Noi siamo solo i parafulmini

Sono passati due mesi dalla chiusura della prima fase della Campagna Urbana a cui abbiamo partecipato in quel di Lecce. Quello che è successo è stato emozionate e stordente. Vedere le storie che abbiamo innescato e che i partecipanti hanno fatto detonare, trasformandole in azioni concrete sul territorio è stato da togliere il fiato. Quello che segue è un report a uso interno che abbiamo fatto qualche giorno dopo a bocce fredde. Ora lo rendiamo di pubblico dominio perché ci sembra che oggi, come sempre, la potenza della narrazione sia un’arma formidabile.

Quando nascono le storie? Come nascono e perché lo fanno? Con questa domanda, fatta la sera prima di cominciare il laboratorio di scrittura collaborativa, lasciamo i partecipanti in sospeso. Alla questione daremo una risposta solo alla fine del workshop, a racconti terminati.

La domanda che invece riserviamo per noi è: scriveranno? Scriveranno solo se ne avranno la necessità. È una risposta che conosciamo e sappiamo altrettanto bene che non sempre questa necessità è presente e, per quanto possa essere stimolante il lavoro “in aula”, se manca l’innesco la scrittura non detona. Continua a leggere »

Borges: specchi, labirinti, tigri e dittatori (1 di x)

Tempo fa, anzi anni fa, a Buenos Aires ebbi un carteggio elettronico con Wu Ming a proposito di un accenno a “Borges come grande fan di Pinochet e della giunta militare argentina” fatto in un numero di Giap! (quando Giap! era ancora un newsletter). Era gennaio ed era il 2009 e – serendipità spaziotemporale – la questione Borges mi ronzava in testa da tempo. Com’è possibile che l’autore di Tlön non abbia detto o fatto nulla? Come la pensava? Borges era un conservatore, un “gorilla”, ma davvero era un fan di una compagine di bestie sanguinare, grette e miserabili? Come andarono le cose?

Da allora ho sempre cercato il tempo e il modo di indagare la questione. Ora ci provo, a frammenti e a lampi. A strisce di tigri, a specchi e a labirinti…

Argentina. Nel 1976 Rodolfo Walsh cura la selezione, l’eventuale traduzione e le biografie di una raccolta pubblicata da Hachette dal titolo Antología del cuento extraño.

Nel 1976, il 24 marzo, la Junta Militar sale al potere con un colpo di stato. Un anno e un giorno dopo Rodolfo Walsh viene ucciso, bruciato e lanciato nel fiume.

Il 19 maggio del 1976, Borges, Ernesto Sábato, Horacio Ratti (presidente della Sociedad Argentina de Escritores) e Leonardo Castellani (un sacerdote scrittore) pranzano con il generale Videla e con il generale Villarreal, segretario generale della Presidenza. I commensali bevono whisky, liquori e succo di frutta… Borges ringrazia Videla per il golpe.

Continua a leggere »

87 romanzi e 120 racconti – il reading

Tempo fa scrivemmo per un’antologia salgariana il racconto “87 romanzi e 120 racconti”, un amaro e delirante ritratto degli ultimi istanti di Salgari. Manuel Gordiani di HOMEZERO, un progetto mediatico  che ha l’obbiettivo di utilizzare diffondere e sviluppare la cultura e l’utilizzo del copyleft attraverso una web.visual.radio ha  messo online un reading sonorizzato da CENTURY OF AEROPLANES

Eccolo:

homezero

Ai miei editori: A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. (Emilio Salgari)

La Sottile Linea Rosa 1

Tempo d’estate, tempo di feuilleton e cosa c’è di meglio di un romanzo rosa? Un romanzo totale rosa. Da oggi riproponiamo su queste pagine la follia che nel 2008 ci ha visto alle prese, assieme a un manipolo di lettori / scrittori con un esperimento bizzarro quanto – strano a dirsi – entusiasmante. Kai Zen goes romantic… with a lil’ bit of blood, hell, war and darkness of course (come direbbe Altieri)

