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Così JP Rossano su La Terza Metà

la terza metàLa recensione di JP Rossano:

“La terza metà” (Marsilio Editore ,2008) è uno di quei romanzi che andrebbero letti anche solo per come sono scritti. Ovvero benissimo.
Le caratteristiche principali di questo libro sono, infatti, la qualità della narrazione e, soprattutto, la lingua. I personaggi sono curati, umani, dolorosi e profondamente tragici sia nei pensieri sia nelle azioni. L’autore dimostra un talento particolare nel costruire personaggi disturbati, impietosi, tratteggiati con sicurezza tale che tendono a trasbordare dalla pagina.
Guglielmo Pispisa, l’autore, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, è un magistrale padrone della lingua e della frase, capace, in una mirabile alternanza di prima e terza persona, di raccontare la tragedia di un’intera famiglia e il sogno fallito di due generazioni ed intrecciarli alla storia degli ultimi quarant’anni della nostra tribolata Repubblica (gli anni di piombo del terrorismo nel decennio ’70, il G8 di Genova, il più recente, e fallito, tentativo di ricostruzione del terrorismo, le possibili azioni d’infiltrazione e manipolazione per opera dei Servizi sia nel passato recente sia in quello più remoto): il racconto di una storia personale collocata all’interno della traiettoria di eventi più grandi che riguardano la nostra nazione tra il vecchio ed il nuovo terrorismo politico.
Due protagonisti Hieronimus (o più semplicemente Hiero che si presenta al lettore nel giorno del suo finto funerale) ed il Magister (un capolavoro di dignitosa alienazione mentale, un clochard attorniato da quattro mirabili personaggi immaginari che ascoltano le sue memorie e che, da soli, valgono il prezzo del libro), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto, senza però mai incontrarsi. Entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo) per due vie completamente diverse, me per opera della medesima mano (Aristotele, un pezzo grosso dei Servizi: spiacevole, istruttivo, pericoloso, insomma uno stronzo di prima categoria).
La terza metà lo si potrebbe definire un noir di fantapolitica. In fondo ipotizza in modo realistico cosa potrebbe essere realmente accaduto negli anni di piombo, qual potrebbe essere stato il ruolo dei Servizi, cosa sia accaduto ai pesci piccoli, a quelli che non sono finiti sulle prime pagine dei giornali, che non erano dei leader, che non hanno ammazzato, ma che erano in ogni caso coinvolti tanto da averne la vita pesantemente stravolta.
In realtà è qualcosa di più. La terza metà è la storia di una tragedia che, partendo dalle vicende di una famiglia distrutta dagli impietosi ingranaggi della Storia, racconta la disillusione ed il sogno fallito di due generazioni che hanno creduto di cambiare un paese colpendo al cuore un sistema di potere che non poteva essere invece colpito.
Per due ragioni. Perché un cuore non lo ha mai avuto e perché, mentre essi tramavano per colpirlo, lui (il sistema), stava già operando per renderli strumenti (inconsapevoli) dei suoi disegni.

Jonathan Carroll (intervista)

Immagine di Black Cocktail Jonathan Carroll è uno scrittore bizzarro, o meglio le sue storie sono bizzarre. Tra cani parlanti, amici immaginari che si presentano dopo anni alla porta di casa, padri defunti che tornano per salvare i figli, anime gemelle il cui numero perfetto è cinque, come le dita di una mano; fantasmi, ossessioni, follie e una sarabanda di personaggi degni di un circo, Carroll sta tracciando la sua personale mitologia narrativa, fuori da ogni incasellamento. Qualcuno, e tra questi qualcuno ci sono Neil Gaiman, Stephen King e James Ellroy, pensano sia geniale. Altri, pensano semplicemente sia un narratore con molta, moltissima, fantasia (a partire dai titoli dei suoi romanzi), con un certo gusto per il noir e per l’horror e un vago spessore metafisico. (Personalemente, né l’uno, né l’altro) Lo ho incontrato.
Fazi ha appena dato alle stampe Black Cocktail (pp. 93, euro 13,50), un romanzo breve del ‘90. Potresti fare il mio lavoro e scriverne una recensione?
Il narratore di Black Cocktail, Ingram York, è affascinato dalle storie che racconta Michael Billa, il suo amante buontempone. Billa racconta a Ingram molte storie sul suo pericoloso migliore amico delle superiori, Clinton Deix, il ragazzo più arrabbiato e minaccioso della scuola. Il problema è che Clinton Deix è riapparso nella vita del quarantenne Billa, ma ha ancora quindici anni e “ha delle cose da fare” per le quali gli serve l’aiuto del suo vecchio amico, cose che porteranno a sconvolgere le vite di tutte le persone coinvolte nella vicenda.
Non rileggo mai i miei lavori comunque e quindi non potrei darne un giudizio critico. L’unica volta che ho riletto uno dei miei libri è stato negli anni ‘90, a Hollywood, quando mi chiesero di lavorare alla stesura del soggetto di un film tratto da L’Assenza. Rileggendo quel romanzo, anni dopo averlo scritto, avrei voluto cambiare o editare alcune cose, anche se nonostante tutto devo dire che andava bene.
Il romanzo mette in scena il tema della complementarità tra persone, della felicità, dell’aura che può scaturire dall’incontro tra anime gemelle, eppure il finale è amaro.
Molti pensano che prima o poi si possa incontrare la persona in grado di completarci, come ipotizzato da Platone, e in seguito a questo incontro trovare la felicità. Ma la premessa di Black Cocktail è che non è detto che la completezza sia esattamente come ce la si aspetti o come la si desideri. Come dice l’adagio: “stai attento a ciò che vuoi perché potresti ottenerlo”.
In molti ascrivono i tuoi libri al genere fantastico…
Penso che i critici definiscano il mio lavoro come fantastico perché a loro piace infilare le cose in scatole comode (per loro). Se c’è un detective in una storia allora deve essere un giallo. Se c’è un fantasma, allora sarà horror. In tutti i miei libri uso diversi topos letterari. Un po’ di romanticismo, un po’ di psicologismo, ma questo non significa che io scriva storie romantiche o psicologiche eccetera. Quando mi domandano che tipo di storie racconti, rispondo sempre: “insalate miste”. Quando fai un’insalata mista, usi diversi ingredienti, pomodori, cipolle, capperi, lattuga… Li mescoli un po’, versi il condimento et voilà ecco l’insalata mista. Io mi limito a usare i topos letterari al posto della lattuga nelle mie insalate.
Black Cocktail parte come un noir per poi virare verso il surreale, il magico e il metafisico…
Esatto. È questo che intendo quando dico che scrivo insalate miste. Mi piacciono i piatti con molti ingredienti. Non scrivo hamburger.
Vivi a Vienna da molto tempo…
Molti dei miei romanzi sono ambientati a Vienna come Sleeping in flame, Voice of our shadow e Gli artigli degli angeli.
… è diverso scrivere un romanzo americano da uno europeo?
In molti mi chiedono se c’è differenza tra un romanzo americano e un romanzo europeo. Penso piuttosto che siano i lettori a fare la differenza. Quelli europei sono più aperti e apprezzano diversi generi senza problemi. Gli americani amano particolarmente incasellare i libri, la musica, la pittura. Gli europei sono molto più liberi e trasgressivi. Per esempio non so se Federico Fellini avrebbe potuto avere successo in Usa, cominciando come ha cominciato. La sua opera era fuori dagli schemi, dalla scatola, e questa è una cosa che la sensibilità americana non riesce a comprendere.
Un film come La strada è un racconto fantastico, una fairy tale, ma anche una storia d’amore; ha risvolti sociali e una morale da fiaba ecc. Quando venne filmato, negli Stati Uniti quel tipo di pellicola era una cosa inaudita. Il film e Fellini stesso erano davvero trasgressivi e solo anni più tardi il pubblico americano cominciò a capire la sua grandezza. Lo stesso vale per i libri.
Ambienteresti un romanzo in Italia?
L’Italia è probabilmente il mio paese preferito. Mi piacerebbe viverci, ma avrei bisogno di un benefattore generoso che mi dica: hey eccoti un bel appartamento a Siena, Lucca o Roma, un po’ di soldi in banca, e tutto il tempo che vuoi per andartene a spasso a trovare un’idea brillante per il prossimo romanzo. Magari anche solo per il tempo di scriverlo. Un bel sogno. Nel frattempo vengo in Italia ogni volta che posso, due volte l’anno se sono fortunato, anche solo per perdermi, quasi in coma estatico, a guardare l’andirivieni, giorno e notte.
Cosa hai letto ultimamente che ti ha colpito particolarmente?
Shantaram di Gregory Roberts, Light years di James Salter, Il quinto incomodo di Robertson Davies, The world I made for her di Thomas Moran.
Hai mai letto narrativa italiana?
Molta. Pirandello, Quasimodo, Pavese, Elsa Morante, Eco, Fo, Dino Buzzati… e la lista potrebbe allungarsi.
Hai mai pensato di pubblicare in copyleft?
No.

