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Ho perso l’ombra nella sordina di una tromba

ombraÈ fresco di stampa il nuovo disco dei Frida X, Uno Due Molti, venti canzoni venti tra Beach Boys, punkrock, Phil Spector, folktronica e accenni alla psichedelia di scuola canterburiana in salsa pop, con arrangiamenti incredibili.

Il testo della diciannovesima traccia, L’ombra, è a firma del vostro affezionato kai zen di quartiere J e nella versione iniziale era più o meno così (poi con Andrea dei Frida è stata rivista un po’  la metrica, e nel disco è finita la versione 2.0):

Ho perso l’ombra, l’ombra non c’è. Ho perso l’ombra in una milonga. Al chiaro di luna e con il solleone, l’ombra non c’è

Ho cercato in nursery e cimiteri. Su muri di calce viva e meridiane. Tra macchie di leopardo e satelliti allo zenit.  (ho) scavato solchi e prosciugato pozzi.

Ho perso l’ombra, l’ombra non c’è. Ho perso l’ombra dietro una tomba. Sotto cirri e cumulonembi, l’ombra non c’è.

Ho guardato nella cruna dell’ago. Nell’occhio del ciclone, nella serratura e sotto il portone. Tra polvere di stelle e residui di lavorazione. (ho) divelto forzieri e asciugato stive

Ho perso l’ombra, l’ombra non c’è. Ho perso l’ombra nella sordina di una tromba. Tra tagli di diamanti e lame di rasoi, l’ombra non c’è.

Ho esplorato Baires, Sibiu e Bombay. Su mappe ingiallite e bussole impazzite. (ho) spostato dolmen e menhir. Ho perso l’ombra, l’ombra non c’è.

Ho perso l’ombra sulla cresta dell’onda. Tra lucciole e steli di lampioni, l’ombra non c’è.

Ho letto tra le righe, voltato pagine. Corto Maltese, Shanfeng, Meursault. Nessuno, nemmeno Ulisse sa dov’è.

(Ho) svuotato le tasche e chiuso gli occhi. Ho visto l’ombra, l’ombra è tornata da sé.

Ho trovato l’ombra ma ho perso me.

Coccodrillo

cramps

Now life is short and it’s filled with stuff. So let me know baby when you’ve had enough. Oh do the dead, turn blue.
Yeah the surfin’ dead, as dead as you. There’s nothing on the radio when you’re dead. There’s nothing at the movie show when you’re dead.
There’s nowhere left for you to go when you’re dead. Do the dead, yeah do the dead. Do the dead, surfin’ dead.

(Lux Interior 1948 – 2009)

L’ultimo imbecille, intervista ai Ministry

lastasuckerL’ultimo imbecille ha lasciato la Casa Bianca e i Ministry hanno chiuso bottega. Per citare i Throbbing Gristle (che poi si sono smentiti) – e  noi Kai Zen quando abbiamo chiuso quelle stronzate di  myspace e facebook – : la missione è terminata. Una missione,  nel caso dei Ministry contro la dinastia Bush, iniziata negli anni ‘90 con ΚΕΦΑΛΗΞΘ, meglio noto come Psalm 69: The Way to Succeed and the Way to Suck Eggs (presidenza di G. Bush sr.), proseguita con Houses of The Molé, Rio Grande Blood e terminata con The Last Sucker (le due presidenze di G.W. Bush). Per chiudere il cerchio i nostri hanno dato alle stampe anche la versione live di Psalm 69, Adios… Putas Madres, e Cover Up, un disco (raccolta) di cover per l’appunto, come volessero pagare a fine corsa i loro debiti sonori, ma anche la controparte, lo ZOS del KIA, Il Nirvana, del Samsara, lo Yin dello Yang, dell’intera missione; un brano su tutti: What A Wonderful World, specchio di N.W.O.

Un paio di anni fa mi è capiato di intervistare i Ministry in occasione di un loro live italiano. Rimestando nell’hard disk ho ritrovato il file…

