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La Potenza di Eymerich 8: Nuovo Ordine

More about La Potenza di EymerichAnno del Signore 1365, strada sterrata nei pressi della città di Potenza.

La bava densa e schiumosa si era raggrumata ai lati del morso, nel punto in cui le briglie si agganciavano al metallo. Il giovane francescano era stato categorico: la missiva doveva essere recapitata nel minor tempo possibile. Conosceva il tragitto a memoria per averlo percorso, negli ultimi tempi, innumerevoli volte. Napoli era la destinazione finale. Le ore notturne avrebbero regalato il meritato riposo a cavallo e cavaliere ma ORA, bisognava correre…

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

La mattina non era ancora tarda, quando padre Nicolas giunse al monastero. Il suo passo era lento e controllato, a ogni occasione volgeva indifferente lo sguardo alle spalle per controllare padre Severo; gli aveva permesso di seguirlo per tutta la mattina ma ora era necessario liberarsene. Doveva parlare con padre Fernando e gli argomenti della discussione non erano certo adatti a orecchie ostili come quelle di Severo. Il frate guardiano, nonostante l’ora non propizia, bighellonava per le cucine del refettorio, quando finalmente Nicolas Eymerich riuscì a scovarlo. “Padre! Che fate qui?” Fernando ebbe un sussulto, cercò di ingoiare in fretta, senza averlo ancora masticato a dovere, un boccone di proporzioni non trascurabili. “Padre Eymerch?! Mi assicuravo che tutto, ehm… che tutto fosse in ordine, ecco…” “Devo parlarvi, È una faccenda urgente.” “Dite pure, padre.” “Non qui,” disse Eymerich, volgendosi verso una delle porte che davano sul chiostro. “Seguitemi. Vi parlerò di una certa femmina,” aggiunse gelido. Fernando abbassò il capo e segu“ docile l’Inquisitore.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

“Comunicate al governatore che interverrò all’inaugurazione.” La voce dell’Imam appariva pacata, ma il tono era secco e lo sguardo inflessibile. “Nonostante avessi in precedenza declinato l’invito.” Aveva deciso di non aggiungere altro per il momento, le linee dei vertici organizzativi erano già abbastanza intasate dagli olomessaggi provenienti da tutti gli angoli della Federazione e dai vari presidi extra-federali. Inoltre, il governatore non sarebbe di certo riuscito a raccogliere molte informazioni aggiuntive, impegnato com’era a mantenere un sorriso irreprensibile di fronte al mondo, mentre si lisciava compulsivo la fascia argento e azzurra. Si trattava senza dubbio della cerimonia in diretta più lunga e pomposa della storia della Repubblica; quella che avrebbe potuto portare a lui e alle varie personalità politiche e industriali i più alti riconoscimenti, o la più devastante sconfitta. “Grazie per il passaggio, cari.” La guida spirituale rivolse un sorriso allo schermo che avvolgeva tutto il veicolo e con un lieve balzo toccò terra. “Dirigete pure la telenavetta verso casa, io credo che tornerò con altri mezzi.” Si trovava già all’interno dell’area di sicurezza, un brivido di raccapriccio le percorse la schiena quando vide l’impianto. Il datacom aveva potuto svelarle gran parte dei dettagli strutturali di quel mostro, ma non era riuscito a trasmetterle nemmeno un’eco delle orrende vibrazioni che provenivano dal suo cuore. Si fermò per un istante, fingendo di sistemarsi la lunga veste di cotone grezzo e la stoffa colorata che le cingeva i fianchi, per poi salire sinuosa ad avvolgerle collo e spalle. Aveva deciso di indossare l’abito tradizionale somalo, non solo perché era sua abitudine in tutte le grandi occasioni, ma anche perché le consentiva di celare più agevolmente il microtrasmettitore che la teneva in contatto con Peter Stanton: “Approdata.” Prese quindi ad avviarsi, con passo lento e cadenzato, verso i due funzionari che la stavano attendendo con un sorriso asettico dall’altra parte della pista, gli stessi chche l’avrebbero scortata fino al palco delle autorità.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Convento dei Frati Francescani. Severo stava camminando con circospezione lungo l’angusto corridoio che conduceva alla cella di Modesto, quando un fruscio lievissimo percorse la penombra dietro di lui. Da ragazzino agile e nevrile qual era, riusc“ a percorrere alcuni metri a ritroso e a svoltare l’angolo cos“ rapido da intravedere l’ombra di Modesto, che si insinuava furtiva nella stanza di Michele. D’impulso, decise di acquattarsi contro il muro e di origliare la loro conversazione. Era convinto che avrebbe raccolto molte più informazioni cos“, piuttosto che interrogando direttamente i confratelli. Ormai sapeva che in sua presenza i due finivano sempre per eludere certi argomenti, limitandosi a discorrere di mansioni e occupazioni di normale amministrazione al convento. “Michele, lo so che non hai mai voluto avvicinarti al lago.” Il frate di Altamura fissava stupito Modesto, che a dispetto di tutti i codici francescani, si era intrufolato nella sua stanza senza nemmeno annunciarsi all’uscio. “Il passato è passato, come dici sempre.” Michele cap“ dallo sguardo scosso del compagno che qualcosa di grave doveva essergli accaduto. Eppure non c’era terrore nei suoi occhi, ma una vena di eccitazione e rapimento estatico. “Il Maligno è tra noi, Michele. Ricorda le profezie del Maestro.” Michele lo fulminò con lo sguardo: da quando erano entrati a far parte di quel convento, nominare certe parole era divieto assoluto. Ma Modesto continuò imperterrito: “E i miei incontri giù al lago, la Madonna bruna sempre più ossessiva e insistente, e tutti gli adepti. Loro, loro erano con me e me l’hanno sospirato: Modesto ritorna con il Malvagio, perché a noi e alle nostre parole va consegnato.” Il frate melfitano raccontò quindi, in maggior dettaglio, di come l’Inquisitore l’avesse costretto a condurlo giù al lago, e di come in quei luoghi egli paresse già atteso. “Fratello, tutto è stato predisposto, ciò che è scritto sta per compiersi. Piani che sfuggono al nostro discernimento, ma che porteranno la divina giustizia a trionfare. Perché il male venga estirpato, perché quelle parole smettano di risuonare, la morte viene dall’acqua, è necessario che lo spirito di molti sia presente, giù al lago. Il messaggio si sta diffondendo in tutti I vicoli, gli antri e le vallate qui attorno. E tu, Michele, non potrai sottrarti al grande disegno, tu che più di tutti ti sei tenuto a distanza da Eymerich e dalle sue sferzate inquisitorie. Quando il raduno avrà luogo, dovrai aiutarci ad affrontare quel sinistro domenicano. La sua presenza è necessaria, ma dobbiamo fare in modo che con il suo operato non avveleni il nostro supremo rito.” Severo, immobile come un sasso fino a quel momento, ebbe un sussulto di gioia e guizzò via. Doveva affrettarsi, aveva molte cose da raccontare al Giustiziere e ben poco tempo per preparare il piano d’attacco, insieme ai suoi uomini.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Impianto di smaltimento della AA G.m.b.H.

Mordechai Wurtz completò l’ennesimo controllo delle apparecchiature, segnò dati e orari nella sua cartella. Già cominciava a pregustare il piacere della pausa, dopo le prime quattro ore di lavoro, quando vide il dottor Peter Stanton, che procedeva spedito nella sua direzione. “Peter! Che cazzo ci fai tu qui?” “Ho bisogno del tuo aiuto, Mordechai.” Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino. Ancora una volta Giovanna I d’Angiò si ritrovò ad ascoltare un messo che portava nuove sui fatti di Potenza. Ancora una volta, si mise allo scrittoio e cominciò una missiva indirizzata a Urbano V.

Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede.

Il cardinal segretario entrò concitato nello studio in cui Urbano V era occupato da faccende amministrative. “Il vostro piano ha funzionato, Santità.” “Di che state parlando, cardinale?” “Il giovane francescano ha le prove di traffici illeciti tra il frate guardiano e Nicolas Eymerich.” Un sorriso si stampò sul viso del Santo Padre. “Traffici di che natura?” “Commercio carnale, Santità! Pare che i due abbiano a che fare con una donna disposta a vendere il suo corpo in cambio di favori o denaro.” Urbano V sapeva quanto fosse improbabile che Nicolas Eymerich si fosse macchiato di quel tipo di sozzo commercio, soprattutto in maniera cos“ sciocca, ma quello che contava era che la parola di Severo da Benevento potesse mettere in dubbio la sua credibilità.

Anno del Signore 1365, Potenza. Palazzo del Giustiziere.

In piedi al centro della sala, la spada che gli pendeva al fianco, il Giustiziere di Basilicata guardava Severo con un’espressione indecifrabile. Possibile che l’uomo con cui doveva concordare le sue azioni, segnalato dalla Regina come emissario del Papa, fosse quel frate gracile e quasi adolescente? Eppure gli parlava con sicurezza e autorità, e quello che gli aveva mostrato era proprio il sigillo di Urbano V. “Le vostre parole sono molto gravi, fratello Severo.” “I fatti sono gravissimi, signore, e dovrebbero convincervi più delle mie parole.” “L’Inquisitore di Aragona… La Regina mi aveva informato della sua presenza, ma voi ora vorreste che lo imprigionassi addirittura per eresia!” “Lui, frate Modesto e tutti coloro che partecipano alle orge del Maligno.” “Il Maligno, certo.” Il massiccio uomo d’armi sogguardò il frate. “Ma cosa succederebbe se non riusciste a provare la sua colpevolezza? Io rimarrei colui che ha emesso l’ordine di arresto. Il rischio è molto alto.” Il Giustiziere era un uomo pratico, e Severo cap“ che doveva cambiare registro: “C’è solo un modo, signore: se li coglieremo sul fatto, nessuno potrà dirci nulla.” “Sta bene, frate. Cercate dunque di scoprire quando sarà la prossima di queste orge.” “E voi allertate i vostri uomini. Non avremo una seconda possibilità, dovranno essere pronti a tutto.” Si fermò un attimo. “Sapete, padre Nicolas è un uomo molto energico. Potrebbe tentare di sottrarsi alla cattura.”

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza, Convento dei frati francescani.