Capitolo I (Kai Zen)

20 Ottobre 1854, nei pressi del porto di Balaklava.

La vodka diluisce la densità del té. William prende un breve sorso, passa la lingua sui denti, esita con lo sguardo e poi aggiunge un altro goccio d’alcol. La mano di carte a biritch è sfortunata. Cerca gli occhi della duchessa Seminova che brillano al ritmo della brace di sigaretta. “Trova il nostro té troppo aromatico signor Russell?”
“In tutta sincerità, e con il rischio di reiterare un cliché, preferisco l’earl gray. Con un goccio di rum si capisce.”
Beria, sorniona, cala le carte sul tavolo. l’uomo seduto al suo fianco impallidisce.
L’inglese osserva semi e colori, versa della vodka al compagno di squadra e fischia tra i denti. “Mio caro Fëdor Michajlovic, sembra che abbiamo perso anche questa volta. Le signore ci spenneranno.”
Il viso affilato della duchessa non tradisce emozione. “Non c’è fretta Mister Russell, non c’è fretta.”
William sente l’effetto rilassante della vodka fluire nelle membra. “Non devo andare da nessuna parte Madame e poi non so nemmeno quale sia la posta.”
Oltre l’oblò un serie di luci illumina la costa, seguita, come il lampo dal tuono, da boati sordi. I quattro si alzano e si dirigono sul ponte.
I bagliori all’orizzonte rischiarano la notte, le colline alle spalle del porto sono illuminate a giorno. Le bombe cadono lontane, ma il vuoto d’aria provocato dalle deflagrazioni solleva una leggero vento fino alla nave.
Beria sente il soffio di morte, tiepido, accarezzarle il viso e d’istinto si aggrappa al braccio di William, socchiudendo gli occhi profondi dal taglio orientale. La duchessa, impassibile si aggiusta la chioma fluente smossa dalla brezza.
“Sono quasi due mesi che vanno avanti, ma le mura di Sebastopoli non cedono…” Il tono di Fëdor Michajlovic è rassegnato. “E allo stesso tempo i russi non riescono a contrattaccare, come topi che corrono avanti e indietro nella tana, dimenando la coda, senza via d’uscita.”
“E prima o poi l’aria finirà…” Gli fa eco Russell.
La duchessa Seminova accenna un sorriso amaro, le labbra sottili socchiuse. “Mio Dio, signori, che connubio di oscuri presagi.”
Il vascello a vapore entra in porto fiancheggiando due navi ormeggiate al molo. Sulle fiancate campeggiano nomi francesi e stanno iniziando le operazioni di scarico di uomini e materiali. Russell prende dal panciotto una fiaschetta d’argento agitandola in aria come una spada. “Arrivano i francesi, russi tremate… italiani tremate… inglesi tremate…” Poi scoppia in una risata mostrando piccoli denti gialli sotto i baffi ben curati. Fëdor, con un movimento dolce ma deciso gli strappa la fiasca di mano. “Basta William, non siate sconveniente. E poi i francesi vengono a reclamare la loro parte, come tutti gli altri. Bisognerebbe avere rispetto o forse pena per questi giovani venuti a garantire, con le loro vite, i diritti di altri che resteranno seduti in panciolle aspettando di riscuotere.” La duchessa accenna un leggero battito di mani, due volte. “Bene, abbiamo scoperto un romantico rivoluzionario. Ma diciamolo sottovoce, per carità. Qualcuno potrebbe non gradire il nostro disquisire.” Accenna con il mento in direzione di due militari barbuti che si avvicinano. Le divise sono inglesi, le spille e i ninnoli sul più alto decorano la parte sinistra della giacca. Beria si volta verso di loro trattenendo il fiato. Poi con una scusa si dirige in fretta verso la sua cabina. Chiude la porta alle spalle, fruga nella valigia sul letto e prende una stampa a colori con un soldato in posa davanti al cavallo: barba e baffi bianchi, sguardo profondo, giacca scura dal lato sinistro decorato.

