di casa Bonelli è un piccolo evento. Ogni “numero uno” un piccolo tesoro per appassionati. Carlo Ambrosini, già all’opera come disegnatore e autore sulle pagine di Ken Parker, Dylan Dog e su quelle particolarissime di Napoleone, ha dato i natali a Jan Dix, un “investigatore”, a sua volta, molto particolare.
Ho incontrato Ambrosini per farmi raccontare qualcosa in più su questa miniserie bimestrale di 14 numeri appena approdata in edicola.
Chi è Jan Dix?
Un conoscitore, un osservatore d’arte; piccolo collezionista e mercante; pubblicista e scrittore (sempre d’arte) nonché consulente del Rijksmuseum di Amsterdam. Quarant’anni, fidanzato con Annika Hermans, la trentenne direttrice di una sezione della pinacoteca del museo. Dix gira il mondo per recupero, attribuzioni e acquisizioni di opere d’arte, ma anche per consulenze e conferenze. Vive ad Amsterdam in un loft in centro dove riceve la fidanzata, clienti vari e… ammiratrici.
Da quanto tempo sei al lavoro sul personaggio?
Sono occupato da Dix praticamente a tempo pieno da più di due anni, dalla chiusura di Napoleone.
Doveva chiamarsi Pollock…
Già… ma la legislazione sulla tutela del diritto d’autore degli artisti morti da meno di settant’anni ci ha costretto (in virtù della sua fumosità) a rivedere, l’utilizzo del nome.
Cosa rappresenta l’arte per Dix? E per il suo autore?
Direi che per entrambi è uno strumento per gettare uno sguardo sul mondo. Una via preferenziale per acquisirne la conoscenza.
Quali sono state le fonti di ispirazione per la creazione delle storie e del personaggio?
Per la caratterizzazione dei protagonisti, ho creduto di ispirarmi a dei modelli fisici quali quelli di Jeremy Irons e di Giulia Roberts che vogliono essere solo riferimenti di massima ai quali i disegnatori, me compreso, dovranno attenersi ma che sono liberi di interpretare con il loro segno. Irons ha un fisico sufficientemente atletico per rincorrere e ammazzare qualche cattivo (infatti spara, anche se con una certa riluttanza) ma anche un viso credibile come studioso capace di approfondimenti intellettuali. Giulia Roberts, d’altro canto, mi sembra molto bella senza essere troppo stereotipata. Il debito con la fisionomia degli attori per me è funzionale soprattutto a comunicare con i disegnatori per intenderci sulle tipologie di massima. Altri due componenti fissi della serie sono il giudice Hilman (un vecchio giudice in pensione, mentore e confidente di Dix il cui nome è un omaggio al grande psicanalista e filosofo) e per finire, Gherrit, il suo assistente, un venticinquenne carino, dinamico e scanzonato studente di architettura.
Le attività di Dix nelle sue avventure saranno quella di perseguire i responsabili di furti, truffe o trafugamenti di opere d’arte, ma anche, forse soprattutto, quella di gettare uno sguardo più consapevole sulla realtà che lo circonda attraverso l’osservazione, lo studio e l’interpretazione dei contenuti tematici e poetici dei quadri, delle sculture e della produzione artistica in genere. Il taglio sarà quindi quello di un noir psicanalitico con rimandi (più o meno espliciti e in conformità con le leggerezza del linguaggio del fumetto) all’aspetto filosofico ed esistenziale del discorso artistico.
Sembra esserci un filo che lega “la corte dei miracoli” del giudice Hilman ad alcuni personaggi del mondo psichico di Napoleone…
Sì, anche i barboni del giudice sono scorie umane e quindi scorie psichiche. Naturalmente le scorie, nell’osservazione dei fenomeni, sono più significative di quello che si espone in vetrina. Posso dirti però che non hanno certo l’importanza che avevano gli spiritelli di Napoleone. Questi vivono aneddoticamente molto più sul fondo.
Jan Dix è una miniserie. Una scelta che in qualche modo sta dando nuova linfa alla Bonelli. Ha pensato immediatamente a Jan Dix in questi termini oppure poteva essere una serie classica?
La bimestralità prevista nelle uscite non è propriamente classica, ma mi consente di avere più cura del prodotto. La lunghezza della serie dipende dal gradimento e dalla pazienza dell’editore, diciamo che i 14 numeri sono garantiti, poi vedremo. Io comunque non ho pensato a un romanzo conclusivo di 14 puntate.
Gli artisti che abbiamo trattato nei primi numeri sono: Vermeer, Rembrandt, Pollock, Van Gogh, Hopper… ma anche soggetti di fantasia come un esangue e maledetto pittore di ex voto, o artisti primitivi costruttori di totem e di immagini animistiche. Il materiale per sviluppare la serie non manca di certo.
Napoleone è stato uno dei più interessanti e particolari personaggi di casa Bonelli, per le storie, per gli argomenti, ma anche per i disegnatori coinvolti. Su tutti (senza nulla togliere agli altri), lo stile decisamente sopra le righe di Paolo Bacilieri… I lettori possono aspettarsi lo stesso da Jan Dix?
Sì certo, Bacilieri è della partita e al momento sta ultimando la sua seconda storia. Lo staff di napoleone è confermato se si esclude che abbiamo perso Pasquale Del vecchio e acquisito un paio di nuovi autori, uno è Giez, l’altro, un autentico esordiente di talento: Andrea Borgioli. Gli altri sono i sempre ottimi Gabriele Ornigotti, Giulio Camagni (che è anche un interessantissimo pittore), Emiliano Mammuccari e naturalmente il sottoscritto.
La serie è già stata scritta e disegnata tutta?
Si, ho già scritto dodici delle quattordici storie, ne abbiamo cinque finite e le altre in lavorazione.
Che risposta vi aspettate da parte del pubblico?
Una buona solida e nutritissima nicchia di affezionati.
Dopo Dix?
Mi cogli impreparato. Chi lo sa?
Napoleone, dopo nove anni, è finito forse un po’ troppo bruscamente, non è possibile un suo ritorno, nemmeno con un albo annuale, decennale?
Ecco questa potrebbe essere eventualmente una possibile occupazione dopo Dix. Quello che succederà al prodotto fumetto nei prossimi anni comunque è sottoposto alle leggi dell’imponderabile. Staremo a vedere.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 27 Maggio 2008

