Delta Blues su Booksblog

Recensione di Giammarco Raponi, che ringraziamo.

http://www.booksblog.it/post/7066/delta-blues-di-kai-zen

È ormai innegabile che a raccontare la realtà, a mio modo di vedere, è senza dubbio la narrativa di genere, sia giallo, noir o thriller. Si aggiunga a questa banale osservazione un certo impegno a raccontare realtà specifiche legate a tematiche ambientali e si avrà la collana Verdenero di Edizioni Ambiente.

Delta blues dei Kai Zen, un folto e già ben noto collettivo di scrittura, è un ottimo risultato di questo connubio, un libro dalla scrittura asciutta, senza fronzoli, e dal ritmo incalzante: ci si ritrova all’ultima pagina senza quasi accorgersene. Perciò, veniamo all’aspetto più interessante: la trama.

Martin Klein viene informato del decesso del suo amico Søren Fresleven, morto di infarto, che è già nel pieno della sua operazione in Nigeria. Martin è sul punto di lasciare tutto e partire, quando viene rapito.

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Martin e Søren erano molto legati, sin dai tempi dell’università a Monaco, dove Martin si era iscritto alla facoltà di Filosofia dopo aver già preso una laurea in Geologia con tanto di dottorato e plauso accademico. Sposa la sorella di Søren, Karen, che morirà presto e dalla quale avrà una figlia, Nina.

Søren, nel frattempo, diventa parlamentare e membro della Bredbury Power System, una società che produce «celle e unità backup per vetture e centrali», e che insieme ad altre società «fa pressione sul dipartimento ambiente del Parlamento europeo, affinché si elabori al più presto un progetto strategico di rinnovamento degli enti pubblici che si occupano di energia».

L’incarico viene affidato a Martin Klein, che viene mandato dall’Ente, una multinazionale del petrolio, nel Delta del Nigeria «per verificare le applicazioni e le possibilità al progetto, in vista dell’imminente normativa comunitaria».

In altre parole, Martin dovrà verificare se ci sono le condizioni per una eventuale riconversione del sito alle energie pulite. Ma a chi converrebbe una soluzione del genere, in una zona del mondo – non l’unica, purtroppo – dove ogni cosa è sporca di petrolio?

Perché la verità, che ormai dovrebbe essere assodata, è che il petrolio sporca, inquina, crea dolore, guerre e devastazioni. Purtroppo, però, a dissetarsi alla sua fonte sono in tanti: dalle multinazionali ai trafficanti di armi alle bande di criminali che scorazzano per il fiume Niger.

Ma riesce a sporcare anche le coscienze? No, se in cima alla scala di valori ci sono i soldi.

Toccherà a Ivo Andriç «un lavoratore con la maiuscola», paradossalmente assoldato dallo stesso Ente, mettersi sulle tracce di Martin, scoprire come stanno davvero le cose e a raccontarci questa terribile storia.

Delta blues
Kai Zen
pag. 272
euro 16,00

Nemo profeta in patria 2

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Image by gottanew1 via Flickr

Wikileaks continua a pubblicare notizie sull’”Ente”, notizie che Delta Blues raccontava prima che accadessero. Martin Klein sapeva tutto ecco perché gli è successo quello che gli è successo…

«L’accordo tra Heritage e Eni è frutto apparentemente di corruzione»: così il vicepresidente per l’Africa della compagnia petrolifera britannica Tullow, Tim ÒHanlon, «identificando in due ministri ugandesi» coloro che avevano ricevuto i «benefici dall’intesa» in un incontro con l’ambasciatore americano a Kampala, Jerry P. Lanier, del 14 dicembre 2009, incentrato su una maxi intesa che l’Eni si apprestava ad annunciare in Uganda. Lo rende noto Wikileaks. «La Tullow afferma che alti responsabili del governo dell’Uganda sono stati “compensati” per sostenere la vendita alla rivale compagnia italiana Eni. ÒHanlon ha identificato il ministro della sicurezza, Amama Mbabazi, e quello dell’energia, Hilary Onek, come quelli che hanno beneficiato dall’acquisto dei diritti della Heritage a Eni», si legge nel cable pubblicato da Wikileaks. «Se le accuse della Tullow sono vere – e noi crediamo lo siano – allora questo è un momento critico per il nascente settore petrolifero dell’Uganda», scrive il diplomatico americano.

Il 18 dicembre, Eni annunciò l’acquisto dalla britannica Heritage del 50% ed il controllo dei blocchi 1 e 3A in Uganda, per un ammontare complessivo da 1,35 miliardi di dollari. Una vicenda poi protrattasi per lungo tempo, con la «chiusura della partita Uganda» nel febbraio 2010. «La compravendita Heritage-ENI probabilmente deraglierà ogni potenziale partnership tra la Tullow e la Exxon Mobil, e avrà profonde conseguenze per la trasparenza nella futura gestione dell’industria», si legge nel cable siglato dall’ambasciatore Usa a Kampala, che preannuncia dure misure, «fino al ritiro del visto a Mbabazi, già conivolto in diversi scandali», e pressioni sul presidente Museveni su «questi preoccupanti segnali di corruzione crescente». In un altro cable pubblicato da Wikileaks, si fa riferimento alle attività dell’Eni in Venezuela, e in un dispaccio del febbraio 2010 in cui l’ambasciatore Usa a Caracas racconta l’incontro con l’ambasciatore italiano, Luigi Maccotta, incentrato sugli accordi siglati dall’Eni con il governo di Chavez. «O accettate o prendo un aereo», sarebbe stato l’ultimatum di un responsabile Eni al governo sul contratto.