11 Giugno 1854, Balaklava

Una brezza primaverile profumata lo avvolge e gli accarezza il corpo, spossato dai mille accadimenti di un giorno solo. È sdraiato con il viso rivolto in alto. Il cielo oltre l’intreccio di rami in fiore è limpido, sereno, in perfetta sintonia con il suo animo. Gli occhi piccoli e brillanti continuano a scrutare la bellezza di quell’angolo nascosto e rigoglioso nei giardini attorno a un sito archeologico appena fuori dalla città. La natura è in pieno rigoglio, tutto è luminoso. Con uno sforzo del collo completa la visione panoramica, un sorriso malizioso dipinto in volto. Lo sguardo ritorna sulla cosa più bella e preziosa di quell’idillio. Il viso di lei. La accarezza piano, la voce suadente. “Sei di certo la forestiera più ammirata di Crimea, ne sei cosciente?”
Il suo profumo lo inebria ancora, come ore prima, senza fine.
“E tu come lo sai?”
La sua pelle di carnagione scura, i finissimi tratti mediorentali, impreziositi da gioielli e gemme della sua terra, la Turchia. Gli occhi grandi, castani, punteggiati da pagliuzze dorate accennano una forma a mandorla. Un mezzo sorriso splendente le sfugge dall’espressione seria che sta provando a mantenere. Lord Cardigan per un attimo sente mancare il fiato, come fosse un ragazzino alla prime armi, poi si ricompone. “Lo so e basta. Se permetti, sono un esperto di certe cose.”
Gioca con lo stelo di una margherita tra i denti, un occhiolino e di nuovo sguardo in alto, tra gli uccelli in volo. Due sorrisi che si conoscono alla perfezione anche senza incontrarsi. Le unghie di lei si appoggiano sul suo petto, scherzose. Finge di graffiarlo, dalle costole fino all’ombelico, avanti e indietro, calcando a tratti sulla carne. Lui ride. “Certo, un vero esperto… In effetti ho notato una certa perizia, nelle prestazioni che avete appena portato a termine, Milord.”
Le unghie affondano. Il gioco gli piace. E lei è di sicuro la donna più bella che abbia mai visto. La più affascinante, la più deliziosa. Sente un fuoco dentro, un principio di dolore. Forse per l’inevitabile infatuazione, quella dell’inizio di ogni amore, o perché sa già che non sarà mai sua. Di solito è così, sa già che nessuna delle sue amanti sarà mai la sua donna. Una libertà che nasconde emozioni sfuggenti. Qualcosa che lo logora, anno dopo anno. Il rammarico si fa largo, insidioso come un ragno. “Nessuna perizia, ispirazione semmai. Sentimento amoroso, passione. Quella che sento per te, anche adesso. Se non ci credi metti la mano qui, sul mio cuore.”
Le afferra le dite piccole e affusolate, dalla pelle morbidissima. Un fine anello d’oro con un rubino dalle dimensioni di una nocciola all’anulare. Le appoggia il palmo sul petto. Il battito è accelarato. Lei sta al gioco, non fa resistenza. La loro chimica combacia in modo perfetto. Poi lei allontana la mano, delicata, e si appoggia sul gomito.
“Con quante donne vi siete… appartato nell’ultimo mese, Lord Cardigan?”
“Neanche una.”
“Non ci credo.”
“Credici.”
“Perché dovrei?”
“Perché non mento.”
Una risata argentina.“Questa poi…”
Lui lo sa. È una battaglia persa. Vorrebbe cambiare argomento, ma l’unica cosa sensata è tacere. Osservarla e tacere. Parlare con gli occhi. Occhi dolci, trepidanti, devoti.
Lei si riveste. Sembra serena. “Andiamo.”
Si incamminano attraverso un prato a lato di una fila di magnolie, poi incominciano a rincorrersi per poi sparire dietro un muro di siepi squadrate.