L’uomo della Loggia

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Quattro chiacchiere con Antonella Beccaria sul suo nuovo libro: Il programma di Licio Gelli – una profezia avverata? (SocialMente pp. 76,  € 10)

È da tempo che seguo il lavoro di Antonella Beccaria, i suoi libri, i suoi saggi, sempre così completi e allo stesso tempo così “leggeri”, di facile lettura. Naturale quindi chiederle per prima cosa come si svolge il suo lavoro di ricerca e di riordino del materiale.

Dove svolgi le tue ricerche per recuperare il materiale che ti occorre, come le coordini?

Prima di tutto cerco dei libri che trattino in modo specifico o più o meno tangenzialmente l’argomento che mi interessa. Poi, dato che molte delle storie che affronto sono state in precedenza discusse in tribunale o sono state oggetto di indagini giudiziarie, cerco di procurarmi gli atti relativi  che sono sempre una fonte importante da consultare. Parallelamente allo studio degli atti comincio a sfogliare le rassegne stampa del periodo in questione e per quanto possano sembrare spesso approssimative e circostanziali consentono sempre di contestualizzare il periodo e stabilire, per esempio, quali erano i fatti importanti che accadevano in quei giorni e come si intersecavano con le altre vicende del periodo. Infine, quando ho raggiunto una buona padronanza sull’argomento  comincio ad avere un confronto diretto con i testimoni dei fatti o con persone che sono state coinvolte nella vicenda. Questo mi serve per verificare la veridicità delle fonti consultate e scoprire eventuali incongruenze.

Parliamo del tuo nuovo libro: Licio Gelli, a tuo parere, oggi quanto ancora influisce sulla vita degli italiani?

È una bella domanda e sicuramente non è facile rispondere. Diciamo che a molti, soprattutto ai media, interessa parlarne in un certo modo. Non viene mai presentato come un uomo condannato per fatti gravissimi, fra cui il depistaggio per la strage alla stazione di Bologna, ma di solito lo si introduce come un intellettuale, un poeta e uno scrittore, addirittura una persona a cui bisogna essere grati. Anche da sinistra gli si è reso omaggio per aver donato parte del suo patrimonio documentale all’Archivio di Stato di Pistoia. Ultimamente è stato presentato, e non solo su Odeon TV(1), come un opinionista storico e non è raro sentirlo intervenire  a commento della vita politica italiana contemporanea. È stato il primo a dire che il suo piano di rinascita democratica è stato attuato quasi alla perfezione dalla classe politica attuale e che quindi qualcuno dovrebbe pagargli i diritti di copyright. Ha addirittura lodato pubblicamente quello che lui ritiene il suo migliore e unico erede, Silvio Berlusconi, l’unico a suo dire ad essere in grado di portare a termine il piano originario della P2.

Qunidi non credi anche tu, come Marco Travaglio, che siano stati gli uomini politici di sinistra a portare avanti in modo più prolifico  il  progetto massonico iniziato da Gelli?

In effetti a sinistra hanno dato una grossa mano al progetto della P2. Inoltre da governi di sinistra sono arrivate iniziative legislative che vanno in quella direzione. Pensiamo alla legge sul conflitto di interessi mai realizzata dai governi di sinistra anche quando ne hanno avuta la possibilità. Travaglio nel suo libro, non a caso intitolato L’Inciucio, spiega questa strana commistione di interessi fra destra e sinistra che Mino Fuccillo di Repubblica aveva già evidenziato coniando per primo il termine “inciucio”, appunto, per indicare la strana convergenza fra i programmi politici della destra e della sinistra italiane. Ancora oggi però, sia Travaglio che altri giornalisti, fanno notare che se per la destra italiana i vantaggi di questa commistione di interessi sono evidenti e sotto gli occhi di tutti, resta ancora un mistero chiarire quali opportunità e cosa ci abbia guadagnato la sinistra italiana.

In un’intervista a Gelli di qualche anno fa nella sua villa di Arezzo, la giornalista Concita De Gregorio evidenziava che un numero incalcolabile di politici, imprenditori, affaristi e banchieri facessero ancora visita all’ex numero uno della P2 per chiedere favori, raccomandazioni e “spintarelle”. Questo ci porta a credere che l’ex Venerabile ricopra ancora un ruolo di primaria importanza non solo nella vita politica italiana ma anche in quella economica e finanziaria…

La De Gregorio lo ha anche ripetuto recentemente che personaggi del mondo dello spettacolo, della finanza e dell’imprenditoria fanno spesso visita a villa Wanda(2). In effetti si può dire che questa rete di relazioni non si sia mai interrotta. C’è un rapporto della Digos di Arezzo che attesta come fino agli inizi degli anni 90′ rappresentanti del Centrodestra ancora frequentassero Gelli e la stessa villa era visitata da personaggi del cinema e della musica leggera, come fosse un salotto culturale di alta borghesia italiana.

Torniamo un po’ indietro. Il Gelli che non ha mai rinnegato il suo passato fascista e che anzi a distanza di decenni continuava a dichiararsi tale, questo Gelli esiste ancora?

Se ci riferiamo a interviste anche recenti, quella di Sortino delle Iene per esempio, si intuisce che non solo Gelli ma tutto il suo contesto familiare si dichiara ancora fascista con esplicito riferimento al ventennio. Lui ha effettivamente partecipato alla guerra civile spagnola dalla parte dei franchisti, fra l’altro mentendo sulla sua età perché troppo giovane allora per arruolarsi. Poi tornato in patria ha fatto parte dell’organico del Partito Nazionale Fascista (PNF) durante gli anni della seconda guerra mondiale. Uno dei suoi biografi racconta molto bene come il giovane Gelli intrattenesse stretti legami sia con gli occupanti nazisti che con i gruppi partigiani dell’alta Toscana. Questo suo doppio ruolo gli permise di uscire quasi indenne dai processi per collaborazionismo introdotti alla fine della guerra. Ne approfittò per tagliare i ponti, almeno all’apparenza, con gli ambienti della destra nazionalista italiana diventando il factotum di un parlamentare democristiano di secondo piano e iniziando così una intrecciata relazione di interessi con la Democrazia Cristiana. In realtà indagini di polizia e atti giudiziari successivi evidenzieranno come i suoi rapporti con gli ambienti della destra neofascista durante gli anni di piombo siano stati continui e intensi.

I rapporti di Gelli con il Sudamerica: anche laggiù pare che l’ex capo della Loggia P2 si sia dato da fare…

Iniziamo col dire che i rapporti fra Licio Gelli e il Sud America, Argentina e Uruguay in particolare, non erano buoni ma idilliaci! Diventò addirittura ambasciatore e portavoce dell’Argentina in Italia. In molti paesi del Sud America riuscì a costruire delle fortune economiche accentrando su di sé gli scambi commerciali e instaurò buoni rapporti con i dittatori sudamericani. Fra l’altro è proprio grazie alle ottime relazioni fra Gelli e l’Uruguay che Silvio Berlusconi nel 1980/81 iniziò la scalata mediatica che lo porterà al potere quindici anni più tardi. Proprio fra il dicembre 1980 e il gennaio 1981 venne organizzato il primo Mundialito, un torneo di calcio internazionale disputato fra le squadre vincitrici fino ad allora del titolo di campione del mondo. La grande partita però non si giocò fra le nazionali di calcio (per la cronaca l’Italia fece una pessima figura non vincendo neanche un incontro) ma venne disputata fra la Rai e l’editore privato Berlusconi per acquisire i diritti televisivi sugli eventi in programma e venne vinta da quest’ultimo che si aggiudicò l’intero pacchetto per novecentomila dollari (una cifra mirabolante per i tempi). In conseguenza di ciò Canale 5 fu l’unica emittente (la Rai non riuscì neanche ad aggiudicarsi l’Eurovisione) che poté trasmettere, in diretta in Lombardia e con una leggera differita nel resto d’Italia, tutte le partite del Mundialito. L’evento fu salutato dalla stampa come una grande vittoria democratica perché andava a rompere il monopolio della Rai. Se avessero saputo cosa li aspettava negli anni futuri…

Di questo e di tanto altro si parla nel nuovo libro di Antonella Beccaria che verrà presentato dal mio compagno di penna Kai Zen J la sera del 12 Maggio 2009 a Bologna. Siete tutti invitati a partecipare.