Nemo profeta in patria (leggi wikileaks ci fa una pippa)

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Image via Wikipedia

La notiziola sull’ENI tratta da Wikileaks:
Eni e la politica energetica del governo. In un documento a firma dell’incaricata d’affari americana a Roma, Elizabeth Dibble, si parla dell’Eni, che, secondo la Dibble, “spesso appare dettare la politica energetica del governo italiano”, e usa la propria influenza “per bloccare i piani del’Unione europea sulla liberalizzazione del mercato dell’energia”. Il documento risale al gennaio 2010, in vista della visita del ministro Franco Frattini a Washington. La politica energetica italiana riflette priorità russe più che quelle europee, continua Dibble. Ad esempio, “il governo italiano è ambivalente su sostegno al progetto Nabucco, mentre Eni aiuta Gazprom a costruire gasdotti nel Mar Nero e nel Baltico, che creeranno solo maggiore dipendenza verso la Russia da parte dell’Unione europea”.

La trama di Delta Blues tratta da Wikipedia:
Il romanzo è una cover di Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Martin Klein è un geologo che lavora per l’Ente, multinazionale del petrolio, per anni ha tracciato transetti in Africa, Sudamerica e Nordamerica per individuare nuovi giacimenti, ma oggi è persuaso che il futuro sia nelle fonti rinnovabili. I vertici dell’Ente sono invece convinti che la conversione alle energie pulite farebbe crollare i profitti. Per questo inviano Klein nel Delta del Niger. In apparenza appoggiano il suo progetto, ma in realtà tramano per eliminarlo facendo ricadere la colpa sui ribelli del MEND. Il geologo viene rapito in seguito a in intrigo manovrato dai vertici della compagnia in accordo con il Servizio R dello Sluzba Vnesnej Razvedki, l’intelligence russa. Sulle tracce di Klein per calmare la stampa, i parenti del geologo e alcuni parlamentari europei vicini a Klein, viene inviato Ivo Andriç,nome in codice Tamerlano un agente dei servizi segreti, il cui scopo sembra essere più quello di accertarsi della morte di Klein che quello di salvarlo. Arrivato in Africa si scontra con la dura realtà del luogo e con gli scempi ambientali perpetrati dall’Ente e dopo aver risalito il fiume devastato dall’avidità e dall’inquinamento, riuscirà ad arrivare nel cuore della giungla, dove troverà Klein e capirà che l’orrore è il vero volto del progresso.

Piccolo mondo antico

Listening to Richard Brautigan

Stare in America non mi fa bene. Non mi fa bene perché distorce la prospettiva che ho del mondo, o meglio del piccolo mondo antico, e mentre tengo conferenze nelle università più prestigiose del mondo (lo so suona sborone ma è così) in Italia le migliori menti del panorama critico letterario fanno il loro sporco lavoro, pagati, coccolati e riveriti. Sapete che c’è? Andate a battere la merda.

C’è un giornale che sbava come un cane tenuto alla catena dal padrone, a cui non piace tanto quell’altro padrone là, ma il suo magazine non è molto diverso da quelli dell’altro padrone là… Ora, e sarò sincero, non me ne frega nulla di cosa si scrive e si dice di Kai Zen, nel bene e nel male. Noi facciamo la nostra cosa e in questo caso dobbiamo restare in ombra, ma se nella stessa pagina in cui si parla di Delta Blues, si parla anche dei lavori di due scrittori di calibro, di quello di un saggista bizzarro ma eccezionale e di quello di un economista serio, un fil rouge deve esserci e quel fil rouge è che nessuno di loro ha molto spazio, sono tutti confinati in un piccolo box perché nell’articolo principale c’è il Libro. Il Libro? Sì il Libro, il Libro che spiega il razzismo ai ragazzi raccontando la favola di un calciatore.

Non metto in discussione la bravura e la professionalità dell’autore, non leggo la gazzetta dello sport e non leggo libri per ragazzi, o per lo meno non li frequento troppo (di solito mi basta Neil Gaiman, e a volte mi avanza pure), né tantomeno discuto dell’importanza di parlare – attraverso una passione come il calcio – di razzismo ai ragazzi… anche se credo non serva a nulla. È che mi sembra solo l’ennesima proposta politicamente corretta costruita ad hoc. Insomma buone intenzioni, glamour e una discreta operazione commerciale.

Ma perché non si dedicano, con sincerità, pagine solo a questo allora? Tanto ormai le pagine che si occupano di letteratura e saggistica si stanno trasformando in cronaca bianca, in una rubrica nella rubrica costume e società. Giochiamo pure al ribasso, ma con onestà per cortesia.

