Acque minerali

C’era una signora anziana ferma sul pianerottolo, a metà dei suoi tre piani di salita per arrivare davanti alla porta di casa. bottlesSconvolta dalla fatica, le mani gonfie e rosse, e rigate in orizzontale a metà delle falangi. Due pacchi da sei bottiglie di plastica da due litri di acqua minerale ciascuno ai suoi piedi. Stavo scendendo e ho colto subito l’occasione per ripulirmi un poco della coltre apatica tipica di queste parti, offrendo il mio aiuto per il tragitto restante. Da buona Giovane Marmotta ho sorriso e mi sono avviato con le due pesantissime confezioni. Ho ritenuto però che la signora meritasse anche una delicata ma ficcante ramanzina. Così, giusto per puntualizzare.
‘Signora, è una pazzia avventurarsi in acquisti del genere. Di acqua poi… ne ha quanto ne vuole dal rubinetto.’
‘Parli facile tu, io sono in cura. Non posso bere quell’acqua.’
‘E’ acqua del rubinetto, la cosa più normale che ci sia. Ed è buonissima, lo dicono tutti i controlli. Non la usa per cucinare?’
‘La uso, la uso. Ma mia nuora per il figlio piccolo non si fida. Scalda l’acqua minerale, scalda.’
Sarà colpa del rincitrullimento generale subito dagli italici a causa del marketing d’assalto delle compagnie che fanno i soldi con le acque? Altrimenti è follia pura. Arrivo sulla porta di casa della signora.
‘Comunque, mi dia retta. Usi l’acqua del rubinetto. Al massimo si prenda una di quelle brocche con il filtro per la pulizia del calcare. Non spenda più soldi per questa plastica piena di acqua del rubinetto… sciacquata.’
‘Parli facile tu. E grazie per l’aiuto.’
C’è qualcosa che non funziona. L’acqua adatta allo sport, l’acqua per ringiovanire, quella per stare a dieta, per pisciare meglio… Certo, il mercato può fare quello che vuole e proporre amenità di ogni tipo, liberissimo, ma ci si aspetta che la gente non ci caschi sempre. Sono affascinanti in un certo senso questi prodotti ‘inventati’ che diventano veri bisogni collettivi. Un fascino perverso, da stratega della comunicazione, buono però solo per alimentare i superego del circolo dei pubblicitari e per ingrassare chi è già pieno di soldi da scoppiare. Ma tutto quel PET in giro in effetti ha rotto i coglioni. Così come i chilometri di trasporto necessari per portarlo al negozio sotto casa. Erano meglio allora gli Ape Piaggio stracarichi di cassette di bottoglie di vetro da sei, i riccioloni dall’accento del sud che suonavano i citofoni, i rifornimenti settimanali che qualche benestante si permetteva di fare. Ma a quei tempi si poteva ancora prendere un bicchiere da una credenza, girarsi e aprire il rubinetto per versarci un pò d’acqua senza venire placcati e atterrati prima di riuscirci, come in una partita di rugby, da chi ti sta intorno. Avete mai provato? La settimana scorsa, in visita da conoscenti.
L’uomo alla credenza sono io.
Sto per aprire il rubinetto, quando un urlo improvviso e raggelante squarcia l’ovatta di una serata Johnny Cash e tabacco impreziosito. Tipo ‘Joooooooosh’ di The blair witch project.
‘Cosa stai facendo?!’
‘Bevo.’
‘Acqua del rubinetto?’
Sembra che qualche spacciatore del grottesco si stia divertendo a rendermi la vita difficile nei ultimi tempi. ‘Sì, perchè? …Posso?’
‘Scusa, prendi la bottiglia nel frigo, o quella dietro di te, a temperatura ambiente.’
‘Va bene questa, tranquilli.’
‘Ma non c’ha un sapore strano?’
Di… acqua.’
‘Sì, ma assaggiane dopo un bicchiere di quella in bottiglia. Senti che differenza.’
Poi, visto che da Obama in poi la coscienza della gente sembra in parte rinata, abbiamo convenuto che in effetti tutta quest’acqua in bottiglie di plastica è una cosa sbagliata. Ma che comunque è difficile cambiare le abitudini. Che poi fino a vent’anni fa manco ce l’avevamo, questa abitudine. Il maledetto marketing d’assalto dei pubblicitari… Una situazione di stallo, insomma. Molto italica. Un pò come essere battezzati con la Chiesa Cattolica. Molti non credono, o comunque non sono interessati. Ma è scomodo poi togliersi dalle liste dei possibili ’salvati’. Metti caso poi un domani possa servire? Tipo: ‘Allora, tutti i battezzati e quelli a posto coi documenti cattolici da questa parte, entrate subito dopo la registrazione, gli altri be’… da questa parte, intanto. Poi vediamo cosa si può fare per pescarne una manciata e consegnare agli inferi il resto. Ma perchè vi siete sbattezzati, scusate?’
L’acqua santa in effetti è un tipo di acqua che non rientra nelle categorie sopra elencate, ora che ci penso. Credo si tratti di acqua del rubinetto, con rispetto parlando. Non è da escludere però che la Nestlè o la Danone non stiano provando a rincitrullire anche questa fetta di mercato. Il problema è che non va proprio a mille di questi tempi, la religione cattolica, in termini di iscrizioni. Non c’è molta audience. Ci vuole forse aria nuova, chessò un Obama del clero.
Comunque bevete acqua del rubinetto.
Non ci sarebbero nemmeno più gli spot tipo Brio Blu Rocchetta.
Pensate.