Ministry, 15 agosto 2006, Velvet – Rimini

filthpigA dieci anni esatti dalla loro prima venuta in Italia i Ministry tornano. Tornano anche alle sonorità che li consacrarono negli anni ‘90, assieme ai Nine Inch Nails, ai vertici del crossover industrial (era l’89 quando uscì The Mind Is a Terrible Thing to Taste e il ‘92 quando uscì Psalm 69) dopo alcuni album che definire interlocutori è gentile.
La prima volta è stata a Jesolo, il tour era quello di Filth Pig, un disco uscito da poco che lasciò tutti di stucco e con l’amaro in bocca anche se dovevamo ancora digerirlo. Là sulla spiaggia (!) però capimmo tutti subito che i Ministry dal vivo erano in grado di trasformare anche i brani di Filth Pig in qualcosa di inaudito e quando Jourgensen dopo aver aperto il concerto con Psalm 69 e aver ipnotizzato tutti, imbracciò il mandolino e attaccò con Reload, capimmo. Capimmo che sarebbe stato uno dei concerti più belli della nostra vita. E infatti fu così. Il culmine: una Scarecrow acidissima e psichedelica tanto da farci intravedere uno spaventapasseri enorme incastrato tra la struttura portante del palco. Pura allucinazione collettiva. 
Due lustri, quattro dischi in studio, tre live e una compilation dopo sono di nuovo qui. Non sono del tutto convinto di questo ritorno ai ‘90 di cui sopra. La peculiarità dei Ministry è sempre stata quella di essere un passo avanti anche a costo di non accontentare nessuno, anche a costo di deludere ferocemente. Non so se Houses of the Molé e Rio Grande Blood mi piacciono davvero. Il primo è lo specchio di Psalm 69 ma senza quell’appeal “quasi pop” che ti costringe a canticchiare i ritornelli per quanto distorti e martellanti (N.W.O su tutti) e il secondo mi sembra un gran disco ai confini con il thrash, con certo metal e nu metal ma non un disco coraggioso. Quello che gli manca è lo spirito iconoclasta e sperimentale della grey area, dell’industrial. Trent Reznor ormai è un star dello show business e gli Einstürzende Neubauten sono la colonna sonora di molti intellettuali radical chic ma comunque sono ancora in grado di osare, di stupire, di spingersi oltre a prescindere dal pubblico e da loro stessi. È lo stesso per i Ministry? 
rgbLa prova del fuoco è sempre quella del live per le formazioni di questo tipo. E se dal Beach Bum di Jesolo mi sento legato anche a Filth Pig, da questo concerto al Velvet mi aspetto di sentirmi legato anche a Rio Grande Blood e Houses of the Molé. 
Ed è proprio da questi due dischi che i nostri attaccano, senza pietà, all’arma bianca. La formazione sul palco è una sorta di supergruppo, oltre al fido Mike Scaccia ci sono Tommy Victor dei Prong, Paul Raven dei Killing Joke, Joey Jordison degli Slipknot e John Bechdel dei Fear Factory. La macchina da guerra macina e stritola note su note senza pietà anche se l’acustica del Velvet non è un granché. 
L’acme della prima parte è raggiunto da Lies Lies Lies. Le immagini proiettate alle spalle del combo si susseguono veloci. Bombardamenti, cannoni, Bush, volti sofferenti, dollari. Il pezzo incalza, i campioni scandiscono il ritmo, il pubblico ondeggia. L’energia sale e l’ormai imbolsito Jourgensen sembra aver trovato la dimensione live dopo un paio di brani passati a fare un po’ la rock star. Lo spirito punk si fa largo finalmente. Da qui in poi si va felicemente in discesa, Il pubblico è conquistato ed è il momento di sfoderare gli assi nella manica e saltare nel passato con la nuova formazione. Quello che segue è puro delirio. New World Order è mostruosa, Just One Fix oltre ogni aspettativa e Thieves, sì addirittura Thieves, suonata così sembra un pezzo in arrivo dal 2015 e non dal ‘89. 
Non ho più voce. Ho urlato a squarciagola con tutte le mie forze: thieves, thieves and liars, murderers, hypocrites and bastards. 
coverupIl concerto sembra non dare tregua a chi si è immerso nei gorghi delle prime file. E poi. Poi ecco ci siamo. Il coup de théâtre che mi aspettavo arriva. In molti alla fine si lamenteranno, storceranno il naso, si annoieranno, ma chi era a Jesolo si ritrova punto a capo. La melodia si fa lisergica, dilatata, mediorientaleggiante, lo schermo alle spalle del cubano e della sua band fa scorrere le immagini di Lawrence d’Arabia. Non posso metterci la mano sul fuoco ma il brano, dovrebbe essere Khyber Pass. O meglio la sua versione immersa nell’olio di hashish e nel LSD. Sembra quasi un incrocio tra Bloodlines, Unsung, Hizbollah, Dreamsong, Scarecrow e Kaif in una improbabile summa tossica degli ultimi 18 anni di Ministry. Il pezzo si allunga, Jourgensen se ne va e il gruppo resta sul palco in preda a feedback degni dei primi Sonic Youth. In molti si guardano attorno straniti, in attesa. Il concerto è finito. 
C’è un attimo di esitazione, il pubblico aspetta qualche secondo prima di riprendersi e chiedere a gran voce il bis. 

pslam69

Ed è proprio in quel momento che il cerchio si chiude davvero. Dieci anni fa così cominciava e oggi così finisce: Congregation, please be seated and open your prayer guides to the book of revelations, psalm 69.
Alla fine vado via soddisfatto. Houses of the Molé è stato un po’  trascurato, ma forse Warp City è troppo simile a Jesus Built My Hot Rod e se non hanno suonato la seconda suonare la prima sarebbe stato come ametterne l’inferiorità. E questo vale per tutto il disco in questione. 
Rio Grande Blood non mi convince ancora a pieno ma come Filth Pig mi rimarrà nel cuore. Non sarà uno di quei dischi dei Ministry che conosco a memoria e che non smetto mai di ascoltare, ma comunque la strada è più o meno quella giusta, anche se io spero sempre che prima o poi si decidano a fare un disco country con tanto di steel e slide guitar. (Credo che abbiano esaudito la mia speranza. Sembra infatti che presto uscirà qualcosa di smile a nome Buck Satan & the 666 Shooters. N.d.J.)