E noi con il nostro romanzetto d’appendice, dobbiamo solo essere felici di stare lì tra cotanti nomi, sulle prestigiosissime pagine del magazine più radical (chic) del piccolo mondo antico. Felici, contenti e muti. Come scriveva il mio socio in uno scambio di mail: festeggiamo festeggiamo, balliamo come i pazzi senza domani su questo fottuto Titanic.

Ma voi intanto, voi andate a battere la merda.

Bollettino del Delta

Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”. E invece domani alle 18 saremo a Bologna (cazzo sono ancora soltanto a Bologna) alla Feltrinelli di piazza Ravegnana in compagnia di Wu Ming 2 e alle 21 al Teatro Sì di via San Vitale 67 per Verdenero All Star, con una compagine d’autori da far rizzare i capelli al mondo dell’editoria: Wu Ming, Carlo Lucarelli, Siomona Vinci, Deborah Gambetta, Loriano Macchiavelli, Alfredo Colitto, Valerio Varesi, Girolamo De Michele, Francesco Aloe. La serata si aprirà con lo spettacolo della Compagnia Fantasma tratto da Delta Blues e poi come ai vecchi tempi si sale in consolle per il dj set (kiss kiss bang bang rock ‘n’ roll country western black ‘n’ death & delta blues ça va sans dire).

Abbiamo detto che stanno arrivando le prime impressioni e le prime interviste, Luca Crovi è stato il primo in assoluto e sul blog di Tutti i colori del giallo potete leggere lo scambio che abbiamo avuto con lui.

Andrea Consonni. su Lankelot e D’Andrea GL parlano in modo opposto, davvero opposto, materia da neofenomenologia critica, di Delta Blues… uno lo stronca l’altro ne parla bene per 4 (!) post… Ringraziamo entrambi per la passione con cui si sono dedicati alla lettura e alla riflessione sulla lettura.

Partiamo dalla stroncatura. Prima quello cattivo poi quello buono diceva sempre mia nonna quando doveva rifilarmi una medicina tremenda seguita da un dolce… Io non ero molto convinto ma comunque… ”Lagos. Cazzo. Sono ancora soltanto a Lagos. Ogni volta penso che mi risveglierò di nuovo nella giungla”.

 

Delta Blues secondo Andrea Consonni: Assistendo al quotidiano spettacolo messo in scena dai mezzi d’informazione viene da chiedersi se l’Africa (ma questo vale anche per l’Asia e l’America Latina) esista ancora fisicamente e se il mondo in cui viviamo sia realmente ancora quello rintracciabile su un Atlante Geografico. A ricordarci dell’esistenza del continente africano sono saltuariamente le notizie riguardanti la tale modella chiamata a rispondere di un diamante insanguinato, l’epidemia o la catastrofe che provoca un tale numero di morti da richiamare orde di cronisti affamati di scoop (se sono coinvolti dei turisti europei ancora meglio), il rapimento di qualche occidentale (ma se il rapimento non ha una rapida soluzione, addio notizia) o lo sbarco di mezzi d’assalto in stile D-Day-Somalia e soprattutto documentari o reportage di viaggio in televisione a o trasmessi privatamente ai propri cari, senza per altro dimenticare gli stadi dell’ultimo mondiale di calcio disputato in terra sudafricana.
Tutto il resto passa nel silenzio più assoluto, nel dimenticatoio, tanto siamo impegnati nel nostro microcosmo di letterine, partite di calcio e grandi fratelli. Recuperare notizie spetta al singolo che deve affidarsi alle poche riviste o siti internet specializzati, ai racconti di prima mano dei missionari (come accade al sottoscritto) o di operatori umanitari che svolgono il proprio duro lavoro in quei luoghi.
Meritevole è allora l’operazione condotta dalla casa editrice VerdeNero-Edizioni Ambiente e da Kai Zen, gruppo di narratori composto da Jadel AndreettoBruno FioriniGuglielmo PispisaAldo Soliani, che con il loro «Delta Blues» (il blues statunitense degli anni ’20 e ’30 che deve il suo nome al Mississippi Delta) aprono uno squarcio doloroso nel velo di silenzio che circonda i paesi africani.Kai Zen concentra la propria attenzione sulla Nigeria, una nazione dove da anni, se non da secoli (pensiamo solo alla tratta degli schiavi), sono in atto dei veri e propri genocidi e disastri naturali in nome del petrolio. Un genocidio praticato nel silenzio, con l’ovvia complicità dei governanti nigeriani, da parte delle compagnie petrolifere come Shell e Eni.

E’ sufficiente leggere come si espresse nel 2009 Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, a proposito del coinvolgimento delle compagnie petrolifere in questo genocidio:

Il fatto che un governo non protegga i diritti umani dei suoi cittadini non assolve le compagnie petrolifere, così come il fatto che lo stesso governo non chiami queste ultime a rispondere del proprio operato non rende la Shell, l’Eni e le altre compagnie che operano nel paese libere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Gli standard internazionali non sono una cosa che le compagnie possono scegliere di aggirare: esistono standard internazionali sulle attività delle compagnie petrolifere e sull’impatto sociale e ambientale, di cui le compagnie che operano nel Delta del Niger sono ampiamente informate