Al bar da solo

solo

Mi piace socializzare e sono senza dubbio un ‘animale da gruppo’: chiassoso, guascone, e col gomito ben alzato quando ci vuole. Ma questo non vuol dire che non apprezzi anche una dimensione più pacata e personale del tempo libero. Qui da noi sembra che se fai una cosa da solo, che so andare al cinema, a un concerto, al ristorante, o appunto al bar, vuol dire che sei triste, oppure rattristito da qualcosa. Sembri un poveretto da consolare. O uno sfigato dal quale stare alla larga. Credo sia anche il frutto italico di un’attitudine sociale e culturale senza dubbio allegra e di compagnia – e fin qui va benissimo – ma anche poco attenta alla sfera intellettiva strettamente personale. Il pensare, l’approfondire, il cavarsela da soli. Forse uno dei problemi che hanno contribuito al tracollo italico degli ultimi decenni è proprio questo. Forse dovremmo spendere più tempo con noi stessi e meno con gli amici al bar, con zii e parenti vari, o con Sky. Per esempio, l’altro giorno:

‘Ciao, dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
‘Sì, perchè? Un bicchiere di rosso e mi leggo un pò questo…’
‘Un libro? Al bar?’
Mi guardo intorno, smarrito. ‘Mi stai prendendo in giro?’
‘Ti stavo chiedendo la stessa cosa…’
‘Vabbè, scappo’
‘Alla prossima’

‘Guarda chi ti incontro oggi…’
‘Ciao sderenato’
‘Da quando fai lo scrittore non ti si vede più da ’ste parti’
‘Ma quale scrittore… Non mi si vede perchè sono sepolto di bimbe, altrochè’
‘Dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
Sopracciglia corrucciate. ‘E allora?’
‘No, niente, per sapere. Certo che sei strano… Hai visto la Juve ieri sera?’
‘Ehm, no’
‘Manco il calcio ti guardi più? Te la tiri proprio…’
‘Vai a cagare’
‘Ciao strano, stammi bene. E se ti senti troppo solo al bar fammi un fischio’
Sorrido e saluto. Poi mormoro: ‘Piuttosto attacco bottone con qualche vecchio ubriaco di Campari…’

‘Ciao, quanti siete?’
‘Uno’
‘Cioè, tu più uno?’
‘No, solo io’
‘Ah’
Proseguo verso i tavoli nella sala interna, semi deserta vista la distanza di qualche metro dall’affollatissimo bancone strapieno di stuzzichini per l’aperitivo. Dopo un paio di minuti si avvicina un cameriere.
‘Cosa vi porto?’
‘Per me un bicchiere di rosso fermo, per gli altri clienti non so’
Non coglie l’umorismo asciutto nordeuropeo. ‘Quali altri clienti?’
‘No, scherzavo. Solo un bicchiere di rosso, grazie’
‘Sei solo?’
Inizio a sentirmi infastidito. ‘Sì’
‘Guarda che il maxi schermo lo accendiamo solo con la Serie A Tim’
‘Davvero? E come faccio io adesso…’
‘Vuoi che chiedo al titolare? Su Milan Channel ci sarà qualche servizio sugli allenamenti a Milanello, qualcosa…’
‘Ti ringrazio, ma lascia stare. Leggerò il mio libro.’
‘Al bar?’
‘Non vedo cartelli di divieto…’
‘Sì, ma è strano, no?’
‘Dici?’
Intanto gli si avvicina un cliente. ‘Franco, hai rotto i coglioni con ’sto Enalotto. Mi devi cacare la fresca se vuoi giocare anche ’sta settimana. Subito. Anzi, mò’
‘Arrivo, arrivo..’
‘Vai, vai’
‘Rosso frizzante, allora?’
‘No, rosso fermo’
‘Ah, giusto’

NON

Cosa NON fare quando diventi genitore (specialmente se babbo):

1- praticamente tutto, dovresti astenerti dal fare il 98% delle azioni che stai per intraprendere e che – puntuali – si riveleranno un’autentica zappa sui piedi. E la zappa sui piedi fa male, si sa. Potrei chiudere qui perchè è davvero tutto, ma volendo snocciolare meglio la questione e dare più importanza a quel 2% circa di cose giuste che un individuo può fare quando diventa genitore (in sostanza alimentare, cambiare pannolini e dispensare amore):

2- NON continuare a svegliarti di notte in preda al panico, pensando che la piccola (o piccolo) girandosi e rigirandosi nella culla non respiri più. Fallo magari una volta, datti subito dello scemo e poi dormi tranquillo. Almeno per questa cosa.

3- NON infilarle subito il sondino nel sedere quando piange come una pazza e ti sembra soffra delle famigerate ‘coliche’. Non fai che peggiorare le cose con tutto quel trambusto, tieni conto che ancora non sai nulla dei bebè. Guardati quando cambi un pannolino: sei quasi ridicolo. Per cui beccati le coliche con religioso spirito di abnegazione, prega che finiscano presto ed eventualmente tira fuori subito il tuo maschile asso nella manica, che ‘domani devo andare al lavoro mentre tu mamma stai a casa con lei… pensaci tu, io vado a dormire sul divano’. Magari se riesci evita di russare a sega elettrica, mentre lei passeggia inviperita avanti e indietro per la camera da letto con la bimba in braccio: in effetti può risultare fastidioso.

4- NON dire che la tua bimba non sta ferma un attimo, osserva tutto con attenzione e non vuole che tu ti sieda mentre la tieni in braccio. Stai dicendo banalità. Tutti i bimbi sono così, nessuno escluso. Mi spiace, forse già pensavi diventasse esploratrice da grande.. più probabile che finisca a vendere telefonini al centro commerciale, ovviamente precaria. A meno che Tremonti…

5- NON obbligare gli amici a vedere tutte le foto che hai fatto a tua figlia. Lasciali scorrere sereni le pagine degli album, è ovvio che tu ti fermeresti a ogni scatto a scrutare sorriso, guanciotte e boccoli, ma a loro francamente interessa poco. Se poi non hanno figli, li stai quasi infastidendo. Torna indietro nel tempo con la mente… due anni prima di avere la piccola: anche tu eri così. Birra, t-shirt di band heavy metal, mostre di Andy Warhol e poco altro captavano il tuo interesse.

