Crossover. Per una filosofia popular (5 di 6)

Il popular

Per questo la pop filosofia lavora sistematicamente su tutti i fronti del libro, compreso quello che Genette definisce paratesto.
Che cos’è il paratesto?
È l’insieme di elementi che stanno attorno al testo e che vanno dalla copertina alla quarta, dalla collana alla tiratura, dal prezzo alla promozione, fino alle interviste e ai dibattiti su diversi media. Tutte cose di estrema importanza per l’efficacia della strategia pop filosofica. Tutte cose di estremo interesse per la pop filosofia. Perché è qui che “il testo diventa libro e in quanto tale si propone ai suoi lettori e, in genere, al pubblico” [11].
La pop filosofia non si ferma al testo, ma sfrutta l’arma libro in tutta la sua complessità.
In questo senso essa è una nuova forma di avanguardia filosofica.
Un’avanguardia che si lascia alle spalle la strategia dell’illeggibilità e che guarda con interesse a quanto accade nel campo della nuova letteratura italiana che si muove nel popular, a partire dai Wu Ming [12].
In quello che è senza dubbio il testo teorico sulla letteratura più importante degli ultimi anni, New Italian Epic di Wu Ming 1, leggiamo: “Le opere Nie stanno nel popular, lavorano con il popular. I loro autori tentano approcci azzardati, forzano regole, ma stanno dentro il popular e per giunta con convinzione, senza snobismi, senza il bisogno di giustificarsi di fronte ai loro colleghi ‘dabbene”. E ancora: “La sperimentazione avviene nel popular” [13].
La strategia pop filosofica qui adottata è più vicina a quella che Wu Ming 1 mostra all’opera nellaNew Italian Epic che non alla pop filosofia di Slavoj Žižek, ancora ostaggio del vecchio pregiudizio secondo cui la cultura pop sarebbe intrinsecamente stupida. Non a caso l’uso che Žižek fa del pop si può riassumere nella formula: “estrinsecazione in un medum stupido” di analisi lacaniane [14].
Pop filosofia è qui intesa come avanguardia filosofica insieme sperimentale e popolare che fa propria una formula usata da Eco nelle PostilleIl nome della rosa. “Raggiungere un pubblico vasto e popolare i suoi sogni, significa forse oggi fare avanguardia e ci lascia ancora liberi di dire che popolare i sogni dei lettori non vuol dire necessariamente consolarli. Può voler dire ossessionarli” [15].

[11] G. GENETTE, Soglie, trad. it., Torino, Einaudi, 1989, p. 4.
[12]Cfr. http://www.wumingfoundation.com/ e G. DE PASCALE, Wu Ming. Non soltanto una band di scrittori, Genova, il melangolo, 2009.
[13] WU MING, New Italian Epic. Letteratura, sguardo oblique, ritorno al futuro, Torino, Einaudi, 2009, pp. 95 e 97.
[14] “Ricorro a questi esempi [tratti dalla cultura di massa] per evitare il gergo pseudo-lacaniano e per raggiungere la maggiore chiarezza non solo per i miei lettori ma anche per me stesso: l’idiota per cui mi sforzo di formulare il più chiaramente possibile un punto teoretico sono proprio io […] mi convinco di aver davvero compreso qualche concetto lacaniano quando riesco a tradurlo efficacemente nell’intrinseca stupidità della cultura popolare. In questa completa accettazione dell’estrinsecazione in un medium stupido, in questo rifiuto radicale di qualsiasi segreto iniziatico, risiede l’etica di trovare la parola appropriata” (S. ŽIŽEK, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa, a cura di M. Senaldi, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 171). Ma, più in generale, si può dire che il limite di Žižek consiste nel considerare la cultura pop come l’ideologia della società tardo-capitalista.
[15] U. ECO, PostilleIl nome della rosa, Milano, Bompiani, 1996, p. 531.

Crossover. Per una filosofia popular (1 di 6)

Di seguito riportiamo la prefazione di Simone Regazzoni al volume  Pop Filosofia di uscita imminente per i tipi del Nuovo Melangolo.

When the going gets tough, the tough get going (Bluto, Animal House.)

Il gioco

Il rugby è un gioco mentale” affermò un giorno Carwyn James, leggendario coach gallese e uno dei più grandi pensatori del rugby. Lo stesso si potrebbe dire della filosofia. Almeno quando non si limita a sfogliare i vecchi album della propria storia gloriosa. O a confezionare ricette minime per la quotidiana felicità.
Gioco mentale in forma di parole. Pensiero in atto che richiede forza, creatività e il coraggio di sperimentare, in assoluta libertà, l’inedito.
Esiste un atletismo del pensiero. E la filosofia ne è forse l’espressione più pura e pericolosa. Perché estrema. “Nessuno disconosce la pericolosità degli esercizi fisici estremi, ma anche il pensiero è un esercizio estremo”, scrive Gilles Deleuze. “C’è sempre stata una forma di ‘atletismo’ nella filosofia che si ha tendenza a dimenticare riducendo la filosofia a una disciplina libresca e accademica”, aggiunge Avital Ronell, non esitando a paragonare Socrate al grande Muhammad Ali.
Nulla di sorprendente. Se non agli occhi di qualche homunculus academicus
E’ Socrate a lamentare di essere stato conciato per le feste da Protagora nel corso di uno scontro verbale: “Quanto a me in un primo momento, come se fossi stato colpito da un buon pugile, mi si oscurò la vista e fui preso da vertigini a queste sue parole”.
D’altra parte, il nome proprio che si confonde con quello della filosofia stessa – Platone – fa esplicito riferimento alla forza fisica nella lotta, all’ampiezza dello stile e alla vastità della fronte quale sede del pensiero. “Aristone lottatore argivo – scrive Diogene Laerzio – fu il suo maestro di ginnastica, da cui prese il nome di Platone per il suo vigore fisico. […] Sostengono altri che egli prese il nome di Platone per l’ampiezza del suo stile: o perché vasta era la sua fronte, come dice Neante. Vi è pure chi dice come Dicearco nel primo libro Delle vite che egli abia partecipato alle gare di lotta dell’Istmo” . Stile, pensiero, vigore. Si tratta in ogni caso di ingaggiare battaglia. In questo o quel campo. Nulla è meno rassicurante di questi giochi o esercizi estremi in forma di parole.

G. Deleuze, Pourparler, trad. it., Macerata, Quodlibet, 2000, p. 139.

A. Ronell, Giornale di una tossicofilomaniaca, trad. it., Genova, il melangolo, 2008, p. 47.

Platone, Protagora, 339e.
Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, III, 4.

La terza metà – Feuilleton

la terza metàOn line il capitolo 47

ULTIMO CAPITOLO 

Visto che è l’ultimo appuntamento col nostro fogliettone, approfitto per ringraziare tutti quelli che hanno impiegato tempo e attenzione per seguire la storia. Spero non siate rimasti delusi. Mi farebbe piacere se nei commenti o via mail o nel modo che preferite mi faceste sapere come avete vissuto l’esperienza un po’ retrò (o forse sarebbe meglio dire steampunk) di leggere un romanzo una puntata alla settimana come si faceva nell’Ottocento, ma utilizzando un computer e una connessione superveloce. E’ stato frustrante come andare in Ferrari senza mettere mai la terza, oppure piacevole come ritrovare un sapore genuino perso ormai da tempo? Così tanto per curiosità.

Grazie e alla prossima

Guglielmo Pispisa (KZg)