ministry

A poche ore dall’inizio ho incontrato uno straordinario e gentilissimo Tommy Victor con cui ho chiacchierato naturalmente dei Ministry, dei Prong, di politica, di country, di metal e di economia.
Come sta andando il tour europeo?
Alla grande. È fantastico. abbiamo suonato a un sacco di festival e in un paio di club. In germania a Dresda è stato favoloso. Al Wacken Open Air invece c’erano troppi fan del power metal e ci hanno accolti come se venissimo da un altro pianeta. In Spagna al Metalways ci siamo divertiti, è un festival davvero ottimo. Ottima anche la data al club di Vienna del 9 agosto.
Come funziona la nuova line-up dal vivo?
È una macchina perfetta. Joey (Jordison degli Slipknot N.d..J.) è uno dei batteristi migliori che ci sia in circolazione. È l’unico che sia riuscito a suonare il nuovo materiale. Quando abbiamo scritto le canzoni di Rio Grande Blood, non pensavamo potesse esserci qualcuno in grado di riprodurre i suoni del sound programming dal vivo.
I dischi dei Ministry hanno un forte connotato politico. Quale è la reazione della gente in USA e in Europa?
Credo che non interessi molto. C’è una sorta di resistenza apatica a certe tematiche, in egual misura negli States e in Europa. È la mia opinione certo. Anche se nella concezione del disco viene messo molto impegno per dargli una certa linea comunicativa, il fan standard dei Ministry viene ai concerti solo per fare casino. Per ubriacarsi e divertirsi. Penso sia un veicolo per la sua rabbia istintiva più che un modo di prendere coscienza.
Dopo l’11 settembre, bene o male, gli scrittori scrivono in un altro modo, i registi “girano” in un altro modo. È successo anche alla musica?
No. Alla musica non è successo. La musica ha un carattere poco “informativo”. Ci sono delle eccezioni ovvio, ma a differenza di libri, film e giornali, l’approccio musicale è rimasto identico. Divertimento puro. In pochi badano ai contenuti dei testi.
Avete mai avuto problemi per i contenuti dei vostri brani?
Si certo. Ma mai direttamente. A parte una volta. Jello Biafra ha fatto un show con noi a Sacramento. Il pubblico era per lo più formato da militari (nella contea di Sacramento c’è una base dell’Air Force e uno dei più grandi depositi militari d’armi americano. N.d.J.)… Per il resto però la gente non ci bada. L’atteggiamento diffuso è “meno se ne parla meglio è”. L’importante è farsi gli affari propri e pensare a ciò che è meglio per sé stessi.
Cosa ascolti?
Ho avuto l’occasione di assistere allo spettacolo degli In Extermo, sono stati incredibili. Uno show stupefacente. In giro ci sono un sacco di nuove band interessanti. Me ne sono accorto soprattutto durante questo tour. Per il resto sto riascoltando alcuni “classici” metal come Slayer, Celtic Frost, Overkill; oppure cose come i Joy Division, i Killing Joke: new wave, quella più oscura, non di certo roba come Human League o Pet Shop Boys. Sono vecchio (ride) ricordo, quando con la mia ragazza di allora ascoltavamo quei suoni mentre venivano trasmessi alla radio negli anni ‘80. Tra le band più recenti mi piacciono molto Slipknot, Shadows Fall, As I Lay Dying. Mi piace ancora molto il Thrash vecchia maniera, alla Dark Angel, Exodus e Destruction. L’Emo non mi dispiace anche se mi sta annoiando, salverei gli All That Remains e qualche altra band del Massachusetts. Anche l’Hardcore mi sta annoiando.
Conosci qualche gruppo italiano?
No. Purtroppo no. Anzi aspetta come si chiamava quella punk band molto popolare anni fa?
Negazione.
Negàzioune. Si loro. Grandiosi. Davvero grandiosi. Ma esiste una “metal scene” in Italia?
Procedo alla spiegazione… annuisce…
Be’ avete anche un’ottima scena dance (ride)
Si. E melodica.
Certo. (ride ancora con più gusto). Il mercato italiano è strano, i fan italiani del metal e della musica alternativa sono moltissimi, da voi passano un sacco di band, si vendono abbastanza dischi e producete tanti bootleg che neanche in Sudamerica… eppure… (sembra perplesso)
Visto le prese di posizione dei Ministry, avete mai pensato di pubblicare i dischi con licenza Creative Commons?
Con cosa?