6- NON stare incollato alla tua bimba quando la porti ai giardinetti. Che gattoni, cammini già o corra come una pazza, il significato dei giochi ai giardinetti è proprio quello: che gattoni, cammini o corra come una pazza quanto vuole. Afferra la tua nauseabonda protettività e ficcatela… in tasca. Ci sono genitori-ombra dei figli che non solo fanno sorridere nell’osservarli, o a volte proprio schiattare dalle risa, ma spesso contribuiscono alla scarsa sicurezza dei piccoli nei movimenti e nell’intraprendere azioni. E rilassati, cadere a terra succede. Siediti sulla panchina a 10 metri di distanza dai giochi, sì proprio lì accanto a quella mamma carina, e rispolvera le doti di brillante attaccatore di pezza, se ancora ricordi come. Di certo fai meglio così alla tua piccola, lasciandola respirare per qualche istante, piuttosto che starle appiccicato addosso anche ai giardini.

7- NON verstirla troppo o troppo poco. Ti basta fare un paio di considerazioni, una semplicissima: i bimbi sono come i grandi, solo in miniatura. Sono umani. Non possono avere freddo quando ci sono 30 gradi e 80% di umidità. Non farti tirar dentro da mamma, nonna, nonno e compagnia bella. Valuta tu, sei stai grondando di caldo, avrà caldo anche lui. Se hai freddo, coprilo bene e considera che – se ancora bebè – non muovendosi molto si scalda meno di te. Ma non ti spaventare per mani o piedini ghiacciati: è l’inverno, amico.

8- NON perdere la ragione quando la tua erede ha tosse, raffreddore, febbre. Io purtroppo l’ho persa anni fa e adesso è troppo tardi per recuperare. Mi è rimasto solo di fare post ironici su kaizenology senza uno straccio di credibilità, visto che tutti i NON di cui sopra me li sono sparati tutti. Uno dopo l’altro, anche più alla volta.

Lo scrivo per te, internauta di sesso maschile. Per il tuo bene di babbo e uomo. Non fare l’eroe. Non provare a sostituirti al ruolo materno. Sì, sarà anche moderno come atteggiamento ma non paga affatto. Esci dal vortice. Accontentati dei servizi generali. Alla fine è molto meglio così, credimi. Così come è meglio, in Italia oggi, essere un dipendente e il più anonimo e insignificante possibile, piuttosto che avere una ditta propria. Non essere ossessivo con tua figlia (o figlio). Pensa al quintogenito di una famiglia di Accra, Ghana: avrà le stesse attenzioni che ha la tua principessa? La stessa montagna di giocattoli rosa? Improbabile. E non sopravvive comunque (se le va bene)? E poi pensa ancora: questa signorina arriverà all’adolescenza e le farà schifo ogni cosa che dirò o farò. Poi crescendo se ne infischierà dei miei consigli e dei miei problemi. E quando da vecchio avrò bisogno di assistenza per pulirmi il sedere, farà di tutto per non esserci. O ci sarà, ma farà sorrisi finti e vaghi cenni col viso alle mie solite battute sul personale della casa di riposo, mentre scrive sms erotici all’amante.

Dammi retta, alimenta, cambia pannolini e dispensa amore. Ma poi stappa una birra e guardati District 9.

Cose fastidiose

imagesIl cesto delle cose fastidiose non manca certo di elementi al suo interno, e uno specialista di ‘fastidio col sorriso sulle labbra’ come il sottoscritto (il prezzo da pagare è la scarsa stabilità comportamentale) lo sa benissimo. Ma ho voluto comunque scavare a mani nude nel cesto e afferrare alcuni esempi di insostenibilità, per mostrarveli orgoglioso. Siete d’accordo? No? Devo smetterla con certe sostanze?

-Automobile di targa tedesca o svizzera parcheggiata alla cazzo per le strade di questa già avvilente città (parlo di Milano, dove lavoro). Adoro l’Europa intera e tutti i suoi figli più o meno legittimi, ma questa cosa mi fa imbestialire. Gente che a casa loro non osa sputacchiare la pellicina del mignolo appena strappata per strada, qui da noi molla il maledetto autoveicolo dove gli pare, marciapiedi e posti in evidente divieto di sosta inclusi. Forti dell’idea western – ormai dilagante – che qui da noi ognuno fa un pò come gli pare, e coscienti che dall’estero difficilmente una multa viene recapitata all’intestatario dell’auto (cosa che ammetto di pensare anch’io quando sono altrove, ma che c’entra? Io sono italiano!), questi simpatici visitatori si sbarazzano in una frazione di secondo della famosa integrità morale mitteleuropea e contribuiscono a rendere le nostre strade ancora più indecenti di quello che sono. Perchè? Che sia un modo per fraternizzare con gli autoctoni? Per sintonizzarsi sulla stessa frequenza? Allora, quali campioni di empatia, che si facciano un pò di cassa integrazione anche loro. E magari una bella fila alla posta. Così, per sentirsi ancor più in armonia con l’Italian way of life.

-Esercente che ti fulmina per un pagamento con banconota dal taglio superiore ai 10 euro. Ecco, ditemi voi. Se il tuo lavoro è vendere unità di prodotto (di qualsiasi tipo), e dopo anni conosci benissimo orari, picchi, flussi, abitudini della clientela ecc.. sarà tua unica responsabilità farti trovare pronto con conio spicciolo per i resti delle transazioni. Anzi, dovresti già preparare mucchietti di monete quale resto già pronto, se vogliamo dirla tutta. Io da buon amministrativo lo farei e mi divertirei un sacco. E’ inutile che ti lamenti, o negoziante. Purtroppo al bancomat dispensano solo banconote da 20, 50 e 100 euro. Ho provato a chiedere spicci, ma non sono previsti. Certo, capisco che la legge delle probabilità e il fato possono essere alquanto insolenti, che certi giorni sembrano esserci solo clienti da ’pezzo da cinquanta’, e magari fuori piove e fa freddo e tutto gira storto. Ma dare il resto fa parte sempre del tuo lavoro. Piuttosto tieniti accanto una boccetta di rum, usufruiscine a intervalli regolari – responsabilmente – e alita addosso al cliente comunque un mezzo sorriso, quando si presenta con un pezzo da venti per una brioche e un caffè. Altrimenti vendi ai cinesi.