Se i propositi di «Delta Blues» sono senza dubbio meritevoli per la loro opera di denuncia è bene subito spazzare il campo dagli equivoci e constatare che se il romanzo ha il merito di far conoscere ai lettori più disinformati la portata della tragedia che sta travolgendo la Nigeria e l’Africa tutta, fallisce però completamente come opera letteraria, come romanzo.
Delta Blues“, per stessa ammissione degli autori, è una cover, un rifacimento, una riattualizzazione, chiamatela come volete, di “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad e di “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola e perché no anche delle pagine africane di “Viaggio al termine della notte” di Louis Ferdinand Celine.
La storia è semplice: Martin Klein, geologo italiano alle dipendenze dell’Ente, una grande multinazionale del petrolio dietro a cui è facile rintracciare l’Eni, tradisce il proprio mandato convincendosi che il futuro del mondo stia nelle energie rinnovabili e sparisce nella giungla. Si potrebbe facilmente sospettare di un rapimento o di un assassinio da parte del Mend, il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger che combatte per sottrarre il controllo del petrolio alle compagnie petrolifere in favore del popolo nigeriano, ma la realtà è più complessa. L’uomo rapito da un gruppo di ribelli comandato da Johnny Saa decide di mettere al servizio della guerriglia le proprie competenze e conoscenze per sferrare un colpo terribile all’Ente.
«Gli serve un’azione molto visibile, molto dolorosa per le compagnie, e che non corrompa questa terra disgraziata più di quanto non lo sia già. Di solito fanno saltare in aria gli oleodotti, ma così disperdono il greggio nell’ambiente, avvelenano l’acqua, rendono fango sporco la terra. Ci lavoro su, si può tagliare la gola al nemico che dorme nel tuo letto anche senza sporcare le lenzuola.” (pag. 124)
Sulle sue tracce viene inviato, in Nigeria, Ivo Andric, nome in codice Tamerlano (chiari i riferimenti allo scrittore jugoslavo e al Grande Emiro del XIV secolo), un agente dei servizi, professionista della guerra sporca, che dovrà addentrarsi nella giungla per ritrovare l’uomo scomparso scontrandosi con se stesso e con la tragica verità che si troverà davanti agli occhi. Intorno a loro si muovono guerriglieri, prostitute, traditori, gangster, un consulente giapponese, uomini della compagnia petrolifera, arroganti, stupidi, eredi di Robert Johnson, reporter di guerra belgi dal cuore tenero affamati di scoop e senza la minima idea del luogo in cui si trovano.
Per chi conosce “Cuore di tenebra” lo svolgimento del romanzo apparirà abbastanza scontato, con qualche piccolo accorgimento e fluttazione nella narrazione, anche se al sottoscritto la lettura ha ricordato maggiormente, per alcune immagini, caratterizzazione dei personaggi, atmosfere e conflitti a fuoco “Apocalypse Now” ma in una riduzione da stanca fiction televisiva. Ammetto a malincuore che ai personaggi del libro non riuscivo ad accostare un Martin Sheeno un Robert Duvall ma uno qualunque degli attori che gravitano nella nostra orbita televisiva.
Il romanzo è condito da passaggi di stampo saggistico o giornalistico, come ad esempio il seguente passaggio che estrapolo da una conversazione:
«Così l’Ente passa per essere un colosso gentile, esponente di una nuova finanza globale attenta all’ambiente, quando qui in Nigeria le cose vanno sempre peggio. Tanto per darti un’idea dei paradossi di qui: il gas flaring, cioè la pratica di bruciare i gas che si estraggono insieme al petrolio invece di riutilizzarli (il che sarebbe più oneroso per le compagnie) fa sì che più del 70% di quella che sarebbe una risorsa energetica vitale per questo Paese venga buttata via, dispersa nell’aria. Questo crea un inquinamento tremndo, causa di piogge acide, e in cambio la gente non ha niente. A parte i tumori e le malattie respiratorie e della pelle, chiaro. Eppure il gas flaring è vietato in Nigeria da trent’anni. In teoria. Poi in pratica arriva uno come Makiwa e scrive nei suoi rapportini che tutto va bene, perché tanto fra poco il gas estratto non sarà più bruciato ma stoccato e riconvertito nella enorme centrale di Bonny Island. Il che è vero, ma è solo una parte della verità. Infatti le compagnie petrolifere, come se non bastasse, hanno fatto cartello per accaparrarsi a prezzi da capogiro (che paga il governo nigeriano) l’appalto di un enorme centro di riconversione del gas estratto. Quindi il divieto è stato aggirato per trent’anni causando devastazioni impressionanti, e quando si è fatto qualcosa per risolvere la situazione – un qualcosa che le compagnie avrebbero dovuto fare obbligatoriamente a pena di essere escluse dagli affari – questo intervento è stato realizzato a spese (gonfiate) del governo. Questo paese perde anche quando vince. E intanto i pozzi d’acqua potabile diventano velenosi e campi un tempo fertili si trasformano anno dopo anno in acquitrini oleosi e putridi.» (pg.56-57)
che alla lunga annoiano, appesantiscono la lettura e risultano completamente artefatti. Non dubito che una conversazione del genere possa svolgersi nella vita quotidiana e nemmeno metto in dubbio ciò che d’interessante emerge da questo scambio ma a lettura conclusa questo passaggio perde tutta la sua potenza di denuncia, finendo per essere null’altro che semplice inchiostro sulla pagina bianca.
Se una delle pecche di questo romanzo è proprio questa incapacità di intrecciare la narrazione a tematiche ambientali e critica sociale, l’altro nodo irrisolto è l’evidente incapacità degli autori di restituirci il Delta del Niger coi suoi uomini, i suoi odori, le sue storie, i suoi corpi, la sua melma, la sua puzza di morte. Se la lettura di “Cuore di tenebra” costringeva il lettore a scivolare lungo quel fiume insieme a Marlow, facendogli respirare tutto l’orrore che covava in quelle terre, seFrancis Ford Coppola ci aveva restituito un Vietnam con quella puzza di napalm che te la sentivi entrare nelle narici come tanto piaceva al Tenente Colonnello William “Bill” Kilgore, se il volto del colonnello Kurtz nascosto nell’ombra aveva la forza di sconvolgerti i sogni, se su quel fiume anche tu ti sentivi perso, alla ricerca di te stesso, di un fantasma, Kai Zen è rimasto in superficie, senza riuscire a restituirmi l’odore del fiume, il colore del petrolio, la puzza del petrolio quando brucia, non mi ha fatto provare l’orrore dei corpi martoriati, delle fosse comuni, delle morti innocenti, non mi ha preso allo stomaco, non mi ha fatto precipitare negli abissi di un uomo come Klein che non sa più cosa fare per il mondo, non mi ha spinto a confrontarmi coi dubbi di Ivo Andric e dei guerriglieri, non mi ha fatto nemmeno incazzare o piangere per una tragedia che mi coinvolge tutte le volte che accendo la mia macchina.
Ricordo un libro di tanti anni fa, «I sabotatori» di Edward Abbey, un romanzo sicuramente scanzonato, forse invecchiato, sicuramente meno documentato e preciso di «Delta Blues» ma capace di regalare emozioni al lettore, di fargli provare sulla sua pelle l’orrore della devastazione ambientale nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, di spingerlo a reagire, a non rimanere fermo. Forse è da libri del genere che Kai Zen dovrebbero ripartire e mi azzardo a dire che un libro del genere probabilmente lo avranno già letto, così come avranno letto i romanzi di Salgari e tanti altri romanzi, perchè a mio parere il compito di ogni scrittore, di ogni romanziere che ambisca a non essere un semplice scribacchino è andare oltre il mero dato oggettivo, la statistica, il bollettino, il già visto e sentito, è quello di scavare in profondità nell’anima, nel cuore, nello stomaco, nel paesaggio, nelle contraddizioni che ci circondano e a trasferirlo su una pagina bianca capace di vivere di vita propria, di piangere, di prenderci a pugni, di accarezzarci, di farci bruciare, di farci grondare sangue come grondano sangue le terre d’Africa.