Carlo Lucarelli: L’Ottava vibrazione dell’arcobaleno (Intervista)

     Carlo Lucarelli torna dopo anni alla narrazione pura e lo fa con il romanzo storico L’ottava vibrazione (Einaudi, 19 euro, 456 pp.) già in libreria, e con un fumetto particolare, Cornelio Bizzarro, una miniserie bimestrale prodotta da Star Comics che esordirà a maggio in edicola e che vede come protagonista lo stesso Lucarelli, o quasi.
Ho incontrato lo scrittore emiliano per chiedere lumi su Cornelio e sul polifonico, torrido, a tratti sperimentale romanzo L’ottava vibrazione.
Come è nata l’idea del fumetto, di cosa tratterà la miniserie e come è stato vedersi disegnati nei panni del protagonista?
Cornelio Bizzarro è nato da Mauro Smocovich e Giuseppe di Bernardo che hanno avuto l’idea e poi mi hanno coinvolto. Visto che il personaggio è uno scrittore e aveva a che fare con le cose che più o meno mi girano attorno, è venuto loro in mente di usare la mia immagine. All’inizio mi sembrava una cosa folle, una sciocchezza… ma siete matti? Poi siccome la storia ha un piega ironica, è quasi una presa in giro, allora ho detto va bene… dopodiché mi sono visto disegnato in tutti i modi ed è stato molto divertente. La storia è quella di uno scrittore horror – noir in crisi di ispirazione che si trova involontariamente coinvolto in vicende al limite del sovrannaturale per colpa di una ragazza di sua conoscenza, una specie di suo alter ego. Ad aiutarlo e ispirarlo ci sono alcuni personaggi letterari come Sandokan, Sherlock Holmes o Philip Marlowe. Dal punto di vista grafico sono molto contento, al di là del fatto che ci sia dentro io, è davvero un ottimo fumetto. Sarà una miniserie di sei puntate, poi si vedrà.
Sono anni che i lettori aspettano anche un nuovo libro, come è tornare sugli scaffali con un romanzo?
Ho provato una soddisfazione da esordiente perché a tutti gli effetti L’ottava vibrazione è stato un nuovo esordio dopo molto tempo e con un romanzo diverso dagli altri, reinventadomi un modo di scrivere, facendo esperimenti stilistici e narrativi che per me erano nuovi. Tutto è nato dall’idea di non negarmi niente, ho cercato di raccontare la storia che avevo in mente senza pensare questo no perché non è noir o questo no perché così si intoppa. Ho cercato un respiro interno al romanzo, un filo conduttore .
Il Leitmotiv del caldo soffocante…
Esatto. Il caldo diventa una condizione esistenziale interna la romanzo che permette un ritmo di narrazione anche lento, molto riflessivo, con la possibilità di fermarsi e iniziare a percorrere un’altra strada senza timore. Ci sono storie d’amore, di sesso, di guerra, delitti…
La scelta dell’ambientazione, L’Eritrea del 1896, è casuale o è influenzata da tutto ciò che hai fatto in questi anni come Misteri d’Italia?
La scelta del posto è stata casuale, anche se dal 2001 avevo in mente un’ambientazione coloniale. La scoperta di aver affinato alcuni metodi narrativi e investigativi è stata però fondamentale. Quando osservo un luogo, anche in riferimento a un periodo storico diverso, mi viene da chiedermi quali siano gli angoli bui… E nelle colonie italiane ce n’erano molti, per cui mi vi è venuto facile… La sorpresa è stata scoprire che come periodo era perfetto per raccontare certe cose.
È un periodo che può fare da specchio per l’Italia di oggi?