-Costi accessori subdoli e nascosti che rendono i voli low cost non più tanto low. Sarà capitato anche a voi di recente: bagaglio a stiva, assicurazione, premio carburante, imbarco con precedenza, costo della transazione per certe carte di credito. E in molti casi si tratta di costi caricati in automatico nel totale: li devi togliere tu, altrimenti li paghi. Onesto, come servizio. Non sanno più cosa inventarsi per bastonare il cliente, fino a poco prima estasiato dall’invito della bella biondina che vive a Tallin (non sa ancora che stava scherzando) e contento delle tariffe a tratta abbordabili trovate in rete. E la situazione sembra peggiorare di stagione in stagione: presto ci sarà un costo extra se porti gli stivali di pelle e non le espadrillas, per questioni di peso. Oppure si pagherà una soprattassa se più alti di 1,75. In questo ultimo caso però devo ammettere che mi piacerebbe quasi pagarla…

-Locali con musica dal vivo che presentano colonne davanti al palco. Mi è capitato di recente: posto piuttosto ampio, insonorizzato, ben fornito di tavolini e sedie, soffitto alto. Okay, il solito unico barista con una trentina di personaggi sparsi lungo il bancone, sventolanti banconote per attirare l’attenzione e ordinare prima degli altri, ma siamo in Italia: sarà sempre così in qualsiasi locale. O bevi alle 20:30 quando non c’è ancora nessuno, o alle 2:40 quando sono già tutti ubriachi. Oppure bevi acqua del rubinetto del bagno (consigliato) o boccette di rum o vodka debitamente riempite a casa prima di uscire (vivamente consigliato). Ebbene il locale annoverava ben tre colonne – sì, di poco spessore, ma pur sempre tre colonne - a coprire in parte la visuale del palco. Ovvio, dietro la loro linea d’ombra il vuoto assoluto: non un tavolo, non un avventore, se non io, sfigatissimo, con birra in mano e ogni spazio attorno occupato da umani. Anzi, italici. Capisco gli obblighi architettonici, ma allora forse era meglio fare del luogo un minimarket? Un centro massaggi? Anche perchè le colonne erano solo maledettamente davanti al palco, in nessun altro posto del locale. Piazzare magari il palco dalla parte opposta? O sostituire le colonne con altre nuove fatte plexiglass, magari deformante? Altrimenti propongo di far diventare quel locale la sede stabile dei concerti di chessò, Antonacci o Grignani, togliendoceli dai piedi una volta per tutte.

Dutch-Italians do it better

Per far simpatia a qualche navigatrice e navigatore di kaizenology, vi propongo una serie di sketch su alcune mie italia olandaquotidiane situazioni familiari e sulle possibili due vie ‘nazionali’ percorribili per viverle (quella italica, rappresentata dall’orgoglioso sottoscritto, e quella neerlandese della mia compagna). Credo sia piuttosto divertente, e volutamente esagerato. Forse.

Rientro a casa dall’ufficio e dialogo sulla cena

All’italiana:

-Buonasera! Bacio a tutte… C’è pane?
-Ehm… no. O forse in freezer, non ho guardato
-Ecco, siamo alle solite. Sai bene che io voglio sempre il pane ma non controlli mai che ci sia… E cosa si mangia per cena?
-Un antipasto veloce, due primi, un secondo con doppio contorno, tavoliere di formaggi, affettati vari, frutta di stagione e dolce
-Solo?
-Non ho avuto molto tempo oggi
-Ti ho detto mille volte che il mangiare viene prima di tutto. Poi l’educazione dei figli, e tutto il resto – rispetto per il prossimo e stronzate varie – dopo. Ma prima il mangiare. E il pane.
-Ma non era più importante stirare, in classifica?
-Cosa, del pane?
-No, del mangiare
-Ti ripeto la lista per l’ultima volta. Segnatela, per favore: il pane a tavola, stirare (tutto, anche i calzini), mangiare tanto e bene, l’educazione dei figli, e silenzio quando ci sono i gol alla tele. Poi tutto il resto.

All’olandese:

-Buonasera! Bacio a tutte… Che si mangia per cena?
-Perchè, si mangia?
-Almeno le bimbe…
-Hanno già mangiato a pranzo, dalla nonna (italiana, nda)
-Be’, io mi apro una birra… a proposito, dove sono le piccole?
-Boh.. di là?
Sguardo latino incazzato:
-Non esagerare con il nordeuropeismo, per favore
-Mi fai fare un sorso di birra?
-Hai passato l’aspirapolvere oggi?
-Perchè dovrei? Poi si risporca. Puliamo appena prima della fine dei tempi
Risata condivisa.
-Ridammi la birra, và…
-Ma chi è che sta oscillando,  fuori dalla finestra della stanza delle bimbe?
-COSA?!
-Cazzo, è la piccola! La grande la sta tenendo per una gamba, sospesa in aria
-Fai fare un sorso che vado a vedere, và
-Non si può mai stare in pace…

***

Discussione. Punti di vista differenti

All’italiana:

-Ma come si fa a dire una stronzata simile?
-Non ce la faccio più con te
-Lo vedi? Dici solo cose non vere, cambi la realtà per i tuoi comodi
-Lasciami parlare
-Ancora? Parli sempre tu! Ascolta invece
-LA LA LA LA LA LAAAAA
-Finiscila di fare la bambina. Togli le dita dalle orecchie e ascolta
-Maledetto il giorno in cui ho decido di trasferirmi qui
-Te lo giuro sui miei figli!
-Cosa?
-Non so, ma giurare sui figli mi piace un casino. Molto mediterraneo, no?
-In effetti in Olanda non giuriamo mai sui figli
 -Ecco vedi, non ve ne frega niente
-Dei figli?
-E di giurare
-Ma stai zitto. Sai invece cosa ti dico io? Che quando…
-LA LA LA LA LA LAAAAAAAAA

All’olandese:

-Trovo che tu non abbia ragione, in questo caso
-Bene
-In che senso?
-Capisco. E’ ragionevole che tu la pensi così
-E quindi?
-Oh, tutte queste domande… sei troppo latino 
-Scusa l’emotività… allora, come facciamo se non siamo d’accordo?
-Troviamo una soluzione, direi. In modo normale, compassato, ragionevole
-Cioè?
-Che ne so, pensaci tu. Io ora vado su Skype che mi aspetta mia sorella dall’Olanda
-Oh no… Vorrei segnalarti che è il terzo portatile che male utilizzi e infine rompi. A mie spese.
-Me ne duole. Posso ricompensare in qualche modo?
-Sì, sesso
-D’accordo. A che ora?
-Facciamo tra 35 minuti?
-Un momento… se facessimo tra 45 minuti?
-Non vorrei poi addormentarmi troppo tardi
-Forse hai ragione. Spostiamo il sesso a domani
-Bene
-D’accordo
-Ottimo
-Perfetto
***

Organizzazione delle vacanze estive

All’italiana:

-Hai preso la scopina per togliere sabbia e fili d’erba dall’interno della tenda?
-Presa, ma mi sembra esagerata come cosa
-Sarebbe esagerato se portassi il decoder sky in campeggio, ma voglio farti contenta questa volta, amore
-Uuh, che brivido! Andare in vacanza così, all’avventuriera
-Mi stai prendendo in giro?
-Mi chiedo solo perchè hai comprato la bussola e la borraccia da Decathlon…
-E se ci perdiamo nel mezzo della Corsica? Ho sentito che manco hanno l’elettricità in qualche villaggio
-Ti confondi col Borneo, dove volevamo andare l’anno scorso
-Poi abbiamo optato per Djerba. Mi sa che abbiamo fatto bene
-Sì. Abbiamo anche vinto il premio ‘Coppia più fashion’ del villaggio vacanze… o era ‘Coppia più ugual vestita’?
-Io non ricordo di nessun premio
-Ci credo, hai fatto due settimane al campo di calcetto, in pratica
-Be’ tu hai chiesto per due settimane intere al belloccio delle immersioni di aggiustarti la maledetta bombola sulla schiena, in pratica. E sposta il bikini di qui, e prova così, e vieni con me dietro che la smontiamo…
-Non è vero. Vabbè, vado a finire le valigie. Frac e vestito da sera ci serviranno?

All’olandese:

-Che dici, portiamo dietro anche le patate?
-Non ti sembra esagerato, amore?
-Perchè? Ho sentito che in Provenza le patate costano un sacco. E queste mi vanno a male, se le lascio qui…
-Come vuoi. Ma mangeremo spesso fuori di sera, no?
-Basta che non andiamo a fare caciara al bar del campeggio. Io voglio quiete. Libri. Una lucina accesa. Una coperta per terra con sopra una baguette tagliata. Una bottiglia di rosè. Cose pittoresche.
-E se ci scappa da discutere?
-Neanche per sogno; in tenda si sente tutto. Porterò due bloc notes, discuteremo scrivendo
-Dici? Sarà… Crema protezione 50 va bene?
-Un pò pochino… ma tanto staremo all’ombra tutto il tempo, no?
-Veramente io volevo il sole…
-Ts, questi latini… il sole fa male alla pelle, il mare fa male ai capelli, la sabbia al sedere e la confusione allo spirito. Dammi retta, stiamocene tutto il tempo attorno alla tenda. Sdraio, lettura, verdura cruda da sgranocchiare…
-Sono tutto un fremito di eccitazione 

DTC

trafficCi sono giusto un paio di cosucce da aggiustare in Italia, nonostante l’apprezzabile slancio di qualche ottimista. Poca roba. Niente di serio: economia, lavoro, giustizia, istruzione, trasporti, comunicazioni, convivenza, qualità della vita… Forse sarebbe sufficiente causare una sorta di reazione a catena, un ‘effetto domino’ sul territorio italico e dentro le singole teste degli intestatari dei prestigiosi passaporti tricolore: un cambiamento che ne comporta un altro, che ne determina un altro ancora e così via. Io un’ideuzza ce l’avrei, e secondo me è proprio quello che ci vorrebbe per cominciare la svolta: sospensione concordata dell’istutito giuridico della Democrazia per un lasso di tempo da decidere e istituzione di una provvisoria Dittatura del Traffico Civile (DTC).

Mi spiego meglio (perchè ce n’è bisogno). In strada e sui marciapiedi noi simpatici connazionali – in media – diamo il peggio di noi stessi. Non sono l’unico a pensarlo, di certo sono uno dei tanti a viverne il conseguente disagio quotidiano: in altre parole, mi incazzo come una bestia per lo schifo che vedo in giro. E non parlo di cartacce o chissà quale altro rifiuto. Certo, ricordiamo tutti bene Napoli e le montagne di pattume, ma il vero problema, qui da noi, non è la monnezza  ma la totale inciviltà, strafottenza e impunità di chi guida, sosta, parcheggia, passeggia con cani ecc… A confronto, la ’strada’ come luogo di vita, in un paese come l’India, è molto più rispettata che da noi. Qui la strada non è che un fastidioso lembo di asfalto da calcare con arroganza e rozze maniere, per giungere al più presto all’adorata casa signorile nel quartiere residenziale (regaluccio di mamma e papà, che ormai ti sei fatto grande, o frutto di tanto bel lavoro in nero) o al ristorante dove tutti ci aspettano per una robusta magnata alla faccia di chi ci vuole male. E in fretta, possibilmente. Tentando di non sporcare – figuriamoci sfiorare o, ORRORE, gibollare in malo modo – la bmw o audi ultimo modello incollata sotto il culo. Il resto non conta. Basta leggere ogni giorno sui giornali del pedone maciullato di turno, o della strage tra le lamiere, per capire dove porta questa mentalità. Tanto ’sti criminali non faranno un giorno di galera, cosa credete? Ci sarà il Taormina della circostanza a connettere tra loro articoli e commi dei codici di diritto penale, a rincoglionire gli interlocutori e a permettere al biondo rampollo o allo svitato operaio strafatto di bamba di tornarsene a casuccia quanto prima.