(1) Licio Gelli ha recentemente condotto un programma a carattere storico su Odeon TV chiamato “Venerabile Italia” .

(2) Villa Wanda nei pressi di Arezzo è la residenza ufficiale di Licio Gelli.

Militant “sconsiglia” La Terza Metà

la-terza-meta-militantLa recensione di Militant:

Qualche compagno ci ha fatto notare che, a dispetto del titolo della rubrica, fino ad ora abbiamo recensito solo in maniera benevola i libri che ci sono passati per le mani. Rimediamo subito sconsigliando vivamente l’ultima fatica editoriale di Guglielmo Pispisa pubblicata dai tipi della Marsilio. Memori dell’ottima prova fornita con “Città perfetta” e, soprattutto, con “La strategia dell’ariete” (insieme al ensamble narrativo Kai-zen) siamo corsi in libreria stimolati anche dalla recensione di Carmilla (leggi). Potete immaginare dunque la delusione per un libro stilisticamente avvincente ma di cui non condividiamo affatto la tesi di fondo. Narrando le vicissitudini di un infiltrato dei servizi nelle fila del nuovo terrorismo Pispisa, abusando dell’archetipo del servitore dello stato cinico e disincantato, torna a ritroso fino agli anni ‘70 proponendone una lettura che neanche il peggior Giuliano Ferrara (all’epoca nella federazione torinese del PCI) ai tempi degli inviti alla delazione di massa. Il movimento come ritrovo di borghesucci annoiati, la lotta armata come un prodotto della follia di alcuni di questi borghesucci più fanatici degli altri e comunque sempre eterodiretti dai servizi in chiave stabilizzante. I militanti cooptati dal sistema.  Insomma tutti i clichè utilizzati all’epoca da certa sinistra per demonizzare quello che non si riusciva a comprendere, e controllare. Pispisa avrebbe forse potuto “salvarsi” circoscrivendo almeno le sue elucubrazioni ad un caso specifico, rimanendo insomma nel campo della “fiction”. Invece, per rendere realistico il suo racconto, ha alzato il tiro alludendo (neanche troppo velatamente) a fatti realmente accaduti: l’omicidio di Marco Biagi, l’esecuzione di Guido Rossa, gli arresti leagati al teorema del 7 aprile. Si tratta, per non farla troppo lunga, di un libro che al di la della volontà dello scrittore finisce col proporre una lettura conservatrice e rassicurante di un decennio che altri, con esiti ben più destabilizzanti, avevano già indagato utilizzando proprio quelle potenzialita del noir e della crime novel di cui parlavamo in un altro posto. Risparmiatevi quindi questi 16.5 euro, perchè l’unica cosa buona del libro è che l’hanno stampato su carta riciclata. Almeno non è stato abbattuto nessun albero.

Il NIE e il meridiano fantasy

newitalianepicUno dei “meridiani e paralleli” che lasciavo aperti in “in margine a un testo esplicito” sulla questione new italian epic era quello legato al fantasy, da allora ho raccolto un po’ di materiale, ne ho discusso in anobii e ne ho parlato con alcuni scittori di genere. Nel famigerato lavoro sul NIE scrivevo: “Se c’è  un filone che dal crollo delle Due Torri, ha ritrovato vitalità e nuova linfa vitale, è il fantasy,  quando non ripete i canoni dettati dal buon vecchio caro Tolkien offrendo ai lettori pochi e rari spunti interessanti, il più vituperato (assieme al rosa) dei “generi della letteratura di genere” spazza via tutti i concorrenti, e non solo in termini di numeri e di vendite. In questo, senza scomodare Harry Potter, basta andare a curiosare tra gli indici di vendita delle Cronache del mondo emerso della Troisi, che però rientra nel fantasy di ispirazione tolkeniana e dei suoi innumerevoli derivati. Il fantasy si richiama all’epica classica e anzi trova la sua genesi proprio nel mito, nelle saghe, nell’epos e contemporaneamente è narrativa popolare, creatrice di mondi e cosmogonie. È forse il filone che da più tempo, e in modo più efficace, ha fatto della transmedialità una sua caratteristica propria attraverso tutte le sue derive espressive: le fan fiction e la fan art, i giochi di ruolo, i videogame, le pellicole, le serie tv, i fumetti, il cosplay, le parodie perché no, i MMORPG, le illustrazioni, la cartografia, i saggi, i blog, i forum, i software, i siti, le miniature, le action figure, i giochi da tavolo, ecc. ecc. attraverso le quali si sviluppano le storie (lo stesso si potrebbe dire di certa fantascienza, strettamente imparentata con il fantasy come quella di Dune o di Star Wars). In Italia, non c’è solo la trilogia troisiana, con i suoi sequel e prequel vari, derivati dal fantasy moderno di matrice anglosassone naturalmente. Un caso emblematico, punta dell’Iceberg, è Pan di Francesco Dimitri oppure la trilogia del Wunderkind di D’Andrea G.L.  Un’ulteriore parentesi andrebbe aperta sul connettivismo.”

Ieri usciva per Panorama.it, un’intervista che mi hanno rilasciato Marco Davide e Francesco Falconi. Qualche giorno fa quella a GL D’Andrea, i mesi scorsi quella a Gianfranco Manfredi e a Valerio Evangelsiti in cui si sfiora il tema e molto tempo fa quella a Francesco Dimitri

Non è ancora tempo per tirare le fila, ma comunque sistemo un altro tassello nel mosaico. Ecco l’intervista al “dinamico duo”