Sicuramente. Ci sono connessioni molto nette. Negli studi che ho fatto per documentarmi ho letto di un ambasciatore straniero dell’epoca che dice: ‘voi italiani siete venuti qui senza sapere bene cosa fare e comunque non avreste i soldi per farlo’. Un parere che trasportato nel tempo potrebbe evocare molte avventure, anche economiche italiane, per esempio Malpensa. È anche uno sguardo sul modo di fare degli italiani: arrivi in un posto e non sai bene come è fatto, chissà cosa credi di fare, confidi nell’aiuto degli altri. Allora, c’era già tutto il carattere italiano di oggi, nel bene e nel male.
Ci sono vari accenni a diversi dialetti italiani tra le pagine del libro, come ti sei documentato?
Mi sono guardato in giro. Alle volte mi bastava un accenno di suono, altre volte avevo bisogno di vere e proprie espressioni dialettali. Una volta per esempio dovevo scrivere in genovese, erano le due di notte, non potevo chiamare i miei amici genovesi a quell’ora e così sono entrato in una chat, “genova chat”, e spiegando il motivo della mia curiosità mi sono fatto spiegare… Mi sono documentato, ho chiesto, ho “rubato” e ho usato gli amici…
Pane per i denti degli editor…
Gli editor in Einaudi hanno fatto un gran lavoro, Severino Cesari e Valentina Pattavina si sono messi a controllare e verificare tutte le parole in dialetto e nelle altre lingue. È stato un gran lavoro anche per loro, poveretti.
Gianfranco Manfredi ha scritto la miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto, ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario de L’Ottava Vibrazione. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Ho letto i primi numeri di Volto Nascosto durante la fase finale della scrittura del libro. Né io, né Manfredi sapevamo quello che stava facendo l’altro. A un certo punto, dopo il secondo, terzo numero, Manfredi mi ha scritto, dicendo di aver letto una mia intervista in cui anticipavo i temi del romanzo… Entrambi stavamo scrivendo qualcosa, di diverso, eppure di simile indipendentemente l’uno dall’altro. Deve essere nell’aria. Questo argomento deve avere una nuova presa sul nostro immaginario. È un periodo di cui si è occupati poco a livello letterario. Se vuoi sapere qualcosa a livello storico materiale ce n’è molto ma narrativamente è stato raccontato di più il secondo periodo coloniale, quello fascista…
Eppure potremmo considerarlo il nostro “far west”…
Sì. Ma non ci viene in mente, a me è venuta l’idea grazie a incontri e vicissitudini casuali. È un periodo storico di cui non ho visto film, non ho letto libri e a scuola non l’ho quasi studiato. È il nostro far west ma non ha mai fatto breccia nell’immaginario. Pensare a una storia coloniale esotica, prima delle casualità che mi hanno fatto venire in mente la trama del libro, mi avrebbe fatto venire in mente il far west americano, Little Big Horn…
L’ottava vibrazione dell’arcobaleno è il nero. Il noir sembra essere di fronte a una nuova stagione, un momento in cui deve uscire da determinati canoni per rinnovarsi e non mostrare la corda spegnendosi lentamente tra logori cliché…
Sì è vero, ma siamo sempre noiristi in fin dei conti. Per quanto mi riguarda nel momento in cui ho deciso di rimettermi a scrivere romanzi non mi sono sentito di scrivere un altro noir, il che non esclude che non torni presto da quelle parti. In fin dei conti per L’ottava vibrazione ho usato le tecniche del noir: all’inizio del romanzo c’è una bambina, non sai chi è, forse è il diavolo…