E allora? Come posso io attraversare la strada senza rischiare di morire? Girare in bicicletta senza essere spalmato sull’autobus arancione accanto? Trovare strisce pedonali libere e utilizzabili, senza maledette auto in sosta o scooter in attesa di scattare come molle al verde? Passeggiare sereno senza dover schivare a pelo merde di cane e vecchi monitor di computer abbandonati? E soprattutto, siamo un paese civile (dai, non ridete… ci sto provando almeno) oppure facciamo schifo?

Al momento facciamo schifo, e parecchio. E in questi casi, di solito, per invertire la tendenza non bastano incoraggiamenti, discussioni stimolanti e blandi rimproveri. Serve il bastone. E direttamente sulla carrozzeria. Io partirei da lì, e solo in parte per scherzo: riconoscimento di uno stato di emergenza nazionale, elezione di un nuovo Governo NON rappresentativo (altrimenti ‘io voglio quel dicastero lì, a te questo dicastero qui’, e arrivederci), ministri sconosciuti e dalle facce cattive, pioggia di avvertimenti alla popolazione tramite i media già da un paio di mesi prima: è finita la pacchia, da domani si insedia un regime inflessibile proprio a partire dalla circolazione e dal traffico. Seguiranno fisco, meritocrazia, lotta alla criminalità e quan’altro. Ma prima civiltà sulle strade. Siete avvisati.

Ovviamente il 98% degli italici si farebbe una grassa risata, spegnerebbe il display tv in dotazione e sgommerebbe via con il SUV dai vetri scuri ad alta velocità, ritrovandosi però d’improvviso davanti al parabrezza sacchi di riso e travi di ferro con filo spinato a sbarragli la strada. DTC point: il pugno di ferro governativo. Mezzo requisito all’istante. Un mese di San Vittore, reparto immigrati clandestini sfruttati da imprenditore brillante. Aggravante SUV (che dà obiettivamente fastidio). Auguri.

 Telecamere piazzate ovunque (bada ben, solo per controllare il traffico, per cui voi ragazzi che vi stare rollando un sacrosanto joint, continuate pure), autovelox come se piovesse, vigili o poliziotti che si rifiutano di usare il pugno di ferro per non mancare di rispetto a chissà chi sostituiti all’istante – che la coda di volontari scalpitanti è lunga, ovviamente ronde DTC diurne e notturne: potevano mancare? No. E allora divisa scura, anfibi, walkie talkie, spranga e punteruolo in dotazione. E via per le strade. Parcheggio selvaggio? Sprangata ai fari. Ti fermi al semaforo sulle strisce e non, come ogni persona civile, prima? Punteruolo sulla fiancata. Subito. Senza ma, senza se. Dittatura, appunto.

Sì, già vi sento rumoreggiare, difensori del libero arbitrio, del dialogo, del preservamento della proprietà privata, voi detrattori del totalitarismo. Avete ragione, ma non qui e non ora. Voi vivete in Francia, in Brasile, in Lituania. Che ne sapete voi. Qui è l’Italia. La gente non capisce. No, meglio: la gente non punisce. Non viene punita. Anzi, la furbizia è modello di successo. Dagli scugnizzi del Regno delle Due Sicilie ai giorni nostri: pari pari. Solo che allora la furbizia, il sapersela cavare, erano spesso l’unico mezzo di sostentamento.

Datemi retta, Dittatura del Traffico Civile. DTC. Dodici mesi possono bastare, poi, piano piano, di nuovo la democrazia. Piano piano, però. E tenendo sempre il bastone accanto alla carota, almeno per qualche annetto. In seguito tutti capiranno, tutti saranno d’accordo. Dopotutto, non siamo così male noi italici. Vedi legge sul fumo, vedi qualità del cibo, vedi longevità, vedi stile, vedi senso estetico; è che siamo pigri in certe cose, non abbiamo lo slancio. E abbiamo sempre un modello, quel modello insopportabile: furbo = vincente. Non lo si scardina a parole. Ci vogliono vent’anni di televisione decente per farlo, ma non abbiamo più tempo. E allora spranga e punteruolo.

Sulla carrozzeria, intendo.

Straordinario

In un tempo pieno zeppo di personaggi e artisti ’straordinari’, schiavo dell’evento ’speciale’  e trainato alla cieca dal motto ‘diventa qualcuno anche tu (prima che sia troppo tardi)’, rivendico la bellezza di un’esistenza normale e lo status privilegiato di fruitore libero. No, non ho esagerato con l’aerosol in questi giorni per piegare una sinusite che mi impedisce di sentire odori e assaporare cibi. O meglio, ho esagerato sì per recuperare SUBITO due dei pochi elementi che mi tengono ancorato al suolo italico – l’olfatto e il gusto – ma non ho usato sostanze psicotrope. Dico, altre rispetto alle solite.

Parlo invece di una tendenza in continuo aumento: la sopravvalutazione artistica. Libri scarsi che diventano casi letterari, film mediocri osannati dal Vincenzo Mollica di turno (ma l’avete mai sentito non dico fare una mezza critica a un lavoro appena uscito, ci mancherebbe, ma formulare una semplice domanda vera?), dischi brutti usciti solo per sfruttare nome e popolarità dell’artista che ci mette la firma. Lo so, ho scoperto l’acqua calda. Ma secondo me la tendenza – oltre che per ovvi interessi commerciali – parte da una questione di fondo: ’sta vita è una faticaccia, riempiamola di paroloni e dimentichiamocela con questa musica che DEVE piacerci, queste immagini che ci faranno sognare, questa evocazione che ci salverà. Eleviamoci. Per forza.