Nicolas Eymerich misurava a grandi passi il pavimento del chiostro. Doveva assicurarsi la piena collaborazione di Fernando, e nello stesso tempo tenerlo sotto stretto controllo. Non si fidava di quel frate debole e corruttibile, ma stavolta aveva bisogno di un suo aiuto attivo, e non poteva eccedere con le minacce. Cominciò a parlargli con tono calmo ma risoluto: “Siamo finalmente arrivati alla resa dei conti con Satana e I suoi servi. Domattina mi servono una ventina di uomini robusti, che conoscano bene la zona.” ”Ma, padre…” “E utensili da scavo per ciascuno di loro. E bestie per trasportare uomini e attrezzature. Partiremo all’alba.” “All’alba? Ma in cos“ poco tempo non sarà possibile reperire tutte queste persone.” “Nel caso non l’abbiate capito, bisogna agire in fretta, e quello che vi sto dando è un ordine.” “Sarà fatto, padre” balbettò il frate, abbassando lo sguardo, “e, posso sapere…” “Vi spiegherò tutto domani, strada facendo. Adesso il tempo è prezioso.” “Ma… devo partire anch’io? Chi controllerà il convento?” “Voglio essere chiaro, Fernando.” Eymerich, senza alterare la voce, fissò lo sguardo nelle pupille del frate guardiano. “Ho incontrato ieri una giovane donna, che dice di conoscervi molto bene. Molto più di quanto non sia consentito a una donna conoscere un ministro della Fede.” Fernando spalancò bocca e occhi, senza riuscire a dire una parola. “Ovviamente non ho prestato fede alle sue menzogne. Ma altre orecchie le sentiranno, e di certo si troverà chi vorrà ritenerle vere. E voi non siete in condizioni di sostenere una simile accusa, dico bene?” Eymerich sogghignò, al vedere il viso terreo del frate. “Certo, se verrete con me, a salvare la città dal Maligno, la vostra situazione potrebbe cambiare.” “Grazie, padre. Farò tutto quello che mi avete chiesto,” riuscì a farfugliare Fernando, ormai quasi senza una volontà propria. “Bene. Potete andare.” L’incontro si era risolto nel migliore dei modi. Rimasto solo, Nicolas Eymerich poteva già progettare la prossima mossa.

Illustrazione di Claudio Madella

Illustrazione di Claudio Madella

La Potenza di Eymerich 7: Icona

Immagine di La potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Padre Nicolas Eymerich faticò non poco a spostare da solo la pesante lastra che il giorno prima aveva fatto ruotare sul pavimento della chiesa con l’aiuto di Modesto. Il cammino si era impresso molto bene nella mente di Eymerich. Ogni sasso, ogni fenditura, ogni mattone. Tutto era lì dove lo ricordava. La grotta era deserta. Niente streghe e stregoni. Niente apparizioni sull’acqua. Da qualche parte, filtrava la luce del sole. Visto così, poteva anche sembrare un luogo di pace.
Eymerich si avvicinò di più all’acqua, fece per chinarsi. Un lampo accecante gli balenò davanti agli occhi. La donna in nero apparve al centro del bagliore. Eymerich ne sentì la voce insinuarsi nella sua testa, come nel sogno: La morte viene dall’acqua…
L’Inquisitore barcollò per un istante, poi si riprese subito.
Non era nulla, si forzò di pensare. Solo strascichi dell’incubo della notte precedente. Respirò a fondo.
Ancora quella frase, e quella donna. C’era qualcosa di indefinibile in lei. Perché si manifestava sempre in quel modo? Non era la prima volta che assisteva a prodigi del genere: c’era stato quel culto pagano dedicato alla dea Diana, tredici anni prima. Donne che, riunite presso un lago, evocavano l’immagine di una dea pagana. Allora aveva sradicato quella blasfemia facendo sì che le donne potessero vedere ciò che realmente adoravano: Satana. In una qualche misura timorate del Signore, molte di loro avevano infine capito il loro errore e se ne erano pentite. Non poteva però sperare lo stesso da parte di stregoni e fattucchiere, in quelle circostanze. La cura doveva necessariamente confondersi con la punizione.
Un getto d’acqua alimentava il lago, cadendo incessante dall’alto della grotta. L’acqua sembrava poi seguire un suo percorso sotterraneo, e sparire nelle profondità della terra. Doveva essere in quel modo che l’acqua malefica infettava il suolo di quelle terre. L’Inquisitore rabbrividì. Forse l’aver visto la donna in nero apparire era un segnale della contaminazione. Scacciò il pensiero dalla mente. Era lì per sconfiggere il Maligno, non per farsi spaventare dalle sue macchinazioni. L’aria insalubre di quel luogo lo stava nauseando. Sentiva di dover uscire, ma non da dove era venuto: se della luce entrava da qualche parte, probabilmente c’era un’altra uscita. Eymerich seguì la luminiscenza del sole per un lungo tratto e trovò ciò che cercava.
L’imboccatura della grotta si apriva sul lato di una collina, appena fuori dal centro abitato. Respirò soddisfatto l’aria fresca della mattina, e lasciò che il sole scacciasse i soffocanti vapori della visione dalla sua mente. Poi si mise in cammino.
Non gli ci volle molto a rintracciare il corso d’acqua che scorreva sottoterra: era un piccolo torrente addossato a un versante sassoso, che pochi uomini armati di pale avrebbero potuto far franare con facilità per bloccare il flusso d’acqua. Una volta che il lago fosse stato asciugato, forse la visione – che pareva così legata all’acqua – non si sarebbe più manifestata. E anche se così non fosse stato, il peso dei detriti avrebbe fatto franare il soffitto della grotta, trasformando quel luogo in una tomba per gli eretici e il loro culto.
Eymerich fece una smorfia simile a un sorriso, mentre tornava al monastero. Era un buon piano. Ora si trattava solo
di posizionare le pedine nel modo più corretto per portarlo a termine, ma doveva restare vigile. Un solo sbaglio e avrebbe attirato su di sé molta più attenzione di quanta ne desiderasse. Quella del giovane e imprudente francescano che lo aveva seguito fino alla grotta, credendosi inosservato, era già oltre i limiti della tollerabilità.

Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino.

Giovanna I d’Angiò ascoltò il messo, di ritorno dal convento dei francescani, senza dire una parola. Lo congedò con
un semplice gesto della mano. Era ormai tarda sera e di lì a poco sarebbe giunto in Napoli anche il messo inviato al Giustiziere di Basilicata.
La Regina mise da parte le altre incombenze e cominciò a scrivere una missiva da recapitare al pontefice. Le accadeva ormai troppo di frequente, pensò, di spendere le proprie energie seguendo vicende del tutto estranee al governo di Napoli.

Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede.

Urbano V non attese oltre che il cardinale segretario si decidesse a parlare. “Allora, quali notizie da Potenza?”
“Il messo inviato da Napoli ha incontrato frate Severo da Benevento e le notizie non sono incoraggianti; padre Eymerich si muove con prudenza. Il messo ha però riferito a Severo il vostro desiderio, Santità.”
“Bene! Attenderemo e vedremo se le ambizioni di un giovane francescano riusciranno a liberarci da questo peso sullo stomaco.”
“Conosco bene quel tipo di persona, Santità, e il vostro incarico di trovare delle ombre nell’agire di Nicolas Eymerich sarà per Severo più un ristoro per la propria sete di potere, che un peso sulla coscienza!”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Vigilia dell’Inaugurazione.

Dentro l’impianto gli operai e i tecnici si muovevano come formiche impazzite. Erano le otto, solo quattro ore li separavano dall’inaugurazione ufficiale, e c’era ancora molto da fare. I primi test, la settimana precedente, erano andati piutto sto bene, ma quella notte sarebbe stato diverso. Avrebbero trattato una quantità di scorie pari a un anno di produzione di energia da parte di una centrale di medie dimensioni: un errore, anche piccolo, e non si sarebbe mai più sentito parlare della Lucania. Gli occhi del mondo erano puntati sul corpo scintillante e luminoso dell’impianto di smaltimento. C’era da esserne fieri, aveva sentenziato il manager della AA G.m.b.H. quando era
passato a salutare tecnici e operai, qualche ora prima.
Wurtz era molto poco fiero, al contrario, e piuttosto in quieto. Certo, che poteva saperne lui? Era solo un tecnico non specializzato. Aveva lavorato a parti secondarie dell’impianto, niente che avesse a che vedere con il pezzo grosso, il Pozzo. Il Pozzo era il cuore dell’impianto: sprofondava per decine di metri nel cuore della terra, attraverso gli strati di terreno argilloso. Al suo interno, le scorie venivano bombardate di psitroni e poi svanivano nel nulla. Era questo che inquietava Wurtz.
Si era reso conto durante i test che qualcosa non andava. Quella macchina non aveva alcun tipo di scarico, non produceva nessun prodotto di scarto. Le scorie non venivano trattate: sparivano. Aveva studiato attentamente i progetti e ne era sicuro: non c’era abbastanza spazio nel pozzo per immagazzinare rifiuti. Il pozzo era soltanto un condotto. Wurtz era un fisico. Sapeva benissimo che nulla si crea e nulla si distrugge. Da qualche parte, quelle scorie dovevano finire. Ma dove?

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Severo guardò nuovamente la lettera e il sigillo. Tutto autentico. Le gambe gli tremavano. Con Eymerich non aveva
interpretato la parte del ragazzo spaventato da cose più grandi di lui: lo era davvero. Ma l’ordine impartitogli nella missiva era chiaro: lui, giovane francescano, avrebbe dovuto causare la caduta del magister Nicolas Eymerich, Inquisitore del Regno di Aragona.
Aveva passato la mattina seguendo Eymerich, nel suo cammino sotterraneo. Lo aveva visto barcollare sulla riva del
lago. Quando era uscito dalla grotta, si era avvicinato anche lui all’acqua. Non aveva provato nulla di particolare, solo un vago senso di inquietudine. Era tornato al convento facendo il cammino a ritroso, immerso nei pensieri. Solo ora, mentre osservava dalla finestra della sua cella Eymerich rientrare, un’idea iniziava a insinuarsi nella sua mente. Lo avrebbe fatto accusare di commercio con il Demonio. Secondo quello che gli aveva riferito quella mattina, l’Inquisitore aveva assistito a un oscuro rituale sotterraneo, e ora era tornato nello stesso luogo. Atti
sufficienti ad attirare l’interesse dei messi papali. Forse sarebbe bastato denunciare l’attività inquisitoria di
Eymerich sul territorio angioino per farlo catturare, ma l’idea di vedere un tale arrogante inquisitore seppellito dall’infamia era troppo eccitante per lasciarla perdere. Sorrise. Nascose la lettera dentro una borsa e uscì dalla cella. Era certo che sarebbe riuscito a ottenere qualche informazione utile da Modesto.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa. Il giorno dell’Inaugurazione.

Pochi minuti dopo le otto e trenta, Peter Stanton entrò nell’impianto. Le guardie all’ingresso non trovarono nulla da
ridire sul pass. Il respiro della macchina che riposava sostituì gli ultimi echi del sit-in ecologista che si era radunato fuori dall’impianto. Peter si sentì di colpo minuscolo. La AA G.m.b.H. aveva costruito qualcosa di spaventoso, di tremendo. Una mostruosità tecnologica di lucido acciaio e luci abbaglianti, rigurgitante tubi e condutture, attorcigliati attorno a un cilindro dal diametro di almeno sei metri, conficcato nel suolo. Era di lì che sarebbero passate le scorie. Cercò di non mostrarsi stupito da quello che vedeva, non doveva sembrare che fosse lì per la prima volta. Il suo scopo era di confondersi tra gli altri addetti, cercando di non attirare l’attenzione.
Il suo piano: aprire l’impianto per un istante. Far fuoriuscire una quantità minima di psitroni, di modo che attraversassero le menti dei presenti all’inaugurazione mentre Karima avrebbe spiegato che l’impianto era pericoloso, e che c’era un rischio di avvelenamento delle falde acquifere.
Una volta fatto questo, loro non avrebbero potuto fare più niente. Forse Karima avrebbe pregato, lui incrociato le dita, al massimo. Dovevano sperare che il messaggio arrivasse là dove stabilito. Che qualcuno ne capisse il senso e agisse di conseguenza, togliendo l’acqua che fungeva da connettore tra le due epoche.
Ammesso, e non concesso, che la sua teoria fosse corretta. Fanculo il dubbio scientifico, pensò Stanton; se rinasco
faccio anch’io il prete, e tanti saluti al relativismo. Come se avesse avuto il tempo per scherzare.

