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Cassiel’s Song

More about La strategia dell'ArieteA distanza di quasi tre anni, “La Strategia dell’Ariete”, nonostante sia esaurito grazie al copyleft è un vero e proprio longseller anzi longdownloaded.

Direttamente dal cielo sopra Berlino arriva la recensione di Cassiel:

È bene premettere a questa recensione che il romanzo del collettivo Kai Zen risulta fuori catalogo ed esaurito da tempo. Sarebbe atto di sadismo istigare un desiderio di lettura che può essere difficilmente soddisfatto. Ma nel sito dedicato al romanzo, non solo è possibile scaricarlo gratuitamente, ma è anche possibile prelevare una serie di contenuti speciali. Tutto il loro materiale letterario, d’altronde è prodotto anche in copyleft, con licenza creative commons.

Il romanzo storico ha molteplici strade, quelle del tempo, del luogo e della destrutturazione oggettiva. Attraversa le strade della finzione e quelle della ricostruzione minuziosa. Il romanzo storico è sempre un atto soggettivo, come sempre è soggettiva l’interpretazione della Storia.

Ma quando la narrativa storica veste anche i panni del romanzo totale, le cose si complicano. Il romanzo totale è quasi sempre un’esperienza di letteratura militante, non è mai un’operazione fine a se stessa, che si caratterizza, oltre per gli elementi tipici della fiction, soprattutto per alcuni canoni specifici: rispetto della documentazione, interpretazione e manipolazione, a volte critica storico-politica.

Affidarsi alla realizzazione di un romanzo totale, vuol dire avere la consapevolezza della possibilità dello stravolgimento di tali canoni. E vuol dire, soprattutto, radicalizzare ancor più la visione soggettiva per metterla al servizio della Storia collettiva, attraverso la visione totale. Un’apparente contraddizione in termini, ma una contraddizione necessaria e viva, come appunto è la Storia: una contraddizione viva che gronda sangue e carne.

I Kai Zen, nella “Strategia dell’Ariete”, estremizzano sia l’esperienza di romanzo totale, che quella di romanzo storico, e espandono la materia narrata ben oltre le pagine di questo romanzo. Una Storia che assume se stessa e procede in tutti i lati possibili, superando i vari livelli storico-narrativi contenuti e che continua nell’immaginazione dei lettori. Non a caso i Kai Zen perseguono la totalità anche attraverso l’espansione del loro essere collettivo, con progetti letterari che coinvolgono gli stessi lettori.

“La Strategia dell’Ariete” è però, nella sua sublime “incompiutezza”, anche un romanzo compiuto con una trama e un finale, con un incedere avvolgente e avvincente. I piani di lettura sono molti e anche il più semplice è salvaguardato. Ed il facile, anche in letteratura, è difficile a farsi: scrivere letteratura popolare, conservando tutti i migliori elementi di tale genere, senza scadere nel cattivo gusto e farlo al massimo delle possibilità. “La Strategia dell’Ariete” coglie nel segno perché è tutto questo.

Frantumi

cappiFig1Concepire un pensiero, un solo e unico pensiero, ma che mandasse in frantumi l’universo.

(E.M. Cioran – Il funesto demiurgo)

Coccodrillo

cramps

Now life is short and it’s filled with stuff. So let me know baby when you’ve had enough. Oh do the dead, turn blue.
Yeah the surfin’ dead, as dead as you. There’s nothing on the radio when you’re dead. There’s nothing at the movie show when you’re dead.
There’s nowhere left for you to go when you’re dead. Do the dead, yeah do the dead. Do the dead, surfin’ dead.

(Lux Interior 1948 – 2009)

L’ultimo imbecille, intervista ai Ministry

lastasuckerL’ultimo imbecille ha lasciato la Casa Bianca e i Ministry hanno chiuso bottega. Per citare i Throbbing Gristle (che poi si sono smentiti) – e  noi Kai Zen quando abbiamo chiuso quelle stronzate di  myspace e facebook – : la missione è terminata. Una missione,  nel caso dei Ministry contro la dinastia Bush, iniziata negli anni ‘90 con ΚΕΦΑΛΗΞΘ, meglio noto come Psalm 69: The Way to Succeed and the Way to Suck Eggs (presidenza di G. Bush sr.), proseguita con Houses of The Molé, Rio Grande Blood e terminata con The Last Sucker (le due presidenze di G.W. Bush). Per chiudere il cerchio i nostri hanno dato alle stampe anche la versione live di Psalm 69, Adios… Putas Madres, e Cover Up, un disco (raccolta) di cover per l’appunto, come volessero pagare a fine corsa i loro debiti sonori, ma anche la controparte, lo ZOS del KIA, Il Nirvana, del Samsara, lo Yin dello Yang, dell’intera missione; un brano su tutti: What A Wonderful World, specchio di N.W.O.

Un paio di anni fa mi è capiato di intervistare i Ministry in occasione di un loro live italiano. Rimestando nell’hard disk ho ritrovato il file…

Ministry, 15 agosto 2006, Velvet – Rimini

filthpigA dieci anni esatti dalla loro prima venuta in Italia i Ministry tornano. Tornano anche alle sonorità che li consacrarono negli anni ‘90, assieme ai Nine Inch Nails, ai vertici del crossover industrial (era l’89 quando uscì The Mind Is a Terrible Thing to Taste e il ‘92 quando uscì Psalm 69) dopo alcuni album che definire interlocutori è gentile.
La prima volta è stata a Jesolo, il tour era quello di Filth Pig, un disco uscito da poco che lasciò tutti di stucco e con l’amaro in bocca anche se dovevamo ancora digerirlo. Là sulla spiaggia (!) però capimmo tutti subito che i Ministry dal vivo erano in grado di trasformare anche i brani di Filth Pig in qualcosa di inaudito e quando Jourgensen dopo aver aperto il concerto con Psalm 69 e aver ipnotizzato tutti, imbracciò il mandolino e attaccò con Reload, capimmo. Capimmo che sarebbe stato uno dei concerti più belli della nostra vita. E infatti fu così. Il culmine: una Scarecrow acidissima e psichedelica tanto da farci intravedere uno spaventapasseri enorme incastrato tra la struttura portante del palco. Pura allucinazione collettiva. 
Due lustri, quattro dischi in studio, tre live e una compilation dopo sono di nuovo qui. Non sono del tutto convinto di questo ritorno ai ‘90 di cui sopra. La peculiarità dei Ministry è sempre stata quella di essere un passo avanti anche a costo di non accontentare nessuno, anche a costo di deludere ferocemente. Non so se Houses of the Molé e Rio Grande Blood mi piacciono davvero. Il primo è lo specchio di Psalm 69 ma senza quell’appeal “quasi pop” che ti costringe a canticchiare i ritornelli per quanto distorti e martellanti (N.W.O su tutti) e il secondo mi sembra un gran disco ai confini con il thrash, con certo metal e nu metal ma non un disco coraggioso. Quello che gli manca è lo spirito iconoclasta e sperimentale della grey area, dell’industrial. Trent Reznor ormai è un star dello show business e gli Einstürzende Neubauten sono la colonna sonora di molti intellettuali radical chic ma comunque sono ancora in grado di osare, di stupire, di spingersi oltre a prescindere dal pubblico e da loro stessi. È lo stesso per i Ministry? 
rgbLa prova del fuoco è sempre quella del live per le formazioni di questo tipo. E se dal Beach Bum di Jesolo mi sento legato anche a Filth Pig, da questo concerto al Velvet mi aspetto di sentirmi legato anche a Rio Grande Blood e Houses of the Molé. 
Ed è proprio da questi due dischi che i nostri attaccano, senza pietà, all’arma bianca. La formazione sul palco è una sorta di supergruppo, oltre al fido Mike Scaccia ci sono Tommy Victor dei Prong, Paul Raven dei Killing Joke, Joey Jordison degli Slipknot e John Bechdel dei Fear Factory. La macchina da guerra macina e stritola note su note senza pietà anche se l’acustica del Velvet non è un granché. 
L’acme della prima parte è raggiunto da Lies Lies Lies. Le immagini proiettate alle spalle del combo si susseguono veloci. Bombardamenti, cannoni, Bush, volti sofferenti, dollari. Il pezzo incalza, i campioni scandiscono il ritmo, il pubblico ondeggia. L’energia sale e l’ormai imbolsito Jourgensen sembra aver trovato la dimensione live dopo un paio di brani passati a fare un po’ la rock star. Lo spirito punk si fa largo finalmente. Da qui in poi si va felicemente in discesa, Il pubblico è conquistato ed è il momento di sfoderare gli assi nella manica e saltare nel passato con la nuova formazione. Quello che segue è puro delirio. New World Order è mostruosa, Just One Fix oltre ogni aspettativa e Thieves, sì addirittura Thieves, suonata così sembra un pezzo in arrivo dal 2015 e non dal ‘89. 
Non ho più voce. Ho urlato a squarciagola con tutte le mie forze: thieves, thieves and liars, murderers, hypocrites and bastards. 
coverupIl concerto sembra non dare tregua a chi si è immerso nei gorghi delle prime file. E poi. Poi ecco ci siamo. Il coup de théâtre che mi aspettavo arriva. In molti alla fine si lamenteranno, storceranno il naso, si annoieranno, ma chi era a Jesolo si ritrova punto a capo. La melodia si fa lisergica, dilatata, mediorientaleggiante, lo schermo alle spalle del cubano e della sua band fa scorrere le immagini di Lawrence d’Arabia. Non posso metterci la mano sul fuoco ma il brano, dovrebbe essere Khyber Pass. O meglio la sua versione immersa nell’olio di hashish e nel LSD. Sembra quasi un incrocio tra Bloodlines, Unsung, Hizbollah, Dreamsong, Scarecrow e Kaif in una improbabile summa tossica degli ultimi 18 anni di Ministry. Il pezzo si allunga, Jourgensen se ne va e il gruppo resta sul palco in preda a feedback degni dei primi Sonic Youth. In molti si guardano attorno straniti, in attesa. Il concerto è finito. 
C’è un attimo di esitazione, il pubblico aspetta qualche secondo prima di riprendersi e chiedere a gran voce il bis. 