Articolo pubblicato su Panorama.it il 29 aprile 2008

United We Stand, colpo di stato all’italiana

united-we-stand-01-1.gif     È il  2013, il primo premier donna della storia d’Italia viene eletto regolarmente. Pochi minuti dopo, un colpo di Stato rapido e brutale sconvolge il Paese, i politici più importanti di entrambi gli schieramenti (gli stessi di oggi) vengono fatti fuori con un colpo alla testa. United We Stand è la cronaca per parole e immagini degli eventi che seguono il golpe, è anche la proiezione nel futuro degli eventi messi in moto dal libro di Simone Sarasso Confine di stato (Marsilio, pp. 416, 18,00 €) e infine è la prima graphic net novel, ossia un romanzo a fumetti a puntate pubblicato su richiesta attraverso la rete, la cui portata non si esaurisce con la dipanazione lineare della storia. Si tratta infatti di un progetto aperto ai contributi creativi dei lettori. Simone Sarasso, affiancato dalle chine di Daniele Rudoni, già in scuderia Marvel, ha costruito un intero mondo narrativo che oltre alle sei uscite bimestrali della vicenda principale disponibili su Lulu.com, prevede un sito dedicato, che ogni sette giorni pubblica racconti secanti e tangenziali, materiali collaterali, file “confidential” e un blog-officina nel quale si svelano i retroscena e il making of del progetto.

L’apporto dei lettori è fondamentale per lo sviluppo dell’intera operazione. Chiunque può infatti arricchire e ampliare United We Stand con qualsiasi mezzo espressivo.

Il progetto editoriale sembra aver suscitato un’ottima risposta di critica e pubblico tanto che in rete si cominciano a vedere blog e siti sorti spontaneamente dedicati a vicende parallele. Lo stesso Sarasso ci racconta che il progetto “va a gonfie vele” e che la sezione dei contenuti speciali “va ingrassando di mese in mese.” Nelle prossime settimane, verranno pubblicati a cadenza regolare degli ulteriori approfondimenti della storia e da aprile, oltre alle parti visive e testuali, faranno parte di United We Stand anche i suoni con delle testimonianze dall’Italia occupata, registrate in mp3 freeware.

“Arrivano all’incirca un centinaio di visitatori unici al giorno” spiega Sarasso a Panorama.it “Molte testate, sia cartacee sia web, hanno parlato di noi e contribuito a spargere la voce. L’onda di entusiasmo ha avuto anche effetti positivi sulle vendite”. Il primo volume ha raggiunto le cento copie vendute, una cifra che nel mercato editoriale tradizionale non significa molto ma che per il mercato legato alla rete e al progetto Lulu.com è ragguardevole, tanto che, prosegue lo scrittore novarese “grazie al nostro successo sul web, Lulu.com ci ha invitato a Comicons, l’importante fiera del fumetto milanese.” I contributi esterni non hanno tardato ad arrivare e a fine anno verranno pubblicati a loro volta. Tra le persone che hanno dato la loro versione, alcuni scrittori e soprattutto il “pubblico” che grazie alla rete, può smettere di essere spettatore e diventare a sua volta protagonista attivo. “Molti lettori si stanno cimentando nella costruzione di storie legate a UWS”, conclude Sarasso e tra i più significativi cita il racconto lungo Le brigate della morte di Mario Uccella, che a breve sarà online, e il blog Skysoldiers.

Per contribuire alla costruzione del racconto, una sezione del sito (World War III), accessibile con una password desumibile dalla lettura del primo volume, è a disposizione di chiunque abbia voglia di cimentarsi nell’impresa.

 

Articolo pubblicato il 1° aprile 2008 su Panorama.it