Shipping up to Boston

Il vostro affezionato kai zen di quartiere J sta per salpare un’altra volta, destinazione Boston, Wellesely e New York… Qui non lo vogliono, ma da quelle parti sembra invece che apprezzino la sua boria. E così i primi di marzo sarà writer in residence al MIT, ospite del Wellesely College per il Global Science Fiction e ospite del Queens College a Nuova York…. stay tuned for the details

LA ‘NDRINA DI VIA MUGGIA

Al Livello 57 eravamo una grande tribù, nel senso antropologico del termine, divisa in vari clan per lo più di origine geografica: Sicilia, Puglia, Alto Adige, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana e dulcis in fundo, Calabria. Quello calabrese era diventato nel tempo uno dei clan più numerosi all’interno del centro sociale; si sa come operano i calabresi (ma è una teoria che si potrebbe allargare agli italiani e all’essere umano in genere), una volta arrivati i primi e dopo essersi ambientati bene, qui cumpà si mangia si beve si balla e si tromba come ‘nu puerco hanno incoraggiato altri conterranei a stabilirsi in loco. Per inciso: il sottoscritto ha sposato una calabrese, passa le sue vacanze a Crotone da parecchi anni ormai, per cui si sente in diritto di parlare di questa terra e dei suoi abitanti senza avere il timore di essere preso per razzista o filonordista. Per di più mia mamma è di Caltanissetta per cui non sono neppure un pulentun. Non sono né carne, né pesce, sono un ibrido, uno scherzo della geografia latitudinale, sono un po’ come Mary Per Sempre, però un po’ meno Mary…Era incredibile e anche un pò inquietante vedere all’opera questo clan organizzato, sia come bigliettai e bodyguards improvvisati all’ingresso del Livello sia come servizio d’ordine durante le manifestazioni di piazza. Nel primo caso ho visto più di una volta avventori alticci e minacciosi diventare pulcini docili e spennacchiati dopo una chiacchierata chiarificatrice con il clan dei calabresi; “Cumpà ca d’è ca vo? E statt tranquill, non fare innervosire i ragazzi da retr’ ch’è meglio!” “Chisto’cca lo ripassiamo nella malta se un la smette!” “Vedi che i miei compari sono andati a prendere le pale che hanno una buca da scavare!”, frasi del genere, in amicizia, un confronto leale fra intellettuali di un certo calibro. Nel secondo caso devo dire invece che, con mia somma sorpresa, ho visto celerini incazzati, con la bava alla bocca (si diceva che li tenessero in gabbia per qualche giorno prima di una manifestazione), ho visto questi poliziotti, dicevo, indietreggiare e anche di corsa con la coda fra le gambe di fronte a quella masnada di genti del sud assetati di divise azzurre (in molti casi erano presenti anche pugliesi e siciliani lontani parenti di quel Terron Power che fece faville negli anni settanta nei movimenti di sinistra estrema del capoluogo felsineo). Non che la cosa mi piacesse particolarmente, anzi. Però in quegli anni sapere di avere un po’ le spalle coperte in situazioni pericolose mi faceva sentire vigliaccamente più forte, al sicuro. È come la strana sensazione che si prova mentre si guarda un film di serie B dove il cattivo perpetra ingiustizie a go-go e alla fine arriva il buono, grosso e incazzato, e lo gonfia come una ruota di un camion. Non si dovrebbe fare ma si fa, e si è felici, appagati. Chissà se Guccini quando cantava “Trionfi la giustizia proletaria” si riferiva anche a queste situazioni, a eroi a metà fra Bud Spencer e Pietro Micca. Purtroppo però il clan dei calabresi spesso esagerava. Forse cosciente della propria forza e coesione di gruppo, era solito degenerare in azioni che poco avevano a che fare con la giustizia. Ricordo un fatto in particolare. Una domenica mattina, alla fine di un Rave Party, si era tutti ubriachi e stanchi (più stanchi che ubriachi) e ci si apprestava a terminare