Delta Blues secondo D’Andrea GL:

1. È possibile scrivere un libro a sfondo ecologico senza che ne venga fuori una palla mostruosa? Di quei libri con il ditino alzato?
È possibile resuscitare Corto Maltese e farlo in maniera che funzioni davvero?
È possibile avere una scrittura che è tutto tranne che italiana pur essendo italiani?
È possibile che ho appena finito di leggere un libro talmente importante che finora nessuno se ne è accorto?
È possibile entrare nella testa di Kurz?
La risposta è sì. A queste e ad altre domande.
Da domani voglio parlarvi dell’ultima fatica dei Kai Zen.

2.

Come sapete Kai Zen J è per me molto di più di un semplice collega. Se 6146 sta combinando quel che sta combinando (ve ne parlerò) gran parte è merito suo. Presto detto: è stato J, una bella mattina di luglio, mentre spingeva sua figlia sull’altalena a dirmi “Ehi, se sei bloccato, c’è un sistema facile: scrivi sotto pseudonimo.”. Magia: le parole ripresero a scorrere libere, e anche se il romanzo uscirà a mio nome, quella frase è stata davvero importante. Quindi: Kai Zen J è un amico di quelli che è raro trovare. Questo vuol dire che questa recensione sarà soggettiva? Certo, ovvio. Diffido da chi si erge a Giudice Imparziale. Io sono io e vi dirò quello che IO penso di questo libro.
Per farla breve: penso che sia un gran libro.
Ma non si può essere brevi su Delta Blues, perchè credo che sia un lavoro importante. E per molti motivi. Ecco perchè ci vorrà un po’ per parlarvene.
Prima cosa: Delta Blues è una cover. Ricordate quando ne parlavamo? I Kai Zen hanno fatto una cover di Conrad. Una versione moderna di “Cuore di tenebra”. Una cover rischia sempre di suonare “vecchia”, il testo dei KZ invece, suona come un romanzo originale. Se non avete letto Conrad poco male, Delta Blues funziona alla grande. Ma se, come il sottoscritto, conoscete parola per parola quel libro, allora vi divertirete ancora di più. Perchè “Cuore di Tenebra” non è un testo qualsiasi, è un testo che per profondità e potenza ha pochi rivali. Non a caso è il canovaccio su cui è stata costruita un’altra impressionante cover: Apocalypse Now.
I Kai Zen, con il loro solito piglio, ve lo dicono subito. “Questa è una cover”. Come dire “E non rompeteci il cazzo”. Avrebbero dovuto aggiungere: “…ma non solo.”
Perchè Delta Blues è la dimostrazione che, finalmente, anche in Italia si possono produrre testi che riescono ad unire scorrevolezza e profondità. Vi pare poco? A me ha fatto venire la pelle d’oca. E non scherzo. Se c’è una cosa che mi chiedevo, più o meno ogni tre minuti, durante la stesura di 6146, era “Suona italiano?”. Ecco, Delta Blues NON suona “italiano”. E’ un passo oltre.
Buffo no? Fai una cover e finisci dritto dritto nel futuro…

3.