pslam69

Ed è proprio in quel momento che il cerchio si chiude davvero. Dieci anni fa così cominciava e oggi così finisce: Congregation, please be seated and open your prayer guides to the book of revelations, psalm 69.
Alla fine vado via soddisfatto. Houses of the Molé è stato un po’  trascurato, ma forse Warp City è troppo simile a Jesus Built My Hot Rod e se non hanno suonato la seconda suonare la prima sarebbe stato come ametterne l’inferiorità. E questo vale per tutto il disco in questione. 
Rio Grande Blood non mi convince ancora a pieno ma come Filth Pig mi rimarrà nel cuore. Non sarà uno di quei dischi dei Ministry che conosco a memoria e che non smetto mai di ascoltare, ma comunque la strada è più o meno quella giusta, anche se io spero sempre che prima o poi si decidano a fare un disco country con tanto di steel e slide guitar. (Credo che abbiano esaudito la mia speranza. Sembra infatti che presto uscirà qualcosa di smile a nome Buck Satan & the 666 Shooters. N.d.J.)

ministry

A poche ore dall’inizio ho incontrato uno straordinario e gentilissimo Tommy Victor con cui ho chiacchierato naturalmente dei Ministry, dei Prong, di politica, di country, di metal e di economia.
Come sta andando il tour europeo?
Alla grande. È fantastico. abbiamo suonato a un sacco di festival e in un paio di club. In germania a Dresda è stato favoloso. Al Wacken Open Air invece c’erano troppi fan del power metal e ci hanno accolti come se venissimo da un altro pianeta. In Spagna al Metalways ci siamo divertiti, è un festival davvero ottimo. Ottima anche la data al club di Vienna del 9 agosto.
Come funziona la nuova line-up dal vivo?
È una macchina perfetta. Joey (Jordison degli Slipknot N.d..J.) è uno dei batteristi migliori che ci sia in circolazione. È l’unico che sia riuscito a suonare il nuovo materiale. Quando abbiamo scritto le canzoni di Rio Grande Blood, non pensavamo potesse esserci qualcuno in grado di riprodurre i suoni del sound programming dal vivo.
I dischi dei Ministry hanno un forte connotato politico. Quale è la reazione della gente in USA e in Europa?
Credo che non interessi molto. C’è una sorta di resistenza apatica a certe tematiche, in egual misura negli States e in Europa. È la mia opinione certo. Anche se nella concezione del disco viene messo molto impegno per dargli una certa linea comunicativa, il fan standard dei Ministry viene ai concerti solo per fare casino. Per ubriacarsi e divertirsi. Penso sia un veicolo per la sua rabbia istintiva più che un modo di prendere coscienza.
Dopo l’11 settembre, bene o male, gli scrittori scrivono in un altro modo, i registi “girano” in un altro modo. È successo anche alla musica?
No. Alla musica non è successo. La musica ha un carattere poco “informativo”. Ci sono delle eccezioni ovvio, ma a differenza di libri, film e giornali, l’approccio musicale è rimasto identico. Divertimento puro. In pochi badano ai contenuti dei testi.
Avete mai avuto problemi per i contenuti dei vostri brani?
Si certo. Ma mai direttamente. A parte una volta. Jello Biafra ha fatto un show con noi a Sacramento. Il pubblico era per lo più formato da militari (nella contea di Sacramento c’è una base dell’Air Force e uno dei più grandi depositi militari d’armi americano. N.d.J.)… Per il resto però la gente non ci bada. L’atteggiamento diffuso è “meno se ne parla meglio è”. L’importante è farsi gli affari propri e pensare a ciò che è meglio per sé stessi.
Cosa ascolti?
Ho avuto l’occasione di assistere allo spettacolo degli In Extermo, sono stati incredibili. Uno show stupefacente. In giro ci sono un sacco di nuove band interessanti. Me ne sono accorto soprattutto durante questo tour. Per il resto sto riascoltando alcuni “classici” metal come Slayer, Celtic Frost, Overkill; oppure cose come i Joy Division, i Killing Joke: new wave, quella più oscura, non di certo roba come Human League o Pet Shop Boys. Sono vecchio (ride) ricordo, quando con la mia ragazza di allora ascoltavamo quei suoni mentre venivano trasmessi alla radio negli anni ‘80. Tra le band più recenti mi piacciono molto Slipknot, Shadows Fall, As I Lay Dying. Mi piace ancora molto il Thrash vecchia maniera, alla Dark Angel, Exodus e Destruction. L’Emo non mi dispiace anche se mi sta annoiando, salverei gli All That Remains e qualche altra band del Massachusetts. Anche l’Hardcore mi sta annoiando.
Conosci qualche gruppo italiano?
No. Purtroppo no. Anzi aspetta come si chiamava quella punk band molto popolare anni fa?
Negazione.
Negàzioune. Si loro. Grandiosi. Davvero grandiosi. Ma esiste una “metal scene” in Italia?
Procedo alla spiegazione… annuisce…
Be’ avete anche un’ottima scena dance (ride)
Si. E melodica.
Certo. (ride ancora con più gusto). Il mercato italiano è strano, i fan italiani del metal e della musica alternativa sono moltissimi, da voi passano un sacco di band, si vendono abbastanza dischi e producete tanti bootleg che neanche in Sudamerica… eppure… (sembra perplesso)
Visto le prese di posizione dei Ministry, avete mai pensato di pubblicare i dischi con licenza Creative Commons?
Con cosa?