Illustrazione di Maurizio Geminiani

Illustrazione di Maurizio Geminiani

La Potenza di Eymerich 6: Manovre orchestrali nell’oscurità

Immagine di La potenza di EymerichAnno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Voci. La morte viene dalla vita. Acqua fosforescente. Non posso muovermi. Unisciti a noi. Bevi alla fonte dei giusti. Non sento la mia voce. Luce accecante. Bevi alla fonte dei giusti. Chi sei, donna? Non sento la mia voce. La morte viene dall’acqua. Bevi. Luce accecante. Unisciti a noi, bevi. La morte viene dall’acqua. Buio.

Eymerich si svegliò sudato. Era nella sua cella. Come ci era arrivato? Dalla luce che filtrava capì che il sole era già alto, e questo non fece che aumentare il suo nervosismo. Era furibondo. Con Modesto, certo, e con sé stesso per
essersi fatto abbindolare come un ingenuo. Cercò di riordinare la confusione che popolava la mente.
“Creature del Demonio. Quel frate indegno mi ha portato in un covo di creature del Demonio. Mi hanno fiaccato
con i loro malefici e ridotto in loro potere, per chissà quanto tempo. Mi hanno fatto bere l’acqua di quel lago, ricettacolo del male. L’ho poi bevuta? Non ricordo.”
Uscì dalla cella, risoluto a trovare Modesto ed estorcergli la verità. Fu inutile. Del frate, nemmeno l’ombra.
Arrivato al portone del convento, sentì bussare. Aprì, e vide di fronte a sé una giovane, isterica. “Devo parlare con frate Fernando!”
“Femmina impura, come osi rivolgerti in questo modo a un ministro di Dio,” le urlò in faccia Eymerich, ma la donna non se ne diede per inteso.
“Per pietà. Sono gravida, e contagiata dal morbo oscuro. Al lazzaretto è morta un’altra donna oggi, io non ci voglio andare. Fernando non può rifiutarmi il suo aiuto!”
“E perché mai non potrebbe?”
“Per tutte le volte che mi ha cercata…” La donna esitò, timorosa.
Il manrovescio fu così forte da farla stramazzare a terra. “Bada, non aggiungere altri peccati a quelli che già pesano sulla tua anima! La menzogna è la musica di Satana!”
“È la verità!” rispose in lacrime.
“Vattene, e ringrazia, ché ben misero castigo hai avuto per la tua impudenza.”
L’Inquisitore richiuse il portone. La sua ira non era ancora sbollita, ma quest’ultimo incontro poteva innescare sviluppi inattesi e interessanti. Quella donna sarebbe stata un’arma formidabile. Voltandosi, vide Severo che si avvicinava. Troppo lontano per essersi accorto di qualcosa, pensò Eymerich, pronto a sfogare la sua rabbia su una nuova vittima. “Severo, dove sono i tuoi confratelli?”
“Non so, padre. È da stamani che non li vedo.”
“Bene. Allora, se non ti dispiace,” dapprima calma, la voce divenne sempre più rabbiosa, “me lo spiegherai tu, cosa succede in questa città, dove nascono mostri, dove sottoterra si celebrano riti pagani, e dove i frati francescani anziché onorare Nostro Signore bestemmiano il Suo Nome insieme a megere serve di Satana.”
Severo cadde dalle nuvole. “Cosa succede, padre? Io non so nulla di quello che dite.”
L’Inquisitore era livido e stava per saltare alla gola del francescano, che però continuò a parlare, molto più loquace del solito. Disse che Modesto e Michele spesso lo tenevano all’oscuro di quello che facevano. Perché era quasi un ragazzo, da poco arrivato in città, mentre gli altri due avevano passato insieme buona parte della loro vita. Sapeva, questo sì, che entrambi i suoi confratelli erano seguaci di Lullo, ma anche su questo non avrebbe saputo aggiungere altro, ignorante com’era in materia. Eymerich si placò. Quel giovane frate da subito gli era parso mal assortito coi suoi confratelli, e in effetti il suo racconto era plausibile. Severo se ne accorse, e approfittò per chiedergli dettagli su ciò che aveva scoperto. Ma l’Inquisitore rimase vago, e subito dopo si congedò.

Anno del Signore 1365, Napoli, Maschio Angioino.

Seduta sul suo scranno Giovanna I d’Angiò aprì la missiva che il messo papale le aveva recapitato. C’era scritto il nome del nuovo emissario pontificio, un francescano di nome Severo; e la richiesta di tenersi all’erta, in attesa di istruzioni. La Regina doveva molti favori a questo Papa, non ultimo l’appoggio alle recenti nozze con Guglielmo d’Aragona. Scelta eccellente: il prode principe consorte aveva già gentilmente liberato Napoli dalla sua presenza, partendo in guerra al seguito di Enrico di Trastamara.
Giovanna si sedette allo scrittoio. Poco dopo un cavaliere usciva dal castello, recando due lettere: la prima era indirizzata al Giustiziere di Basilicata, l’altra a frate Severo da Benevento.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Il frate guardiano fece cenno a Eymerich di entrare nella cella. “Stamani non eravate alle laudi, padre. Qualcosa di grave?”
“Dormivo. Ma dovrei piuttosto dirvi dove sono stato ieri.”
Per sommi capi gli raccontò la sua esperienza del giorno precedente. Il frate era sbalordito.
“Fernando, in città vengono celebrati riti blasfemi, e nessuno ne sa niente. Perfino voi volete farmi credere di esserne all’oscuro! Mi chiedo quale sia il vostro modo di vigilare contro i nemici di Cristo. O forse dovrei chiedermi quale motivo abbiate per lasciare alla mercè di Satana il gregge di cui un giorno dovrete rispondere.”
“Oh no, padre, perdonate la mia negligenza,” squittì il frate.
Eymerich sogghignò: Fernando ormai era un libro aperto. Per farlo crollare non c’era stato neppure bisogno di accennare alla donna di poco prima – cosa che in ogni caso non aveva intenzione di fare, almeno per il momento. Disse invece: “Ho incontrato Severo, poco fa.”
“Ah, il ragazzino borioso,” sospirò il frate. “Viene dai palazzi, e si vede. Sapete? L’ultimo inviato papale giunto qui non ha chiesto né di me, né di voi. Invece voleva parlare proprio con Severo. Assurdo. Chissà poi di cosa. Beghe di nobili, probabilmente.”
“Probabilmente,” ripeté Eymerich a voce bassa. Ma in realtà era sconvolto dalla notizia: era evidente che il Papa intendeva scavalcare sia lui che Fernando. Mentre salutava rapido il frate, non poté fare a meno di pensare: ecco perché oggi il ragazzo era così amichevole. E questo imbecille ancora una volta non ha capito nulla, e ciarla incautamente. Davvero l’uomo ideale cui affidare incarichi delicati.
Uscito dalla cella, decise di ripercorrere da solo il cammino sotterraneo fatto con Modesto. Per riordinare la memoria. Era giorno pieno, e ormai sapeva cosa aspettarsi: stavolta nulla l’avrebbe preso alla sprovvista.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

L’Imam raggiunse infine l’amico, nel suo laboratorio. Stanton aveva terminato alcune prove empiriche sul processo di trasmissione, e ora i due stavano ricapitolando i punti salienti, come per abituarsi a una situazione così terribile da non sembrare reale.
“Quindi, se ho capito bene, l’idea è di inviare il messaggio verso le coordinate spazio-temporali in cui è più probabile che andranno a finire le scorie, e cioè a Potenza nel 1365.”
“Sì, Karima, è pressappoco così. Anche se, stando ai miei calcoli, il flusso percorre cammini obbligati: se quest’anno viene inviato da qui un fascio di psitroni nel 1365, esso troverà a Potenza il suo luogo naturale di destinazione; se invece lo mandiamo nel 1854, allora la destinazione naturale sarà Abriola, e così via, come mostrava il diagramma.”
“…E come confermano i documenti storici. A proposito, il fatto che quasi tutte le epidemie registrate dalle cronache fossero localizzate vicino a piccoli fiumi o laghi, secondo te può avere qualche importanza? Non so, l’acqua potrebbe fungere da catalizzatore per la ricezione…”
“Sì, può essere. L’acqua è un conduttore essenziale per certi tipi psitronici. Ma non posso essere sicuro che togliendola dal luogo di arrivo interromperemo lo scarico delle scorie.”
“Dobbiamo sperare che sia così, visto che è forse l’unica strada che possiamo tentare.”
I due si guardarono. Karima continuò: “Bisognerà modificare l’impianto in modo che trasmetta il messaggio, e dirigerlo proprio verso la data-obiettivo.”
“Oh, fosse solo per quello… Ho elaborato un algoritmo in grado di provocare e indirizzare la trasmissione. È già configurato per il 1365. Esiste un certo rischio di dispersione, ma ho stimato una varianza assai ridotta: in parole povere, una piccola parte del flusso giungerà in momenti imprecisati fra il 1351 e il 1380, ma la maggior parte arriverà nell’anno prestabilito. Il vero problema sarà accedere al quadro generale di controllo dell’impianto. Come sai, non sono stato invitato all’inaugurazione; inoltre tutti i responsabili del progetto mi conoscono, e presentandomi là potrei alimentare sospetti. Allo stesso tempo, mi spaventa l’idea di far compiere simili operazioni a un’altra persona, seppur fidata. Dovrei andarci io.”
“Infatti ci andrai tu, Peter. Ma non al ricevimento.” La donna aprì la mano, dove teneva un piccolo disco di silicio.
“Questo è il pass riservato al personale tecnico di manutenzione straordinaria. Non chiedermi come ho fatto ad averlo. Quelli che lo usano vanno all’impianto molto di rado, quindi non dovresti dare nell’occhio. Il nome registrato nel pass è Peter Hammill, spero ti faccia piacere.”
Stanton sorrise: adorava quella donna.