Immagine di ProdigiumImmagine di EstasiaImmagine di EstasiaImmagine di La lama del doloreImmagine di Il sangue della Terra
Mentre il dibattito sul New Italian Epic tira le somme di una certa narrativa italiana degli ultimi anni fino a diventare un saggio cartaceo, un genere letterario dalle sorti alterne sembra aver ritrovato vigore, e dopo l’11 settembre – agli esperti le debite congetture -, ha conosciuto una vera e propria crescita esponenziale: il fantasy.
Sempre più articolato, mutevole e pronto alla contaminazione con il fantastico, con il gotico, l’horror e la fantascienza o alla specializzazione (vedi alla voce urban fantasy o elfpunk) questo filone narrativo ha visto anche in Italia il moltiplicarsi di autori e di case editrici disposte a tentare la sorte. Per gli scrittori nostrani il fantasy è sempre stato uno spauracchio e per anni abbiamo importato dai paesi anglosassoni la maggior parte dei romanzi. Da qualche tempo a questa parte però si produce fantasy, con risultati alterni anche qui. Alterni perché alle volte, più che alla qualità delle storie, si è puntato sul presunto caso autore, presentando scrittori giovanissimi come il fenomeno dell’anno salvo poi restare con un pugno di mosche o dandosi la proverbiale zappa sui piedi.
Non è certo una coincidenza che dopo Mondadori con Licia Troisi, anche Einaudi abbia tentato la strada del genere, ci sono poi molte case editrici specializzate o quasi specializzate, come ArmeniaDelos Books, GargoyleRunde Taarn che stanno investendo molto sul fantasy. Tra esse spiccano Armando Curcio, che da qualche tempo ha dato alla luce un’intera collana dedicata al genere e la piccola e ultrasepcializzata Asengard, nata per passione nel 2006: un editore che pubblica solo ed esclusivamnte narrativa fantastica made in Italy per dimostrare, come dice il fondatore Edoardo Valsesia, che “il buon fantasy (e, in generale, il fantastico) non arriva solo dal resto del mondo.” Asengard ha dato il via anche al progetto “Sanctuary”, un’antologia tematica di racconti e illustrazioni con la prefazione diAlan D. Altieri, a fine benefico.
Due degli scrittori più noti del panorama nostrano sono Marco Davide, autore della Trilogia di Lothar Basler e Francesco Falconi con il ciclo di Estasia e quello di Prodigium.
Come sono nate le vostre storie?
MD: La prima stesura della trilogia di Lothar Basler, di cui sono pubblicati i primi due capitoli (La lama del dolore - Curcio, 735 pp. € 18,90 e Il sangue della terra, Curcio, 766 pp. € 18,90) risale al periodo fra il novembre 1997 e il gennaio 2001. Diversi anni fa, dunque. Nel frattempo, è stata oggetto di svariate revisioni da parte mia, fino all’ultima che ha riguardato il terzo volume, conclusasi pochi giorni fa. L’opera nasce dalla mia esigenza, a valle di un periodo di particolare crescita della mia vita, di dare corpo al lascito emotivo che avevo sedimentato dentro. Avrei potuto esprimermi in diverse maniere, dopo mesi di riflessione optai per un romanzo fantasy in tinta gotica. Tempo che il lascito s’era concretato, di libri avevo finito per scriverne tre.
FF: Estasia, Danny Martine e la Corona Incantata (Curcio, pp. 511, € 14,90), nasce dalla passione per il mondo fantastico che coltivo fin da quando ero piccolo. A 14 anni decisi di scrivere una storia, creando un mio mondo fantasy, con dei personaggi che mi rispecchiassero totalmente. Nel 2005, sotto consiglio di un amico, decisi poi di completarlo e riscrivere qualche parte. In pochi giorni mi ritrovai di nuovo immerso in Estasia e, dopo varie stesure, riuscii a convincere Armando Curcio Editore che lo pubblicò nel 2006.
Estasia, il Sigillo del Triadema (Curcio, pp. 510, € 14,90), pubblicato nel 2007, rappresenta il mio primo vero tentativo di evoluzione come scrittore. Trama più complessa, personaggi più tridimensionali, sentimenti e fantasia visti da una nuova prospettiva. Temevo di spiazzare i lettori che avevano apprezzato lo stile del primo volume, ma per fortuna hanno apprezzato questo cambiamento.
Questa evoluzione del mondo di Estasia si concluderà con Nemesi, in uscita per aprile 2009, con atmosfere decisamente più adulte dei precedenti.
Prodigium, i Figli degli Elementi (Asengard pp. 409, € 16,50) è un progetto iniziato nel 2007, a cavallo tra le uscite della precedente saga. Sentivo la necessità di scrivere un libro completamente diverso da Estasia, in cui la storia nascesse direttamente dai personaggi e non da un mondo fantastico. Un romanzo che si incentra sull’introspezione dei quattro protagonisti, dall’esistenza tormentata a cavallo tra l’adolescenza e l’età adulta, sul loro bisogno di emancipazione e sul desiderio di sconfiggere la solitudine che li schiaccia nella metropoli di Synapsis. Un libro dalla trama complessa, dalle atmosfere più urban che fantastiche, rivolto a un pubblico di young adults.
Perché avete scelto il fantasy come registro narrativo?
MD: Come dicevo, la trilogia nasce da un’emozione. Poteva tradursi in molte forme, alla fine è stata una saga fantasy. Ma il genere è subordinato alla storia e ai sentimenti che volevo trasmettere. Sentimenti universali, di ogni ‘colore’, che avrebbero potuto essere impiantati in generi disparati, dallo storico al thriller, dal rosa alla fantascienza. Le ragioni della mia scelta fantasy sono essenzialmente due: innanzitutto è un genere che mi appassiona e che si presta bene quale cassa di risonanza alle estremizzazioni e ai contrasti, modulato da un certo genere di epica, senza per questo impedire la pittura di uno scenario realistico; in secondo luogo lascia ampia libertà nella definizione delle leggi che lo regolano, purché si rimanga nel seguito coerenti alle stesse.
FF: Non è stata una scelta forzata, ma del tutto naturale. Il genere fantasy mi permette di esprimere le mie emozioni e raccontare le storie che ho in mente. Purtroppo spesso si sottovaluta la letteratura fantastica, perché i pregiudizi portano a pensare che tratti solo temi avulsi dalla realtà. Ovviamente credo fermamente nel contrario. Interpreto un libro esattamente come un quadro: il pittore sceglie la tecnica con la quale desidera creare la sua opera, ma ha in mente un solo obiettivo: trasmettere un’emozione.
E, in futuro, non è escluso che mi cimenti in altri generi narrativi.
Il fantasy nostrano è solo derivativo o sta intraprendendo una sua direzione? Qual è secondo voi la cifra del fantasy italiano?
MD: Il fantasy affonda le radici in un suolo estraneo alle nostre tradizioni. Per questo motivo è germinato e prolificato altrove e (purtroppo) è stato accolto con diffidenza una volta sbarcato in area mediterranea. Non è dunque un caso che la nostra produzione percorra, ora più ora meno, solchi già scavati. Innanzitutto, vorrei precisare che non ci trovo nulla di male. Il fantasy nostrano è un genere piuttosto giovane, per certi versi legittimamente acerbo. Che male c’è ad attingere dal ricco patrimonio accumulato da decenni di produzione straniera, soprattutto di matrice anglosassone? Io credo che una storia vista e rivista possa sempre essere raccontata di nuovo in maniera interessante, andando a caratterizzare i variegati parametri dello stile narrativo. All’osso, la narrativa affronta da secoli un paniere comune di temi, dopotutto. Il che, d’altronde, non mi porta certo a sminuire il ruolo e il valore dell’originalità come ingrediente a servizio di una nuova storia o una nuova ambientazione. Detto ciò, affacciandomi da un immaginario balcone io vedo transitare lungo la via autori italiani differenti, per proposte, stile, target di riferimento e – è banale persino sottolinearlo – talento. C’è da crescere, ma la buona notizia è che l’offerta migliora e si sviluppa anno dopo anno. A mio avviso non abbiamo ancora maturato una produzione tale da poter definire un filone nazionale, caratterizzato da stilemi e modelli precipui. In compenso, noto come attualmente diversi editori (ahimè anche fra i maggiori) si buttino a capofitto sul genere con uno spirito oltremodo commerciale, poco interessato alla qualità dell’offerta. È il lato oscuro delle mode. E in Italia il fantasy (autentico o presunto) ultimamente lo sta diventando.
FF: Un genere letterario trova la sua identità nel momento in cui esistono case editrici e lettori. Indubbiamente il fantasy ha una derivazione anglosassone e spesso assistiamo a una tendenza esterofila degli appassionati di settore. Negli ultimi anni, tuttavia, le case editrici stanno puntando molto su questo genere e, a prescindere da meri intenti commerciali, ciò sta dando la possibilità a molti autori di cimentarsi nel fantastico, crescere e trovare una propria peculiarità.
Sono convinto che in futuro la letteratura fantastica prenderà sempre più piede in Italia. Non credo affatto che il fantasy sia una moda passeggera, ritengo tuttavia che debba fisiologicamente adattarsi al mondo di oggi. Perciò penso che sottogeneri quali l’high fantasy di matrice tolkeniana subiranno un’involuzione, a favore di romanzi più moderni, con contaminazione di fantascienza, horror ed elementi ancora più originali.

Wunderkind (intervista)