Una licenza diversa dal copyright classico imposto dal mercato che consentirebbe di riprodurre, distribuire, eseguire e modificare il vostro lavoro ma non a fini commerciali. In epoca di peer to peer, i dischi dei Ministry, inutile fare finta di niente, si trovano comunque in rete. Potreste metterli in download gratuito sul vostro sito alla faccia delle major. Presumo che il vero guadagno arrivi in fin dei conti dall’attività live…
Hmm. Mi sembra davvero interessante. Devo informarmi. Certo, i dischi sono un complemento all’attività live ma è vero anche il contrario. Molti sono interessati ad avere l’oggetto in sé. Anche se però non è più come ai tempi del vinile. Il Cd non è un granché come formato. Quando ero giovane mi piaceva avere qualcosa da rigirare tra le mani, da osservare. Mi piaceva l’oggetto. Era bello avere il disco. Era qualcosa di speciale con le foto della band, il poster… sono molto affezionato ai miei dischi. Come quello dei Black Sabbath, uno dei primi che ho preso quando ero ragazzino. Oh mio dio, sono davvero invecchiato (ride).
A proposito di dischi comprati in giovane età… Dimmi dei Prong
Stiamo lavorando al nuovo disco, che dovrebbe uscire nel 2007. Siamo tornati insieme dopo alcuni anni. Era già successo un’altra volta per dei live show. Anzi l’ultima volta è stata proprio in Italia. Abbiamo suonato a Bologna a un qualche festival. Ricordo che c’erano i Blind Guardian come headliner (“A Summer Day in Hell Festival” del 2003. N.d.J.)
Avete mai pensato di fare un album country? So che Jourgensen è un estimatore del genere.
È vero. Al è un grande fan del country e sta preparando un album del genere. Pensa che è un bravissimo suonatore di slide guitar e pedal steel. Anche a me piace il country, la mia ragazza è un’esperta del genere. Mi chiedo sempre da dove tiri fuori certi dischi. Le domando spesso: “Come diavolo fai a conoscere queste band?” Certo lei è californiana e io sono di New York. A New York nessuno ascolta country.
Che ne pensi dell’incredibile lavoro di Johnny Cash su American Recordings con le cover di Nine Inch Nails, Soundgarden, Danzig?
Grandioso. Quei dischi sono fenomenali. C’è da dire che comunque una buona canzone è e resta una buona canzone. Potrebbe essere reinterpreta anche da un cantante lounge di ultima categoria e sarebbe comunque bella.
Leggi qualcosa quando sei in tour?
Ci provo. Di solito roba che si trova nelle librerie degli aeroporti. Micheal Connelly, Tom Clancy, Dan Brown, Stephen King: puro intrattenimento. Sono bravi scrittori, niente da obiettare, ma intrattenimento è e rimane.
Prendi Dan Brown. Ha preso un paio di cose qua e là. Un po’ di “massonic stuff”, un omicidio, qualche elemento di fantasia e ha costruito un best seller. In realtà è pura immondizia, divertente quanto vuoi ma di sicuro da non prendere sul serio.
Viene in mente il saggio “Beauty and the bestseller” di William Burroughs. Il grande pubblico non ne vuole sapere di sperimentare nulla che non sia in grado di comprendere e alcuni argomenti si prestano alla perfezione allo scopo: quelli che i lettori conoscono già in parte ma che vogliono approfondire. Il successo a colpo sicuro arriva se a questi argomenti viene sommata la minaccia, la sfida posta da essa e la sua risoluzione finale.
Chiaro. Dai alla gente ciò che vuole. La gente non ha voglia di farsi troppe domande ma è comunque incuriosita da certe cose. Una lettura pseudofemminista della Bibbia e una cospirazione per coprirla. Non è possibile che Maria abbia avuto un figlio senza fare sesso. È ovvio, e dare in pasto ai lettori qualche indizio in una direzione del genere o verso una cosa simile stuzzica di sicuro la curiosità. Comunque sia, chiunque dia credito al Codice da Vinci è un demente. Cazzo, è un romanzo da poco e non ha nessun fondamento storico.
La chiesa in Italia influenza la politica del paese. È lo stesso negli USA?
La religione ha molta influenza ma in modo eterogeneo. Non c’è un vero e proprio punto di riferimento come la chiesa cattolica da voi. I protestanti, hanno diversi volti, diversi “sessi”.. E comunque dipende da dove vivi. A New York, ebrei e cattolici hanno una base molto solida, ma al centro del paese e sulla West Coast esistono veri e propri centri di potere religioso. Ci sono un sacco di predicatori conservatori e poi è pieno di fanatici… sono pazzi.
Alle vostre ultime elezioni, si è fatto sentire il peso di certe fasce conservatrici della popolazione che hanno votato addirittura per la prima volta…
Già… (si fa pensieroso)
Comunque, una minima ripercussione sul mondo musicale credo ci sia. So che Marilyn Manson non può suonare da certe parti. E ho visto spesso filmati di dimostranti cristiani davanti ai posti in cui doveva esibirsi.
Si. Succede spesso negli stati della Bible Belt (il centro sudorientale degli USA N.d.J.). Chiariamoci non ho nulla contro quei posti. Mi ci sono trovato sempre molto bene. Si tratta solo di certi gruppi di persone. Bigotti, puritani fanatici. Assholes. Sono degli emarginati, dei fuori casta, eppure hanno potere su diverse comunità. Le stesse che hanno votato per Bush. Lui è solo un fottuto drogato senza cervello. Chi davvero comanda in America sono le banche, le corporation. Le stesse banche che comandano nel mondo. È assurdo. Pensa l’America è uno di paesi più ricchi e potenti del globo eppure c’è un sacco di gente che non ha lavoro, che vive per strada. E in cosa si investe? In tecnologia militare. In armi.
Si crea una specie di circolo vizioso…
Si certo perché i ragazzi poveri, provenienti spesso proprio dalla Bible Belt, senza lavoro finiscono per arruolarsi e andare a combattere… Certo non possiamo biasimarli. Non hanno speranza. Non hanno educazione. Non hanno lavoro. Non hanno nulla. È terribile. Mi rendo conto di ciò che succede anche se non ho vissuto sulla mia pelle questa situazione in fondo sono cresciuto nella middle class. Non me la passavo male, ma nemmeno come qui ragazzini viziati di L.A. che vanno in giro in BMW e non hanno mai lavorato un giorno della loro vita.

Notturno a Villa Wanda

Lo ha dato in pasto al pubblico aretino, non senza problemi, il copyleft festival dell’anno scorso, è stato pubblicato da Carmilla e da Argo con una speciale introduzione ad hoc e nonostante questo in molti ce lo chiedono ancora. Be’ ecco il nostro famigerato “Notturno”.

1.

wanda“O Cecco, ma tu lo sai, te, che un amico del mi’ cugino, il Vanni, c’è entrato e non l’hanno visto più?”
“Seee!”
“Ti giuro su la mi’ mamma, manco la polizia l’ha cercato. Per farti capire, eh.”
“Su la tu’ mamma?”
“Giuro. Ed era uno grande, sai, mica un cittino. Avrà avuto diciott’anni.”
“Vabbe’.”
“Mentre invece un altro ha provato a passarci la notte e…”
“Scomparso pure lui?”
“Impazzito. L’hanno ritrovato la mattina dopo nei dintorni della villa che non riconosceva la destra dalla sinistra. Ora pare che sta all’ospedale psichiatrico di Firenze.”
“E pure questo me lo giuri su la tu’ mamma.”