Qual è il problema dei romanzi/racconti/novelle/canzoni/poesie/liste della spesa con “il messaggio”? Che il messaggio non è amalgamato con la storia. C’è il personaggio che ad un certo punto si alza in piedi e grida “Basta con i vostri soprusi! basta inquinare i laghi/fiumi/torrenti!” e per reazione la prima cosa che ti viene da fare è buttare due litri di petrolio grezzo nel primo ruscello che ti capita a tiro. Ma non è questa la cosa peggiore che possa accadere quando si scrive qualcosa con “il messaggio”. Questa è una banale questione tecnica. No, il peggio è il “fra le righe”. Vi ho già fatto una capoccia così con ‘sta storia, ma è sempre bene ribadirla.
Ciò che scrivi rivela molto, se non tutto, di te. E spesso lo fa senza neppure che tu te ne accorga. La scrittura è come una cartina al tornasole che esalta quanto di buono e di cattivo c’è in te. Nel “fra le righe”, posso leggere se davvero credi a quello che hai scritto oppure se lo hai fatto per altri motivi. Che possono anche essere nobili (come ad esempio la storia a sfondo “morale”), ma sempre nel campo della menzogna ti stai muovendo.
Voi direte: e allora? se anche scrivo una storia insincera, ma lo faccio perchè così i miei lettori smettono di inquinare, che male c’è?
Nulla di male, però, semplicemente: non funziona.
Delta Blues, invece funziona. Il messaggio c’è, lampante, ma non è il solito ritornello ambientalista. Parla di petrolio. Parla di Africa. Parla di sfruttamento. Ma lo fa in maniera, secondo me, inedita. Vedete, il grosso (GROSSO) problema del nostro occidente sono i sensi di colpa. Si fa leva sui sensi di colpa per convincere la gente a comprare il caffè bio piuttosto che il Lavazza. Si fa leva sui sensi di colpa per fare in modo che le persone tollerino il “diverso”. Solo che, i sensi di colpa, alla lunga producono l’effetto contrario. La tolleranza è un primo passo, la presa di coscienza è un primo passo. Il 99% degli scrittori (ma non solo, è un discorso che si può estendere a qualunque ambito) si fermano lì. Che fanno i KZ in “Delta Blues”? Costruiscono una storia. L’ambientano in un luogo oscuro che, prima di tutto è un luogo mentale. Svelano alcuni meccanismi della nostra economia, meccanismi che ai più forse sfuggono. Ma non ci sono “sensi di colpa” da vomitare addosso al lettore. Non è la maestrina che ti dice “Se usi la macchina poi muoiono i bambini in Africa”. No, il bello di Delta Blues è che ti tratta da adulto. Da pari a pari.
Questa è la situazione. Che vuoi fare?
Domani, l’ultimo post su questo libro: la scrittura.

4.

La scrittura, dicevo. Una buona storia è il 100% di un buon libro. Se mi permettete il paradosso, lo è anche la scrittura. Prendete uno scrittore geniale come Philip Dick. Dick ha idee su cui Hollywood sta campando da più o meno 30 anni. Di più: per capire il nostro mondo i libri di Dick sono come bussole, indicano dove siamo. Ma la scrittura? Dick scrive davvero male. Certo, scriveva male perchè doveva pubblicare tre, alle volte anche quattro libri l’anno, ciò non toglie che spesso i suoi libri sono “stopposi”. Quello della scrittura, della buona scrittura, è uno dei problemi della letteratura di genere. Ci si sofferma troppo sulla storia e sulle idee e poco sulla lingua. E guardate che non sto parlando di “tecnica”, sto parlando di “lingua”. Sono due cose tangenti ma diverse.
Al di là di tutto quello che vi ho detto nei giorni scorsi, la cosa che mi ha colpito di Delta Blues è l’uso della lingua. Che uso? Sciolto, fluido, non banale. Siamo abituati alla scrittura all’americana, veloce, lineare, limpida. E’ una scrittura formidabile che ci permette di entrare nel testo e viverlo sulla nostra pelle. Ha delle pecche, a mio parere, due soprattutto. Uno: l’atmosfera. Non so se avete notato, ma in questo tipo di libri è difficile respirare un’atmosfera particolare, forte. Proprio perchè viene sacrificata per la velocità. Scelte, naturalmente, che ogni scrittore deve fare prima di buttare giù anche solo una riga. Si modifica il sistema di battaglia a secondo del contesto. Due: la lingua. La lingua della scrittura “all’americana” è povera e rischia di appiattire personaggi e situazioni. Certo, averla la possibilità di scrivere in quella maniera…! Eppure i Kai Zen, con Delta Blues, riescono a fare una cosa straordinaria. Ci indicano un ibrido che a me ha dato i brividi. Una lingua rapida, veloce, limpida (leggete le descrizioni della foresta e sappiatemi dire) ma allo stesso tempo piena di sapori e dettagli. Sul serio: li ho invidiati da farmi scorticare la pelle.
Ecco perchè penso che Delta Blues, oltre che essere un bel romanzo, è anche un segnale. Un segnale positivo una volta tanto: si può fare.
Grazie ragazzi.