Immagine di Wunderkind
È una moneta d’argento a sconvolgere l’esistenza di Caius Strauss, gettata nella Senna o sepolta tra i rifiuti torna sempre in mano al ragazzo. La moneta è la chiave per accedere al Dent de Nuit, il quartiere fuori da ogni mappa; un mondo oscuro in cui si annidano personaggi letali, orrori indicibili e luoghi come la libreria Cartaferina, che vende oggetti capaci di realizzare i desideri a prezzo del sangue. In una Parigi sinistra e misteriosa, una rivelazione attende Caius: lui è il Wunderkind, il ragazzo per cui gli abitanti della città nascosta sono disposti a morire e l’uomo dalla faccia di luna, che gli ha dato la moneta, è disposto a uccidere. Tra Neil Gaiman, Terry Gilliam e Clive Barker, Una lucida moneta d’argento, da oggi in libreria (Mondadori, p.p. 390, euro 17), è il primo capitolo della trilogia del Wunderkind, sorprendente esordio del bolzanino D’Andrea G.L. L’ho incontrato.
Una lucida moneta d’argento esce per Mondadori ragazzi ma in una collana crossover…
Non l’ho scritto come libro per ragazzi e come tale non viene neppure presentato dall’editore, se ci fa caso. Contiene immagini forti, viscerali. L’esperienza mi ha però anche insegnato che non sempre quello che io reputo “duro” o “violento” lo sia anche per gli altri. Sandrone Dazieri ha detto che il Wunderkind è come il Monopoli, dai 14 ai 99. Ognuno poi a seconda dell’età, trova di che divertirsi.
Come è nata la trilogia?
Domanda difficile. Non c’è un momento preciso, è stata più la conseguenza di alcune riflessioni, immagini e personaggi che pian piano sono emersi autonomamente. Come una tela bianca su cui, dal nulla, appaiono dettagli apparentemente slegati fra loro. Poi mi ci è voluto un po’ per capire come incastrare il tutto e quando l’ho fatto mi sono reso conto di aver bisogno di spazi e tempi che un singolo romanzo non mi avrebbe garantito.
Hai già scritto anche gli altri capitoli della saga?
Il secondo volume è già pressoché finito, e in un certo senso anche il terzo e ultimo lo è. Quello che esigo, sia come scrittore sia come lettore, è una coerenza interna: tutto deve tornare, in un modo o in un altro; per questo prima di dare alle stampe il primo, ho lavorato affinché nulla restasse legato al caso anche per il due e il tre. Sono un maniaco del controllo.
Chi è il Wunderkind?
Caius Strauss, il ragazzino in bianco e nero per cui sembra valga la pena uccidere e morire. Ma è anche molto, molto di più.
Come hai lavorato sull’ambientazione parigina?
Ci sono stato. Ma la Parigi a cui mi riferisco è la Parigi che tutti abbiamo in testa, in un modo o nell’altro. Mi interessa quella Parigi se vuole un po’ mitica, non quella in cui vive Carla Bruni. Quando leggo un libro non sono interessato al fatto di sapere se in quella determinata via ci sia o meno quella boulangerie, mi interessa che l’atmosfera della città mi colpisca. Come scrittore tutto il mio impegno è proteso nel cercare di creare lo stesso effetto.
Come hai creato il Dent de Nuit?
Non l’ho creato, la parola migliore è “esplorato”. Ci sono finito dentro e ogni volta che mi metto a ragionare sul Wunderkind, ci finisco dentro. È un posto sinistro, lo so, ma mi ci sento a casa. A quale immaginario, mitologia, epica fai riferimento? Sarebbe arrogante se rispondessi la mia? In parte lo è, me ne rendo conto. Quello che cerco di fare con il Wunderkind è quello di costruire una mitologia che sia il più possibile aderente alla mia visione del mondo. Adagiarsi su vecchi cliché mi sembra noioso, molto meglio provare ad esplorare nuove strade. Gran parte della sfida della trilogia è questa, ed è riassumibile in quello che diceva Dick: cercare di costruire un universo che non cada in pezzi.
I personaggi spesso prendono una loro strada, sorprendente anche per l’autore…
Forse ti farò sorridere, ma chiederei al protagonista di essere più ubbidiente. Non scherzo. Spesso agisce di testa sua, sfugge completamente al mio controllo. Prende decisioni che sorprendono me per primo. Ed è anche il modo con cui ho scoperto pieghe imprevedibili della storia e quindi, se mi rispondesse ”non se ne parla nemmeno”, non mi arrabbierei più di tanto. Sono della scuola di pensiero per cui se la storia non sorprende me non riuscirà a sorprendere neppure il lettore.
Perché scegliere un canone narrativo come il fantasy?
Perché il fantasy è il proseguimento con altri mezzi della metafisica. Permette di sperimentare concetti ed idee cui la filosofia e la religione hanno abdicato. Concetti come vita e morte, tempo e ricordo, ormai possono essere esplorati – esplorati con la pancia e non come astrazione – solo con un certo tipo di narrativa. Inoltre è l’unico genere che mi permette di mettere nero su bianco immagini che altrimenti resterebbero solo nella mia testa e questo per me viene prima di ogni altra cosa.
Il fantasy viene visto spesso come un genere fine a se stesso. Secondo te potrebbe parlare anche d’altro – penso all’esperimento della collana Verdenero con la Troisi?
L’idea che il fantasy sia un genere fine a se stesso è un’idea molto italiana e smaccatamente provinciale. Non è così. Vuoi un esempio? L’unico modo per capire le innovazioni della fisica di inizio Novecento, di capirne le implicazioni con la “pancia” e non come pura astrazione, è quello di leggere i racconti di Lovecraft. La letteratura inizia nel momento esatto in cui la prima scimmia con una scintilla di intelligenza ha visto per la prima volta la notte per ciò che era. E per capirla ha dovuto popolarla di mostri. In altre parole il fantasy (che non è solo nani, elfi e guerrieri in mutande di peluche) è il primo genere mai esistito. E in quanto tale, parla sempre di “altro”. Detto questo, fantasy è solo un’etichetta e io non mi considero tale. Non nell’accezione italiana del termine. Fantasy è l’Odissea, l’Epopea di Gilgamesh, la Bibbia. Racconti straordinari che usano figure straordinarie in contesti straordinari. Libri che parlano sempre di “altro”.
Come definiresti allora Una lucida moneta d’argento?
Un horror fantasy, un incrocio di molte cose. Un “crossover” come l’hanno definito in quel di Segrate. Credo che la forza del W stia proprio in questa sua ostinata caparbietà nel non voler essere ingabbiato da nessuna parte. Perché se dico fantasy, pensi a Tolkien, se dico horror pensi a King. Ma né Tolkien né King hanno a che fare con il Wunderkind. Gaiman e Barker, di certo, ma come li definiresti questi due? Insomma, sono un outsider e la cosa mi sta più che bene.
E come è secondo te il panorama fantasy – fantastico- horrror italiano?
Ancorato a vecchi modelli e spesso, non sempre, scritto male. Ci sono eccezioni, naturalmente. Personalmente detesto vedere un genere in cui i limiti sono banditi trasformato in una riserva di cliché. Il fantastico permette una libertà infinita, ingabbiarlo non è solo sbagliato, è stupido. Quali sono gli scrittori italiani che apprezzi particolarmente? Pochi in realtà. Valerio Evangelisti, perché trovo la sua critica sociale estremamente intelligente e profonda. Mi piacciono i Kai Zen (ehm, grazie, N.d.A.) perché vogliono raccontare storie d’avventura come nessuno in Italia fa, e cioè divertendosi e divertendo il lettore. E poi Alan Altieri, feroce e cupo come pochi. La sua trilogia di Magdeburgo è stata una gran lettura. Sincopata da mozzare il fiato. Gli autori italiani, in genere, hanno due colpe gravissime. La prima è che si accontentano, non mirano in alto. E poi non riescono a staccarsi dal cliché per cui se non scrivi di cose “reali”, sei un decerebrato. Il realismo, mi fa orrore. È una falsità bella e buona.
Evangelisti è considerato, l’Autore italiano “fantasy”, a torto o a ragione?
Evangelisti per me non è un autore “fantasy”, ma uno dei pochi scrittori a essere veramente dentro la società e la storia moderna. Mostra la realtà come nessuno scrittore “realista” sa fare. Ne svela i meccanismi perversi e non ha paura di esprimere giudizi, anche pesanti, su quanto di malato esista. Ha creato un personaggio negativo che è la somma di tutte le intolleranze del XX e XXI secolo, Eymerich, che per puro paradosso – e qui forse è l’unica vera nota “fantasy” della sua opera – riesce a farci comprendere l’orrore che spesso il mondo ci propone e, peggio ancora, ci mostra come noi tutti ne siamo gli artefici.
Oltre a Wunderkind, c’è altro in cantiere?
Scrivere una trilogia è una faccenda rischiosa perché c’è sempre in agguato il problema del non riuscire a uscirne più. Mi sono dato una regola, tra un volume e l’altro provare a buttare giù qualcosa di diverso dal Wunderkind. Che il risultato poi sia apprezzabile o meno, è un altro paio di maniche. L’importante è uscire, prendere fiato per poi rituffarmi con maggiore lucidità. In pratica scrivo sempre.
Sei un appassionato di musica, quello che ascolti influenza la sua scrittura, e cosa ascolti?
Metal, sono un integralista del genere. È l’unica forma di musica moderna viva e priva di limiti, per questo mi piace. È un genere tutto sommato recente, poco più di vent’anni, ma ha avuto e sta avendo un’evoluzione da lasciare a bocca aperta. Quando scrivo ho sempre un cd come sottofondo, mi aiuta a concentrarmi. Anche se immagino che a qualcuno possa sembrare quantomeno strano. Nel Wunderkind ci sono moltissime citazioni di dischi e gruppi che amo, nascoste in alcuni casi, evidenti in altre.
Il sito dedicato al libro a cosa serve? È solo promozionale?
Ho un rapporto difficile con Internet. Ho un sito dedicato alla trilogia da cui si può scaricare il primo capitolo, come assaggio, e leggere qualche notizia: presentazioni, articoli, recensioni. Poi ho un blog, su cui ogni tanto butto giù qualche spunto di riflessione.
Cosa ne pensi del dibattito sul new italian epic?
Penso che si tratti di un tentativo di alcuni autori di autodisciplinarsi, di trovare una propria via per capire dove direzionare la propria scrittura. Immagino sia un lavoro logorante, e sono ben felice di lasciarlo a chi sa farlo meglio di me. E cioè i critici preparati, anche se è un azzardo cercare di “ingabbiare” il presente, si rischia sempre di fare delle figuracce. Meglio aspettare un secolo o due. Alla fine non è importante il nome, ma il cosa. Che è sempre lo stesso da secoli: raccontare una bella storia.
E del Copyleft?
Credo sia stato poco approfondito, come modalità e come potenzialità, sia dalle case editrici che dagli autori che ne fanno uso. È al centro di un bel dibattito, animato e senza troppe barriere preconcette e pur non facendone parte, devo dire che è un argomento che mi stimola visto che – dopo tutto – si tratta dell’alba di un possibile domani.
Come è stato lavorare con Mondadori da esordiente?
Mondadori è un’enorme macchina da guerra. Un panzer. E come tale bisogna rapportarcisi. Ma ha un cuore gentile. Ho incontrato solo persone splendide, di una professionalità incredibile. Quello che mi ha stupito, e che spesso chi mi ascolta fa fatica a comprendere, è la passione con cui tutti, dai redattori ai correttori di bozze ai disegnatori, lavorano. Persone intelligenti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi molto. Dazieri poi… Come autore si muove in ambiti diversi dal mio, è vero, ma è una persona che ha una caratteristica rara: sa entrare nella pelle di uno scrittore e sa come aiutarlo a trovare al meglio la sua identità. Tutto il suo lavoro è improntato su questa ricerca di singole identità che in qualche modo possano trasmettere qualcosa. Non dice questo non lo puoi fare, dice: sei sicuro che non puoi andare ancora più in là?
C’è qualche casa editrice che ti piace più di altre?
Non seguo il marchio, a dire la verità. Un libro può essere buono o cattivo a prescindere dal fatto che sia pubblicato da una grande o una piccola realtà. Se devo fare un nome le direi Meridiano Zero i cui titoli sono sempre scelti con la massima cura. Di certo non leggo i libri editi da case editrici che chiedono contributi da parte degli autori. Lo trovo immorale. E credo che faccia parte di quel vizio di cui dicevo prima: l’accontentarsi. Un titolo che ti ha particolarmente colpito ultimamente? Ho letteralmente divorato Bad City Blues, di uno scrittore che amo molto che si chiama Tim Willocks. Uno che scrive senza pietà e lo fa in maniera molto pulita. È una specie di noir, non è un fantasy o un horror, ma certe atmosfere lo sono.