la festa iniziata la notte prima e chiudere quindi il centro sociale per il riposo domenicale. Chi era seduto dietro il bancone del bar, chi su una panchina e si prendeva il primo sole tiepido del mattino, chi sonnecchiava appoggiato al muro, insomma si era un po’ tutti in quel momento tipico dell’ ancora cinque minuti e poi me ne vado a casa che mi fischiano le orecchie e ci vedo doppio e minchia! Me la dormo tutta, faccio un dritto fino a lunedì, si era a quel punto, dicevo, quando arrivarono tre ragazzoni visibilmente ubriachi e molesti. Cominciarono a importunare una delle bariste dietro il bancone, lanciandole pesanti apprezzamenti. Nel frattempo uno di loro, credendo di non essere visto, allungò una mano dietro il frigobar rubando una bottiglia di vodka ancora sigillata. Non contento e senza un apparente giustificato motivo scagliò un bicchiere di plastica pieno di birra in faccia a Wally, uno dei calabresi. Era chiaro, non era venuti per fraternizzare, ma scegliere un avversario come Wally per attaccar briga fu certo una decisione per nulla ponderata da parte loro. Wally era un catanzarese di un metro e novanta, spalle larghe e forza bruta(e pensare che i calabresi sono pericolosi anche in versione mignon figuriamoci un calabrese gigante). La leggenda narra che una volta, incazzato come una jena con la sua ragazza, ruppe con la sola forza delle mani il lucchetto che teneva chiuso il motorino della sfortunata e lo gettò dentro un bidone dell’immondizia. Non era un cliente facile per il trio dei rompiballe. Lui li guardò tutti e tre negli occhi, con apparente calma si asciugò il viso con un lembo della maglietta, poi tirò un urlo disumano (credo di aver visto l’ugola vibrare fuori dai denti), una sorta di richiamo della foresta. In men che non si dica Rocky, Manona e Quentin (altri tre calabresi di quelli giusti) sbucarono fuori dal nulla. Wally urlò ai compagni qualcosa in dialetto (a me risultò incomprensibile ma credo fosse un breve riassunto sulla situazione venutasi a creare e sul come agire di conseguenza). In un attimo il quartetto di lupi silani si lanciò sul trio di intrusi. Pim  pum pam, calci e pugni, rumore di ossa che si rompono, i tre in vertiginosa fuga. Wally e i suoi dietro. Io e i pochi altri ragazzi del centro rimasti, dietro ai nostri compagni calabresi. Manona e Quentin raggiunsero di nuovo il trio che nel frattempo stava cercando di mettersi in salvo salendo in auto. Niente da fare, Wally saltò a piedi nudi sul cofano della macchina e a suon di calci disintegrò il parabrezza. Allungò un braccio all’interno dell’abitacolo e tirò fuori i due sventurati rifugiati sotto i sedili anteriori. Purtroppo per loro non era finita, solo il terzo che era riuscito a rintanarsi sotto il sedile posteriore fu risparmiato dalla furia ionica. Per alcuni interminabili minuti nessuno riuscì a fermare quella follia, poi alcuni di noi si resero conto che una reazione giustificata si stava trasformando in un linciaggio dai contorni quasi biblici e decidemmo di provare a fermarli. “Ragazzi basta, così li ammazzate!” Fu questa la frase che fece suonare il gong di fine-incontro. Due ragazzi giacevano per terra e si lamentavano, il terzo gridava quasi sottovoce basta basta, nascosto sotto i sedili  dell’auto, ormai semi distrutta. E in tutto questo casino Quentin era pure riuscito a rubarsi l’autoradio e le  casse montate al suo interno. Gli aiutammo a rialzarsi, montarono in macchina senza dire una parola e partirono, presumo in direzione S. Orsola, con andatura storteggiante, gnic-gnic, causa ruote deformate. Ero allibito, sconcertato anche se un po’ mi veniva di ridere. Più avanti avrei capito quanto pericoloso poteva essere avere come compagni di vita e d’avventura dei personaggi del genere, ma questa è un’altra storia. To be continued…