Una licenza diversa dal copyright classico imposto dal mercato che consentirebbe di riprodurre, distribuire, eseguire e modificare il vostro lavoro ma non a fini commerciali. In epoca di peer to peer, i dischi dei Ministry, inutile fare finta di niente, si trovano comunque in rete. Potreste metterli in download gratuito sul vostro sito alla faccia delle major. Presumo che il vero guadagno arrivi in fin dei conti dall’attività live…
Hmm. Mi sembra davvero interessante. Devo informarmi. Certo, i dischi sono un complemento all’attività live ma è vero anche il contrario. Molti sono interessati ad avere l’oggetto in sé. Anche se però non è più come ai tempi del vinile. Il Cd non è un granché come formato. Quando ero giovane mi piaceva avere qualcosa da rigirare tra le mani, da osservare. Mi piaceva l’oggetto. Era bello avere il disco. Era qualcosa di speciale con le foto della band, il poster… sono molto affezionato ai miei dischi. Come quello dei Black Sabbath, uno dei primi che ho preso quando ero ragazzino. Oh mio dio, sono davvero invecchiato (ride).
A proposito di dischi comprati in giovane età… Dimmi dei Prong
Stiamo lavorando al nuovo disco, che dovrebbe uscire nel 2007. Siamo tornati insieme dopo alcuni anni. Era già successo un’altra volta per dei live show. Anzi l’ultima volta è stata proprio in Italia. Abbiamo suonato a Bologna a un qualche festival. Ricordo che c’erano i Blind Guardian come headliner (“A Summer Day in Hell Festival” del 2003. N.d.J.)
Avete mai pensato di fare un album country? So che Jourgensen è un estimatore del genere.
È vero. Al è un grande fan del country e sta preparando un album del genere. Pensa che è un bravissimo suonatore di slide guitar e pedal steel. Anche a me piace il country, la mia ragazza è un’esperta del genere. Mi chiedo sempre da dove tiri fuori certi dischi. Le domando spesso: “Come diavolo fai a conoscere queste band?” Certo lei è californiana e io sono di New York. A New York nessuno ascolta country.
Che ne pensi dell’incredibile lavoro di Johnny Cash su American Recordings con le cover di Nine Inch Nails, Soundgarden, Danzig?
Grandioso. Quei dischi sono fenomenali. C’è da dire che comunque una buona canzone è e resta una buona canzone. Potrebbe essere reinterpreta anche da un cantante lounge di ultima categoria e sarebbe comunque bella.
Leggi qualcosa quando sei in tour?
Ci provo. Di solito roba che si trova nelle librerie degli aeroporti. Micheal Connelly, Tom Clancy, Dan Brown, Stephen King: puro intrattenimento. Sono bravi scrittori, niente da obiettare, ma intrattenimento è e rimane.
Prendi Dan Brown. Ha preso un paio di cose qua e là. Un po’ di “massonic stuff”, un omicidio, qualche elemento di fantasia e ha costruito un best seller. In realtà è pura immondizia, divertente quanto vuoi ma di sicuro da non prendere sul serio.
Viene in mente il saggio “Beauty and the bestseller” di William Burroughs. Il grande pubblico non ne vuole sapere di sperimentare nulla che non sia in grado di comprendere e alcuni argomenti si prestano alla perfezione allo scopo: quelli che i lettori conoscono già in parte ma che vogliono approfondire. Il successo a colpo sicuro arriva se a questi argomenti viene sommata la minaccia, la sfida posta da essa e la sua risoluzione finale.
Chiaro. Dai alla gente ciò che vuole. La gente non ha voglia di farsi troppe domande ma è comunque incuriosita da certe cose. Una lettura pseudofemminista della Bibbia e una cospirazione per coprirla. Non è possibile che Maria abbia avuto un figlio senza fare sesso. È ovvio, e dare in pasto ai lettori qualche indizio in una direzione del genere o verso una cosa simile stuzzica di sicuro la curiosità. Comunque sia, chiunque dia credito al Codice da Vinci è un demente. Cazzo, è un romanzo da poco e non ha nessun fondamento storico.
La chiesa in Italia influenza la politica del paese. È lo stesso negli USA?
La religione ha molta influenza ma in modo eterogeneo. Non c’è un vero e proprio punto di riferimento come la chiesa cattolica da voi. I protestanti, hanno diversi volti, diversi “sessi”.. E comunque dipende da dove vivi. A New York, ebrei e cattolici hanno una base molto solida, ma al centro del paese e sulla West Coast esistono veri e propri centri di potere religioso. Ci sono un sacco di predicatori conservatori e poi è pieno di fanatici… sono pazzi.
Alle vostre ultime elezioni, si è fatto sentire il peso di certe fasce conservatrici della popolazione che hanno votato addirittura per la prima volta…
Già… (si fa pensieroso)
Comunque, una minima ripercussione sul mondo musicale credo ci sia. So che Marilyn Manson non può suonare da certe parti. E ho visto spesso filmati di dimostranti cristiani davanti ai posti in cui doveva esibirsi.
Si. Succede spesso negli stati della Bible Belt (il centro sudorientale degli USA N.d.J.). Chiariamoci non ho nulla contro quei posti. Mi ci sono trovato sempre molto bene. Si tratta solo di certi gruppi di persone. Bigotti, puritani fanatici. Assholes. Sono degli emarginati, dei fuori casta, eppure hanno potere su diverse comunità. Le stesse che hanno votato per Bush. Lui è solo un fottuto drogato senza cervello. Chi davvero comanda in America sono le banche, le corporation. Le stesse banche che comandano nel mondo. È assurdo. Pensa l’America è uno di paesi più ricchi e potenti del globo eppure c’è un sacco di gente che non ha lavoro, che vive per strada. E in cosa si investe? In tecnologia militare. In armi.
Si crea una specie di circolo vizioso…
Si certo perché i ragazzi poveri, provenienti spesso proprio dalla Bible Belt, senza lavoro finiscono per arruolarsi e andare a combattere… Certo non possiamo biasimarli. Non hanno speranza. Non hanno educazione. Non hanno lavoro. Non hanno nulla. È terribile. Mi rendo conto di ciò che succede anche se non ho vissuto sulla mia pelle questa situazione in fondo sono cresciuto nella middle class. Non me la passavo male, ma nemmeno come qui ragazzini viziati di L.A. che vanno in giro in BMW e non hanno mai lavorato un giorno della loro vita.

Kai Zen? Kaizen! / Quadretto pastorale della Rozzemilia

haus-der-lugePerché vi chiamate Kai Zen? Già, perché ci chiamiamo Kai Zen? 

Be’ la storia non è poi così speciale, il nome non ha significati politici, esoterici, filosofici o filonipponici. Semplicemente ci siamo conosciuti in occasione della presentazione della versione cartacea di Ti Chiamerò Russell, un esperimento di scrittura collettiva in rete. Nella storia ivi raccontata si accenna a un’ipotetica band giapponese di noise industrial à la Einstürzende Neubauten, di cui uno dei protagonisti è il cantante. Il nome del gruppo era Kai Zen e così…

Kai Zen è anche una filosofia orientale che si basa sul continuo miglioramento spirituale, psicologico e fisico dell’individuo e dagli anni ‘50 è anche sinonimo, scritto kaizen, di “toyotismo”.  