 

Articolo pubblicato su Panorama.it il 17 febbraio 2009

Locke Lamora e suoi inganni (intervista)

Immagine di Gli inganni di Locke LamoraImmagine di I pirati dell'oceano rossoLocke Lamora non è bello, non è forte, non sa tirare di scherma e non è dotato di poteri magici. Locke Lamora è una canaglia, un truffatore, un ladro dalla moralità incerta e dalla lingua tagliente, eppure è uno dei personaggi della letteratura fantasy – ma non solo – più azzeccati degli ultimi anni. Gli inganni di Locke Lamora (Nord, pp. 605, € 19,60) e il recente I pirati dell’Oceano Rosso (Nord, pp. 710, € 19,60) di Scott Lynch rimescolano del tutto, barando se possibile, le carte sul tavolo del fantasy. Se George R.R. Martin ha traghettato per sempre il genere verso la maturità, Lynch ne ha sfidato i tabù: sesso, volgarità, crimine, politica, droga, meschinità; e i suoi cliché: manicheismo, eroismo, missioni da compiere per salvare il mondo e soprattutto ironia. La sfida è vinta. Un altro punto fondamentale a favore della saga dei Bastardi Galantuomini è l’ambientazione insolita. Mentre molti autori nostrani ripercorrono di continuo la mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Lynch pesca a piene mani da un territorio e da una storia ricca di spunti e fascino che la narrativa fantastica ha inspiegabilmente, salvo rare eccezioni, lasciato da parte. Le città, i costumi e i personaggi sono ispirati all’Italia. E se, ancora, questo non bastasse, dal punto di vista stilistico lo scrittore del Minnesota non scherza affatto: frammentazione temporale, analessi, punti di vista multipli e obliqui, scatole cinesi, indizi ed esperimenti linguistici. Il tutto senza sacrificare un’oncia di leggibilità all’insegna dell’avventura e del divertimento, nonostante molti momenti drammatici. Le storie del più grande ladro di tutti i tempi cominciano dalla sua infanzia e lo conducono, attraverso le situazioni più incredibili e intricate, molte volte con le spalle al muro. A salvarlo un’intelligenza sopraffina, un’abilità estrema nell’arte dell’inganno e soprattutto Jean, un amico fraterno e fedele che lo segue come un’ombra nelle più spericolate peripezie. Tanto spericolate e avventate che alle volte portano a tragiche e dolorosissime conseguenze, da cui riprendersi (e imparare) non è affatto facile. Se nel primo libro della saga abbiamo lasciato Locke e socio mentre abbandonavano la città natia di Camorr in seguito a un intrigo machiavellico/rocambolesco, nel secondo li ritroviamo, dopo una parentesi in cui il nostro eroe si dà all’autocommiserazione alcolica mentre si colpevolizza per la perdita degli amici più cari, a barare nel casinò più sfarzoso e pericoloso di Tal Verrar, con all’orizzonte un futuro da pirati per costrizione. Mentre è imminente l’uscita del prossimo romanzo del ciclo, The Republic of Thieves, La Warner Bros ha già allungato le mani sui diritti cinematografici delle avventure di mastro Lamora. Ho incontrato Scott Lynch.
Come e quando è nato Locke Lamora?
Ho cominciato a delineare il mondo di Locke e la cultura di quel mondo alla fine del 2000 come parte di un processo infinito di pre-produzione e di “fantasticheria”. Immagino che molti scrittori lo facciano prima di costringersi a sedersi e cominciare a trasformare la fantasia in prosa. Locke, in realtà, non era ancora presente nel suo mondo, ci ho messo due anni per realizzare che un protagonista simile sarebbe potuto essere una buona idea. Locke è l’evoluzione di un personaggio che avevo creato per un gioco di ruolo, dalla vita breve, in cui era un artista della truffa con poteri di persuasione soprannaturali. Ho deciso di eliminare i superpoteri ma di tenere il resto, e quando il suo carattere si è fatto concreto è stato meraviglioso.
L’ambientazione delle avventure di Locke è molto particolare rispetto al fantasy classico e sembra rifarsi all’Italia, al Mediterraneo, alle Repubbliche marinare e al tardo Rinascimento. Le città di Camorr e di Tal Verrar sembrano Venezia e Genova e i nomi di molti personaggi suonano italiani…
È assolutamente vero. La cultura “Therin” in cui è cresciuto Locke è una, divertita, mescolanza di quasi tutte le culture del Mediterraneo, del loro romanticismo e dei loro linguaggi. Camorr e la sua popolazione sono stati pensati proprio per avere un’attitudine e un’atmosfera dai connotati italiani. Mi sono chiesto spesso cosa possano pensare i lettori italiani della mia versione fantasiosa e sconclusionata della lingua… sembra che le mie colpevoli appropriazioni dell’italiano siano arrivate infine sul banco degli imputati (ride).
Cosa leggi, quali scrittori hanno avuto più influenza sulla tua scrittura?
È un odioso cliché autocompiacente, ma cerco di leggere di tutto, di tutto. Sono un grande lettore di fantasy e fantascienza, ovviamente, lo sono fin dall’infanzia. Leggo anche molti gialli e noir. Non quelli tradizionali, in cui un omicidio “tranquillo” viene risolto sorseggiando tè e sgranocchiando pasticcini, ma quelli alla Dashiell Hammett, Raymond Chandler, ecc. e specialmente quelli di James Ellroy e Elmore Leonard. Anche una spruzzata di avventura e melodramma del XIX secolo… Dumas, Conan Doyle, Haggard, Stoker, ecc. Poi mi piacciono le cose storiche, le biografie e così via… Se non leggi, e molto, la tua scrittura ne risentirà ed è garantito che non sarà mai pronta per la pubblicazione.
Il Fantasy, di solito, è un genere conservatore eppure i libri di Locke Lamora sembrano aver rotto gli argini della “tradizione”. Non ci sono elfi, draghi, nani ecc. anche se magia e alchimia sono presenti.
In parte è vero, ma sarei negligente se non puntualizzassi che là fuori ci sono un sacco di fantasy interessantissimi ancor meno invischiati nei canoni del genere dei miei lavori, e altrettanti che usano come punto di partenza tutti gli elementi classici per creare qualcosa di inaudito. La regola di base che ho utilizzato nella stesura dei libri di Locke Lamora non è stata quella di abbandonare completamente gli elementi tradizionali del fantasy, ma piuttosto quella di non dare mai e poi mai superpoteri ai protagonisti. Locke e soci possono essere eccezionalmente bravi in quello che fanno, la maggior parte delle volte, ma sono sempre e comunque legati ai limiti umani, fragili e mortali. Penso che questo tipo di limitazione renda i personaggi e la loro storia molto ma molto più divertenti.
Il sito dedicato alle avventure dei tuoi personaggi è molto più che un semplice spazio promozionale…
Ultimamente sono stato molto occupato per curarlo come merita, e me ne dispiace molto. Dovrebbe essere, in effetti, molto più che un semplice spazio pubblicitario – è pensato come una porta sui libri per chi ancora non li ha letti. Ho intenzione di aggiungere un bel po’ di informazioni e di contenuti extra per chi avesse voglia di approfondire la materia. Incrocio le dita e spero di poterci lavorare il più presto possibile.
Vista questa propensione a far esplodere i contenuti e allo scambio che ha con i lettori, ha mai pensato a utilizzare una licenza creative commons per i tuoi lavori?
Ho pensato molto a quelli che potremmo chiamare “metodi non tradizionali” per portare il mio lavoro a una fascia di pubblico più ampia, e anche se devo fare i conti con i miei editori, sono certo che prima o poi comincerò a lavorare con qualcosa del genere.