Caffé Svedese 2

T., lo ha conosciuto dopo la guerra.
Erano anni che lavorava per don S. Il vecchio gli si era affezionato in qualche modo. GB non aveva mai discusso un ordine. Eseguiva senza fiatare. La parola di don S. era legge per lui, gli aveva fatto da padre, insegnandoli molte cose, facendo di GB un uomo rispettato da tutto il quartiere. Quando aveva sedici anni gli aveva pure prestato la macchina per portare Lisa al Luna Park. Quando ne aveva diciassette gli aveva regalato una macchina per il fidanzamento ufficiale con Lisa e a diciotto quando si sposarono, gli regalò un garage per la macchina con la casa annessa. Lisa era bella e non aveva smesso mai di sorridere a GB.
Smise il giorno che GB tornò sporco di sangue fino ai denti.
Da quel momento in poi le cose cambiarono. Le gradazioni di sentimento di Lisa andarono mutando negli anni. Tenerezza per un adolescente spaventato dal mondo, amore per un ragazzo coraggioso, odio per un uomo crudele.
GB non prova sentimenti se non sterminata ammirazione per don S. amicizia per T. e amore per Lisa, nonostante tutto. Nonostante negli ultimi trent’anni le cose siano cambiate. Nonostante don S. sia sottoterra, Dio lo abbia in Gloria, e Lisa, abbia divorziato, non gli parli da tre lustri e chieda un assegno per gli alimenti sempre più alto. Il “lavoro” non manca e tutto quello che GB guadagna lo dà a Lisa. A lei però non basta mai.
GB vive in una pensione scalcinata, dorme su un letto che lo uccide di dolore a ogni risveglio e si nutre di scatolette di tonno e crackers. Ma Lisa è l’unica persona che gli abbia mai sorriso davvero. E non importa il resto.
T., lo ha conosciuto dopo la guerra. T è il fratello di HS. T. ora è morto.
La ragazza posa la tazza sul tavolo, girando il manico verso di lui. C’è qualcosa di familiare in lei. GB cerca Lisa in ogni donna che incontra… Il caffè è una galassia scura che ruota.
Non può stare lì tutto il giorno. Si decide a portare la tazza alla bocca. Prende un breve sorso. Schiocca le labbra e sente il liquido scendere amaro nella gola. Per un istante dimentica il resto e si abbandona al corroborante effetto della caffeina. Si distrae dalla vita come un contrabbandiere suomi che gusta il frutto della traversata notturna.
T. è stato un amico. Un ottimo amico.
GB e T. non hanno nulla in comune se non qualche aneddoto di guerra. Non erano nello stesso battaglione, non erano nella stessa divisione e nemmeno nella stessa parte di mondo. Uno chiama i giapponesi nip. L’altro giap.
GB, è tornato in patria da un anno, si è rimesso subito in carreggiata e ha appena finito di svolgere una commissione per don S., si sta scolando una birra in una bettola. I guai con Lisa sono andati peggiorando durante la sua assenza. Lei non rispondeva nemmeno alle sue lettere dal Pacifico. T. si siede accano a lui e attacca bottone. GB non è tipo da scambiare quattro chiacchiere, ma non importa T. parla per due. La serata passa a suon di alcol e ricordi. Qualcuno a un certo punto, a qualche tavolo di distanza se la prende con i reduci, con la guerra… alza un po’ troppo la voce. T. e GB sono sbronzi. La serata finisce male. Finisce male per i tizi a qualche tavolo di distanza.
Da quella sera ogni settimana, con la pioggia o con il sole, T. e GB vanno a scolarsi la loro sacra birra domenicale. Uno parla, l’altro ascolta.