Di che?  di “toyotismo“. Una forma subdola di sfruttamento del lavoratore nata tra le pareti della Toyota, che oggi, AD 2009, è per la prima volta in perdita. Anzi è sul lastrico. Cosa che se per la Fiat è normale amministrazione, per la casa costruttrice del Sol Levante è pura tragedia. I dirigenti stanno già pulendo e oliando le lame delle katane per il seppuku, il suicidio rituale. Chissà se Marchionne… 

Il vostro affezionato kai zen di quartiere, J, da anni è un giornalista prec… ops freelance, e in una delle sue tante “stupefacenti” avventure ha avuto modo di esplorare il mondo del kaizen. In base all’eseprienza acquisita sul campo con il libro inchiesta Bologna Operaia, e cercando disperatamente di arrivare a fine mese, si è fatto invogliare da una possibile collaborazione con il “Corriere di Bologna”. È da sottolienare il fatto che da anni collabora con il “Corriere dell’Alto Adige” e del Trentino, testate con le quali, a dire il vero si è trovato sempre molto bene, almeno per quanto riguarda i rapporti con i colleghi…

Bene, le cose sono andate più o meno così: il Corriere di Bologna chiede al nostro un articolo sulle fabbriche bolognesi, sugli operai, sul kaizen… Il nostro sottolinea immediatamente che i suoi rapporti con il mondo operaio della città felsinea è a senso unico e che sarebbe il caso che qualcuno sentisse anche confindustria, il padronato ecc ecc. Il caporedattore, Marco Ascioni, dà il via alle operazioni. Per farla breve, quando J torna con il lavoro –  interviste, inchieste e viaggi a carico suo – sotto il braccio: la reazione di M.A. è: “non vorremo mica far arrabbiare la Ducati?” 

La collaborazione serve a tirare a campare, si può provare a tappare il naso e rivedere qualcosa, ma non la sostanza. Dopo due, tre, quattro rimanipolazioni, l’articolo è sempre troppo forte per il “Corriere”. La domanda sorge spontanea: ma che cazzo… per una ventina di euro devo farmi rompere i coglioni così? La risposta anche sorge spontane: potrebbe però dare il via a una collaborazione… la riflessione è immediata: ma se anche al “Corriere del TAA”, dopo anni, dopo aver salvato il culo in extremis alla pagina della cultura tante volte, dopo le interviste impossibili a Beppe Grillo, a Lilli Gruber, a comici di Zelig (sigh – non sic – sigh) e personaggi vari che contattare Obama il giorno del giuramento, sarebbe stato più facile – dopo aver fatto da solo la pagina della cultura quando tutti erano in vacanza (pagata naturalmente) – ecco ma se anche al “Corriere del TAA”, è ancora precario e sottopagato e senza la possibilità di accedere alle pratiche per trasformare il suo stato di pubblicista in giornalista, che cazzo deve fare al “Corriere di Bologna”, dove per giunta la maggior parte dei colleghi sono simpatici come merda di cane sciolta colata in un orecchio? Senza contare che si cagano nelle braghe solo a sentire nominare il Cavalier Ducati…

Questo succedeva qualche anno fa. Per fortuna non è solo una questione di soldi e la versione extended e rivista grazie ai CCCP- ma non troppo – del suo lavoro ha trovato spazio tra le pagine  di Carmilla. E allora perché ritirare fuori la cosa ora? Be’ visto che ci chiedono sempre perché Kai Zen e perché al vostro affezionato Kai Zen di quartiere J, girano le palle ogni volta che pensa al suo status di “giornalista” (per inciso un free lance, per diventare professionista, deve avere un tutor e guadagnare tra i 15 e 16 mila euro l’anno, solo con la professione di giornalista…). E visto che la Toyota, e tutte le fabbriche che applicano il kaizen stanno andando a puttane, visto che gli operai sobbarcati di rate, dell’auto (di solito una bmw, puttana miseria), del televisore al plasma, della moto (una ducati), del cavallo (sì, succede anche questo), del divano in pelle ecc. ecc. ma anche più semplicemente del mutuo per la casa, non ce la fanno a pagare e le banche piangono miseria, e falliscono e fanno le bolle…

 

Quadretto pastorale della Rozzemilia

 

“[...] provincia industrializzata
provincia terzializzata
provincia di gente squartata
1/4 al benessere
1/4 al piacere
1/4 all’ideologia
l’ultimo quarto se li porta tutti via”

(Rozzemilia - CCCP – Fedeli alla linea)

ducatiIl motore trasforma l’energia termica in energia meccanica, i pistoni scorrono nei cilindri, le ruote girano, il pilota è concentrato sulla pista. A ogni giro il suo team ha il cuore in gola. Sul podio assieme al vincitore ci saranno tutti. L’uomo con la bandiera sulle spalle incarna l’intera azienda con tutti i suoi dipendenti. La Ducati è una squadra e quando vince, vincono tutti. O quasi.