E naufragar m’è dolce…

Ormai ero diventato uno di loro, mi ero trasformato in un animale alternativo urbano, mi erano cresciuti i piercing un po’ ovunque, i capelli si erano rizzati verso l’alto ed erano diventati blu. Ormai era chiaro: ero un Livellino a tutti gli effetti. Da quasi due anni montavo, pitturavo, aggiustavo, bodyguardavo all’interno del Livello 57, il centro sociale più cool di Bologna e forse d’Italia. Tengo a precisare che se al tempo qualcuno mi avesse detto che appartenevo al centro sociale più cool d’Italia avrei risposto rifilandogli una testata in pieno volto. Questione di orgoglio; ma ora sono cresciuto, maturato, o forse semplicemente invecchiato (visto che ormai sono passati più di dieci anni) e guardando con occhio critico, forse autocritico, tutto quel periodo devo ammettere che, mentre negli altri spazi occupati della città si faceva politica, si organizzavano cene sociali, manifestazioni per il diritto alla casa e via discorrendo, al Livello 57 si beveva birra, si giocava a calcetto, ci si drogava e si ascoltava musica di ogni genere, dal punk alla techno. Eravamo proprio dei coo-glioni. Non che fossimo dei superficiali, per carità, fra di noi c’erano laureati, professori, assistenti sociali, avvocati (si è vero c’era anche una frangia in trasferta della ‘ndrangheta calabrese ma questo è un altro discorso), il problema era che ci stavamo veramente rompendo le palle con tutti quei discorsi che ormai puzzavano di stantio: il proletariato che non ha nazione, la polizia che è assassina dall’Europa all’America Latina, le camicie nere che avremmo dovuto metterle al muro e fucilarle tutte. Basta. Tutto l’universo dell’estrema sinistra bolognese, dagli anarchici di via Paglietta agli autonomi del Patchanka, dai collettivi del 36 occupato alle femministe di Lilith Luna Nera e chi più ne ha più ne metta, tutto questo mondo suburbano, dicevo, ci aveva frantumato i testicoli, volevamo in qualche modo rompere con quel passato e ripartire da zero. Almeno nelle intenzioni lo volevamo. Non so cosa sia successo dopo, o meglio, lo so ma non mi so spiegare il perché. Più cercavamo di essere al di fuori di certi schemi comportamentali più ci ritrovavamo dentro a quel sistema che volevamo non distruggere, ma semplicemente evitare. L’autopoiesi delle nostre sovrastrutture era noiosamente ripetitiva (come dicevo non eravamo dei superficiali!) perché cercando di essere diversi da tutti alla fine eravamo uguali l’uno all’altro. E quindi inevitabilmente non facevamo altro che ricreare un microsistema del tutto simile al sistema con la esse maiuscola. C’erano i capi, i gregari, i favoriti, i paraculati, gli emarginati, gli esclusi, i disonesti, i faziosi…Alla fine la domanda che mi posi fu: dov’è la differenza fra noi e la classe dirigente di questo paese? Lo stesso paese che avremmo voluto ribaltare come un calzino?  Non avremmo fatto altro che rivoltare un calzino nero per ritrovarcene un altro dello stesso colore. Questo fu il colpo di grazia, per quel che mi riguarda. Dalla sera alla mattina mi caddero tutti i piercing (no, non è vero, in realtà è stato mio padre che quando sono tornato dai miei in Tirolo per le vacanze di natale mi ha cacciato di casa appena mi ha visto con tutta quella ferraglia addosso e siccome a Bolzano a Dicembre per strada fa freddo ho pensato bene di scendere a patti col babbo e sbullonarmi gli orifizi di ogni ammennicolo) anche i capelli scesero a patti, come il sottoscritto, e tornarono del loro colore. Piano piano tornavo alla realtà, il sogno era stato bello ma era durato più del dovuto. To be continued…