 

Illustrazione di Claudio Madella

La Potenza di Eymerich 5: Una proporzione certa

Immagine di La potenza di Eymerich26 novembre 2054, Matera, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa

“Diamine,” esordì Peter Stanton, mentre dal Faskom cominciavano a scaricarsi sulla parete schermo i diagrammi temporali che aveva digitato dal suo braincomputer. Essere tra i pochi che potevano dare risposte a quel tipo di quesiti significava poter elaborare in tempi per altri impensabili un numero infinito di dati, trasformarli in calcoli e intesserli in ragnatele di linee. ”Se vuoi, questo materiale posso passartelo, ne ho copie a sufficienza qui.” E sorrise, indicandosi la fronte, dove un infinitesimale settore di pelle era occupato da una sostanza traslucida. 
“Osserva questo.” Stanton indicò un diagramma in alto a destra. “Le linee formano una sorta di tunnel, per effetto degli psitroni; nel momento in cui il tunnel sarà completato, potrà avvenire il passaggio del pensiero e… di ogni altro materiale. È davvero possibile che i rifiuti vengano incanalati nel tunnel e inviati in altri tempi, sulla scia della memoria dell’acqua. Hai mai approfondito la teoria dell’ilozoismo?
L’Imam osservava con meticolosa attenzione, mentre cercava di dominare il tremore delle mani stringendo la tazza ancora bollente di tè alla menta. Chiese a Stanton di darle ancora qualche spiegazione, qualche elemento di conferma. Non avrebbe potuto muovere un passo, se non avesse avuto la certezza della tragedia che stava per verificarsi o che, non le riusciva di dirlo, si era già verificata. Un orrore indicibile le strinse lo stomaco e la fece sollevare dai cuscini. Si avvicinò all’altro grafico, su cui lampeggiavano numerosi cursori.
La voce nasale di Stanton anticipò il pensiero dell’Imam: ”Non mi è possibile intervenire dall’esterno, tu potresti farlo.
Sei un’autorità, per quanto guardata con sospetto, sei sempre un’autorità. Potresti intercedere presso il Presidente, o meglio
ancora far sì che si manometta l’impianto.”
Lo sguardo della donna si fece pensieroso. Stanton correva veloce. Per lui tutto era semplice. Manomettere l’impianto,
fare pressione sul Presidente scavalcando il governatore e chi c’era dietro di lui, il Basilisco. Le implicazioni politiche erano
molte e l’equilibrio delicato. Per agire, avrebbe dovuto trovare qualcuno disposto a farlo senza coinvolgere troppa gente.
Qualcuno di cui fidarsi a occhi chiusi. Fare saltare tutto senza fare rumore, ma come?
“Ci sarebbe un modo, Karima” disse Peter, dopo qualche minuto di silenzio.
“C.I.R.C.E. o DIOTIMA2, i database della documentazione storica. Potresti ricercarvi notizie su zone temporali contaminate
dalla radioattività, potresti scoprire qualcosa di immani disastri o fenomeni straordinari. Negli archivi della memoria c’è spesso la chiave dei misteri, oltre che quella della storia…”
Storia, memoria, tempo: la domanda nella mente di Karima assunse un altro volto. Non come, ma quando farlo? Se qualcuno, in un’altra epoca avesse svolto il lavoro sporco, lei avrebbe dovuto soltanto guidarlo.
“Peter, ti sembrerà assurdo ma… C’è un modo per comunicare con il passato? Magari proprio attraverso la tecnologia
dell’impianto?”
Stanton si rabbuiò, intuendo in modo vago ciò che l’amica pensava. Si passò una mano sul mento irsuto. “Tecnicamente
penso si possa fare. Ma, se fosse possibile, dovresti trovare dall’altra parte qualcuno che ti ascolti.”
Anno del Signore 1365, nella città di Potenza

La lastra di pietra si sollevò stridendo. Un flusso d’aria maleodorante si allargò nella chiesa. Modesto, in preda a un violento tremito, cercò per l’ultima volta di trattenere Eymerich dal percorrere le strade di Satana. Sperava di dissuaderlo, ed era inconsapevole di ottenere l’effetto contrario: il domenicano era sempre più deciso a gettarsi nella lotta da cui sarebbe dipeso il loro destino e il trionfo dell’Unica Verità. L’eco della predizione continuava a tuonare nelle sue orecchie: La morte viene dalla vita. La morte viene dall’acqua. Non poté resistere a lungo agli imperativi di Eymerich. La furia puntuta dei suoi occhi trapassava le esili forme di Modesto, e la volontà indebolita dalle visioni era preda dell’energia del domenicano.
La città mostrò le viscere agli inconsueti pellegrini. Una luminescenza indefinibile riempiva gli spazi cunicolari, ne disegnava le rozze volte e le pareti insozzate da escrescenze fungiformi. Eymerich fu preso da una strana inquietudine. Sentì con sorpresa la sua forza indebolirsi. Risoluto, strinse i denti e spinse il frate avanti a sé.
La struttura delle catacombe non era diversa da altre che aveva già percorso alla ricerca del Maligno. Teschi ammassati
in nicchie scavate in modo approssimativo disegnavano percorsi a ritroso nella storia del convento. Crani di dimensioni inusitate, con parti orribilmente deformi e dentature feline parlavano di eventi straordinari ancora più antichi. Modesto percorreva i cunicoli, silenzioso e sicuro. Lasciò che Eymerich osservasse quei resti e ne traesse le inevitabili conclusioni.
Depositi di statue spezzate, istoriate di ripugnanti concrezioni, si aprivano in improvvisi slarghi, dove la luminescenza si
faceva più rarefatta e vaga. I tentacoli della città sotterranea sembravano non avere fine.
Un debole mormorio d’acqua bloccò Eymerich. I suoi sensi erano tesi allo spasimo. La luce si intensificò impercettibilmente.
Modesto sussurrò appena: “Siamo giunti.”
La sorgente sotterranea si stendeva per una superficie non vasta. Le acque risplendevano nel buio come infinite lampade
a olio dal bagliore bluastro. Una nenia aleggiava tra le rocce argentee dove si intuiva la presenza di sagome sfuggenti.
Infine gli apparve una visione di straordinaria potenza. Sul volto bruno splendevano due ardenti occhi neri. Una bocca di fanciulla si aprì lentamente: La morte viene dalla vita. La morte viene dall’acqua. La profonda cicatrice che segnava la sua
fronte lasciava scorrere un liquido fluorescente che si versava inesauribile nel lago. Una quiete profonda si impossessò dell’animo pur sempre vigile di Eymerich. Quella bellezza sembrò togliergli il fiato e le forze. Cercò di indietreggiar sperando di sfuggire in qualche modo alla visione, cui non sapeva attribuire i contrassegni del bene o del male. La nenia si interruppe.
Echeggiò un grido: “Eymerich.” Le sagome si fecero sempre più nitide. Fogge diverse, mani dalle lunghe dita inarcate, occhi
acuti nello sforzo della predizione, volti segnati a fondo dalla coscienza del male previsto e pur inevitabile.
Eymerich… quel nome pronunciato sovente con odio e terrore, sembrava ora così stranamente dolce Reagire, pensò Eymerich, resistere si ripeteva, inquieto per essersi lasciato trascinare in quell’ovvio tranello. Le mani di lei sfiorarono appena il suo volto, ammaliandolo ancora. Fu invitato a sedersi nel cerchio disegnato dai loro corpi. ”Non viene da qui il male che cerchi, sappilo, qui è solo il porto del male, da qui si spandono i miasmi che generano neonati mostruosi e gli altri eventi raccapriccianti. Questo è il porto del male, non la fonte. Come te, che pur vivendo alla luce del sole rimani nel buio di un’incognita identità, così noi, maghi e streghe di questa terra, possiamo solo nel buio cercare le origini del morbo. Una ricerca comune, Eymerich. I nostri nemici non sono poi così diversi. Mammona governa, ora e sempre. Il Pastore devia seguendo Mammona. Trovare il mostro dai mille occhi di luce e dal corpo d’argento che troneggia nelle nostre visioni, questo è ora il compito…”
“Bevi alla fonte dei giusti, Eymerich, e unisciti a noi.” La voce della donna bruna risuonò come voce di sirena. Eymerich non replicò, ormai preda di una debolezza indicibile.
26 novembre 2054, Matera, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa


Fu DIOTIMA2 a rispondere prontamente alla richiesta di Karima. Ai numeri che nei diagrammi continuavano a lampeggiare corrispondevano lunghe schermate di documenti dagli archivi della memoria. Scorrerli tutti sarebbe stato impossibile, se Stanton non le avesse fornito una formula adatta a individuare il certo nel probabile. Alla fine delle operazioni di selezione, rimasero poche schermate da esaminare. Due documenti la colpirono. Le ultime due cifre delle date coincidevano: 1854, 1354. Attivò il traduttore simultaneo e lasciò che le parole fluissero nella sua mente. Nel corso del XIX secolo il colera miete un gran numero di vittime. Il morbo compare in Basilicata negli anni 1836-1837, nel 1854 e ancora tra il 1865 e il 1867. Per fronteggiare la situazione, al primo manifestarsi dell’epidemia in Europa, l’Intendenza di Basilicata [...] mostra una forte preoccupazione verso le infime classi, verso quegli spiriti deboli facilmente esaltabili dal timore concepito di un morbo non conosciuto. Subito si diffondono tra il popolo voci generali di non essere questa una malattia naturale, ma l’effetto di un avvelenamento.
1854 DOCUMENTO N. 8/A
Archivio di Stato di Potenza, Processi di valore storico, b. 131, fasc.
1, cc. 18 e 19.
1854 agosto 22, Abriola

…abbiamo fatto venire alla nostra presenza Valentino Picerno di Pietrangelo, di circa anni otto, che nel giorno di sabato 19 corrente, stando a custodire gli animali di Nicola Verga dentro un terreno del capitano don Gennaro Passatelli che fiancheggia il piccolo torrente così detto Vallone del Gambero, vide verso le ore venti due persone di statura piuttosto giusta vestite con gilè, e pantalone bianco, con cappello puntuto, li quali domandarono dove fosse la fontana che in quel vallone si trova. Il cennato ragazzo loro l’additò, ed esse dopo essersi piegate, e bevuto dentro alla medesima se ne andarono verso il basso del Vallone istesso. Indi di tutto ciò fe’ consapevole  il suo zio Pasquale Siesto [...] Noi quindi in conseguenza della soprascritta dichiarazione abbiamo fatto venire alla nostra presenza il nominato Pasquale Siesto di Francesco di anni venti, contadino domiciliato in Abriola, il quale dietro a opportune domande ha risposto. Che avendo egli appreso dal suo nipote Valentino Picerno che due persone sconosciute si erano poco prima avvicinate al fonte esistente nel Vallone del Gambero, vi si portò anch’esso a oggetto di osservare che cosa mai vi avessero lasciato. In effetti ritrovò in un tonfano tre passi circa distante dal fonte medesimo, un volume di grossezza quasi di un uovo, composto di un materiale piuttosto giallastro. Visto ciò ne fe’ partecipe il suo padrone Nicola Verga, il quale era nel suo orto ivi sottoposto a circa un tiro di fucile distante dal cennato fonte, e con esso lui tornò al testè mentovato tonfano, e raccolse da quel volume una porzione di quella sostanza; la pose dentro una foglia di tossilagine ricoverta con altra di zucca e se la portò al paese per farla osservare alle autorità che cosa si fosse…

“Volevi una prova, Karima, ora ce l’hai,” si disse. Abbandonò la tazza di tè ancora fumante sul tavolo di alabastro. I cuscini erano diventati anch’essi di pietra. Chiese un aerotaxi. L’aspettava un difficile compito. DIOTIMA2 continuò a segnalare
la presenza di altri documenti in memoria. Karima pensò di aver letto già abbastanza.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani


Severo da Benevento ricevette l’emissario di Urbano V nella sua cella. Padre Fernando l’aveva condotto da lui con un certo rispetto, ma anche con fastidio. Un emissario del Papa nel suo convento poteva essere un segno di stima, ma un colloquio
privato con un suo confratello lo escludeva ingiustamente, svilendo il suo ruolo di frate guardiano.
“Vigilare, Fernando,” si disse, mentre con fare cerimonioso si congedava dal messo papale. Severo, che da tempo aveva smesso i panni del politico, sedotto dalla visione estrema di Modesto e Michele, i suoi maestri, aveva ben presto intuito che i tempi non erano loro favorevoli. Covava in lui il tormento della natura ambigua, che gli aveva fatto odiare la sua precedente vita. I maneggi della corte papale lo avevano visto giovanissimo preda ora dell’uno ora dell’altro partito, carissimo a tutti e odiato un istante dopo. Il convento era stato la scelta estrema per salvare la sua anima. Ma il tarlo della doppiezza covava, alimentato dalle notti di insonnia. Aveva pregato che nessuno mai si ricordasse di lui, perché sapeva che non avrebbe potuto resistere al richiamo delle vecchie, odiose abitudini. Quando aveva visto Modesto e Eymerich procedere cauti nella chiesa silenziosa e aveva captato le parole dure e imperiose di quest’ultimo, aveva capito che Dio gli aveva offerto l’ultima possibilità di peccare o di redimersi per sempre. Il demone dell’ambiguità gli pose di fronte la giusta argomentazione: era giovane abbastanza per rimandare al domani il destino della sua anima, ora era il tempo del piacere sottile del tradimento.
La sua nota era giunta a Urbano V pochi giorni prima in Avignone, proprio mentre questi discuteva con il Cardinale segretario il diffondersi in misura sconveniente delle notizie di fenomeni raccapriccianti e di terribili deformazioni di feti, che stavano facendo la fortuna delle mammane.
Anno del Signore 1365, Avignone, Santa Sede

“Padre Eymerich,” insinuò il cardinal segretario, “non è dunque lì, dove i fenomeni sono più diffusi? Quali notizie da
parte sua? Sua Santità ne conosce pregi e difetti. Forse è lì per questi ultimi?”
Urbano V sorrise stizzito. Nessuna notizia, da quando aveva inviato il terribile inquisitore a Potenza. Una speranza
segreta lo pervase. ”Inviamo un messo, cardinale, ma che nulla ne venga a sapere Eymerich, né si informi il padre guardiano, poco di buono ricattabile con due dolcetti di mandorle. Sarà invece Severo, lo ricordi, il giovane chierico allevato nella diocesi di San Paolo, il nostro informatore al convento.”

 

 

Illustrazione di Giulio Giordano

Illustrazione di Giulio Giordano

La Potenza di Eymerich 4: Il Culto

Immagine di La potenza di Eymerich

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

“Vi consento di beneficiare ancora per qualche momento delle sollecitudini dei vostri confratelli, Modesto, mentre mi ritiro per le orazioni.” La voce di Eymerich era sempre più secca e tagliente. “Ma esigo che bussiate alla mia porta senza indugio non appena le avrò terminate. Non fatemi attendere invano, frate, o avrete una mancanza in più di cui pentirvi.” La mano ossuta di Eymerich estrasse dalle pieghe della tonaca una minuta clessidra che consegnò a Modesto, indirizzandogli nel contempo un affilato sguardo. “Lasciate che la sabbia prenda a scorrere in questo istante.”

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

Mettere in comunicazione due momenti diversi dello stesso mondo. L’Imam di Matera sedeva sui morbidi cuscini tessuti con i caldi colori della terra di sua madre, buttati alla rinfusa sul divano in softex. Davanti a lei, sullo schermo del Faskon Smk, datacom di ultima generazione, le informazioni fornite dal database scientifico scorrevano sulle immagini senza audio dell’inaugurazione del nuovo impianto di smaltimento. Concentrata sul significato di quelle cifre, si passava una mano tra i nerissimi capelli gettandoli all’indietro. Il destino aveva deciso che una delle menti più argute e sensibili del nostro secolo, guida dei fedeli al verbo di Maometto in terra mediterranea, trovasse dimora in una splendida donna.
“Dammi una comparazione con i dati forniti dalla C.I.R.C.E.”
Il datacom partoriva decine di tabelle in ordinate sequenze, all’interno di una finestra che ingombrava solo in parte lo spazio a disposizione, mentre una seconda finestra occupava la zona bassa dello schermo: una lista composta da sette nomi, che la donna analizzava con cura cercando di ricollegarli alle
informazioni raccolte in giorni di duro lavoro. Non il soffio lieve dell’apertura pneumatica, posta a protezione dell’intimità del capo religioso, ne destò l’attenzione, ma il sentore di un profumo, raffinato e caro al ricordo, quando due labbra si accostarono alla sua guancia destra. ”Peter, caro, sei arrivato!”
Peter Stanton era un vecchio amico e uno scienziato serio, poco incline ai compromessi con le grandi compagnie che finanziavano la ricerca: un uomo a cui non dispiaceva camminare in salita.”Karima! Come hai fatto a riconoscermi subito? Ho faticato tanto per convincere il tuo apparato di sicurezza a farmi entrare senza annunciarmi.”
“Il tuo profumo, Peter. È inconfondibile.” 
Senza attendere un formale invito, l’uomo si sedette accanto alla sua ospite. ”Cosa è successo? Come mai hai insistito perché venissi di persona e non hai voluto discutere al visore?”
Sul piccolo tavolo davanti al sofà, vapori profumati alla menta fuoriuscivano da una teiera di raffinata porcellana. Accanto alla teiera, una zuccheriera e delle tazze. L’Imam poggiò un piede nudo sul tappeto a terra e sporgendosi in avanti prese tra le mani la teiera e una tazza. ”I visori sono ormai molto sofisticati ma per niente sicuri.”
“Sicuri?”
“Un cucchiaino di zucchero, vero?”
La donna, porgendo all’amico la tazza fumante, indicò con un delicato cenno del capo la parete su cui stava il grande schermo del Faskon Smk.
“Quelle che vedi sullo sfondo sono le immagini di una delle manifestazioni celebrative che preludono all’inaugurazione del nuovo impianto di smaltimento rifiuti della AA G.m.b.H.”
“Lo so, si terrà fra pochi giorni, e non hanno certo risparmiato in pubblicità istituzionale, con tutte quelle fasce bicolori ed esponenti politici raggianti. Che Dio ce la mandi buona, sempre che esista, un Dio.”
L’Imam, corrucciando il naso alla provocazione scherzosa dell’amico, portò la sua attenzione a una delle due finestre del database scientifico.
“Qualcuno dei nomi di quella lista ti dice qualcosa?”
La risposta del dottor Stanton, un sorriso.
“Conosco da anni ognuno di quei musoni.”
“Correggimi se sbaglio: in questo elenco sono citati tutti i più grandi ricercatori che si occupano o si sono occupati delle teorie di Frullifer e Dobbs.”
“Be’… Tutti i più grandi non direi. Ci sono in mezzo anch’io.”
Il sorriso, questa volta, la risposta della donna. “Com’è che nessuno di voi ha mai prodotto uno studio che si conclude con un si può fare oppure con un non si può fare?”
Sul viso dello scienziato si disegnò un’espressione in equilibrio tra il dubbio e il ridicolo. ”Intendi dire porre in formule e bulloni le teorie di Frullifer e Dobbs”
“Esatto.”
“Perché sono teorie che presentano troppe lacune che non sono mai state colmate.”
“Che ne pensi allora del sistema di smaltimento della AA G.m.b.H.? Loro dicono che è basato proprio sulla teoria degli psitroni di Frullifer e Dobbs, dicono di aver riprodotto con successo l’esperimento di Michelson Morley e il loro impianto pilota di Nuova Bruxelles è in funzione da quasi un anno.”
L’uomo si sollevò dal divano, poggiando sul tavolino la sua tazza di tè alla menta.
“Quelle bestie se ne fottono di cosa può succedere, io non ho idea di quali conseguenze può avere far funzionare un impianto di quel tipo e ti assicuro, nemmeno loro. Hanno realizzato l’impianto pilota nel sultanato di Tabor Hasset proprio perché quel dittatore da quattro soldi gli permette di agire sen-
za nessun controllo, e quello è solo un pilota ma questo…”
Stanton indicò il visore che sullo sfondo mostrava facce sorridenti e donne in abiti eleganti.
“…Questo è di dimensioni cento volte maggiori e sarà a sua volta senza controllo.”
L’Imam di Matera si mise a osservare la seconda delle due finestre del database. “Guarda quei dati…”
Al dottor Stanton non era necessaria molta attenzione per interpretare le sequenze di dati e i grafici, con i loro picchi troppo alti nelle posizioni sbagliate.
“Allora?”
“Sono analisi dei luoghi attorno all’impianto pilota di Nuova Bruxelles che ho commissionato a un’équipe della Comunità Indipendente per la Ricerca e il Controllo sull’Energia.”
“Scherzi? Quelli sono riferiti a un sito con forte attività radioattiva! Se fosse così tutti se ne sarebbero accorti da tempo.”
Le parole dello studioso non sorpresero l’Imam.
“Confrontali con quelli che vedi a fianco, Peter.”
Altre sequenze e grafici.
“Sono di un sito tutto sommato sano e soprattutto senza ombra di radioattività. Da dove provengono?”
“Dal medesimo sito.”
“Vuoi dire che la radioattività è iniziata non appena quei porci hanno attivato il loro impianto pilota?”
“Non proprio.”
“Allora?”
“Credo che l’emissione abbia avuto davvero inizio quando hanno attivato l’impianto, ma la radioattività è più vecchia; abbastanza recente come età di un elemento radioattivo ma piuttosto vecchia se riferita a noi esseri umani.”
“Non sono sicuro di riuscire a seguirti Karima.”
“Le emissioni paiono essere di sostanze che sono attive da almeno sei-settecento anni.”
“Le emissioni sono cominciate meno di un anno fa da elementi vecchi di settecento anni?”
“Così pare.”
“Allora sono stati prodotti da qualche altra parte e poi scaricati lì.”
Erano giorni che l’Imam tentava di far accordare questa e mille altre teorie con quei maledetti dati. “Impossibile. Guarda le spettrografie delle rocce. Pare che l’attività sia diffusa, insediata nel tempo e non puntuale, come dovrebbe essere nel caso in cui qualcuno avesse semplicemente scaricato del materiale là.”
L’osservazione era rigorosa. “Vero, allora cosa significa?”
“Sino a qualche ora fa non ne avevo assolutamente idea, Peter, ma adesso…”
La donna rivolse il viso verso il Faskom.
“Dammi le pagine su von Marka.”
Una terza finestra si sovrappose alle prime due. “Mai sentito parlare del professor von Marka? Delle sue teorie sulle distorsioni spazio-temporali e delle connessioni con l’ilozoismo?”
L’uomo senza dire una parola fissò il volto dell’Imam.
“Credi sia possibile distorcere lo spazio-tempo sino a mettere in comunicazione due luoghi diversi nel medesimo istante, oppure due punti differenti lungo la linea del tempo? Credi che quelli della Ailleurs – Anderwohin siano riusciti a trovare la maniera di scaricare i rifiuti radioattivi non in un certo luogo, ma in un certo tempo?”
Peter Stanton scorse il suo nome inserito in quella lista nella parte superiore dello schermo; su tutta la superficie del pianeta lui era uno dei sette uomini più adatti a rispondere a una domanda come quella.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza.