“Com’è?”
GB si scuote dai ricordi. La ragazza del caffè M. è in piedi con il vassoio al petto davanti a lui, indica con il mento la tazza tra le sue mani. I vecchi in fondo continuano imperterriti a spostare pedine sulla scacchiera del mah-jong e GB deve andare.
“Come in Finlandia.”
Lei annuisce perplessa ma non dice nulla.
L’ultimo sorso. Una banconota sul tavolo. “Grazie. Grazie davvero.”
“Torni a trovarci”
GB sorride.
Quando HS gli ha telefonato, stava firmando un assegno per Lisa. Erano mesi che dava la caccia a HS. HS ha ucciso T. GB non sa perché sa solo che è stato lui. È stato HS a farglielo sapere con due righe di inchiostro. Don S. è morto da un pezzo (che Dio lo abbia in gloria), Lisa lo odia. L’unico legame con la vita di GB è, era T.
GB non ha mai visto in vita sua HS, T. non ne parlava mai, d’altronde nemmeno GB parlava della sua famiglia, l’unica volta che T. gli ha detto qualcosa del fratello, erano sbronzi entrambi, GB stava pisciando contro un muro e non aveva sentito quasi nulla. T. poi è scoppiato a ridere e GB per cortesia e per etilismo si è messo a ridere di riflesso senza avere capito un granché.
La voce di HS è strana. Ha aspettato che GB finisse la sua pletora di minacce e poi con tranquillità ha cominciato a parlare, intervallato per un minuto dalla voce spaventata di Lisa.
Non può fare nulla. Non ha tempo di cercare HS. Entro sera deve confessare di aver ucciso T. o Lisa è morta.
Uscito dal caffè M. ripercorre la stradina a ritroso, infila la strada principale. Il distretto di polizia è a qualche isolato. La rabbia si è trasformata in amarezza. Non gli importa di nulla. Se non di lei. Dopo tutto lei gli sorrideva davvero. Non ha possibilità di scelta. Il suo sorriso lo ripagherà di tutto.
Il quartiere è cambiato da quando era un gracile ragazzino. La casa di sua madre è un parcheggio a più piani. La libreria è un take away coreano, il ristorante di don S. è il ristorante di qualcun altro (per cui ogni tanto svolge qualche lavoretto in memoria della gestione precedente). Le strade si intersecano come sempre e se i gradini dove si sedeva da piccolo non ci sono più, il canale c’è ancora.
GB fa una piccola deviazione. Quando arriva vicino all’acqua si siede sul cemento e osserva il rivolo scorrere placido sotto il vecchio ponte di ferro arrugginito. Il sole è una sfera arancione.
In questi anni ha visto molte cose. Alcune delle quali poco piacevoli. Forse l’unica confessione da fare dovrebbe farla a sé stesso. Come avrebbero dovuto fare i finlandesi. Distarsi dalla vita per qualche sorso… rischiare la vita per distarsi da essa. Sopravvivere ai problemi. Al destino. GB ha letto da qualche parte che il destino non è altro che qualche macchia di sangue nel vuoto. Il destino… I suoi occhi rivedono il momento della sua seconda nascita. Lui è uno spettatore: poco distante da dove è seduto, un ragazzino sta strappando le palle a un altro mentre viene massacrato di botte.
GB scoppia a ridere. Il sole si inzuppa nell’oceano come un enorme plum cake. Le sue orecchie risentono le parole di T. mentre lui sta pisciando contro il muro: “… mio fratello è un fottuto eunuco… da piccolo qualcuno gli ha strizzato i coglioni talmente forte da…”