Ultimo Domicilio Sconosciuto

Ci sono persone destinate alla sfiga, non c’è alcun dubbio. Ci sono persone su questa terra che sono buone, brave, per bene e non rompono le palle a nessuno su cui però il destino, il fato, il naturale susseguirsi degli eventi o come cavolo vi piace chiamarlo si accanisce senza un apparente motivo. Lo Scono era uno di questi. Antonio Michele Agrippa all’anagrafe, Sconosciuto di cognome, nel senso che lui si chiamava proprio Antonio Michele Agrippa Sconosciuto. Sarà che io non ho mai dato peso ai nomi, sarà che il mio nome e il mio cognome sono abbastanza comuni e anonimi, ma ricordo di aver sorriso per non più di dieci secondi la prima volta che lo Scono si presentò a me. Non avevo dato troppo peso a quel cognome, Sconosciuto. Non avevo capito quanti problemi gli creava portarsi dietro quel cognome, non avevo compreso che alle volte il destino è racchiuso in una parola.

Agli inizi degli anni 90″ il centro di Bologna e soprattutto la sua zona universitaria erano considerate come una città nella città, un villaggio di pace e armonia dove si poteva fare un po’ quel cazzo che si voleva. Piazza Verdi era il centro di tutto questo con il Bar Piccolo in un angolo, il centro sociale Pellerossa nell’altro e poco più in là lungo via Zamboni il civico 36 e il 38. Il primo era una biblioteca permanentemente occupata dagli studenti, il secondo era la facoltà di Filosofia che gli studenti o gli autonomi occupavano solo quando “ce n’era bisogno”. Quasi di fronte, il Bar dello Studente, dove si faceva colazione con duemila lire o poco meno e le cui sale al primo piano affacciavano direttamente sulla piazza. La piazza era il centro di tutto per noi, il perno vitale attorno cui ruotavamo come satelliti impazziti: una sera una festa, il mattino dopo una manifestazione, il torneo di calcetto, il pestaggio ai fasci che li abbiamo visti l’altra sera in via Mazzini e so dove beccarli, ogni scusa era buona per ritrovarci in piazza Verdi e fare qualcosa. Di polizia manco l’ombra, non so se avessero disposizioni precise di non venire a rompere le palle in zona oppure al tempo non era aria di andare a smanganellare la gente col sorriso stampato sulla faccia, sta di fatto che pantere, carabinieri e animali simili erano come estinti in zona universitaria. Molti penseranno: chissà che delinquenza, che spaccio e che degrado allora! E invece no, è proprio questo il bello, non dico che non girasse droga (sempre molto buona fra l’altro e non la merda che gira adesso) ma non c’erano risse fra spacciatori, accoltellamenti, tentati stupri e punkabbestia che pisciano e defecano nello stesso luogo in cui dormono. Il mondo universitario faceva da filtro a tutto questo, c’erano iniziative culturali, concerti, dibattiti, il degrado si sarebbe trovato molto male in quegli anni in Piazza Verdi. Ora invece la fa da padrone perché la vita universitaria si è spenta, i luoghi di ritrovo sono sparsi nei quartieri periferici della città e quindi è più difficile e pericoloso uscire la sera. L’aggregazione e lo spirito di fratellanza si sono sopiti, limitati a piccoli spazi angusti e lontani fra di loro. Ma allora non era così, forse questa libertà che si respirava allora ha dato a molti la scusa per esagerare, ma in quegli anni esagerare sembrava, a noi giovani universitari di estrema sinistra, possibile e politicamente corretto. Anche lo Scono era uno di noi, uno di quelli che ti proponeva il classico stasera ci beviamo il vino mio pugliese quello forte che ti stronca l’anima con un paio di canne e poi si va a ballare al Pellerossa.. E proprio una di quelle di sere in cui non ci andava di studiare che l’esame è fra due mesi e poi tanto mi sparo ‘sti tre libri in quattro giorni hop hop in scioltezza un ventidue non me lo leva nessuno, una di quelle sere, dicevo, ci fermò una pattuglia di carabinieri. Eravamo fuori la zona universitaria, nella terra di mezzo, dove agli sbirri era concesso alzare la voce. Per fortuna la serata era appena iniziata per cui si era tutti sobri, il maresciallo di turno ci chiese i documenti e lo Scono subito si accorse di non avere dietro il portafogli. “Lei come si chiama?” Lo apostrofò il Minchia Signor Tenente baffuto (così avremmo soprannominato il maresciallo nei racconti futuri) “Antonio” rispose lo Scono. “E di cognome?”  La voce del graduato si fece più greve. “Sconosciuto” rispose lo Scono. “Mi prendi per il culo?” urlò MST .”Come cazzo ti chiami di cognome?” Senza fare una piega lo Scono ripeté “Sconosciuto”. A quel punto MST planò un man rovescio al povero Antonino “Io ti faccio arrestare stronzetto. Qui di sconosciuto c’è solo tua madre, hai capito figlio di puttana?” Scono tenendosi la guancia arrossata con una mano, rispose con un filo di voce: “Mi chiamo Sconosciuto di cognome, sono nato il 2 Aprile 1969 a Barletta, controlli pure se vuole.” A quel punto il testa di Minchia Signor Tenente prese in mano la radio di servizio e passò i dati anagrafici di Scono al collega all’altro capo della trasmittente. Questi dopo un paio di minuti rispose: “Minchia Maresciallo, questo si chiama davvero Sconosciuto!” E giù a ridere come un idiota. Il maresciallo lo seguì a ruota, e giù tutti e due a ridere, anzi tutti e tre, anche il carabiniere di leva che faceva coppia col maresciallo minchione iniziò a sghignazzare. “Certo che anche Lei, signor Sconosciuto, poteva dircelo subito.” Rimontammo in macchina senza dire una parola, lo Scono aveva ancora le cinque dita del maresciallo stampate sulla guancia. Appena fummo un po’ lontani Antonio iniziò ad inveire contro i carabinieri, maledicendo se stesso e la cattiva sorte che sentiva su di sé in ogni momento della vita. Cominciò allora a sfogarsi con noi, raccontandoci una serie di equivoci e situazioni allucinanti in cui si era trovato suo malgrado. Devo dire che fra tutti i racconti, uno mi colpì in particolar modo (e fra l’altro il suo cognome porta guai non c’entra neppure) quello che sarebbe passato alla storia con il titolo: La tragedia dello zombie darkettone.