Ma perchè? è così bello non essere speciali, l’ha scritto e cantato anche un sarcastico Thom Yorke in ‘Creep’: lasciamo gli speciali ingozzarsi di ponch andato a male al party della nuova firma della moda, i critici parlarsi addosso e spendere termini e paragoni ridicoli per presentare questo o quel lavoro. Invece spariamo (nel senso di sparire) nella normalità. Godiamoci davvero la vita. Sarà mica vita quella di David Beckham? Non può scapperarsi in santa pace senza che the Sun sbatta in prima pagina il suo indice che forza la narice, in modo così poco glamour. Baglioni se non è splendido e biancovestito non può nemmeno scendere a prendere due sfilatini e un litro di latte. Scamarcio, poveraccio, dovrà posare tutto il giorno per foto al cellulare con ragazzine cicciottelle dalla manicure perfetta e un grammo di materia grigia. Il suo agente dice che deve farlo per forza. Da lì la sua famosa espressione a metà tra l’incazzato e il tonto, credo.

Detto fra di noi, cazzi loro. Ci sarà pure un rovescio della medaglia per i soldi facili e il successo… A oguno il suo. Io non posso permettermi ville al mare, ma mi sdraio al parco a petto nudo con due figlie che mi saltano addosso, ridendo, mi vesto con quello che capita, il mio cellulare non suona mai, posso prendere per il culo chiunque e quando mi va. Posso prendermi un film o un disco o un libro, gustarmeli, e dire alla fine se mi è piaciuto o meno. Impegnare qualche ora libera nella fruizione di un lavoro creativo. Così, in modo normale e libero. Non ho bisogno di essere speciale, di saltare sul treno del nuovo trend, di coltivare anch’io una vena artistica, di produrre opere in serie. Non necessariamente, intendo. Non vi vengo a raccontare la storia che aborro soldi e fama: ho superato anche quella fase. Ma bisogna avere buon senso e capire quando è il tempo di cambiare aria, pratica in sostanza inesistente in suolo italico. Con i Kai Zen stiamo facendo cose interessanti, ma non è detto che saremo in grado di farne ancora. Magari un giorno smetteremo di scrivere e apriremo una gelateria virtuale. Idea grandiosa. Pensateci: non vi colerebbe manco un goccio di appiccicoso gelato addosso.

E poi chi l’ha detto che un musicista che ha fatto un bel disco una volta sia capace di farne altri? Anzi, statisticamente è molto difficile. Io proporrei una legge che impone UN solo disco (o libro o film) a persona, poi spazio agli altri. Troppo estremo? Forse, d’altronde la quantità di download gratuiti di musica oggi avvicina alla realtà anche un altro concetto estremo e, secondo me, perfettamente funzionante: l’accesso alla musica registrata, al supporto musicale, è gratuito per tutti, la differenza la fa la musica suonata. Chi è bravo farà concerti e la gente lo andrà a vedere. Chi è una chiavica se ne sta a casa. E lascia posto agli altri! é fondamentale questo concetto: lasciare spazio e attenzione agli altri, in un mondo già così complesso. A me di un nuovo disco mediocre dei Negramaro non frega niente, quando ci sono i Calibro 35 che spaccano e meritano spazio.

Dovremmo vivere tutti in una Repubblica del Fruitore: gli artisti sono lavoratori al servizio del cittadino, chi è bravo si prende stima e applausi, chi non lo è può cambiare professione: forse farà meglio come giardiniere. Il difficile è, obiettivamente, valutare le opere per quello che sono e non per chi le ha composte. Ecco perchè suggerisco la legge del ‘non più di uno’, oppure uno stratagemma per il quale il nome dell’autore è sempre diverso e non identificabile. Sarebbe un esperimento carino, tra l’altro: ve li immaginate fior di esperti esaltarsi per uno sconosciuto brutto e zozzone e bocciare con veemenza qualche intoccabile? Sabotaggio del sistema molto interessante. Ma forse basterebbe anche solo dare meno potere alle parole spese, sopravvalutare meno. Come dicevo prima. Basta paroloni, basta cose ’straordinarie’, basta monografie ridicole, speciali televisivi, interviste, approfondimenti. A me di chi ha fatto una determinata opera non interessa molto, e comunque è molto più importante l’opera stessa. Possibile che non siamo in grado di spezzare questo circolo vizioso? Ragazzi miei, se ogni recitazione o brano musicale è ‘bellissimo’ e ’indimenticabile’, alla fine perde valore il termine stesso e bisognerà inventarne di nuovi, ancora più esagerati. Fino a quando scoppierà il vocabolario.

Non che da noi lo usino in molti, devo ammettere.

Fossi per il lungo

imagesSarà che di candeline da infilare sulla torta non ce ne stanno più, senza che così affollata e piena di lucine la stessa non sembri più un altare per devoti che un semplice dolce. Saranno forse i figli e l’essere genitore, quel temibile – ma salutare – ‘passaggio di consegne’ che in qualche modo accade davvero. Saranno la pancetta da impiegato e le sbronze sempre meno frequenti e più difficili da smaltire, la comodità di liquidare fatti e persone invece che provare a conoscerle, il potere della nostalgia che come ben sappiamo è canaglia, o chissà cos’altro. Ma con il passare del tempo anche gli individui più duri e puri – tra cui il sottoscritto, i più alternativi, i più gggiovani, i più relativisti di questo mondo si piegano al popolare detto:  ’Non ci sono più i xxxx di una volta’ (sostituire le x con ciò che si preferisce).

Lo sento dire ovunque, sempre più spesso, nelle varianti ‘I nostri sì che erano xxxx, mica questi di oggi’, ‘Ah, quando ero giovane io…’, fino all’indimenticabile: ‘Quando avevo la tua età, saltavo i fossi per il lungo’. Meraviglia. L’ho sentita così spesso, al Circolo Cairoli o al San Clemente di Sesto, quando vecchietti avvinazzati ci cedevano a malavoglia il tavolo da biliardo, borbottando cose simili. O quando i lavoratori della Falck a fine turno, seduti in bicicletta nella nebbia, vestiti di tute blu e con le scarpe vecchie avvolte da sacchetti di plastica, in pure stile Fantozzi, ci incrociavano per strada e ci prendevano in giro per i vestiti neri e i capelli conciati come i Mohicani. E la sento anche oggi, quando tra amici si sfoglia una rivista musicale e non ci si raccapezza più tra le band in circolazione. O quando l’operatore Wind  – precario e sfruttato - ci fa incazzare. O sfottendo i giovinastri che si trascinano per strada, con i loro jeans tirati fin sotto le chiappe e le mutande Calvin Klein in bella vista.