“No, questo no.”
“Perché?”
“Perché il mi’ cugino non lo conosce di persona. Il sentito dire non lo si può controllare. Non la rischio, la mi’ mamma. Ma era sempre per farti capire, no?”
“Cioè? Farmi capire cosa, grullo?”
“Che a far la nottata in quella villa lì ci vogliono le palle, cittino.”
“Per me son solo voci.”
“Voci ‘na sega. Ma lo sai chi ci si mette contro? Lo sai di chi è quella villa, no?”
“Lo so sì, se no mica sarebbe una prova di coraggio, giusto?”
“Ma tu lo sai che quello là, a ottant’anni suonati fa le orge e glielo mette in culo alle guardie del corpo, e se quelli protestano li mena pure?”
“Ma non dire…”
“Ma tu lo sai che trent’anni fa si è travestito da secondino e ha portato un caffè col veleno in galera a un tipo che gli rompeva le palle? Ma lo sai che quello là, dopo tutti ‘sti anni, i processi e le condanne che ha avuto, ancora ministri e capi di governo gli leccano i piedi? Che alla villa è tutto un andare e venire quotidiano di politici in cerca di favori? Gente importante, eh, mica sottosegretari!”
“…”
“Ma tu lo sai che quando un giornalista di qui si era messo in testa di fare un servizio sulla sua vita senza la sua autorizzazione, com’è come non è, lo hanno trasferito per direttissima in Culilandia a contare le pecore?”
“Esagerato.”
“Io esagero? Cazzarola c’è chi dice di averlo visto volare. E uno, lo conosco io, che giura che quello là è immortale perché al crocicchio di una strada di campagna in provincia di Pistoia ha fatto un patto con un diavolo nero che strimpellava la chitarra.”
“Evvabbe’ ora abbiamo pure Licio Gelli in versione Pistoia Blues.”
“Zitto per carità, non dire il nome.”
“Ma tu ci vieni o no con me, Dante?”
“Sul serio ci vai?”
“Hai sentito che ho promesso, no? Una notte intera nel parco di Villa Wanda: scavalco il muro di cinta prima di mezzanotte e ci rimango almeno fino alle cinque di mattina. L’hai visto Guido come rideva con quella faccia da cazzo, mentre Bea mi guardava. Io non gliela dò mica vinta, a Guido. Tanto, che ci vuole? Il parco è enorme, entro da dietro e me ne sto buono buono qualche oretta. Che sarà mai, un gioco da ragazzi, mica ci devo entra’ sparando. Poi vediamo se c’ha ancora voglia di ridere, lo sciorno. Alò, ci vieni?”
“…”
“O Dante…”
“Va bene, ci vengo. Però tu con Guido scherza poco. È parente lontano di quello là.”
“Madonnina, sei fissato sei!”

2.

calviCecco andò a prendere Dante a casa, altrimenti c’era il rischio si tirasse indietro. In motorino non dissero una parola per tutto il tragitto. L’aria di collina era fresca e il borbottio del motore era l’unico rumore nel giro di chilometri. Dante, dietro, reggeva una scala estraibile d’alluminio e ogni tanto, fra la salita e lo squilibrio dovuto al peso, il motorino sbandava un po’. In prossimità della villa deviarono per non passare davanti al cancello piantonato sempre da una volante, fecero il giro largo e si fermarono dal lato opposto del parco. Guido, Bea e altri due amici erano già lì.
I due scesero dal motorino, Cecco lo assicurò con una catena, poi si diressero al muro. Fecero appena un cenno della testa al gruppetto e presero ad armeggiare con la scala, allungandola e appoggiandola in modo da non farla scivolare.
“Piantatela per benino ‘sta scala. Non vorrei che vi faceste male prima ancora che vi prendano a calci in culo.” Guido non si fece scappare l’occasione per un’ultima dose di sarcasmo, ma il tono non era più sicuro come il giorno prima. Sembrava subire anche lui l’influenza nefasta di quello là, come lo chiamava sempre Dante. Tutto quel timore reverenziale Cecco non lo capiva proprio. Suo padre gli aveva pur spiegato che il Gelli era stato un intrallazzone di prima categoria, a capo di una loggia segreta tipo Rotary ma molto più segreta e molto più potente, gli aveva raccontato per sommi capi la vicenda del Banco Ambrosiano e di un tizio impiccato a Londra, sotto il Big Ben gli sembrava d’aver capito. Ma in fondo era roba vecchia e quello era un vecchio, fatto e finito, mica Bin Laden. Quando Cecco lo aveva visto dal vivo, l’unica volta in vita sua, gli aveva dato pure l’impressione di essere simpatico. E poi c’erano gli occhi di Bea, scuri, grandi e umidi come quelli di una cerbiatta. Anche adesso lo stavano guardando, quegli occhi, mentre saliva sui pioli, e per loro il muro lo avrebbe scavalcato anche se ad attenderlo oltre ci fosse stato davvero Bin Laden.
Cecco si mise a cavalcioni del muro, attese che anche Dante, più titubante, arrivasse in cima, poi tirò su la scala, appoggiandola al lato interno, in modo da assicurarsi una via d’uscita. Un cenno d’intesa col compagno e un ultimo sguardo a Bea. Ci voleva un’uscita di scena romantica e ironica, degna del suo gesto sprezzante. Si baciò le punte delle dita e ci soffiò sopra in direzione di lei, sorridendo. Poi saltò giù.

3.

gokuDante, rimasto solo in cima, cominciò a sentire l’ansia sfarfallare nelle budella. Brancicò la scala e scese, scivolando un paio di volte sui pioli. Che cazzo gli era venuto in mente a Cecco di saltare giù da tre metri e passa? Voleva dare ragione al Guido rompendosi una gamba prima di cominciare? Non appena i piedi toccarono terra, si guardò intorno. Cecco non si vedeva più. Era mezzanotte meno un minuto.
“Ceccooo” Chiamò a bassa voce, senza ottenere risposta. Si passò una mano sulla fronte per detergere il sudore ma non fece altro che sporcarsi la fronte di grasso. Le mani gli si erano impregnate quando le aveva appoggiate sul parapetto del muro di cinta, che ne era ricoperto. Bestemmiò e si avviò verso gli alberi. Cecco si era di certo addentrato nel boschetto per togliersi dalla vista. Una volta in mezzo agli alberi, si guardò attorno, proseguendo per qualche metro, ma dell’amico non c’era traccia.
Dante udì un rumore di rami spezzati e una specie di respiro lontano, un flebile latrato. La sua mente formulò un pensiero che finora non lo aveva nemmeno sfiorato: cani. Solo uno stupido non lo avrebbe previsto. E lui si sentiva terribilmente stupido. Al diavolo pure Cecco, ora sarebbe tornato alla scala e se la sarebbe data a gambe. Si voltò verso il muro, ma quello che vide gli tagliò il respiro: la scala non c’era più.
Cominciò a sudare freddo e gli tremarono le gambe. In un secondo valutò la possibilità di scavalcare senza l’aiuto della scala, ma ci sarebbe voluto Goku di Dragon Ball per un’impresa simile, non certo Dante Bombardini da Cortona. Nei successivi due secondi si immaginò mentre andava a denunciarsi al grande vecchio chiedendogli pietà. Doveva ricordarsi come cavolo lo chiamavano i suoi adepti, eccellenza, maestro, sua serendipità? No, venerabile, ecco, venerabile.
Era ancora perso nella fantasia autopunitiva, quando qualcuno gli toccò la spalla. Fece un balzo in avanti e cacciò un urlo soffocato, prima di mettere a fuoco la sagoma di Cecco. Anche lui con il viso sporco di grasso. Sembravano due marine improvvisati.
“Calmo, cittino oh.”
“Macheccazzofaimaremmaimbruttita!” Dante si trattenne a stento dal gridare, ma l’affanno gli faceva saltare le pause. Indicò il muro dove c’era la scala. Cecco annuì.
“L’ho messa via io, nascosta fra gli alberi. Vuoi mai che fanno una ronda di controllo e ci beccano per una bischerata così.”
“Chi fa una ronda di controllo?” Dante era al limite della sopportazione nervosa.
“E che ne so? Loro… qualcuno. Non si sa mai, no?” Cecco appariva invece in pieno controllo, anzi quasi spavaldo, sovreccitato. “La scala è laggiù,appoggiata a quel platano. Ora ci piazziamo qui, buonini, e ci rilassiamo per qualche ora. Te lo dicevo che era una passeggiata.”
“E i cani?”
“Quali cani?” Cecco non appariva affatto turbato. “Rilassati,” Cecco lo fece sedere per terra, forzandolo un po’. “Respira profondo, uno due tre, così, bravo. Prenditi una mentina, dai, eccotene una delle mie. Tranquillo. E ora dimmi, hai visto cani?”
“No, in effetti no, ma prima, quando ti sei allontanato, ho sentito come un respiro lungo, lontano. Non umano.”
“Magari ero io” concluse Cecco, sistemandosi con la schiena appoggiata alle radici esposte di un tronco. E quest’ultima affermazione, chissà perché, fece crescere ancora l’ansia di Dante.