Caffé Svedese 1

Siamo tutti dei commedianti: sopravviviamo ai nostri problemi (E. M. Cioran)

Il passo si allunga, si fa più rapido, quasi volesse sfuggire all’ombra delle gambe. GB avanza come se la folla non esistesse. Spintona qualcuno, sfiora qualcun altro, non sente le voci bestemmiare alle sue spalle. Se la cosa va fatta, che sia fatta in fretta. Avrebbe potuto fare altrimenti, avrebbe potuto infilare la sua lama tra lo sterno e il pomo di adamo di HS. Avrebbe potuto ma non ha tempo.
Scuote la testa, alza lo sguardo e si ferma. Attorno un vorticare di persone lo circumnaviga come un masso sporgente nella corrente di un fiume. Ha voglia di caffè. Lancia lo sguardo oltre la calca. L’orologio sul muro segna le cinque.
T. gli ha parlato diverse volte del caffè M. che si trova in una stradina da quelle parti. T gli ha raccontato anche di come, durante la guerra, i finlandesi avessero imbastito un commercio clandestino di polvere nera con la Svezia e di come ogni notte nel golfo di Botnia ci fosse un eterno avvicendarsi di imbarcazioni finniche, nonostante i sottomarini tedeschi e le fregate inglesi giocassero a darsi la caccia. I contrabbandieri suomi rischiavano di saltare in mille pezzi di legno, catrame e budella per il caffè. Non per un caffè qualsiasi ma dell’ottimo caffè svedese conservato in scatole di latta sigillate sotto vuoto. Quando le aprivano, anche solo l’aroma poteva ripagarli del rischio. I finlandesi, sono un popolo orgoglioso e combattivo. Hanno sbagliato cercando di farsi proteggere dai russi dall’esercito tedesco e il loro orgoglio ne sanguina, hanno poche ore di luce, o troppe, hanno delle zanzare feroci di qualche centimetro, della schnapps distillato di tristezza pura e molta voglia di suicidarsi. Non rimane loro che il caffè. Ettolitri di caffè, a tutte le ore e a tutte le età. Qualcosa che potesse distrarli dalla vita per qualche sorso. GB si sente come un finlandese. Imbocca la stradina scalcinata, cerca il caffè M. ed entra senza indugio.

Quattro vecchi giocano a mah-jong seduti a un tavolo in fondo, vicino a un lucernario. Lungo il fianco sinistro del locale corre un bancone di mogano con cerniere di ferro, dietro, c’è un ragazza che accoglie GB con un cenno gentile. D’istinto risponde con un sorriso. Si avvicina e ordina.
La voce di lei è roca, crepata dal tabacco. “Che tipo di caffè?”
Per GB, almeno fino a prima di quella domanda, esisteva un solo tipo di caffè. Non si è mai posto il problema. “Perché? Quanti tipi ce ne sono?” azzarda con le sopracciglia sollevate.
La ragazza lo squadra divertita, deglutisce e una cordicina di nervi si tende dalla spalla al collo, poi con un ampio gesto della mano fa un cenno alle pareti: centinaia di mensole, cariche di barattoli di ogni forma e colore. GB si sente come uno di quegli sciocchi che guardano il dito quando qualcuno indica la luna.
Si stringe le labbra tra pollice e indice. “Avete del caffè svedese?”
La ragazza si volta, muove il capo da destra a sinistra e dall’alto in basso come stesse mirando con un arco. Poi si ferma. Prende uno sgabello da sotto il bancone, ci monta sopra e si allunga verso uno dei ripiani più alti. GB non può fare a meno di osservarle i polpacci sotto la gonna.
“Si accomodi, glielo porto appena pronto.”