Anche lo Scono, quando era poco più che adolescente, venne ammaliato da una delle mode che circolavano a quei tempi (erano gli anni ’80) fra i giovani sfigati di provincia e non solo. C’erano i paninari, figli di papà vestiti con capi firmati e la parlata da super-galli, c’erano i metallari con i brufoli in faccia e i capelli lunghi e unti e poi c’erano i dark con il rimmel sugli occhi, la chioma cotonata e i vestiti neri corredati da teschi e croci di ferro appesi al collo. Lo Scono e la sua banda appartenevano a quest’ultima categoria. Se ne stavano sempre buttati in un angolo della piazza principale di Barletta, ascoltando musica deprimente e bevendo birra calda da mille lire al litro. Un giorno saltò sù il Cinese, uno dei leader naturali della banda, e lanciò una sfida: “Se siamo dei veri dakk, allora dobbiamo passare una notte intera al cimitero accanto alle bare. Se siamo dei veri dakk dobbiamo farlo. Chi ci sta?” Sarà che in una città di provincia negli anni ottanta non c’era davvero un cazzo da fare, sarà che a quell’età si è sempre pronti a confrontarsi e a rivaleggiare con gli amici, fatto sta che tutto il gruppo, erano in cinque, decise di fare tappa al cimitero cittadino. Attesero il calar del sole, come dei veri figli della notte, e poi quatti quatti si avvicinarono alle mura del cimitero. Scono, Gianfra e il Cinese scavalcarono la parete senza grosse difficoltà, il Trippa e suo fratello Giacomino, entrambi sul quintale di peso, dopo una serie di inutili tentativi, furono costretti a rinunciare. “Io e fratema vi aspettiamo qui ragazzi, siamo con voi.” Urlò il Trippa alzando il pugno chiuso. “Siatevi dei veri dakk anche per noi!” Lo Scono con gli altri due che avevano superato il muro si addentrò nel lungo viale di cipressi che tagliava in due il camposanto, poi scorse alla sua destra due file di loculi molto in alto, alcuni ancora vuoti. “Potremmo prendere la scala e infilarci in uno dei tuguri vuoti lassù, che dite?” Propose ai compagni. “Eh no, io voglio il mio posto! A ognuno il suo buco.” Gli rispose il Cinese. “Io mi infilo lassù tra Calogero Carotenuto e Giuseppina Storace in Cacasenno.” “Ma dai, quella è la nonna di Beppe Cacasenno, avete presente? Il figlio del panetterie Pippo Cacasenno?” disse il Gianfra. Lo Scono scosse il capo. “Giuseppina, Beppe, Pippo…Anche lo zio se non sbaglio si chiama Beppuzzo. Cristo, siamo proprio dei terroni.” “Non bestemmiare Scono, siamo in un cimitero, ci vuole rispetto!” Lo apostrofò il Cinese. Scono strabuzzò gli occhi “Stai per infilarti in una tomba accanto a dei morti vestito come un becchino e ti disturba se io bestemmio?” “Non è la stessa cosa Scono, non è la stessa cosa.” Il Gianfra gli richiamò all’ordine: “Basta voi due laggiù.” Si era già accomodato nel suo loculo, uno dell’ultima fila in alto. Lo Scono prese una delle scale in dotazione al camposanto e vi salì fino all’ultimo gradino, si aggrappò prima a una lapide sporgente, poi a un marmo,  raggiungendo anche lui un buco dell’ultima fila. Il Cinese si sistemò alla sua destra. “Ci facciamo una canna ragazzi? Tanto per rilassarci un po’” chiese ai due amici. “Ti faccio un filtro” gli rispose il Gianfra tirando fuori dal portafoglio un foglietto in cartoncino. “Cazzo, questi flyer dell’Ecatombe sono perfetti per rollare.” “L’Ecatombe?” Chiese lo Scono. “Si, hai presente quel nuovo locale a Lecce, il mese prossimo ci suonano i Lesioni Personali, il gruppo di mio cugino Alfio. Hai presente?” “Bel nome per un gruppo.” sorrise lo Scono. “Si, pensa che l’idea gli è venuta perché una volta, una sera, tutti ubriachi tornando alla macchina trovarono uno che gli stava pisciando sul cofano e allora lo presero a…” “Cazzo, stavo scherzando! Non me ne frega ‘na cippa di tuo cugino. È pronta sta’ canna?”  Si addormentarono come pulcini, come succede quando un rilassamento artificiale improvviso subentra a una tensione emotiva. La mattina dopo, era l’alba, la signora fu Carotenuto, settant’anni e pochi mesi, come tutti i lunedì mattina da vent’anni a questa parte, cioè da quando gli era morto il marito Calogero, entrò nel camposanto e si diresse alla scala per cambiare i fiori al loculo del marito. Appena si apprestò a muoverla una voce da uno dei loculi vuoti risuonò, come una eco dall’oltre tomba: “Signò, molli a’ scala che sennò come cazzo me ne scendo io?” La signora fu Carotenuto cominciò a tremare, divenne cianotica in volto, una densa bava iniziò a colarle dai bordi della bocca. Il Gianfri con il rimmel sbavato sugli occhi e il fondotinta bianco sul viso sbucò dal cunicolo accanto a quello del Carotenuto. “Ha capito signo’? “. La povera vecchina lo guardò in faccia e poi stramazzò al suolo con gli occhi sbarrati, immobile. “Che cazzo hai fatto? Coglione!” Cominciò a urlare lo Scono. “Ma come cazzo ti viene di uscire da una tomba conciato a quel modo! L’hai uccisa! Cannavaro! L’hai uccisa!” E si tirò i capelli cotonati come farebbe un pazzo prima di entrare in terapia intensiva. Non ebbero neanche il coraggio di avvicinarsi alla poveretta, come gatti feriti strisciarono lungo il viale di pioppi, scavalcarono di nuovo il muro e sparirono nell’alba salentina.