Delta Blues – recensione de ‘L’insolito’

Arrivano le prime impressioni (le interviste tout court ve le segnaliamo più che riportarle) su Delta Blues, positive e negative. Partiamo con quella positiva de L’insolito. Nei prossimi giorni metteremo su queste pagine anche una stroncatura. Qui non abbiamo paura di nulla, se non del nulla ma questa è un altra storia…

Kai Zen è un collettivo di scrittori il cui approccio alla scrittura è totale. Lo dimostra Delta Blues, sin dalle premesse: è una cover di Cuore di tenebra di Conrad, una rilettura consapevole di un classico in chiave ambientalista. Non a caso fa parte del progetto di Edizioni Ambiente che a metà tra impegno e generi porta avanti un discorso che vada oltre la mera narrativa per puntare ai contenuti e all’inchiesta ecologista ma non volutamente faziosa. La metafora per immaginare Delta Blues è Skip James in Africa che canta il dolore di una terra inquinata nel profondo, il petrolio che cola dagli oleodotti dell’Ente e nessuno che si preoccupi di sanare la ferita. Costa troppo. Chi ci prova è un illuso, merita la gogna, l’esilio: addirittura la minaccia della vita. Regna sovrano l’Ente, non servono nomi perché è un’entità astratta solo nella facciata, è il modello per decine di multinazionali tutte uguali.

Un romanzo d’avventura, on the road, nero come la pece, e stavolta ha un senso ricorrere a un’immagine del genere, dove sangue e sudore vanno a braccetto, dove l’humus riesce faticosamente a imporsi sulla hybris, e l’unico sempre sconfitto è l’animale uomo, troppo incivile, troppo barbaro, troppo violento. La struttura del romanzo, a più voci, con svariati punti di vista come riferimento per un lettore sempre ben guidato, funziona come un coro di denuncia, pomposo ma non retorico. Una bella cover, si direbbe in musica, che non fa pensare a un peccato di lesa maestà.

Abbiamo rivolto qualche domanda ai Kai Zen in merito al romanzo.

Presentate Delta Blues ai nostri lettori: la sua genesi, i suoi obiettivi.

Delta Blues è la storia di un uomo alla ricerca di un senso. Un senso da dare al proprio lavoro, al proprio ruolo nel mondo, alla propria vita. Invece di trovare risposta alle sue domande, quest’uomo smarrisce se stesso nel cuore verde e oscuro della terra. Sarà allora un secondo uomo a mettersi sulle sue tracce, ma come spesso avviene a chi cerca l’impossibile, colui che cerca, si perderà a sua volta. L’obiettivo di questa storia è difficile da focalizzare: la ruota gira e continuerà a farlo finché ci sarà qualcuno che racconta, poi, semplicemente, il sipario calerà sulla scena, senza dare spiegazioni.

Se fosse una canzone, Delta Blues sarebbe una cover. Com’è stato affrontare un romanzo partendo da un originale altrui? Come avete lavorato per renderlo vostro?

Tutti noi avevamo già letto Cuore di tenebra anni fa. Abbiamo dunque preferito affrontare la prima fase di costruzione della struttura e della scaletta e dei personaggi, basandoci solo sulla memoria, in modo che venisse fuori quel che avevamo assorbito in profondo del romanzo, senza farci influenzare troppo da impressioni troppo fresche e magari caduche. Dopo questa prima fase, lo abbiamo riletto, scoprendo, con una certa sorpresa, quanto sentissimo ormai vicini, consueti i temi e il tono della narrazione. da quel momento la scrittura e fluita in modo molto naturale, e ci siamo anche permessi di impreziosirla in qualche punto con piccoli campionamenti di frasi dall’originale, tre o quattro in tutto, parole a cui ci eravamo particolarmente affezionati. L’aggiornamento della visione e del ritmo sono venuti da soli. Ci sembra un buon lavoro, ma non sta a noi dirlo.

Che tipo di ricerche avete svolto per il tema principale della storia, l’impatto ecologico del petrolio? Quali sono state le difficoltà nel cimentarsi con un romanzo d’inchiesta che pur tangendo i generi – il noir, l’avventuroso – è soprattutto tanto tremendamente intriso di realtà?