Le premure di Michele e Severo erano state di ben poco conforto per Modesto, che lanciava occhiate sempre più ansiose ai granelli della clessidra in caduta libera. “Suvvia fratello, cosa sarà mai un incontro a quattr’occhi nella dimora del nostro caritatevole ospite?” La voce dai toni ancora primaverili di Severo
fece quasi sorridere Modesto, ma non gli impedì di registrare con una stretta al cuore la sedimentazione dell’ultimo granulo di sabbia. “La pace sia con voi, fratelli cari.”
Il francescano non fece nemmeno in tempo a fermarsi davanti alla porta dell’Inquisitore per fare un’ultima invocazione prima di bussare, che dall’interno tuonò un “Avanti Modesto da Melfi.” Eymerich scostò l’uscio con impazienza e gli indicò con un cenno del mento di prender posto sull’unica seggiola
della stanza. “Non è mia abitudine dissipare il tempo accordatomi dall’Altissimo per offrirgli i miei umili servigi in quisquilie ed esercizi dialettici, dei quali lascio fare ampio uso ai portavoce del Maligno.” La figura di Eymerich troneggiava su Modesto, contrito nel suo saio che si piegava ad angolo retto sul bor-
do della sedia. “Credi che non abbia intravisto fra le trame della tua veste monacale l’ombra fosca dell’eresia? Tu, melfitano, sei discepolo di un perverso invasato che non è nemmeno degno di essere nominato, ma lascerò sia il tuo infido essere a parlarmi in dettaglio dei legami con quelle losche dottrine.”
L’Inquisitore si stagliava furente sulla povera sagoma del frate, lo sguardo bruciante ne scrutava i più piccoli spasmi del volto, per meglio tratteggiarne la natura e l’entità delle reazioni emotive. Nel corso dell’operato al servizio della Sacra Inquisizione, aveva imparato che il metodo più efficace per ottenere una
confessione era di simulare da subito furore e disprezzo nei confronti dell’inquisito – cosa che gli riusciva alquanto naturale  e fingere di essere già al corrente di tutto ciò che il malcapitato si risolveva in genere a raccontare di spontanea iniziativa.
“Ebbene padre onorabilissimo…” esordì Modesto con un tremulo fruscio di voce, “negli anni della fanciullezza fui discepolo di Khalid de la Fuente, a sua volta seguace di Raimondo Lullo, ho da confessarlo. De la Fuente faceva parte della schiera di infedeli che Lullo era riuscito a convertire alla fede cristiana.
Seguendo i dettami del maestro, egli aveva insegnato a me e allo sparuto gruppo di adepti che gli si erano raccolti attorno a parlare correntemente la lingua araba. Prima di continuare gli occhi di Modesto saettarono dall’Inquisitore alla finestra, poi la testa si abbassò repentina sul petto incavato. “De la Fuente ci
aveva inoltre introdotto alle arti magiche e all’alchimia, conducendoci nei luoghi dove magie e stregonerie venivano praticate da tempo immemore; luoghi in cui si trovavano anche le fucine di preziosissimi elementi alchemici.” Modesto appariva ora prostrato, mentre Eymerich lo incalzava con un ghigno da lupo. “Quali luoghi, melfitano? Parla, peccatore, parla per la tua anima.”
Il crescendo di accuse e di dolorosi mea culpa aveva sor-
tito un effetto drammatico sul francescano. L’espressione assente e la postura irrigidita erano ora intaccate da un bagliore insano, il viso e le membra parevano attraversati dagli echi di cataclismi interni. Bofonchiava schegge di nenie che Eymerich aveva udito pronunciare in ben altri luoghi, da bocche corrotte e ripugnanti.
“Fu allora e mai prima d’allora e sempre dopo d’allora,
sublime o terrifica, che ella mi apparve.” D’un tratto Modesto aveva innalzato volto e braccia al soffitto, in un tremore ispirato e vitale. “…Giù al lago la croce oscurava il cielo e il mio volto, ed ella dalle acque incontro mi volse e con il suo splendore mi colse e trafisse. Ai piedi calzava sandali dorati e aveva il capo ornato da un manto corvino, dagli occhi dardeggiava arabiche formulazioni e dalla gola in lucano pronunciava invocazioni. La sua mano protesa mi offriva le ctonie corna lunari della selenite…”
L’Inquisitore non aveva fino a quel momento interrotto o
indirizzato l’onda di onirica veggenza del penitente: quel flusso estatico gli stava rivelando molte, preziosissime informazioni. I luoghi dove Modesto aveva appreso i poteri naturali che tanto lo tormentavano ospitavano esseri in cui certo si annidava la blasfemia e il peccato, ma essi soltanto potevano fornire a Eymerich gli elementi atti a sciogliere l’impenetrabile mistero delle acque nefaste. “Mantieni in te accesa la fiamma della visione, Modesto, e conducimi in quei luoghi, abbiamo atteso già troppo a lungo.”

 

geminiani2

Illustrazione di Maurizio Geminiani

 

La Potenza di Eymerich 3: Lacrime di Paura

Immagine di La potenza di Eymerich

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Al risveglio, frate Modesto non ricordava nulla di quanto gli era accaduto; le orecchie ronzavano, la testa girava: la sentiva inerte, quasi svuotata. Poi, all’improvviso, una ridda d’immagini gli affollò la mente, e ricordò la visione che l’aveva còlto fino a qualche attimo prima. Rivide il lago, le acque agitate, illuminate da una luna piena che campeggiava nel cielo senza nuvole, senza stelle. Rivide la donna camminare sulle acque, avvolta da un alone di luce verdastra, senza vita. Era vestita di nero. Si dirigeva verso di lui. Le onde crescevano a ogni passo, e l’alone che la circondava si affievoliva. Modesto era incapace di muoversi, le membra intorpidite da una sorta di stupefatto timore che legava le articolazioni e i muscoli, impedendo ogni gesto. Poi vide con gli occhi della mente il volto della donna.  Un ovale perfetto. Occhi neri, come abissi che lo fissavano, e frugavano fino al fondo dell’anima. Aveva mosso le labbra senza emettere suono: le parole erano nate dentro di lui e avevano inondato la mente come un fiume in piena, ripetendo in un crescendo incessante: La morte viene dalla vita. La morte viene dalla vita.
“Frate Modesto, tornate in voi!” Il timbro autoritario di Eymerich si sovrappose alla voce femminile, richiamando Modesto alla realtà. Gli ci volle un po’ di tempo prima di rendersi conto di essere disteso sul tavolo di una povera stanza, dove l’avevano trasportato le braccia nerborute di due facchini. Volse appena la testa e vide i suoi confratelli piegati su di lui, quindi scorse l’alta figura del domenicano che lo sovrastava con aria severa. “Che cosa vi è accaduto, frate Modesto?”
“Una visione, padre; una terribile visione.”
Con la bocca impastata e la fronte imperlata di sudore, cercò di raccontare ciò che aveva visto. L’Inquisitore lo ascoltò senza interrompere, pur se una ruga si andava via via approfondendo sulla sua fronte, col procedere del racconto. Alla fine domandò: “Vi capita spesso di avere questo genere di visioni?”
“Abbastanza. Negli ultimi tempi sono diventate più frequenti.”
“E come avviene?”
“Come oggi, all’improvviso; nonostante preghi di continuo e faccia penitenza.”
“Fate bene a pregare, Modesto, potrebbe essere opera di Satana. Al Maligno piace tentare i servi di Dio.”
Modesto lesse la nota di sarcasmo nelle parole del domenicano, ma era troppo prostrato per ribattere. Si levò a sedere sulla tavola, aiutato dai confratelli, quindi si asciugò la fronte con la manica della tonaca. Quella delle visioni era una storia lunga, che durava fin da quando era giovane, e anzi era stato proprio a causa delle visioni che si era convinto a prendere la via del chiostro. In convento sarò al sicuro, aveva pensato. Perché anch’egli era convinto che fossero opera del Maligno, ansioso di riprendersi ciò che credeva suo; perché il passato non è mai passato del tutto, e spesso ritorna per chiudere i conti.
Modesto aveva la mente confusa, come ogni volta che accadeva un episodio del genere. Per un momento aveva pensato di parlarne con Eymerich, ma era stato solo un lampo. Eymerich era un inquisitore, questo lo aveva intuito, e se con Satana non si scherza, con l’Inquisizione si scherza ancora meno.
Dal canto suo, il domenicano lo osservava e rifletteva. La donna che cammina sulle acque gli ricordava troppo da vicino le teorie ermetiche di Raimondo Lullo, in particolare il simbolo dell’acqua mercuriale che Lullo descrive nel suo Vade Mecum come sede dello Spirito della Quintessenza, che fa tutto, onde senza di essa nulla può essere fatto. Chi era dunque questo francescano, e quali i suoi legami con la magia naturale del terziario di Maiorca?

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione degli stati d’Europa.

Il nome del professor von Marka apparve al centro dello
schermo, accanto a un articolo dal titolo a prima vista incongruente: “Le distorsioni spazio-temporali nella logica dell’ilozoismo”.
Karima, l’Imam di Matera, si chiese che cosa avessero a che vedere due concezioni così distanti come lo spazitempo e l’ilozoismo, una di matrice scientifica e l’altra filosofica. Le andavano affiorando alla memoria vecchie letture e reminiscenze scolastiche: Talete di Mileto e Einstein, energia vitale e teoria della relatività. Le sovvenne che per la teoria dell’ilozoismo esiste un’unica intelligenza animatrice dell’universo, una forza vitale insita nella materia, animata e inanimata, che muove tutte le creature esistenti ed è fondamento dell’origine dell’universo.
Aprì l’articolo. Si trattava di un’analisi della teoria degli psitroni di Frullifer in funzione degli interventi sulle dimensioni spazio-temporali, ma lo straordinario era che il professor von Marka citava Stratone da Lampasco a piene mani. Pescato dagli anfratti della memoria, il filosofo peripatetico, detto il fisico poiché si era dedicato allo studio delle scienze naturali, le tornò allora in mente. L’ilozoismo, appunto, che ricopriva un ruolo di primo piano nello scritto del fisico tedesco.
Si mise a leggere. Teorie fisiche e dissertazioni filosofiche si incrociavano intimamente, connettendosi in un unicum sempre più stretto che catturava l’attenzione di Karima, facendo pian piano sorgere nella sua mente l’impressione che qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Forse le teorie su cui si basava l’impianto di smaltimento dei rifiuti, che si stava inaugurando, non erano state testate a sufficienza, forse i margini d’incertezza erano più ampi di quanto i tecnici della AA G.m.b.H. fossero disposti ad ammettere.
Fino a quando non le capitò sotto gli occhi una frase di Stratone: Ma infiniti mondi nello spazio infinito della eternità, essendo durati più o men tempo, finalmente sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Né perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella, ma solo sono mancati que’ suoi tali modi di essere, succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo, cioè un altro mondo, di mano in mano.
Distorcere lo spazio-tempo poteva forse mettere in comunicazione due diverse dimensioni della stessa materia, due momenti diversi dello stesso mondo? Poteva aprire una finestra fra l’universo attuale e un universo che non c’è più?
L’impressione che, nella fretta d’inaugurare l’impianto, non tutto fosse stato considerato e che qualcosa di catastrofico stesse per intervenire le attanagliò d’un colpo lo stomaco. Si fermò, con lo sguardo perso nel vuoto; a riflettere.