Articolo pubblicato su Panorama.it il 30 gennaio 2009

Così Simone Sarasso su La Terza Metà

 

carmillaLa recensione di Carmilla:

Sergio Altieri, all’ultimo NoirFest di Courmayeur, ha affermato: «la nuova generazione di scrittori ha avuto le palle di andare a frugare non negli armadi (del passato, ndr), ma negli obitori con l’impianto di refrigerazione rotto». Altieri fa dei nomi. Tra quei nomi c’è anche Guglielmo Pispisa. 
Altieri ha ragione: La terza metà (LTM) va così a fondo nel cuore marcio e putrefatto dei Settanta che è quasi impossibile leggerlo e uscire indenni dall’esperienza. LTM è un romanzo che spiazza: per la qualità della narrazione, ma soprattutto per la lingua.

In un’alternanza di prima e terza persona, Pispisa racconta il sogno fallito di due generazioni. Padre e figlio, entrambi infiltrati dei Servizi nel terrorismo di estrema sinistra (quello vecchio e quello nuovo), si rincorrono per tutto il romanzo, sfiorandosi appena, di tanto in tanto.

Mai nessuno, prima d’ora, aveva maltrattato così tanto l’idea rivoluzionaria. Nessuna storia aveva saputo, prima di LTM, descrivere con un distacco e un’ironia così appuntiti le contraddizioni del sogno armato di ieri e di oggi. Pispisa, membro dell’ensamble narrativo KAI ZEN, ci aveva già dimostrato, in Città perfetta, di saper giocare con le parole, di costruire personaggi straordinari. 
Qui dà veramente il meglio di sé.
Hiero è l’agente segreto più stronzo e disincantato che mi sia capitato di incontrare negli ultimi anni.
Il suo approccio al reale è oltre il pragmatismo: Hiero è un ricettacolo di contraddizioni, efficienza e potere distruttivo. Ha una dissacrante passione per le donne, il pugno di ferro e la lingua tagliente. Svolge il proprio (sporco) lavoro senza nessuno scrupolo, va fino in fondo senza voltarsi indietro.
I dialoghi con la madre, ex militante del Movimento rifugiatasi in Canada al seguito di una setta di psicolabili pseudo-hippie amici degli alieni, sono da antologia.
E questa è solo la prima metà. La seconda è tutta in mano al Magister, clochard insano e geniale che s’accompagna a quattro amici immaginari che da soli valgono il prezzo del libro: il gatto Fantasma Formaggino, il microsamurai Puzzadipiedi, bardato di mollica di pane e calzato di disgustosi e maleodoranti tubolari dell’anteguerra, il necrofilo accattone Deprofundis e l’eroico, toccato SuperMario, innamorato cotto della sua Principessa, una bambola gonfiabile che ha visto tempi migliori.
Nella prima metà ci si infervora, ci si scapicolla, si corre senza fiato per le strade della Genova del G8, con indosso un passamontagna da black block e il tascapane ricolmo di pessime intenzioni. Nella seconda c’è Parigi – refugium peccatorum di una generazione allo sbando, che alle pistole e agli ideali ha preferito il consolante conforto del culo parato – a far da sfondo ai deliri d’andropausa e ai ricordi malati del Magister.
Ma è solo nella terza metà, signori e signore, che arriva il botto.
Vengono alla mente le immortali parole del capolavoro di Sorrentino. Il sottotraccia del trailer de Il Divo che racchiude in sé l’intero film:

Ora vi conto tutto. Ma tenetevi forte alle sedie. Perché tutto si tiene, tutto si tocca, tutto si collega. Io ve lo ripeto: tenetevi forte alle sedie.

Se a pagina 200 credete già di aver capito ogni cosa, se pensate di avere in pugno la chiave del romanzo a due passi dalla fine, vi do un consiglio: respirate profondo, buttate alle ortiche le vostre certezze e lasciate fare all’autore. Occhio però a non saltare sulle sedie. Il rischio collasso è forte: era dai tempi de La versione di Barney che non venivo preso così per il culo. Che non mi godevo così le ultime pagine di un libro.
Ci sono parecchi motivi per leggere La terza metà
Ci sono parecchi motivi per correre in libreria ad agguantarne una copia. 
Se però siete così pigri o così squattrinati da non potervi permettere l’acquisto (non c’è niente da vergognarsi: della mia esile tredicesima non ho più nemmeno il ricordo), non disperate.
Pispisa, ve l’ho detto, è uno dei KAI ZEN, e i KAI ZEN da anni sono sostenitori del copyleft.
LTM, come tutti gli altri romanzi di casa KZ, è disponibile per il download gratuito. Pispisa lo pubblica a puntate sul blog del collettivo, Kaizenology.

Così Annarita Briganti su La Terza Metà

mucchioL’intervista per Mucchio:

Saranno delusi quelli che speravano che il fenomeno si sgonfiasse. Il giallo, noir, thriller o come lo si voglia chiamare, si rinnova partendo dalla Storia e dalla cronaca per raccontare la società e sfornare libri da leggere. Come il nuovo romanzo di Guglielmo Pispisa, La terza metà (Marsilio), che narra un’apparente piccola storia personale per fare i conti con la Storia. Con Pispisa parliamo di letteratura, politica, verità, scrittura, Sud e, perché no, amore. Non perdetelo di vista.

Nell’era di Internet & reality, “ti racconto tutto di me”, la tua biografia dice “e nato a Messina nel 1971″. Punto. Non il neanche in Facebook (siamo in due). Guglielmo Pispisa ha voglia di fare una breve auto-intro o restiamo così, nel mistero?

In realtà su Facebook compaio come Kai Zen G, ma anche lì le mie note biografiche scarseggiano (mi hanno detto che Facebook gira alla ClA i dati di cui entra in possesso, anche se non vedo davvero cosa diavolo possa farsene la ClA dei miei dati). Per arrotondare aggiungo che faccio l’avocato e sono parte di Kai Zen, un ensemble narrativo che pratica la scrittura collettiva. Potrei dire anche che non amo i social network come Facebook o MySpace e in genere tutti quegli spazi multimediali che vengono spacciati per occasioni di aggregazione ma sono in realtà usati per garantirsi pubblicità gratuita. Un fiorire continuo di “guardatemi ho fatto questo e quest’altro/”. Tutti che parlano usando solo superlativi e nessuno che ascolta, tutti attori e nessuno spettatore; una triste declinazione della modernità. Certo, fare questo pistolotto moralistico durante un’intervista rilasciata in occasione dell’uscita di un mio libro forse è un po’ incoerente, ma insomma …

La terza metà gioca con i colpi di scena senza sbavature. raro nei pageturner. Sullo sfondo una scrittura molto curata. Musa dell’autore il la realtà italiana degli ultimi decenni, romanzata in modo che fatti e fantasia! sembrino indistinguibili. Perché raccontare proprio la storia di Hieronimus?