4.

Capitan HowdyPassò la prima mezz’ora. I due non parlavano e le chiome ondeggianti degli alberi contro il cielo notturno incombevano sulle loro teste. Sembravano mani, mani gigantesche pronte ad afferrarli, sempre più vicine, sempre più minacciose. Dante sentiva freddo, un freddo strano, interiore. Anche lui era appoggiato alle radici di un albero, e a un tratto gli sembrò si muovessero come tentacoli. Fece per alzarsi ma senza riuscirci. Immobilizzato e inerme. Un respiro gli si avvicinò da dietro, sempre più pressante e famelico. Dante chiuse gli occhi e pregò fosse Cecco. Non ci sono cani, niente cani. Fa che sia Cecco fa che sia Cecco fa che sia… Aprì gli occhi e si voltò: accanto a lui c’era proprio l’amico, inginocchiato, gli occhi chiusi. Dante tirò un sospiro di sollievo, poi Cecco aprì gli occhi: pupille e iridi erano scomparse per lasciare posto alla sclera. Aveva gli occhi bianchi. E sorrideva.
Dante urlò a squarciagola senza emettere alcun suono. E continuò a gridare muto anche quando Cecco gli strisciò vicino alla faccia e aprì la bocca su un’impressionante chiostra di denti aguzzi. Poi Dante si svegliò. Cecco lo stava scuotendo: “Che cazzo c’hai da piagnucola’ in quel modo, o grullo? Pari un cagnolino scannato.”
Dante grondava sudore acido, il cuore come un rullante e in bocca polvere. Si guardò attorno, ma tutto appariva normale. Gli alberi erano alberi, Cecco era sempre Cecco.
Le ombre della notte avevano perso quell’aura minacciosa del sogno e non si muovevano più. O forse no. Cos’erano quelle figure nere e smilze che schizzavano fra gli alberi?
“Che roba è quella, Cecco?”
“Cosa?”
“Quelli là, Cecco sono…”
“Tranquillo, solo illusioni ottiche. Sono le quattro meno venti, abbiamo quasi fatto. Sei troppo impressionabile tu.” Cecco stava per mettersi a ridere, ma non gli fu possibile.

5.

gelli

Arrivarono da dietro, in silenzio, come fossero sempre stati nascosti dietro i tronchi ai quali i due ragazzi si erano appoggiati. Dante si sentì trascinare sulla schiena, ma era quasi del tutto insensibile. Non provava dolore e non riusciva a vedere nulla attorno a sé. Sentiva solo i rumori del suo corpo e di quello dell’amico che venivano trascinati. Fino a una radura. Qualcuno armeggiò attorno alle sue braccia e alle gambe, poi più nulla. Passarono minuti interminabili. Cercò di mettersi seduto, per sentirsi meno inerme ed esposto, ma non ci riuscì. Dovevano avergli assicurato polsi, caviglie, gomiti e ginocchia al terreno. Spalmato come marmellata sul pane. Per quel che poteva vedere dalla sua posizione, alzando appena la testa, anche Cecco si trovava nelle stesse condizioni, a pochi metri da lui. Provò a chiamarlo. Ma una luce accecante spazzò via la notte e lui apparve. Seduto su una sedia con braccioli imponenti, un trono nel mezzo del prato, proprio fra Dante e Cecco. Seduto ma più in alto di loro, più forte di loro. E più calmo. Vestito di bianco. Giacca, pantaloni, gilet, camicia e cravatta. Bianchi. Scarpe. Bianche.
Guardò i due ragazzi attraverso le lenti dalla montatura leggerissima. Annuì sorridendo. E cominciò a parlare. “A questo dunque sono ridotto? A un giochino trasgressivo per adolescenti? La casa stregata di Arezzo?” Una pausa, come aspettasse una risposta, ma Cecco taceva e Dante non aveva fiato nemmeno per respirare. Si stava pisciando addosso.
“Venite qui, da un povero vecchio che vorrebbe ormai solo oblio e poesia. Venite qui, con la vostra arroganza, strafottenza, con la vostra ignoranza. Nutriti e pasciuti con i generi di conforto che quelli come me hanno combattuto per assicurarvi. E vi mettete a giocare a Mezzanotte è suonata nel mio giardino. Non è tanto per la violazione di
domicilio, sapete. È la mancanza di rispetto che fa male. È constatare che la vostra generazione manca di volontà, di punti di riferimento. Manca di spiritualità, ecco… di spiritualità.”
Dante capiva appena le parole del venerabile, gli ronzavano le orecchie, era confuso, ma il tono dell’uomo in bianco era penetrante.
“Non è che non vi perdoni. Certo che vi perdono, bambini, miei piccoli trucioli di sogno, frammenti di stelle. Ma il perdono senza l’esempio è inutile, come un aratro senza la bestia che lo tira.” Il venerabile si alzò in piedi e Dante lo vide circonfuso da una luce candida, i contorni del corpo resi incerti e tremolanti dal riverbero. Si avvicinò a Dante. Rapido e lieve, come se i piedi non toccassero terra. Un fantasma chinato sul suo volto mentre la luce continuava a fluire dal corpo. Portò le mani agli occhi di Dante, e queste si riempirono all’improvviso di un gigantesco cuore insanguinato. Ancora brulicante di vita, pulsava e si muoveva. Il venerabile lo strinse appena e quello sussultò, come sussultava il cuore nel petto di Dante. “Dio mette nelle mani del giusto il cuore che batte nel petto degli uomini valorosi. Sii valoroso, giovane Dante, e terrò il tuo cuore sempre in palmo di mano.” La luce tornò ancora più forte, inghiottì tutto il corpo del venerabile, lo fece pulsare proprio come un cuore, lo innalzò a parecchi metri da terra, e poi lo spense, cancellandolo dal cielo notturno.
Dante si ritrovò libero nella radura ormai buia, dove sembrava non fosse successo nulla. L’amico accanto a lui, l’espressione sconvolta.
“Hai… hai visto anche tu?” Chiese Dante.
Cecco rispose solo: “Maremma.”
All’unisono voltarono la testa al muro di cinta: la scala era lì ad attenderli. Non si chiesero né come, né perché. Corsero solo come pazzi, si arrampicarono e saltarono giù. Erano le cinque e tre minuti.
Guido era già andato a dormire, ma gli altri erano ancora lì. Dante cominciò a raccontare mentre Cecco stava zitto limitandosi ad annuire.