to be continued…

I 57 livelli dell’illuminazione

Che volete che vi dica? Lo sanno tutti che arrivare a Bologna da una città di provincia è come per Pinocchio arrivare nel paese di balocchi. E i primi dieci, quindici, livelli dell’illuminazione si bruciano così. Non v’è dubbio.
La prima volta che misi piede al Livello 57 era una notte nebbiosa e umida, ovviamente, e fu per un concerto di non so neanche più quale improbabile gruppo di noise rockabilly o country metal. La seconda, sempre immersa nella foschia, stavo già rischiando la vita a cinque metri d’altezza su di un impalcatura che ondeggiava come una barchetta di carta in piena tempesta, a tendere dei cavi elettrici spelacchiati e tutti scintille, per il concerto successivo. Fu così che la mia frequentazione del centro sociale divenne rapidamente incessante. Ho sempre amato il rischio…
Ogni lunedì, lo ricordo ancora con timore reverenziale, si praticava un’attività di gruppo ai limiti del tribale chiamata assemblea. Nel corso di ore e ore di discussioni si cercava di rendere materia l’idea. Il problema era che le idee erano spesso e volentieri in contrasto tra loro, ma per un inspiegabile scherzo del destino, alla fine di quelle estenuanti sedute, in qualche modo si riusciva a mettere d’accordo, tutti senza che si arrivasse a nessuna conclusione. La formula, in realtà era piuttosto semplice, ma rinunciare alla solennità del rito assemblea, poteva anche essere scambiato per eresia pura e semplice. Alla fine dei giochi, ognuno faceva ciò che aveva in mente.
Quello che resterà sempre un mistero degno della posizione geografica di Atlantide, è come potesse una macchina così assortita e stridente essere così spettacolare. Quello che succedeva nel fine settimana aveva dello strabiliante. Ognuno aveva lavorato alacremente al suo progetto e riusciva a gestirlo e portarlo avanti contemporaneamente agli altri, certo alle volte la cosa non filava proprio così liscia e avendo un ascia a portata di mano ci saremmo amputati vari arti a vicenda. Comunque quello che aveva luogo era una sorta di show degno del circo di Barnum ma senza Barnum… e allora mentre la techno martellava orde di raver dallo sguardo a metà tra un vichingo in pieno effetto berserk e santa Teresa d’Avila, in Zona Dopa, Hip Hop e reggae si alternavano con nonchalance per la gioia di fumatori dai pantaloni larghi e dai dreadlock incatramati. Per mia delizia, il rock n’roll la faceva da padrone nelle anguste sale più interne e intime del Livello, sorta di ventre molle in cui adagiarsi e lasciarsi andare a lascivi ondeggiamenti e ammaliamenti… Se quelle mura potessero parlare, vi ecciterebbero o vi scandalizzerebbero a seconda dei gusti. Non solo di musica e divertimento si trattava, ogni tanto qualcuno parlava di politica e ogni tanto qualcuno parlava di imprenditorialità (!), neanche fossimo al TPO o al Link. Ma io ero giovane e vorace, di quello avevo bisogno e di quello mi ricordo, come del resto rammento di come nelle tarde giornate di primavera fosse piacevole stare seduti durante il pomeriggio fuori dai capannoni, godendosi il sole in quella che sembrava una piccola oasi di cemento, a seguire i volteggi dei soffioni lungo i binari del treno e riposandosi in vista di una nottata furibonda, seguita da una mattina livida. Rammento di come fosse piacevole scoprirsi con una saldatrice in mano in grado di costruire un bar intero, un palco o quant’altro, sporchi di polvere e grasso come uno spogliarellista che recita la parte del benzinaio. Solo in un posto del genere ci si ritrova a non subire ma a far subire l’industria del divertimento. Non è lo stesso andare a un concerto o organizzarlo. Organizzare è una parola che non rende merito però, a quello che accadeva là dentro in vista di un evento. Quando un gruppo veniva a suonare da quelle parti per quanto fosse famoso o sconosciuto, veniva accolto in pieno pomeriggio in un clima di rilassatezza e amicizia, l’impianto veniva montato e smontato assieme ai tecnici e ai musicisti, tutti a lavorare con un unico scopo: la musica. Una maratona di più di venti ore che ci stremava oltre ogni resistenza e quando, prima di colazione si ricaricavano i furgoni di strumenti e casse da un quintale l’una, si era soddisfatti. Beata gioventù… Quando si saltavano i fossi per lungo.
Sono passati anni da quel primo concerto e molti stadi di illuminazione si sono succeduti, molte persone sono passate e scomparse nel nulla. Fino a quando un giorno, quasi per caso ho smesso. Smesso di passare il mio tempo in via Muggia, smesso di mettere dischi fino al canto del gallo e oltre, smesso di costruire enormi ‘lego’ di tubi innocenti, smesso di divertirmi e imbestialirmi. Non c’è stato un motivo preciso, solo che il Livello non era più lo stesso, e nemmeno io. Se prima mi chiedevo come fosse possibile che esistesse gente che non fosse a conoscenza di un luogo del genere, dopo, di punto in bianco, non ne ho più sentito ‘l’insondabile fascino’.
Qual’è stato l’ultimo livello dell’illuminazione allora per uno come me? Cosa mi è successo? Un overdose di vita notturna che mi ha costretto a trasformarmi nel più noioso dei casalinghi? Uno scetticismo che piano piano mi ha divorato fino a farmi dubitare dei miei stessi lineamenti?
Si sa, l’ultimo passo è il vuoto: ciò che non c’è. Arrivati a quel punto tutto il resto non ha senso.
Ma è possibile che tutto quel tempo, di cui ora non mi resta che un sorriso, sia andato perduto?
Quando mi capita di passare sul ponte di Stalingrado lo sguardo mi cade inesorabile sul Livello. So che il movimento, la frenesia e la compulsività di chi si danna là sotto, è la stessa che avevo io. Eppure non lo riconosco, mi sembra che sia un altro luogo, distante anni luce da quello che era. E allora potrebbe darsi che “dall’alto” dei miei trent’anni mi stia impaludando in una specie di atteggiamento reazionario che rimpiange i bei tempi… forse dovrei uscire di casa, prendere un autobus e brontolare con i nuovi arrivati in cerca del paese dei balocchi, dir loro di come si stava meglio quando si stava peggio per poi andare a rompere le palle a qualche operaio di un cantiere stradale, mettendomi a dirigere i lavori con le mani dietro la schiena assieme ad altri anziani.