Sul fatto che la Ducati sia una squadra, fatta di tante squadre, Walter Garau, operaio in quel di Borgo Panigale, non ha dubbi. Sul fatto che vincano tutti, un po’ meno. In fabbrica i lavoratori vengono divisi in team con diverse mansioni e attività riconoscibili dal vestiario. L’obiettivo è quello di creare uno spirito di gara all’interno dell’azienda. «Fanno credere al lavoratore che quando passa dalla squadra x alla squadra y abbia elevato il proprio status. In realtà non c’è aumento di stipendio. Al massimo una tuta rossa stile pilota piena di sponsor.» 
Il successo nel GP comporta soddisfazione anche per chi lavora in catena di montaggio, ma si tratta di una soddisfazione da tifoso, da appassionato. I media – dice Garau – stanno facendo credere che tutti siano felici, contribuiscano e ci guadagnino. Ma non è così. Per chi lavora in linea non cambia nulla, continuerà a fare il suo lavoro; anzi, commenta Salvatore Carotenuto, rappresentante sindacale e operaio, potrebbe crescere la richiesta di moto e quindi aumentare la produzione accelerando i tempi e accrescendo la mole di lavoro. «Che vantaggio c’è nel dire abbiamo vinto come operai? Soldi in tasca non ce ne vengono… Ogni volta che c’è qualche soldo in più è perché abbiamo discusso e lottato anche a suon di scioperi. L’azienda non ti da nulla anche se vince tutto, SuperBike, GP, MotoMondiale… una volta ha offerto una torta… agli operai arrivano le briciole, eppure se non ci fosse l’operaio non ci sarebbe la moto.»
La strategia dello spirito di squadra applicata a gruppi di lavoratori è un modello che rientra nella filosofia del “kaizen” che è molto diffusa a Bologna e interessa un’ottantina di aziende. 
ponte_tibetanoIl kaizen si basa su un sistema di modelli organizzativi che coinvolge l’intera struttura aziendale attraverso alcune pratiche tecniche, gestionali e ideologiche che comprendono varie metodologie: dallo studio dei movimenti dei lavoratore in catena di montaggio ai fini di velocizzare il processo produttivo, alla formazione manageriale attraverso i “week-end avventura”, dal dopolavoro aziendale al tabellone con la foto stile squadra sportiva del gruppo di lavoratori che ha prodotto di più da appendere in azienda, all’isitituzione della figura del team leader ecc.
Il termine Kaizen è la composizione di due kanji: Kai e Zen che accostati significano più o meno in continuo miglioramento. 
Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, spiega che l’utilizzo di questi modelli organizzativi provoca conseguenze su tutta la rete produttiva perché pone un problema di potere. Nell’ ‘84 il sindacato fece una campagna di contrattazione per affrontare i modelli organizzativi proponendo il lavoro in gruppi di produzione e di progettazione integrati, caratterizzati da una flessibilità professionale ottenuta dalla polivalenza. Ogni gruppo prevedeva un portavoce e aveva obiettivi di qualità e produttività, «una sorta di cooperazione gestita dal basso che toglieva però controllo alla gerarchia e metteva nelle mani dei lavoratori più conoscenze e maggiori poteri contrattuali. Naturalmente saltò tutto.» 
leanthinkingDieci anni dopo un modello simile, ma rovesciato in termini di potere, venne proposto per la prima volta in Italia dalla Fiat sulla base del testo La macchina che ha cambiato il mondo, di Womack, Jones e Roos (Rizzoli, 1991).
Esistono diversi tipi di “kaizen” a seconda delle tecniche e della provenienza dell’azienda che le applica. Il modello Ducati è il modello americano: molto ideologico, monoculturale e non negoziabile, nel quale i gruppi entrano in competizione tra loro e includono al loro interno anche una competizione individuale creando i team leader, i primi tra i pari. Il primo tra i pari diventa un’interfaccia con l’azienda al posto del sindacato ma per l’azienda rimane un operaio non diverso dagli altri. Non viene pagato di più, anche se ogni tanto riceve un’una tantum in base ai risultati ottenuti, la sua è una soddisfazione psicologica simile a quella di chi vince una gara, ma la vera gerarchia da scalare è da un’altra parte e non è accessibile agli operai.
Come in ogni competizione sportiva, qualcuno rimane indietro o arriva ultimo, in questo caso lavoratore in linea e precario. Questo tipo di modello organizzativo, incalza Papignani, aumenta il controllo da parte dell’impresa, è «basato su una partecipazione coatta che crea sospetto tra membri della stessa squadra», non fa in modo che alla Ducati aumenti la produttività o diminuiscano costi ma è un forte elemento di controllo che si sviluppa attraverso la frammentazione dei lavoratori che vengono messi in competizione tra loro e formati ideologicamente «stile marine»: i dirigenti vanno a fare i week-end avventurosi, attraversando ponti tibetani, si appendono a carrucole ecc., i team leader vengono formati attraverso schemi di gioco come il cerchio in cui puoi lasciarti andare di schiena e farti prendere dagli altri, vengono organizzati eventi ludici da dopolavoro, la visione di filmati ecc. ecc.
In questo sistema entra in gioco anche un altro elemento: il fascino del prodotto, che con un’abile strategia raduna immagine, ideologia e business. Molti entrano in Ducati con il miraggio di approdare in “Ducati Corse” o di fare il collaudatore, ma quando si trovano a lavorare in catena di montaggio si rendono conto che l’illusione è destinata a svanire. Carotenuto racconta infatti che in “Ducati Corse” ci si arriva solo dopo tante esperienze o con le giuste conoscenze e aggiunge: «basta essere disponibili in qualsiasi momento anche al di fuori degli orari di lavoro» 
Fare il collaudatore, altra grande ambizione dei giovani che arrivano in fabbrica, non è come lavorare in catena di montaggio ma significa macinare più di 200 – 250 km al giorno in sella a una moto con tutti i pericoli (in alcuni casi letali) che ciò comporta.