6.

Cecco attende seduto su una poltrona di velluto verde. È la seconda volta che varca la soglia di quel salottino, uno dei tanti della villa.
L’uomo entra con passo sicuro, vestito nero, poco più di quarant’anni.
“Lo zio?” chiede Cecco.
“Lo zio è impegnato, puoi dire a me.”
“Tutto alla grande. Dante sta raccontando in giro. Lo ha visto decollare, addirittura. Che roba c’era in quella mentina?”
L’uomo fa solo segno di sì con la testa. “Bene.” Gli porge una busta spessa. Cecco la apre e conta le banconote.
L’uomo prosegue. “E di’ a tuo padre che per quell’affare può stare tranquillo.” Fa per andarsene, ma Cecco lo trattiene. “Come avete fatto il trucco della luce?”
“Fosforo sugli abiti. E un mantello nero al momento di farlo sparire.”
“Posso sapere perché?”
L’uomo sorride: “Le storie sono importanti, Cecco. L’America non l’hanno fatta grande i cowboy, ma i film sui cowboy.”

Nuove date per il Tour Strategico

Live @ Pieve di Cadore e Bologna

31 GENNAIO 2008
PIEVE DI CADORE (BL)
ore 17:30 @ LIBRERIA TRAIBER, via Vittorio Veneto – tel. 043/531348

2 FEBBRAIO 2008
BOLOGNA
ore 19:30 @ ARTERìA, vicolo Broglio 1

Con reading sonorizzato della Kai Zen Zum Pa Pà Open Source Swingin’ Orchestra

Kai Zen, Wu Ming, Washington Irving e David Hume

Nel secondo livello del sito di Manituana dei cugini Wu Ming, potete trovare Lanterna Jack, un nostro racconto che incrocia i due romanzi. ma già che ci siamo lo postiamo pure qui:

LANTERNA JACK
(e che David Hume e Washington Irving possano perdonare il nostro ardire)

Sir Joseph Banks, il presidente della Royal Society, non era ancora arrivato. Così gli aveva riferito il maggiordomo dall’aspetto contegnoso e giallastro mentre lo faceva accomodare in anticamera. Washington Irving trasse l’orologio dal taschino e controllò l’ora: in effetti si era presentato in buon anticipo. Banks era uno dei membri anziani dell’accademia e Irving doveva incontrarlo per assolvere una delle noiose incombenze del corpo diplomatico americano del quale faceva parte lì a Londra. La smania di cominciar prima per finir prima gli aveva fatto accelerare troppo il passo, procurandogli un effetto opposto a quello desiderato: avrebbe dovuto anche aspettare.
Si dispose dunque ad attendere e cominciò a guardarsi intorno per individuare quale, fra i divani di velluto consumato, potesse venirgli più comodo. Scelse quello vermiglio, posto tra l’ampio bovindo e una porta socchiusa su un’altra camera. Avvicinandosi notò che al di là della porta tre gentiluomini discorrevano fumando la pipa. Dalla fugace immagine che colse passando davanti allo spiraglio aperto non avrebbe saputo descriverli, ma l’odore del trinciato era inconfondibile, speziato e rude, assai diffuso fra le persone meno abbienti: gli scienziati inglesi avevano gusti semplici. Irving udì anche uno scambio di battute.
- “… Se i selvaggi presentano una certa somiglianza con gli uomini civili, piuttosto che con gli animali, allora è più probabile che anche il loro intelletto assomigli più a quello dei primi, piuttosto che a quello dei secondi, e si dovrebbe ascrivere la loro specie a quella degli esseri dotati di anima. La vostra conclusione, anche in base ai vostri stessi principi, quindi non regge.”
- “Vi prego sviluppate di più questa argomentazione. Non la capisco a sufficienza così come concisamente l’avete formulata.”
- “Il nostro amico e sodale, come avete già sentito, afferma che, dal momento che nessuna questione di fatto può essere provata in altro modo che con l’esperienza, l’esistenza dell’anima dei selvaggi non ammette nessun altro mezzo di prova. I selvaggi, dice, assomigliano a noi civilizzati, quindi il loro intelletto assomiglia al nostro, quindi la loro anima deve assomigliare alla nostra. E qui notiamo che l’operazione di una parte piccolissima della natura, vale a dire l’intelletto, su un altra parte ben più grande e maestosa, vale a dire l’anima, diventa la regola con cui egli giudica dell’esistenza dell’una in base all’altro, misurando così due cose tanto immensamente diverse con lo stesso criterio. Ma onde eliminare tutte le obiezioni derivanti da questo argomento, dico che ci sono altre parti dell’universo che presentano ancora una maggiore somiglianza con i selvaggi, e che, quindi, ci permettono di formulare una migliore congettura sull’esistenza della loro anima. Queste parti sono gli animali. I selvaggi assomigliano più a un animale che a un gentiluomo. Il loro intelletto somiglia più a quello del primo. Quindi possiamo inferire che il loro intelletto somigli più a qualcosa di simile, o di analogo a quello dell’animale…”