NB. Questo pezzo, malconcio e traballante, risale a sei anni fa – anche se chiusi la mia carriera di squatter nel 2000 -… ora di anni ne ho trentacinque, il Livello non è più sotto il ponte di Stalingrado e non so nemmeno se sia ancora vivo. Bologna è sempre più noiosa (c’è del marcio, osp delbono, a Bologna), io sono sempre più noioso. Tranne quando gioco con mia figlia. Altro che barcollare in cima a un trabattello con le ruote su ponte stalingardo per tendere una rete. (Una testa di cazzo, figlio di puttana mangiamerda, spero tu stia soffrendo le pene di un cancro alla spina dorsale mentre qualcuno ti tagliuzza il glande con un foglio di carta, tirò un sasso dal ponte in faccia a un povero cristo… fu forse quello l’episodio che mi illuminò maggiormente… ah no fu l’omicidio del clochard Viero Mazzanti da parte di uno skin, redskin, testa di cazzo, mangiamerda…)

Mi ricordo lasagne verdi…

Avevo vent’anni e tanta voglia di vivere, Avevo vent’anni e mi sentivo una bomba dentro. Alla fine ce l’avevo fatta, Bolzano era lontana, con le sue soffocanti montagne aguzze e la sua pace controllata, la sua tranquillità imposta. “Sono a Bologna.” Solo, libero, con un po’ di soldi in tasca e un grande fuoco nel cuore. Per noi montanari della valle dell’Adige che lasciavamo Haidi e le sue caprette per andare all’università il più lontano possibile da casa, Bologna era il sogno. Sogno di una vita che inizia davvero, nuovi amici, concerti, cene, feste, università, ragazze e droga a buon mercato. La droga era a buon mercato perché ce n’era tanta, per tutti i gusti. Per donne a buon mercato ho sempre inteso ragazze che come me erano fuori sede, lontano da casa e quindi più sciolte, più disponibili a fare nuove esperienze; in una parola: disinibite. A tal proposito mi ricordo una ragazza calabrese, di Cosenza, che incontrai una volta su un treno. Aveva entrambi gli occhi tumefatti, neri pesti. Durante il viaggio entrammo in confidenza e mi spiegò, senza che io le avessi chiesto nulla, cosa le era capitato. Il ragazzo l’aveva picchiata di brutto. “È molto gelosso” mi disse con l’accento calabrese delle sue parti. “E anche io lo sono. Lui va con le altre ma poi torna sempre da me!” “Sempre per picchiarti?” le chiesi, d’istinto. “No, che c’entra. È che le altre gliela danno subito e allora lui si stufa. Con me è due anni che aspetta eppure mi cerca sempre. Così sono gli uomini. Se li fai aspettare e ti rendi preziosa loro sempre ritornano.” Sentenziò con quel verbo alla fine, tipico della parlata meridionale e che io purtroppo non ho mai sopportato. Ogni volta che sentivo una frase con il verbo alla fine mi immaginavo le lettere che la componevano fluttuare nell’aria davanti a me, quindi allungavo una mano, acciuffavo il verbo alla fine e lo rimettevo al suo posto, tra il soggetto e il complemento oggetto. Poi mi sentivo meglio, molto meglio. Quella stessa ragazza, Annunziata se non sbaglio, la rincontrai qualche tempo dopo a Bologna. Io mi ero trasferito da poco e anche lei era appena arrivata per fare l’Università dalla lontana Calabria. In realtà all’inizio non l’avevo riconosciuta. Ero al Vipera quella sera, un locale accanto alla questura frequentato da gay, lesbiche e da chiunque adorasse la buona musica e l’atmosfera surriscaldata. Ero al bancone del bar con amici, quando mi girai e vidi una coppia, un ragazzo e una ragazza che si baciavano appassionatamente con una terza ragazza, alternandosi. Vidi quest’ultima strofinarsi in mezzo alla coppia allungando le mani qua e là, mari e monti, tanto per gradire. Poi si girò verso di me e mi sorrise. “Ciao  caro. Socc’mel è un po’ che non ci vediamo!” Io la guardai, riconobbi quella voce, ma quel socc’mel mi suonò strano, artefatto. “Cazzo, Annunziata!” Urlai in un impeto di gioia, manco avessi vinto il giro da cento alla ruota della fortuna. I due ragazzi che la accompagnavano interruppero lo sbaciucchiamento, sorpresi. “Annunziata? Ma tu non ti chiami Luana?” Le chiesero. Io capii al volo di aver fatto una gaffe, perché una ragazza che si butta nella mischia del Vipera intortandosi una coppia etero appena conosciuta non potrebbe mai chiamarsi Annunziata! Luana rendeva più onore al merito. ”Scusate, sono io che la prendo sempre in giro con questo nomignolo, è per le sue origini meridionali. Mi piace sfotterla affibbiandole nomi caratteristici del suo paese natio.” Ma i due restarono ancora di più a bocca aperta. “Ma tu non eri di Bagnacavallo? Tuo nonno non andava in aereo con Baracca?” Niente, volevo chiudere un buco e invece ho aperto un cratere. A quel punto lei mi guardò come se le avessi ammazzato il cane, e corse via. La coppia, come niente fosse, tornò a baciarsi non prima di aver ingurgitato due pastiglie rosa. “Questa città ti cambia” pensai, “Tira fuori il meglio e il peggio di ognuno.” Era il 1993, un sabato di fine estate, io avevo appena trovato casa in via Zucchi, vicino allo stadio Dallara, la Banda della uno Bianca terrorizzava ancora la città, gli affitti erano cari e i libri costosi, ma io ero felice come un bambino di essere a Bologna, felice e trepidante per quello che mi aspettava. Uscii dal Vipera, erano ormai le due di notte e mi sentivo un po’ stanco, ancora non mi ero abituato ai ritmi della città di Guccini e Dalla. Al bordo della strada, di fronte a me c’era un ragazzo con una chitarra e un cane, appoggiato al muro. Mi avvicinai. “Non è che hai un deca da mollarmi?” Gli chiesi. Lui mi guardò dritto in faccia poi volse lo sguardo alla mia sinistra, come se scrutasse qualcosa dietro il mio orecchio. Mi girai e vidi la telecamera della Questura che puntava dritto su di noi. Feci allora per andarmene quando un fischio mi raggiunse. “Aspetta, amico. Gira l’angolo e fermati.” Ubbidii e dopo qualche istante fui raggiunto dal ragazzo con la chitarra e il suo cane, un meticcio che puzzava come una scrofa. “Sai, mi fermo a suonare e dormire proprio sotto i loro occhi così mi credono innocuo. Anche se siamo a due passi dagli sbirri, fidati, questo è il posto più tranquillo a Bologna dove fare qualche soldo senza intoppi”. Annuii senza dire nulla, ero troppo stanco per stare dietro alle strategie di marketing di un pusher e il suo cane. Gli allungai diecimila lire e lui mi diede quello che sembrava un mezzo grammo di fumo. Lo soppesai sul palmo della mano. “Ladro” pensai “Con un deca poteva darmi almeno un grammo”. Ma mi limitai a pensarlo, ero troppo vicino alle braccia di Morfeo per mettermi a discutere. Non ci salutammo, io andai per la mia strada, lui per la sua e imbracciando la chitarra iniziò a urlare a squarciagola. “Mi ricordo lasagne verdi…”  Questa città ti cambia. to be continued…