 

Illustrazione di Nicola Picchi

Illustrazione di Nicola Picchi

 

 

 

La Potenza di Eymerich: 1. La Cura

Immagine di La potenza di Eymerich
Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani, alla ora prima.

Seduto nella cella di Fernando, il frate guardiano del convento, Eymerich fissava le macchie d’umido sulla parete a settentrione. Una cimice, immobile nell’esoscheletro a scudo, ne attirò lo sguardo facendogli provare un moto di repulsione. Si volse dando le spalle all’insetto e infilò le braccia nelle maniche della tonaca. Poteva quasi percepire lo sfrigolio delle antenne, il ticchettio delle zampe. Cercò di liberare la mente, di concentrare i pensieri sui dettagli della missione, ma la presenza dell’immonda creatura era come una spina di legno dolce nel palmo della mano: intollerabile. L’aria mattutina, immobile e freddissima, annunciava l’inverno. Eymerich provò l’impulso di stringersi nel saio per trattenere il calore delle membra, ma respinse subito quel desiderio. Il mutare del tempo non è irragionevole capriccio di natura, ma espressione della volontà di Dio, che dispensa secondo ragione il benessere dell’anima e la penitenza del corpo. E di penitenza si trattava, anche se comminata per tramite del non necessariamente degno Vicario di Cristo in Terra.
Urbano V lo aveva inviato in tutta fretta in territorio angioino, zona pericolosa per un inquisitore aragonese, per dirimere le controversie che alcune incredibili e incresciose vicende avevano suscitato. Dalle confuse spiegazioni del messo papale e dalla comunicazione sibillina pervenutagli per lettera, sembravano possibili perniociose influenze maligne. Bambini nati deformi, teste abnormi, prive d’occhi, mutazioni grottesche e repentine in donne gravide e altre simili, terribili manifestazioni. Il frate guardiano aveva invocato l’intervento di Eymerich: la sua fama era giunta fino in quelle lande, e Papa Urbano V non aveva esitato a mettere in gioco il proprio alfiere. Tale prontezza si sarebbe potuta attribuire al giusto zelo da impiegare nella lotta contro Satana; ma Eymerich sapeva esserci dietro ben altro. Il Vicario di Cristo non nutriva simpatia per il domenicano, e non avrebbe male accolto un fallimento che desse modo al Giustiziere di Basilicata di arrestarlo e metterlo a morte. Sorte certa, se si fosse scoperto che esercitava le prerogative di inquisitore e rappresentante d’Aragona proprio sul suolo nemico. Per questo aveva viaggiato in incognito. Avrebbe svolto il suo dovere nella maniera più riservata possibile. L’Inquisitore scacciò quei pensieri oziosi, inutili al compito che lo attendeva. In quell’istante entrò Fernando, accompagnato da tre frati di corporatura minuta, specie se paragonati alla pienezza del guardiano.
“Fratelli, permettetemi di introdurvi alla conoscenza di padre Nicolas Eymerich, mio antico sodale e uomo assai esperto nella valutazione di prodigi nefasti simili a quelli che hanno funestato la nostra regione e a cui voi avete direttamente assistito.” 
I tre fecero un gesto col capo. Eymerich ricambiò appena.
“E questi, padre, sono i fratelli Modesto da Melfi, Michele da Altamura e Severo da Benevento. Come vi ho anticipato, hanno aneddoti assai interessanti da riferire.”
“Aneddoti non è termine che si addica a una manifestazione del Maligno,” lo interruppe con pacata durezza Modesto. Eymerich non poté che dargli silenziosamente ragione. La luce imperfetta che filtrava dalla stretta bifora della cella conferiva tratti diafani ai volti dei tre. Gli occhi spiccavano dalle orbite, come spiritati, specie quelli del frate che aveva appena parlato. Tutto nel loro aspetto denunciava la condizione di Spirituali,
intransigenti e malvisti interpreti della regola del Santo di Assisi. Un aspetto che li allontanava dalla figura florida e ben pasciuta di Fernando, un’impostazione dottrinale che li poneva al di fuori dell’ortodossia.
Scomoda, interessante posizione.
Eymerich cominciò a capirè perché il guardiano avesse insistito per presentargli subito quegli uomini. Chissà che, con l’aiuto dell’Inquisitore e l’imperversare delle orride manifestazioni, non potessero servire da capro espiatorio. La prospettiva non era da scartare, ma il Cane del Signore non era solito raggiungere conclusioni affrettate. L’intuizione doveva prima farsi ipotesi logica e verificabile, e infine divenire certezza. Anche in
quel caso, non avrebbe certo potuto istruire personalmente un processo, in terra ostile, tanto meno una o più eventuali esecuzioni. Fernando rimase interdetto di fronte alla precisazione di Modesto, ma non dette a vedere alcun risentimento. Anzi, accomodò le membra sul bordo del proprio giaciglio e fece cenno ai tre di raccontare i terribili fatti di cui erano stati testimoni.

Novembre 2054, Scanzano Ionico, Repubblica di Lucania, Federazione
degli stati d’Europa.

Le olocamere di Euronet, disposte a cerchio in attesa, sembravano fenicotteri con una zampa nell’acqua pronti a spiccare il volo. Tutto era predisposto per la festa nella tensostruttura riscaldata. Si trattava di un preludio celebrativo, tanto per far crescere l’attesa e gonfiare l’evento: la vera inaugurazione, con la messa in funzione dell’impianto, si sarebbe tenuta di lì a qualche giorno. Anche in quel piccolo anticipo di cerimonia, però, i vip non mancavano. Il governatore con la fascia argento e azzurra chiacchierava nei pressi del podio con personalità politiche e dell’industria petrolchimica. Il rappresentante della Ailleurs – Anderwohin G.m.b.H. sorrideva mostrando la dentatura smerigliata e stringeva mani a destra e a manca. Pochi minuti prima, nell’air caravan del trucco, si era fatto massaggiare i palmi con una crema dermorestringente, onde eliminare
ogni traccia di sudore. Ora la pelle tra un dito e l’altro tirava da morire. Il manager continuava a sorridere dietro l’abbronzatura e a grattarsi nervoso tra una stretta e l’altra, sperando di non essere scorto.
L’autorità religiosa del luogo, l’Imam di Matera, una delle prime donne a rivestire un simile ruolo, aveva declinato l’invito. Seguiva la cerimonia d’inaugurazione dell’innovativo impianto di smaltimento, attraverso il datacom del suo salotto. Il té alla menta fumava sul tavolino di legno e ottone. Alcune voci rumoreggiavano al piano inferiore. Ricordava ancora quando, a scuola, aveva studiato sui libri di storia delle prime schermaglie tra la popolazione lucana e l’allora governo italiano sulla questione delle scorie radioattive. La protesta all’inizio del millennio, forte, inaspettata, radicata nel cuore della gente, fece in modo che la decisione venisse
procrastinata. Dieci anni più tardi, un nuovo tentativo di stoccare le scorie nel cuore della roccia suscitò una sommossa e, mentre l’equilibrio stesso dell’unità europea fu in bilico, la popolazione riuscì ancora una volta a impedire che la federazione scaricasse i rifiuti nucleari. E infine, c’era da giurarci, l’attacco conclusivo: a quasi mezzo secolo di distanza. La AA G.m.b.H. aveva messo a punto un nuovo sistema di smaltimento a impatto
zero, basandosi sulla teoria degli psitroni di Frullifer e Dobbs.
L’Imam aprì una finestra sul video del datacom e, mentre le immagini dell’inaugurazione scorrevano, consultò il database scientifico: Frullifer. Dobbs. Psitroni. Il datacom trasmetteva immagini di fanfare e strette di
mano. Un megaschermo in piazza intratteneva la moltitudine con gag pubblicitarie. Trattati di fisica, formule, effetto redshift, teoria della relatività. Immagini di calici alzati e del governatore con la fascia bicolore che taglia il nastro. “Il futuro ci sorride, oggi, qui.” Statistiche, iperboli, grafici, esperimento Michelson Morley. Immagini di sorrisi a trentadue denti, di panciuti signori in doppiopetto, di avvenenti signore dal lifting impeccabile, di calciatori elettrostimolati e cyber veline. Dipartimento di astrofisica dell’università del Texas, fotoni, Cosmic background explorer. La donna fece scorrere, irritata, la barra all’angolo del database: nulla di familiare. Le scritte scivolavano sempre più veloci. Poteva assimilare una parola ogni sei, sette in scorrimento.
Era certa che non le sarebbe servito a nulla continuare a cercare, eppure voleva vederci chiaro. Nessuno aveva mai spiegato l’esatto funzionamento dell’impianto di smaltimento. Nessuno aveva chiesto in modo esplicito. Nessuno si era preso la briga di dimostrare. Eppure tutti festeggiavano. D’un tratto le sue pupille percepirono qualcosa di noto tra le parole in rapida successione. Fermò la corsa della barra e tornò su di una quindicina di argomenti. Il nome di uno sconosciuto, un fisico probabilmente, accanto alla parola ilozoismo. Prese la tazza di tè (ormai tiepido) dal tavolino e incrociò le gambe sull’ampio divano di softex imbottito. Sullo schermo,
ridusse le dimensioni della cerimonia e ingrandì quelle del database.

Anno del Signore 1365, nella città di Potenza. Convento dei Frati Francescani.