Postfordismo-toyotismo-ducatismo

fiomAlcune aziende bolognesi applicano alla loro filiera produttiva il kaizen a seconda della scelta fatta dalla multinazionale a cui fanno capo. La Cesab di Casalecchio di Reno, per esempio, ha applicato il kaizen di stampo nipponico, con personale giapponese e studi fatti nella terra del sol levante dalla società di consulenza di direzione e organizzazione aziendale “Bonfiglioli Consulting”. La stessa che ha seguito la Ducati, dopo che quest’ultima si era appoggiata alla consulenza Porsche. Attualmente l’azienda di Borgo Panigale, come già detto, basa i suoi modelli organizzativi sul prototipo di kaizen americano come avviene anche per la Efer, con la differenza che Ducati può fare leva anche sulla passione del lavoratore per il prodotto stesso. Un meccanismo che viene fatto scattare anche in Lamborghini, che però ha importato dall’Audi il modello tedesco, nel quale la partecipazione dei lavoratori al processo produttivo rende possibile un certo margine di trattativa con il sindacato e che introduce alcune novità, come il diritto di veto della RSU o il team leader a rotazione. Laddove invece non c’è passione per il prodotto la leva è quella psicologica della distinzione, accompagnata da incentivi in busta paga.
Il kaizen è arrivato in Emilia alla fine degli anni ‘90 con la Magneti Marelli (FIAT), da allora molte altre aziende hanno seguito l’esempio anche se solo poche si sono potute permettere le consulenze degli specialisti o il know-how di una multinazionale. Delle quaranta aziende più grandi solo la Ducati Energia non applica il kaizen per scelta del presidente Guidalberto Guidi, un padrone vecchio stile come lo definisce Papignani. Alla GD, il tentativo di introdurre il modello all’americana è un processo delicato ancora in fase di sviluppo, mentre in Saeco si sta tentando di trovare la miscela giusta tra modello americano e tedesco. 
La filosofia di base però è sempre la stessa, il sindacato può discutere e negoziare su alcune cose, ma è la cultura a non essere mediabile e i modelli organizzativi sono stati sempre messi in piedi attraverso due operazioni: l’espulsione, e così, dice il segretario della FIOM, si spiega la grande ondata di mobilità dei quarantenni, cinquantenni e l’ingresso di giovani.
Viene provocata una crisi per inserire il modello: si mandano via i sindacalizzati, “quelli che hanno fatto le lotte, quelli che in qualche modo sapevano come lavorare e come ritagliarsi degli spazi e avevano potere contrattuale”. Alcune aziende hanno provocato la crisi per mandare i lavoratori in mobilità e allontanarli.
Le statistiche bolognesi indicano che la maggior parte delle 150 – 200 aziende che nel 2004, 2005 e 2006 hanno fatto questa operazione non sono passate dai canali di crisi normali (cassa integrazione temporanea per crisi di mercato, cassa integrazione speciale per crisi vera o bisogno di ristrutturazione), ma sono passate direttamente alla mobilità volontaria non traumatica investendo dei soldi, “dando 20-30 mila euro a chi andava in mobilità. La teoria è quella di Melfi e del prato verde  -, devi creare la crisi per cerare un nuovo lavoratore. Se poi questo è precario e debole, l’operazione è perfettamente riuscita.”
Un operaio di 40-50 anni sa lavorare e ha consolidato un suo metodo. È molto difficile che aderisca al modello, come è molto difficile che possa cambiare il suo metodo di lavoro per aderire alle tempistiche e ai movimenti corporei dettati dal modello stesso.
La maggior parte del kaizen, spiega il segretario della FIOM, passa attraverso i filmati e l’informatizzaione di tutti i movimenti, in modo tale che chi arriva non ha bisogno di sviluppare professionalità. Al lavoratore vengono date istruzioni sui movimenti da fare per adempiere a determinati compiti: “ti dicono quale braccio, quale mano, quanti passi devi fare per compere una determinata operazione e se la vuoi fare diversamente, non puoi. Hanno trovato anche il sistema di farti usare parti diverse del corpo nel corso della giornata. Per evitare le tendiniti? No, per produrre più velocemente.”
Per fortuna, prosegue Papignani, in Italia si mantengono ancora tempi ciclo decenti, “ma tutti stanno cercando di applicare la metrica Tmc2” (Tempi dei movimenti collegati-seconda versione), uno dei modelli cronotecnici preposti alla quantificazione dei tempi d’esecuzione delle mansioni operaie nella produzione di serie. N.d.R.) 
In Spagna e Germania, per esempio, con la metrica Tmc2, si è arrivati da mansioni di 20 – 28 secondi l’una a mansioni di 3 secondi l’una.

L’asso nella manica del lavoratore, conclude Papignani, “è la sua professionalità, in quelle aziende che ne fanno tesoro e che ne hanno bisogno. In Ducati non impari niente. Prima imparavi a fare un mestiere, oggi la precarietà non dà mestiere, la precarietà, anche per la Ducati, diventa precarietà della qualità del lavoro. Il vantaggio risiede quindi solo nel maggiore controllo che si può esercitare su lavoratore.”