STRANGER IN A STRANGE LAND

Bologna 1992, Chi c’era e non dormiva? Chi c’era con una camera in affitto da dividere in sei e il cesso lo puliamo a turno?

Chi c’era la sera con la birra RAFFO in una mano e un joint nell’altra, in via dello scalo al Bestial Market al ritmo di techno e Pipikini?

Chi c’era al 36 e poi al 38 in via Zamboni a far finta di studiare che in verità mi guardo attorno  che forse passa la Simo, quella carina con la matita infilata nei dreadlock e la maglietta dei “Rich Kids on Lsd”? Chi c’era al cantinone delle case occupate del Pratello, ai concerti degli Spamabilly Borghetti che non potevi saltare al ritmo della musica altrimenti ti sfondavi il cranio sul soffitto perché il cantinone era davvero una cantina bassa e umida che dopo mezz’ora di concerto puzzava di minestrone rancido?? Chi c’era in piazza Verdi tutte le sere a fare tardi al Piccolo o buttati in terra nella piazza, a chiacchierare, scherzare, parlare, quel che ti pare basta che non tiri fuori la chitarra che sennò te la sfascio in testa come Belushi in “Animal House”? Chi c’era al vicolo Bolognetti d’estate a sentire un po’ di musica e fumare un po’ che poi magari becchi la tipa che studiava il pomeriggio al 36 e ti lumava di brutto che tanto la Simo non passa più e poi quella matita fra i capelli da quanti cazzo di mesi è che non se la toglie?

Se c’eri e non dormivi oppure se c’eri ma non a Bologna, chessò a Pisa, Firenze, Roma, Urbino, MIlano e tutti quei posti con l’università bella bella, costosa costosa e gli affittacamere taccagni e laidi che però mi sono divertito lo stesso, allora raccontaci la tua esperienza sul blog. All’ex-studente che avrà scritto il racconto più bello regaleremo una copia della “STRATEGIA DELL’ARIETE”, il nostro long-seller d’annata. Per tutti gli altri una lattina di birra RAFFO del 92′ autografata da Aldo dei Kavalla Kavalla!!

A giovedì prossimo…