Il discorso dei tre gli pareva interessante anche se lambiccato, ma non era certo cosa degna rimanere a origliare, né l’americano poteva irrompere nella stanza pretendendo di partecipare alla discussione senza nemmeno essere stato annunciato. Anche se, da come sembrava andare la conversazione, qualcosa da dire in proposito lo avrebbe avuto. Una certa esperienza e conoscenza degli aborigeni d’America l’aveva col tempo maturata, tanto da comprendere come le opinioni sulle presunte caratteristiche animalesche che molti bianchi attribuivano loro erano spesso frutto di ignoranza o di interessi mercenari.
Abbandonò l’idea di sedersi sul divano, troppo vicino alla porta, e si spostò verso la finestra, dove il suo sguardo venne attratto dal giardino. Un bel angolo verde, senza dubbio, curato e ampio. La scelta delle piante rivelava il giusto equilibrio fra tradizione ed esotismo. C’erano anche specie tipicamente nordamericane, che gli ricordarono il giardino della casa dei suoi genitori. In particolare il Liquidambar styraciflua vicino al cancello era del tutto identico a quello al quale suo fratello maggiore William una volta lo aveva appeso, per fargli pagare pegno. William era sempre stato un burlone e Washington, in quanto ultimo tra i fratelli, era spesso la vittima designata. Complici il dialogo sui “selvaggi” ascoltato in precedenza e la somiglianza del giardino della Royal Society con quello della sua infanzia, a Washington sovvenne un ricordo sepolto nella memoria molto tempo prima. Il ricordo di una storia narratagli dal fratello, non avrebbe saputo dire se vera o inventata di sana pianta. Una storia violenta.
“Sta’ sicuro che se ti racconto questa, te la fai addosso dalla paura.” La luce sinistra negli occhi di William non era rassicurante, ma il piccolo Washington aveva fatto finta di niente.
“Mi piacciono le storie; racconta.”
William gli aveva girato le spalle, addentrandosi in uno dei numerosi anfratti del giardino circostante la casa. Una delle macchie incolte e selvatiche che ricordavano i boschi del nord. Washington gli era andato dietro, fino a quando il fratello non si era fermato ai piedi di un albero contornato di cespugli fitti. Senza voltarsi aveva cominciato a parlare.
“Immagina” aveva detto. “Immagina un posto simile a questo, ma più sperduto, e più freddo. Un posto più insicuro e vasto di questo. Un bosco dove gli alberi sembra che ti parlino, quando le loro chiome vengono piegate in giù dal vento. E il fiume manda un riverbero grigio e un rumore rabbioso tutto intorno. Avevo più o meno la tua età quando successe, tu non eri ancora nato. Nella zona dei grandi laghi, quando aiutavo papà nel commercio delle pellicce. Erano i primi tempi, allora, e tutti dovevamo lavorare. Pochi giorni prima avevamo incontrato un uomo che non dimenticherò mai. Un mohawk. Il suo nome era Ronaterihonte. Papà gli aveva comprato delle pellicce, e indovina cosa aveva voluto in cambio quel selvaggio…”
Il piccolo Washington era rimasto interdetto per un momento, poi aveva risposto nel modo che gli pareva più logico: “Acquavite immagino, o qualcosa del genere.”
William aveva riso: “Il selvaggio aveva adocchiato dei libri in un angolo del nostro carro, e aveva chiesto di vederli da vicino. L’Ingenuo di Voltaire, e anche qualcosa di Rousseau, credo. Papà se li era portati dietro per farmeli leggere in viaggio, ma quando l’indiano glieli aveva chiesti in cambio delle pellicce, era stato ben contento di cederglieli.” William aveva riso ancora e Washington gli era andato dietro, anche se non avrebbe saputo dire perché. Scambiare pelli d’animale contro libri non gli sembrava un’idea poi così stupida.
“Ma ora viene il bello,” aveva continuato William. “Due giorni dopo io e nostro padre ci eravamo fermati a mangiare nel bosco. Ci aspettava un lungo tratto da fare e papà aveva deciso di riposarsi un po’ prima di partire. Io ero sceso dal carro e mi ero messo a giocare vicino a una fitta macchia di alberi. D’un tratto sentii un rumore, qualcosa si muoveva tra le fronde. Pensai fosse un animale e andai a vedere. Non avevo fatto nemmeno dieci metri addentrandomi fra gli alberi, che la luce si era già dimezzata. Quello che prima aveva contorni netti, un attimo dopo sembrava circonfuso da un alone tetro e vago. Seguii ancora per qualche decina di metri lo scalpiccio, fino a che non vidi qualcosa al limitare di una piccola radura, in campo aperto. Era davvero un animale, un cerbiatto ferito. Cercava di trascinarsi avanti, come se fosse braccato, ma le zampe posteriori erano spezzate e le forze lo avevano abbandonato. Ricordo ancora adesso gli occhi liquidi di quella bestia, e il tremore che le faceva sobbalzare tutto il corpo.
“Non volevo mi scambiasse per il suo carnefice, così me ne allontanai. Stavo ancora decidendo quale direzione prendere per tornare indietro, quando sentii il galoppo di un cavallo, e un urlo che aveva ben poco di umano. Il cavaliere probabilmente stava dando la caccia all’animale che aveva già ferito; nulla di strano, ma quel grido mi aveva gelato il sangue. Non riuscivo nemmeno a muovermi, le gambe erano piantate al terreno come radici. Quando apparve dal lato opposto della radura, non potevo muovere nemmeno un passo. Era tutto vestito di nero. Nero pure il cavallo. Il volto, invece, era bianchissimo. Bianco a tal punto che i lineamenti non si distinguevano. Era come guardare una fonte di luce. Il cavallo andava al passo e il cavaliere, avvicinandosi, prese a roteare la spada. Sfilandogli accanto, tagliò il cerbiatto in due con un colpo secco della lama, però non si fermò a raccogliere la preda. Era come se non gli importasse, come se l’avesse uccisa per gioco e, una volta uccisa la bestia, come se il gioco avesse perso di interesse. Non era un vero cacciatore, sembrava piuttosto un soldato di ventura sbucato chissà da quale battaglia. Io ero rimasto ancora immobile a una decina di metri e non mi aveva degnato di uno sguardo. Fino a quel momento. Non so se tentai un passo o se feci qualche altro rumore che attirò la sua attenzione, ma si volse di scatto verso di me e mi ritrovai a fronteggiare il pallore innaturale del suo viso, che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Il rinnovato terrore però almeno mi sciolse i muscoli e cominciai a correre, proprio quando il cavaliere si era lanciato al galoppo nella mia direzione, sempre roteando l’arma. Cercai rifugio nel fitto della boscaglia, sperando che il cavallo avesse difficoltà a starmi dietro, ma quel demonio sembrava attraversare i tronchi come un fantasma. Quando ormai le ginocchia mi cedevano e il fiato mi aveva del tutto abbandonato, vidi quel selvaggio, Ronaterihonte, appoggiato a un albero. Almeno mi sembrò di vederlo, perché proprio in quell’istante inciampai rovinando a terra, e quando rialzai lo sguardo, l’indiano non c’era più. Non ebbi il tempo di riflettere su quella visione, però, perché il cavaliere mi stava addosso. Sentii ancora il suo urlo e quando mi girai lo vidi sfrecciare vicinissimo. Tra di noi, solo l’albero dove prima avevo creduto di vedere Ronaterihonte…”
William aveva fatto una lunga pausa e si era avvicinato al piccolo Washington sussurrandogli all’orecchio: “E sai cosa accadde quando il mio inseguitore passò accanto a quell’albero?” Washington aveva provato un brivido. Aveva timore di sapere, ma non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo.
“La testa, col suo volto pallidissimo e indefinito, gli venne spiccata dal collo. Proprio mentre sfilava vicino a uno dei rami dell’albero. Avresti dovuto vederlo: il corpo senza testa continuò a cavalcare come se niente fosse e scomparve oltre, mentre il capo mozzato mi rotolò accanto. Gli occhi erano senza luce ma la bocca era ancora aperta in una smorfia immonda, sembrava una di quelle zucche grottesche che gli irlandesi intagliano per Ognissanti: era stato decapitato mentre urlava.”
William a quel punto aveva passato un dito sotto la gola del fratellino, modulando un fischio lungo e lugubre, poi aveva ripreso: “Subito dopo da quel ramo discese proprio Ronaterihonte, fino a quel momento invisibile. Stringeva in mano una specie di lungo pugnale. Si chinò sulla testa del cavaliere e ne recise lo scalpo, poi mi aiutò ad alzarmi. Non ricordo se gli dissi qualcosa, ma lui si allontanò senza una parola… Non avevo mai raccontato questa storia a nessuno. Non so nemmeno perché te la sto dicendo adesso…”
Washington non aveva detto nulla, ma sentiva le ginocchia tremare e una strana eccitazione in petto. Era una storia fantastica e spaventosa, di quelle da narrare nelle notti tempestose. Il fratello si era avviato a lunghi passi verso la casa, lasciandolo da solo con gli occhi sbarrati. Le fronde degli alberi, scossi dal vento, sembravano volerlo ghermire per ingoiarlo nelle crepe dei loro tronchi. Il piccolo Irving aveva deglutito e si era messo a correre dietro a William, che di certo sghignazzava tra sé.

I toni accesi della conversazione in corso nella stanza accanto lo riscossero dai ricordi. Banks sembrava tardare ancora, e così per ingannare l’attesa Irving cominciò a passare in rassegna i dipinti alle pareti, come si trovasse in un museo. I volti di Boyle, Newton, Locke, Bacon, Wilkins lo squadravano severi da sotto le parrucche. Gli tornò in mente, così come se lo era immaginato da piccolo, il ghigno del cavaliere nero, cristallizzato dalla morte nella sua ultima terribile espressione da “Lanterna Jack”. Tirò fuori dal panciotto una matita e un piccolo taccuino e annotò: Cavaliere decapitato. Continua a cavalcare senza testa. Un’immagine suggestiva per un racconto; aveva già il titolo: “La leggenda della valle addormentata.” Lo sussurrò tra sé, come per verificarne l’efficacia. Non c’entrava molto con il racconto del fratello, ma suonava bene e poi Irving era uno scrittore, dopotutto, e uno scrittore deve potersi prendere certe libertà. Ripeté ancora una volta il titolo, questa volta a voce alta. Si sorprese a sottolineare soddisfatto con la matita le parole appena vergate, dondolando avanti e indietro, inarcando la schiena come un bimbo con il vaso della marmellata appena rubato dallo stipetto della cucina. Si sentì vagamente a disagio per la sua goffaggine, mise via il taccuino e cominciò a camminare fino a spingersi di nuovo nei pressi della porta da cui provenivano ancora le voci dei tre uomini di sicenza.