Il fascino del brand

“Sazia e disperata
con o senza TV
piatta monotona
moderna attrezzata
benservita consumata”

(Rozzemilia - CCCP – Fedeli alla linea)

ducatifashionIl “Ducati Factory Shop” è stato inaugurato quattro anni fa come outlet della moto nei pressi dell’azienda stessa. L’idea è nata nel ‘99 dall’allora responsabile del parco moto aziendale, Leonardo Di Michelangeli, che ha creato un’officina a parte all’interno dello stabilimento per riconvertire le moto usate, per le prove, per le fiere, per gli eventi ecc. e che prima venivano svendute ai concessionari, in moto aziendali collaudate vendute direttamente dalla Ducati, trasformando così un’attività poco redditizia in un business con tanto di punto vendita. 
Da allora il marchio ha ottenuto, grazie al successo nel GP, una visibilità in crescita esponenziale e lo stesso Di Michelangeli ha pensato che il prodotto principale potesse essere affiancato da qualcos’altro che facesse leva sulla passione sportiva dando così il via alla produzione di magliette e capellini firmati Ducati. Il successo è stato immediato e i gadget si sono moltiplicati, dagli orsetti ai modellini, dalle valigie alle tende da campeggio, dalla linea d’abbigliamento tecnicosportivo a quella casual. Il fascino del marchio ha fatto in modo che fossero messi in vendita come fermacarte anche contachilometri e pignoni, destinati alla rottamazione, sui quali è stato applicato lo scudetto Ducati Corse.
Il bacino d’utenza del consumatore si è allargato. Anche chi non può permettersi una moto si è mostrato interessato a vestire Ducati. Il fatturato dello Shop è una fetta notevole di quello dell’intera azienda e ha portato alla creazione della “Ducati Retail” che gestisce anche un negozio interno alla fabbrica, un punto vendita all’aeroporto e un outlet a Castel Guelfo.
I lavoratori dello stabilimento hanno il 30% di sconto su tutti i prodotti e possono noleggiare le moto per qualche tempo. Un operaio che affitta una “1098” prende 400 euro circa in meno al mese (lo stipendio medio è 1100 euro) e nello stesso tempo, andando in giro in sella, fa pubblicità all’azienda come quando indossa la tuta da lavoro, che è “griffata”. Il fascino del brand, racconta ancora Salvatore Carotenuto, fa presa anche sui giovani appena assunti a tempo determinato, che ancor prima di iniziare si presentano vestiti di tutto punto: «comprano capellini, felpe ecc. e non hanno ancora uno stipendio. Spendono allo shop prima di essere pagati.» 
Questo sistema di marketing che si basa sulla passione per il prodotto, con un’abile strategia raduna immagine e business e sembra funzionare perché, come scriveva Chuck Palahniuk, “siamo consumatori. Siamo sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona. [...] Quello che mi spaventa è il nome di un tizio sulle mie mutande. Le cose che possiedi alla fine ti possiedono.”

… come finiva il pezzo dei CCCP? Ah già: dammi una mano – dammi una mano a incendiare il piano padano – dammi una mano – dammi una mano a consolare il piano padano.


Morte o Gloria

01.jpg    È in sala Il futuro non è scritto il film documentario di Julien Temple su Joe Strummer, frontman dei Clash e icona indiscussa del combat rock, passato a miglior vita nel 2002. Per accompagnare la visione della pellicola si potrebbe approfondire l’intera storia del gruppo che, in meno di dieci anni di vita, ha cambiato per sempre il volto del rock. Death or glory (Arcana, pp. 504. euro 17,50) è la puntualissima biografia della band a firma Pat Gilbert, redattore storico di Mojo, del Guardian e del Times.

Death or Glory è molto più di una semplice cronaca degli eventi o di una raccolta di aneddoti e interviste, è una vera indagine agiografica di dimensioni monumentali, dal piglio comunque divertito e divertente che analizza e racconta il fenomeno Clash. L’unico gruppo punk al mondo in grado di carpire l’essenza stessa del punk e di rompere gli schemi musicali della tradizione precedente.Il 2007 è stato l’anno dei festeggiamenti. Si è celebrata la nascita del genere, attribuendo il primato, ora ai Sex Pistols ora ai Damned. Ma le radici di tutto il movimento punk 77 britannico vanno scovate nell’oscura formazione dei London SS, al basso Paul Simonon e alla chitarra Mick Jones.

Dall’incontro, o meglio dallo scontro del proletario Jones, dell’artista Simonon e del upper class boy, già voce dei 101’ers, Joe Mellor, in arte Strummer (strimpellatore) nacquero quasi per caso in quel di Portobello i Clash. Il resto è praticamente leggenda. Una leggenda ricostruita alla perfezione da Gilbert che riesce a dare al lettore anche la misura dell’epoca in cui i Clash sono nati (più o meno) e cresciuti: la Londra thatcheriana.

Il libro, partendo dalle vicende del gruppo, attraverso le canzoni, mette in scena, oltre ai problemi dell’Inghilterra conservatrice, una serie di questioni globali ancora di estrema attualità, che vanno dalla disoccupazione al terrorismo, dallaminaccia nucleare alla politica egemonica USA, dal terzo mondo al consumismo: la visione clashiana del punk, quella che ha fatto coniare agli addetti ai lavori il termine combat rock. Il Punk era troppo stretto per Strummer e soci, per la loro poetica e per la loro etica; troppo fine a sé stesso, troppo reazionario e troppo impegnato a impomatarsi la cresta.I Clash, “l’unico gruppo che conti qualcosa” secondo il guru della critica Lester Bangs, sono passati dall’urgenza dell’omonimo esordio alle ardite sperimentazioni di Sandinista! esplorando territori off limts come l’elettronica, il dub, le musiche caraibiche e addirittura il valzer, sovvertendo canoni e regole di un genere tanto allergico ai decaloghi da diventare prigioniero del suo stesso anarchismo, e utilizzandolo come veicolo di una presa di coscienza sociale.Death or glory è la storia della gloria e della morte dei Clash ma anche della gloria e della morte del rock, che forse un giorno, chissà, resusciterà grazie a dei nuovi Clash. In fin dei conti, come è riportato in calce sul retro di copertina dell’ultimo disco della band, “Il futuro non è scritto”.

 

Articolo Pubblicato su Panorama.it il 10 marzo 2008

 


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