Lui è il protagonista. Un agente dei servizi segreti infiltrato nel nuovo terrorismo rosso assiste da lontano al proprio funerale. Si comincia così. Il romanzo si ispira, più o meno liberamente, a fatti accaduti negli ultimi trent’anni in questo paese, dal piombo e dai veleni dei Settanta fino a quelli più recenti, ma allo stesso tempo questa Storia con la S maiuscola è riletta attraverso il filtro di una storia con la s minuscola, quella del protagonista e della sua poco tradizionale famiglia. Una storia nella quale la ricerca di un padre, forse morto e forse no, condurrà Hiero incontro alla sua sorte, ineluttabile e beffarda.

Lui va alla ricerca della verità. in particolare della terza metà. muovendosi in un contesto familiare. sociale e politico basato sulla menzogna come unica regola da seguire. Intuiamo fin dalle prime pagine che il prezzo da pagare sarebbe stato alto. Quali verità della Storia del Paese o della sua storia vorrebbe scoprire. se potesse, e a quale prezzo?

Le verità da svelare, o anche solo da provare in tribunale, della Storia d’Italia sono talmente tante che viene il capogiro a pensarci. Potremmo cominciare con la strage di Bologna, proseguire con quella di Piazza Fontana, passare per il falso comunicato numero sette delle BR durante il sequestro Moro e tutto ciò che ne consegue in termini di depistaggi e responsabilità. la curiosa coincidenza per la quale un covo delle BR si trovava in uno stabile in cui erano ubicati numerosi immobili di pertinenza dei Servizi Segreti, e poi ancora le finalità della strategia degli attentati del ‘93 a Firenze, Roma e Milano e l’improvviso eclissarsi di tale strategia. Questo tanto per cominciare. Sulla mia storia personale c’è poco da sapere o da chiedersi. Sono una persona normale e nella mia vita ci sono più errori che misteri, per fortuna. Dunque il prezzo da pagare per conoscere i miei misteri privati dovrebbe essere molto basso. I misteri nazionali, invece, mi sa che sono fuori mercato.

“Cosa sarebbe successo se”, quante volte ce lo chiediamo. la trama si basa anche su questo modo di ragionare e ci vuole talento a non perdere il controllo delle vicende narrate. Nel finale del romanzo tutto ha un senso evitando derive hollywoodiane, ovvero non aspettatevi l’happy end. Tornando ai giorni nostri, cosa sarebbe successo se in America non avessero eletto Obama? E se in Italia non avessero eletto Berlusconi?

Se negli USA non avessero eletto Obama, avrebbero eletto McCain. Se in Italia non avessero eletto Berlusconi, avrebbero eletto Berlusconi qualche mese dopo, come già accaduto. È una cosa che fa la differenza.

Esiste una comunità culturale dove abiti, a Messina? C’è interesse per questo tipo di attività, fermento. voglia di cambiare il mondo?

Quello che vedo nella mia città è un gruppo non molto nutrito di forti appassionati che cercano in tutti i modi di promuovere iniziative e attività culturali. Pochi ma buoni a fronteggiare il disinteresse generale. Ma se non c’è di mezzo la politica e/o un possibile tornaconto economico è difficile smuovere le persone, farle uscire di casa, coinvolgerle. Mi sembra vada meglio con i giovani e con gli anziani. E mi sembra che ci sia un rinnovato, anche se ancora timido, interesse per il teatro.

“Stai a casa: leggi un libro”, dal sito dei Kai Zen lo ci credo. ma come con vincere gli altri, soprattutto se giovanissimi?

Non credo si possa convincere qualcuno a leggere. Sarebbe come convincerlo che il sesso è fantastico o che la cioccolata è buona. Devi provare per credere, come diceva quel tale.

Hai modelli letterari, autori mito, libri da consigliare?

Vado alla rinfusa. Coscine di pollo di Tom Robbins, Che ve ne sembra dell’America di William Saroyan, Dostoevskij (qualsiasi titolo va bene), Manhattan Transfer di John Dos Passos, Lo straniero di Albert Camus, Una questione privata di Beppe Fenoglio, 11 consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, I fiori blu di Raymond Quenau, Giochi sacri di Vikram Chandra, Lunar Park di Bret Easton Ellis, Infinite Jest di David Foster Wallace, Nove gradi di libertà di David Mitchell. Bastano?

Che rapporto hai con la musica e la musica con la sua scrittura?

Sono un consumatore saltuario ma compulsivo. Nel senso che non sono un esperto, ma quando trovo qualcosa che mi piace la faccio girare all’infinito sul “piatto”. Soprattutto mentre scrivo. La terza metà ad esempio è frutto di un connubio fra la mia creatività e l’influenza delle sonorità dei Massive Attack, soprattutto di Mezzanine e di 100th Window, e dei Radiohead …

Da La strategia dell’ariete (Mondadori) di Kai Zen e stato realizzato un booktrailer. Ti è piaciuto? Come si evolverà il linguaggio tra contaminazioni e tecnologie?

Sono stato molto contento di quel booktrailer, che fra l’altro è frutto della generosa iniziativa di Monica Mazzitelli, una scrittrice e regista grande amica di Kai Zen Questa forma di pubblicità dei libri è ancora marginale perché le produzioni scontano ovviamente il basso budget, un problema difficilmente risolvi bile, allo stato. Ma spero che l’evoluzione delle tecnologie di ripresa e montaggio accelerino l’interazione fra scrittura e videocamera, soprattutto in un approccio dal basso. Sta già accadendo, basta andare in giro in Rete e vedere quante piccole produzioni di corti in digitale ci sono.

Molti scrittori e registi si dedicano a reinterpretare la Storia ottenendo un buon riscontro di pubblico e critica (Gomorra il caso più clamoroso) e il noir da anni scala le classifiche. Intuito commerciale. desiderio di verità, entrambe le cose o … ?

Penso che i fenomeni di rilievo nascano sempre come reazione a esperienze di segno opposto. L’attenzione crescente della letteratura contemporanea per storie forti che attingono alla realtà, cronaca o Storia, è forse una reazione a decenni di intimismo borghese. Storie piccole, deli· cate, poetiche, costruite su cenni e sguardi e sensazioni, che francamente alla lunga avevano un po’ rotto le palle.

Hai mai pensato di scrivere un romanzo d’amore come non se ne trovano più in giro?

Col romanzo rosa patrocinato da Kai Zen abbiamo provato a farlo insieme a chi ci segue. Ne è venuta fuori un’esperienza interessante, anche se forse molti partecipanti hanno preferito virarla più sull’avventura che sul sentimento. Finora non avevo mai lavorato ad una storia solo di sentimento, però confesso che adesso potrei aver cambiato idea.

Così Domenico Mungo su la Terza Metà

rumore1La recensione di Rumore:

Nato nel 1971, membro di Kai Zen, ensemble narrativo “collaborazionista” con autori come i Wu Ming e Valerio Evangelisti (www.kaizenlab.it). Guglielmo Pispisa, messinese, è al suo terzo romanzo “individualista”, dopo Multiplo (Corso Bacchilega) e Città perfetta (Einaudi). Autore in grado di coniugare, sovrapporre, confondere diversi generi letterari plasmando intrecci intriganti, con uno stile serrato e innovativo. Tre vicende, apparentemente avulse fra di  loro, convergono in un finale in cui tutti i tasselli si incastrano per dipanare .il mosaico degli ultimi trent’anni di storia di questo Paese. Attraverso le vicende delle Vecchie e Nuove Brigate Rosse, Pispisa narra le connes sioni fra servizi,la politica internazionale, le tecniche di infiltrazione e del doppiogiochismo: La terza metà è miscellanea di noir, romanzo storicopolitico, spy-story ma soprattutto è un doloroso viaggio nel passato interiore e familiare del protagonista. Con uno stile sospeso tra metafore e allegorie venate di crudele iperrealismo. A tratti pare di leggere un Houellebecq meno autoreferenziale e più testimone dei tempi. Pispisa ci immerge in un liquido amniotico che ha nel noir e nel romanzo neorealista i suoi riferimenti privilegiati. tre tre metà che si ritrovano nell’uno. del titolo, la trilogia come perfezione dell’imperfettibile, laddove il kaos della Storia appare come un setaccio inestricabile. La terza metà, appunto, la terza metà della verità: quella che non ti aspetteresti mai.

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