Non dovrebbe essere lì. Ha assicurato HS che lo avrebbe fatto. Ma in fondo che differenza può fare il tempo di una tazza di caffè? Minuti? Mezz’ora forse?
Le venature del legno sul tavolo si inseguono e si annodano, GB le sgue con lo sguardo cercando di sbrogliarne le matasse.
Ha conosciuto Lisa quando era ancora un ragazzo. Vivevano nello stesso quartiere. Il resto è odio. O per lo meno quello che è venuto dopo i primi anni.
GB non sa chi sia suo padre, sa però che al suo posto c’è stato don S., che non era un parroco.
La vita nel quartiere non era facile. I ragazzini più grandi lo tormentavano, la madre aveva altro da fare e lui stava in strada tutto il giorno, seduto sui gradini del palazzo a leggere o bighellonando da solo lungo il canale.
Una sera, mentre è impegnato in una di queste attività, la seconda per essere precisi.  Un gruppo di bulli mette in scena l’ennesima commedia di umiliazione nei suoi confronti. Insulti, spinte, spunti e tutto lo scibile nel campo della prepotenza adolescenziale. Lisa per il momento non è che un sogno. L’unica ragazzina, e forse l’unica persona che gli avesse mai concesso un sorriso. E quando il più grosso dei commedianti tira fuori l’uccello dai pantaloni per mostrare cosa ha in serbo per lei, il piccolo GB sente il sangue coagularsi nelle vene. Si lancia con violenza sul ragazzino facendolo cadere, con una mano gli stringe le palle e con l’altra comincia a sferrare dei pugni alla cieca. Gli altri rimangono fermi per qualche istante, mentre il loro capo ulula con tonalità via via sempre più acuta, poi cominciano a prendere GB a calci per staccarlo dal ragazzo.

Dall’altra parte del canale un’auto scura con quattro uomini a bordo di cui uno nel bagagliaio.
Uno dei tre nell’abitacolo è don S.
Lasciati i suoi uomini a chiacchierare con quello nel baule, don S. attraversa il ponte di ferro sul canale, si avvicina alla zuffa e piegando la testa di lato squadra la situazione. GB è avvinghiato al bullo a terra, che ormai schiuma dalla bocca, e niente, nemmeno i calci alle costole e ai reni, sembrano poterlo staccare. È pieno di graffi, ematomi e rabbia. Il ragazzino che lo prende a pedate sulla nuca vede la sagoma di don S. avvicinarsi e smette si infierire, si allontana di qualche passo, ingoia un palla di saliva e tra le urla degli altri cerca di dire qualcosa. Poi si volta e comincia a correre. Don S. si accende una sigaretta, una di quelle sottili e lunghe, fa un passo avanti. La brace gli illumina il volto. Lo sguardo di GB, incrocia per una frazione di secondo il suo. Un attimo, in cui lascia la presa e smette di colpire con le lacrime agli occhi. Gli altri continuano a martellarlo imperterriti, il ragazzo a terra si rannicchia in posizione fetale con le mani a conchiglia su quelle che ormai non sono che due acini di uva passa. Don S. fa un paio di tiri poi butta la cicca nell’acqua. “Finitela ora.”
Qualcuno alza gli occhi, mette a fuoco la sagoma, da uno strattone agli altri che dopo qualche altro colpo, mettono a fuoco a loro volta. Esitano. Don S. fa un cenno verso il ragazzo a terra. I bulletti, raccolgono in fretta il compagno e si avviano spediti senza dire nulla.
GB tira su con il naso, si asciuga le lacrime con la manica e non distoglie lo sguardo da quello di don S. “Sei coraggioso ragazzino. Conoscevo tuo padre sai?”
GB non si muove. Gli fa male tutto.
“Che ne dici di lavorare per me? Qualche piccolo lavoretto… così per fare qualche spicciolo e portare a spasso la tua fidanzata. Ce l’hai la fidanzata no?”

La macchina del caffè sbuffa, macina, sprizza vapore. La ragazza dietro il bancone versa con dedizione il liquido scuro in una tazza grande. Le ultime gocce cadono a fatica dal bricco, sono oleose, dense. L’aroma del caffè svedese si diffonde nel locale. GB capisce. I finlandesi avrebbero potuto attraversare anche un oceano intero, disseminato di mine, di notte e a bordo di un zattera, per quell’aroma e per curare le ferite del loro animo.
Si sorprende a vagare con lo sguardo tra le mensole. I suoi occhi si posano su etichette e barattoli. Arabia, Colombia, Turchia, India, Cipro, Isole Marchesi… Potrebbe fare il giro del mondo seduto a quel tavolo. Gli piacerebbe poterci tornare ogni giorno. Si chiede perché non ci sia venuto prima dando retta a T. Ora è troppo tardi.