Frate Severo era agitato, quasi rivivesse nella propria anima i momenti in cui aveva prestato soccorso alle partorienti, e riflettesse attraverso le orbite gonfie l’orrenda immagine di quegli sventurati. La voce tremava, pareva segnata da sincera sofferenza. Eymerich, immobile, scrutava il francescano dalla bizzarra peluria rossastra. Sincera sofferenza o perfetta dissimulazione: l’Inquisitore aveva imparato a non escludere nessuna
possibilità. L’esperienza serviva a rendere attenti. Mai frettolosi.
“Le portammo a ricovero nell’ospedale di San Domenico, nella speranza che cura e riposo potessero dare loro serenità e forza d’animo. Io e gli altri fratelli arrivati in soccorso non sapevamo come dare pace alle due giovani donne. Erano in preda al panico e urlavano come ossesse, mentre sulla pelle tesa dei loro ventri deformi qualcosa di immondo disegnava dall’interno forme grottesche.”
Frate Severo rivolse lo sguardo smarrito verso Modesto, con insistenza. Cercava sostegno morale e consenso in colui che, con tutta evidenza, era dotato di maggior carisma e discernimento. Eymerich colse lo scambio di occhiate, e lo trovò significativo. A cosa alludesse, ancora, non poteva dirlo.
Modesto prese la parola. Lo sguardo parve ammonire il fratello per un non gradito coinvolgimento. “Le trame del Maligno sono imprevedibili, spesso impercettibili, come tutti i cristiani sono tenuti a sapere. Il male è in
ogni cosa terrena e in niuna. È la capacità dell’anima umana, guidata dalla fede, a scorgere il diabolico segno che si nasconde nelle insidie del mondo. Tali rivelazioni sono dono e supplizio per pochi pastori, sofferenti e smarriti, del gregge di Dio.”
“Siete voi uno di questi pastori, frate Modesto?” La domanda di Eymerich spezzò la cantilena del frate, incerta e debole come il suo aspetto. Gli occhi spaventosi del religioso si rivolsero alla sua figura, grossi e tondi come palle di fuoco. “Io sono un servitore di Dio, padre. Fuggito in silenzio dalla miseria del mondo, per condurre un’esistenza di sofferenza e pentimento. I miei occhi vedono, le mie orecchie ascoltano e la mia
anima si affligge per non poter intervenire.”
Fernando avvertì la tensione crescere nell’aria fredda della cella. “Fratelli, padre, è giunta l’ora della preghiera. Ci ritroveremo al termine delle funzioni per continuare la discussione. Propongo una visita ad alcune delle vittime di questi segni del male, per poter valutare di persona. Padre Nicolas, permettetemi di guidarvi fino alla cella a voi assegnata per il soggiorno nella nostra comunità.”
I tre frati uscirono rapidi e presero il buio corridoio di pietra che conduceva agli alloggi individuali. Fernando trattenne l’avambraccio di Eymerich, che lo ritrasse bruscamente, mentre varcava la soglia bassa della stanza. “Vi prego di avere pazienza con questi nostri tre fratelli, padre. Tutti noi qui abbiamo remore circa la loro condotta morale, ma non vorrei che questo pregiudichi il vostro lavoro. Dopo la visita alle creature avrete le idee più chiare, ne sono certo.”
L’Inquisitore apprezzò il gesto del guardiano, pur intuendo l’intelligenza tattica di Fernando nel lasciare i tre frati al centro dell’attenzione. Il suo istinto non era in grado di intuire molto altro oltre a questo: di certo frate Modesto conservava dentro di sé qualche indicibile segreto.

Illustrazione di Silvio Giordano

Illustrazione di Silvio Giordano

C’è un altro uomo? Un uomo radioattivo?

“Un libro deve frugare nelle ferite, anzi deve allargarle. Un libro deve essere un pericolo” (E.M. Cioran)

radioattivoSi torna al nucleare? E noi torniamo al 2004. Da questa settimana pubblicheremo, a puntate, su : kaizenology : il romanzo totale di cinque anni fa, una sorta – concedetecelo – di Verdenero ante litteram, “La Potenza di Eymerich“, firmato da noi e da un collettivo nato per l’occasione, anzi “durante l’occasione”, Emerson Krott.

Alla stesura del testo hanno partecipato anche Wu Ming 5 e il Laboratorio Scripta Volant di Potenza e una serie di interessantissimi illustratori. La versione cartacea, in copyleft e carta ecologica, è stata pubblicata da Bacchilega Editore.

Partiamo canonicamente dall’introduzione di Valerio Evangelisti:

La vitalità e la credibilità di un personaggio letterario può essere verificata anche attraverso un fenomeno non nuovo: il tentativo di persone diverse dall’autore di farlo agire per proprio conto. Ciò è abbastanza normale se i media impiegati sono diversi. È’ piuttosto raro se il medium è uno solo: la narrativa.
Questa sorte è toccata al mio inquisitore Nicolas Eymerich, che già vantava due apocrifi: un romanzo mai pubblicato, Altereymerich, compilato su mio spunto da un gruppo di appartenenti alla mailing list dei lettori più fedeli, e un’antologia di racconti – I segreti di Eymerich, Delos Books, 2003 – frutto di un concorso indetto dal sito Grimalkin, specializzato in giochi
di ruolo. Sono poi reperibili in rete ulteriori apocrifi, per lo più in chiave satirica. Ed ecco questo La Potenza di Eymerich del collettivo Kai Zen, dopo del quale potrei dirmi soddisfatto. Ho avuto in vita la sorte toccata, dopo il decesso, ad autori immensamente più popolari di me, come Ponson du Terrail, Emilio Salgari, Maurice Leblanc, Arthur Conan Doyle, Rex Stout, Ian Fleming e non molti altri. Vi è chi ha ripreso il mio personaggio più noto, quasi fosse indipendente da me, e gli ha fatto vivere nuove avventure. Cosa che tanti scrittori, finché viventi, non accetterebbero mai, e anzi considererebbero un oltraggio. In realtà, il mio caso (per meglio dire: il caso di Eymerich) è molto diverso da quello degli autori che ho elencato. Se la scintilla che è alla base è indubbiamente la fama che si è conquistato il protagonista di otto dei miei romanzi – e presto di un nono – lo svolgimento successivo ha poco a che fare con le regole del feuilleton e dei suoi derivati, incluso il cinema di genere. Discende piuttosto dal tenermi a contatto con la società in cui vivo, fino a essere io stesso a sollecitare la proliferazione di apocrifi. Mi spiego. L’esistenza di Internet può facilmente paragonarsi, ai miei occhi, al passaggio dal manoscritto alla stampa. In quella fase storica, l’unicità o l’esistenza in poche copie di un originale andò perduta. Le opere di un autore prima misconosciuto ai più poterono moltiplicarsi in tutto il mondo civile, e apparire, sia pure a distanza di tempo, in svariate edizioni e traduzioni. Va da sé che anche i contenuti cambiarono. Ora l’autore scriveva con la consapevolezza che i parti del suo ingegno erano in grado di raggiungere un pubblico vasto e cosmopolita, ancorché minoritario. Si adeguò. Se prima dell’invenzione della stampa il testo poteva toccare solo tematiche destinate a una élite, o addirittura a una singola comunità, adesso era d’obbligo passare ad argomenti di interesse generale, anche al di là delle
frontiere regionali o nazionali. Un bell’incentivo, per chi aveva qualcosa da comunicare. Si passò rapidamente dai codici contenenti solo libri sacri, canti o preghiere, oppure trascrizioni diligenti di opere greche o latine (siano benedetti i benedettini), a un ventaglio tematico molto più largo: filosofia, poesia, narrazioni epiche o leggendarie, scritti profetici, resoconti storici. Furono per la prima volta divulgati contenuti proibiti: esoterici, alchemici, erotici, eretici. Tenere sotto controllo questa letteratura divenne uno dei primi scopi dell’Inquisizione.
Non seguirò il processo dell’allargamento progressivo della fascia dei lettori, legato non solo al grado di alfabetizzazione, ma anche al raffinarsi e allo sveltirsi dei processi di stampa. Sostanzialmente, si trattò dell’espansione nei secoli di tendenze già attive in età medievale, e di un’evoluzione tecnica dagli immediati risvolti sociali. L’unica vera accelerazione si ebbe con il romanzo d’appendice che, attraverso la lettura collettiva(con i portinai che leggevano le puntate de I misteri di Parigi al condominio riunito; come sarebbe successo, meno di un secolo dopo, ai primi utenti televisivi radunati al bar), democratizzò
enormemente la fruizione letteraria. Per capire quanto ciò fosse legato al perfezionamento del medium, basta leggere Illusioni perdute di Balzac, che quei processi analizza con straordinaria perspicacia. Il quadro cambia radicalmente solo con l’avvento di Internet, paragonabile, per portata storica, al passaggio dal manoscritto alla stampa. Siamo ancora nel mezzo del processo ed è difficile scorgerne tutte le evoluzioni. Difficile soprattutto per gli editori, che, con la goffa scommessa sui cosiddetti “e-books”, hanno per un attimo cercato di mantenere l’antica priorità in nuovi abiti. Senza considerare che ogni cambiamento di portata così ampia del comunicare investe necessariamente aspetti contenutistici (solo un pazzo leggerebbe on line il “Don Chisciotte”: sarebbe come leggerlo da un televisore), ruolo dell’autore, modalità di fruizione.
Ciò che si è anzitutto ampliato enormemente è il bacino degli utenti, sia in qualità di lettori passivi che di creatori (o anche rielaboratori) attivi. Lo scrittore dotato di cervello sa che non deve temere questo fenomeno, né che testi suoi circolino in maniera selvaggia. Come la televisione non abolì il cinema, né tantomeno la radio, così la dimensione web non intacca per nulla la quota di diritti spettanti all’autore di un libro cartaceo. Al contrario, la dilata. Tanto che, se ha un alleato fedele, quello è proprio la “pirateria”. Con buona pace dello scrittore imbecille che, da un anno in qua (2004 N.d.KZ), ha messo la propria immagine al servizio di una campagna contro le contraffazioni cinematografiche.
Ma lasciamo perdere gente del genere. Sta di fatto che, a mio parere, chiunque scriva deve tenere presente il nuovo assetto mediatico che si sta profilando. L’opera cui ha dato vita, nell’immediato futuro, non sarà soltanto sua. I personaggi che ha creato potranno finire in mani altrui. Che problema c’è? Emilio Salgari non fu affatto danneggiato dai figli Omar e Nadir, che ne seguirono le tracce. Non è difficile riconoscere l’unicità di uno stile. Se poi Sandokan o il Corsaro Nero passano ad altri, be’, per l’autore è un segno solo confortante. Nella peggiore delle ipotesi, dovrà lottare per rendere le proprie creature ancor più singolari e ancor più vincolate all’identità di chi, per primo, le ha fatte vivere. Un sfida magnifica e stimolante, in tempi di Internet. Tutto ciò per dire che apprezzo enormemente questo La Potenza di Eynerich, frutto di una sfida in rete lanciata dal collettivo letterario Kai Zen, e ripresa da un gruppo di autori che hanno deciso di chiamarsi “Emerson Krott”. Non so in quale misura il loro Eymerich somigli al mio (lo decideranno i lettori).
Certo è che “Emerson Krott”, singolare parto di un web usato al meglio, ha saputo riprendere con bravura una delle idee di fondo che ispiravano il mio ciclo sul terribile inquisitore: fare riemergere in ambito letterario, sotto le mentite spoglie del romanzo “di genere”, i temi di portata sociale, politica, economica che la narrativa corrente trascura.
Kai Zen ed Emerson Krott hanno, secondo me, raggiunto lo scopo. Preso atto di questo, la somiglianza del loro Eymerich al mio risulta irrilevante. Il mio auspicio è che, grazie a Internet, cento Eymerich sboccino, cento visioni critiche del presente gareggino. Ogni passo in questa direzione lo sentirò come mio, alla faccia del diritto d’autore.


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