Abbiamo lavorato con libri, inchieste, reportage, documentari e naturalmente con la rete. Era balenata l’idea di andare in Nigeria, ci eravamo informati con alcuni reporter che erano stati da quelle parti, ma il tempo e il costo per il viaggio non giocavano a nostro favore. L’editore è stato un’ottima fonte di informazioni, man mano che proseguivamo nella stesura e avevamo bisogno di dati, informazioni, conferme e smentite abbiamo chiesto a VerdeNero e loro ci hanno risposto puntualmente e celermente, indicandoci dove e come cercare e eventualmente con chi parlare.
Le difficoltà si sono presentate nel momento in cui abbiamo dovuto cucire fiction e realtà assieme, sembra banale dirlo ma la seconda è molto ma molto più imprevedibile della prima. Abbiamo maneggiato personaggi e situazioni che sembrano pura invenzione narrativa, al limite del credibile, del cliché o del fumetto, eppure nella maggior parte dei casi si trattava di realtà e non di finzione. L’Africa si presta alla perfezione per questo tipo di lavoro, nonostante tutto, nonostante le distanze siano sempre più brevi e la possibilità di esplorare l’ignoto sia a portata di mano, esistono ancora luoghi che conservano tutto l’esotismo e la ferocia adatti a questo tipo di romanzo.

Delta Blues
Autori: Kai Zen
Edizioni Ambiente
272 pagine
Euro 16,00

Here come the bastards, here they come

Da quando Delta Blues è in libreria sono passati solo sei giorni.  Nella testa mi ronza di continuo il pezzo dei Primus “Here come the bastards”, come mi ronza di continuo, dopo la presentazione bolognese, una riflessione sull’altro da sé. È un tema su cui rimugino da parecchio e mentre stavamo pianificando Delta Blues stavo lavorando al mio saggio su Neon Genesis Evangelion in Pop Filosofia e mi accorgo solo ora, solo dopo averne parlato in pubblico, ragionato assieme al pubblico, che deve esserci stato un cortocircuito tra le due cose. L’alterità è un tema fondamentale in Delta Blues e non ce ne siamo quasi accorti, o meglio lo abbiamo introiettato talmente tanto, che Derrida e Sartre fanno capolino a ogni pié sospinto anche se non erano invitati. Ci tornerò, dopo altre presentazioni, quando il flusso carsico che in Delta Blues unisce il “negro” al Monumento alla Vittoria di Bolzano avrà trovato il canale giusto per scorrere alla luce del sole.

La presentazione bolognese è andata ben oltre le nostre aspettative. La Compagnia Fantasma ha riscritto, sonorizzato e interpretato Delta Blues alla perfezione, cogliendo il senso di ossessione, di caduta e di oscurità forse anche meglio di quanto potessimo fare noi. L’audio della diretta non c’era, U-stream ci ha comunicato che non c’era abbastanza banda – no hay banda – ma lo abbiamo recuperato e lo metteremo online al più presto. Grazie a tutti quelli che sono venuti a sentirci, e a quelli che ci hanno provato da casa. Grazie, ne avevamo bisogno, i bastardi ne avevano bisogno per tornare e infatti eccoli che arrivano…

Eugenio Saguatti ci ha scattato qualche foto, ve le mostreremo…. intanto una, basta e avanza: coglie il momento, la congiuntura astrale che ci vede tutti e quattro assieme. Succede poche volte l’anno e quando succede, per noi, è sempre un’emozione molto forte. Siamo vicini, vicinissimi, ogni giorno ci sentiamo al telefono, ci scriviamo decine di mail, cazzeggiamo e lavoriamo fianco a fianco, ma non possiamo stare assieme. Come posso spiegarlo? È come avere i migliori amici in casa tutto il giorno e allo stesso tempo non potergli tirare una pacca sulla spalla, un coppino, stringere loro la mano, abbracciarli quando si finisce un libro o quando se ne comincia un altro…

Noi viviamo nelle nostre pagine, conosco gli altri anche e forse meglio grazie alle storie che mi raccontano. È un privilegio. Lo so. Ma a volte non basta. Alle volte ci vuole un divano vecchio di pelle in una libreria che ti fa sentire a casa

Bando alle ciance sentimentali…. domani sera e dopodomani ci trovate a Torino. Saremo alle 21:30 alle Officine Bohemien di via Mercanti 19 per DELTA BLUES e il giorno dopo saremo ospiti di Autori in Digitale alle 11.30 al il centro congressi Torino Incontra di via Nino Costa 8.

Here they come. Here come the bastards, I heard it from a confident who heard it form a confidant
They’re definately on their way. There’s one with this idea. Something about a hammer head shark, nosehairs and flatus
Best keep your distance because  Here they come here come the bastards  Bury your head deep in the sand.
Anonyminity is a virtue in this day and age.  Amazing hand dexterity . Flagrant misuse of security
Better run, run, run, run, run  Run Run Run Run, here they come

Che fate stasera?

Vi aspettiamo, e ci saremo tutti e quattro… :)

EDIZIONI AMBIENTE – VERDENERO PRESENTA:
KAI ZEN + COMPAGNIA FANTASMA + SPECIAL GUESTS

«Corsi in timoniera, manovrai e ripresi il fiume, alla cieca. Le fiamme si alzarono alle mie spalle, dilatando le ombre della notte. Poi il fuoco morse il generatore e un boato devastante risuonò nel cuore di tenebra.»

DELTA BLUES
22 OTTOBRE 2010 H 21 • MODO INFOSHOP
BOLOGNA VIA MASCARELLA 24 B – 051/5871012