Oggi Albert è morto. O forse ieri, non so.

Oggi Albert è morto. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’assurdo: “Camus deceduto, platano distrutto. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
L’assurdo è tra le lamiere contorte di un’auto, a pochi chilometri da Villeblevin. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarlo ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà all’esistenza e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Le ho persino detto: “Non è colpa mia.” Non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Cassiel’s Song

More about La strategia dell'ArieteA distanza di quasi tre anni, “La Strategia dell’Ariete”, nonostante sia esaurito grazie al copyleft è un vero e proprio longseller anzi longdownloaded.

Direttamente dal cielo sopra Berlino arriva la recensione di Cassiel:

È bene premettere a questa recensione che il romanzo del collettivo Kai Zen risulta fuori catalogo ed esaurito da tempo. Sarebbe atto di sadismo istigare un desiderio di lettura che può essere difficilmente soddisfatto. Ma nel sito dedicato al romanzo, non solo è possibile scaricarlo gratuitamente, ma è anche possibile prelevare una serie di contenuti speciali. Tutto il loro materiale letterario, d’altronde è prodotto anche in copyleft, con licenza creative commons.

Il romanzo storico ha molteplici strade, quelle del tempo, del luogo e della destrutturazione oggettiva. Attraversa le strade della finzione e quelle della ricostruzione minuziosa. Il romanzo storico è sempre un atto soggettivo, come sempre è soggettiva l’interpretazione della Storia.

Ma quando la narrativa storica veste anche i panni del romanzo totale, le cose si complicano. Il romanzo totale è quasi sempre un’esperienza di letteratura militante, non è mai un’operazione fine a se stessa, che si caratterizza, oltre per gli elementi tipici della fiction, soprattutto per alcuni canoni specifici: rispetto della documentazione, interpretazione e manipolazione, a volte critica storico-politica.

Affidarsi alla realizzazione di un romanzo totale, vuol dire avere la consapevolezza della possibilità dello stravolgimento di tali canoni. E vuol dire, soprattutto, radicalizzare ancor più la visione soggettiva per metterla al servizio della Storia collettiva, attraverso la visione totale. Un’apparente contraddizione in termini, ma una contraddizione necessaria e viva, come appunto è la Storia: una contraddizione viva che gronda sangue e carne.

I Kai Zen, nella “Strategia dell’Ariete”, estremizzano sia l’esperienza di romanzo totale, che quella di romanzo storico, e espandono la materia narrata ben oltre le pagine di questo romanzo. Una Storia che assume se stessa e procede in tutti i lati possibili, superando i vari livelli storico-narrativi contenuti e che continua nell’immaginazione dei lettori. Non a caso i Kai Zen perseguono la totalità anche attraverso l’espansione del loro essere collettivo, con progetti letterari che coinvolgono gli stessi lettori.

“La Strategia dell’Ariete” è però, nella sua sublime “incompiutezza”, anche un romanzo compiuto con una trama e un finale, con un incedere avvolgente e avvincente. I piani di lettura sono molti e anche il più semplice è salvaguardato. Ed il facile, anche in letteratura, è difficile a farsi: scrivere letteratura popolare, conservando tutti i migliori elementi di tale genere, senza scadere nel cattivo gusto e farlo al massimo delle possibilità. “La Strategia dell’Ariete” coglie nel segno perché è tutto questo.

Coccodrillo

cramps

Now life is short and it’s filled with stuff. So let me know baby when you’ve had enough. Oh do the dead, turn blue.
Yeah the surfin’ dead, as dead as you. There’s nothing on the radio when you’re dead. There’s nothing at the movie show when you’re dead.
There’s nowhere left for you to go when you’re dead. Do the dead, yeah do the dead. Do the dead, surfin’ dead.

(Lux Interior 1948 – 2009)