- “… Ma come è concepibile che un selvaggio che pure parla, possa essere simile a un animale?”
- “Molto facilmente. Nello stesso modo in cui un animale ruggisce, così, quell’animale che è il selvaggio, parla.”
- “Insomma, secondo voi una lieve somiglianza tra i suoni gutturali dei selvaggi e i versi delle fiere sarebbe sufficiente a stabilire la stessa inferenza per entrambi? Oggetti di studio che in generale sono tanto diversi dovrebbero essere un modello l’uno per l’altro.”
- “Giusto. Questo è l’argomento su cui insistere. Ho anche affermato in passato che non abbiamo dati per stabilire alcun sistema. La nostra esperienza, tanto imperfetta di per sé, e tanto limitata per estensione e per durata, non può fornirci alcuna congettura probabile per le cose nel loro insieme. Tuttavia, se proprio dobbiamo stabilire qualche ipotesi, sulla base di quale regola, prego, dovremmo determinare la nostra scelta? C’è un’altra regola oltre quella della maggiore somiglianza fra oggetti messi a confronto? E perché non può un selvaggio, un indiano, dotato di istinto e ferocia, presentare una maggiore somiglianza con un gentiluomo civilizzato dotato di cultura e ragione di quella con un animale ?”

Con molta probabilità, i luminari oltre la soglia non avevano mai visto un indiano in vita loro, se non in qualche stampa, eppure parlavano di esperienza. Rimase pensieroso, impalato davanti alla soglia con lo sguardo basso.
Non sentì Sir Banks avvicinarsi e quando le scarpe dello scienziato, che avevano una curiosa fibbia a forma di testa d’ariete, entrarono nel suo campo visivo, fece un sobbalzo.
“Mister Irving, non intendevo spaventarla. La prego di accettare le mie più sentite scuse.”
Washington lo guardò negli occhi per un istante, poi si ricompose. “È lei che deve perdonare me, Sir Banks. Stavo ammirando i dipinti alle pareti, quando la mia attenzione è stata distolta da una conversazione che non ho potuto fare a meno di ascoltare.”
“Una conversazione? Ma non dovrebbe esserci nessuno qui.”
Le voci oltre la porta ripresero il filo del discorso con maggiore concitazione.
Sir Banks inarcò un sopracciglio guardando perplesso Irving, che allargò le braccia.
Il presidente della Royal Society spalancò la porta entrando nella sala. Da dietro la sua spalla l’americano vide le tre figure saltare in piedi dalle poltrone e impallidire visibilmente.
Banks mantenne un tono di voce pacato ma fermo come un’incudine. “Samuel, David, Gilbert che cosa state facendo qui?”
Ora che poteva vedere i tre “gentiluomini”, Irving si accorse che indossavano l’uniforme da inserviente della Royal Society. Uno dei tre cercò di dire qualcosa, ma il presidente lo bloccò con la mano. “Non lo so e non lo voglio sapere. Ma che non succeda mai più. Spegnete quelle pipe puzzolenti e tornate alle vostre incombenze. C’è un fuoco da accendere e un ospite da servire.”

METATESTO

- William e Washington. Il primo dei due fratelli Irving (1766 – 1821), diplomato in scienze mercantili, commerciò in pellicce con gli indiani sul fiume Mohawk assieme al padre prima di tornare nella natia New York ed essere eletto tra le fila dei repubblicani al congresso. Washington (1783 – 1859) diplomatico e scrittore, sarà ricordato nella storia della letteratura americana soprattutto per la short story “La leggenda della valle addormentata” conosciuta anche come “La leggenda di Sleepy Hollow”, contenuta in “The Sketch Book of Geoffrey Crayon, Gent.m” scritto durante un viaggio in Inghilterra e pubblicata per la prima volta nel 1819. Nella storia si inserisce la leggenda del Cavaliere senza testa, il fantasma di un cavaliere dell’Assia che perse la testa durante la Guerra d’indipendenza statunitense e che cavalca durante la notte alla bramosa ricerca di una testa.

- Sir Joseph Banks (1743 – 1820), naturalista e botanico, è stato a lungo presidente della Royal Society. Convinto sostenitore dell’internazionalità del sapere, contribuì efficacemente a tenere aperte le comunicazioni scientifiche persino con la Francia durante le Guerre Napoleoniche. Avendo ereditato una cospicua fortuna poté finanziare diverse spedizioni scientifiche. Nel 1766, anno in cui fu accolto nella Royal Society, prese parte a una spedizione a Terranova e in Labrador. Fu poi prescelto per accompagnare James Cook nel suo primo grande viaggio verso Tahiti, una missione congiunta fra La Royal Society e la Marina Inglese. Durante la sua presidenza, la Royal Society accolse e ospitò diverse personalità del mondo scientifico, diplomatico e artistico internazionale.

- La storia di Lanterna Jack (o Jack-o’-lantern o Jack della Lanterna o Gianni il Lanternino), la famosa zucca intagliata di Halloween, risale alla leggenda irlandese dell’astuto contadino Jack che con un inganno intrappolò il diavolo e lo liberò solo dopo che questo promise di non farlo mai entrare all’inferno. Quando Jack morì, aveva peccato così tanto da non poter essere accolto in paradiso, ma il diavolo non lo lasciò entrare all’inferno. Così lo sciagurato intagliò una delle sue rape, ci mise una candela dentro e cominciò a vagare senza fine per il mondo alla ricerca di un posto dove riposare.

- Il dialogo tra “gentiluomi” è un ironico, e indegno, omaggio ai “Dialoghi sulla Religione Naturale” di David Hume, che siamo certi avrebbe perdonato il nostro ardire invitandoci a una partita di tric-trac

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Copyleft: Kai Zen 2007: Quest’opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons. Salvo dove diversamente indicato, per i materiali presenti su questo sito vale la Licenza Creative Common “Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0″: è libera la riproduzione (parziale o totale), diffusione, pubblicazione su diversi formati, esecuzione o modifica, purchè non a scopi commerciali o di lucro e a condizione che vengano indicati gli autori e, tramite link, il contesto originario.

Noir In Festival

Nuove date per il Tour Strategico, compreso l’appuntamento con il Courmayeur Noir In Festival

30 NOVEMBRE 2007
MILANO
18:30 @ Informagiovani via Dogana 2 – dietro piazza Duomo Info: 02 88468390-1

7 DICEMBRE 2007
CREMONA
ore 21 @ CSA Dorodoni – via Mantova 7

9 DICEMBRE 2007
COURMAYEUR (AO)
ore 12 @ NOIR IN FESTIVAL

12 DICEMBRE 2007
SCHIO (VI)
TBA

Anobii

Aggiornamento date del Tour

9 NOVEMBRE 2007

PESCARA

ore 22 @ Festival delle letterature – Mono SpazioBar, viaMarco Polo, 38 – reading sonorizzato e drammatizzato a cura della COMPAGNIA FANTASMA

10 NOVEMBRE 2007

CHIARI (BS)

Dalle ore 17:30@ Rassegna della MicroEditoria Italiana – Villa Mazzotti – via Mazzini 39.

7 DICEMBRE 2007

CREMONA

ore 21 @ CSA Dorodoni – via Mantova 7

12 DICEMBRE 2007

SCHIO (VI)

TBA

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