Eppure sembra ieri, di sentire i ‘grandi’ ripetere le stesse noiosissime cose, e noi ad accusarli di pensare in modo vecchio, di agire in modo vecchio. Di essere vecchi. Ma oggi siamo qui a sostenere la medesima teoria, dubbia e non dimostrabile: una volta le cose erano meglio. La musica era meglio, le donne erano meglio, il lavoro era meglio ecc… Ma siamo sicuri?

No. Anzi, se vogliamo parlare di statistica, tempi di Usain Bolt o di Michael Phelps alla mano, con il passare del tempo le cose generalmente migliorano. E la società cambia. Nel nostro tempo, Guantanamo e Abu Ghraib giustamente ci indignano. Qualcuno potrebbe addirittura dire: ‘Ah, ai miei tempi le torture erano molto meglio’. Ecco, appunto. Ai nostri tempi le porcate venivano a galla di rado, altrimenti chissà. Ma è soprattutto nel mondo delle arti e dell’intrattenimento che si rischiano le patacche più grosse: la musica di oggi fa schifo. I balli di oggi fanno schifo. I film di oggi fanno schifo. E così via. Certo, se è vero che per forza di cose – a umanità stabile, cioè senza upgrade di materia grigia - le arti e i piaceri sono stati più o meno tutti provati, sviluppati, mescolati, il concetto che ci frega è quello del ‘nostro tempo’.

Da giovani, in adolescenza, duranti i vent’anni - e qui in Italia avanti fino ai quaranta - tutto è bellissimo, è troppo figo, ci fa sognare, fare pazzie, cantare a petto nudo davanti allo specchio, pogare addosso alla sorellina inerme. Perchè è il nostro tempo, quasi non importa la qualità di ciò che ci piace, in verità. Io ho ancora a casa l’LP ‘Make it big’ degli Wham! e lo adoro! Vogliamo parlarne? Io, cresciuto a pane, dialettica e Napalm Death? Io, che ritengo Ciprì e Maresco registi di sistema e Sasha Baron Cohen un innocuo giullare? Eppure potrei cantarvi ‘Wake me up before you go-go’ anche adesso, e anche ‘Wild boys’, prima che quello scombinato di Enzo Braschi mi rovinasse il pezzo per sempre su Drive In. Quindi sì, può essere che il progressive rock dei Genesis (primo periodo), dei King Crimson o del Banco di Mutuo Soccorso fosse fantastico, genuino, eccitante, ma magari anche quello dei Mars Volta di oggi è altrettanto apprezzabile. E per ogni Shakira e Lily Allen di oggi, c’erano Spagna e Samantha Fox ieri. Sicuri che era meglio?

Venendo ai confini italici, al solito il fenomeno ha una rilevanza più marcata che altrove. Ovvio, a noi piacciono le cose ben condite, giusto? Guardatevi attorno. C’è qualche trentenne in posizioni di rilievo nella nostra società? Qualche band di diciottenni? Le ragazzine le fanno impazzire i quarantenni stempiati, dopo secoli di gavetta. C’è forse qualche Sergey Brin di Google? Il problema è che da noi si mangia troppo bene, si fa la bella vita e non si schiatta mai. In questo senso servirebbe meno olio di oliva e più margarina per tutti! Scherzi a parte, qui più che altrove chiunque da giovane saltava i fossi per il lungo, andava con ragazze bellissime, ascoltava la miglior musica del pianeta, lavorava sodo, si comportava bene ecc… ecc… Infatti. I risultati li vediamo oggi. Non solo si tratta di bugie, ma come se non bastasse nessuno vuol passare a miglior vita liberando un posto (ci sono volontari?) e - oltre al danno, la beffa – si passa il tempo a dire che non ci sono più i ragazzi di una volta, le feste di una volta, il vino di una volta, la mafia di una volta, la DC di una volta…

cose nostre

Tutto il mondo è paese, diceva mio nonno a ragione. Relazioni, comportamenti, scale di valori non sono più molto diversi ormai tra i vari luoghi del mondo. In Europa, poi, le aree urbane si assomigliano sempre più: i giovani si vestono allo stesso modo e fanno le stesse cose, negozi, prodotti e prezzi si uniformano, le metropoli puntano sulla qualità della vita, sui trasporti intelligenti, sugli spazi verdi e ricreativi. Tutte, tranne quelle italiane. Ovvio. Ci dobbiamo distinguere in qualche modo, no? Per non finire nel calderone indistinto. Questione di attitudine.

Ci sono comunque oggetti, consuetudini, modi di fare che rimangono squisitamente locali in questo mondo globalizzato. In anni di esperienza nell’esercizio del confronto tra paesi – pane quotidiano a casa mia, e causa continua di emicranie – ho stilato una breve e spero divertente lista di cose italiane che stupiscono le persone di altre nazioni. Ce ne sono molte altre, naturalmente, e anche in senso inverso. Ma un post non è un saggio, dopotutto, che manco saprei scrivere tra l’altro. Forse un giorno, quando avrò tempo, quando le mie figlie teenager saranno fuori tutta la notte con sconosciuti a prendere droghe sintetiche e ballare ritmi satanici.

Pattine-

Ecco. Potrebbe bastare così. Ho visto olandesi ridere per giorni, dopo aver visitato la casa di alcuni amici trentenni che abitano ancora con mamma e papà. Vivamente consigliati (leggi: obbligati) a strisciare per casa con quei simpatici rettangoli di feltro sotto i piedi, manco fossero campioni del loro sport nazionale – pattinaggio – in allenamento domestico. E il motivo? Non rovinare i pavimenti sui quali è appena stata data la cera. Cera sui pavimenti? Inconcepibile per i nordici. Possono arrivare a capire che rendere la casa più bella è un concetto giusto, ma che si sia ‘prigionieri’ di questa mentalità fino a farne una malattia, come accade spesso nelle famiglie italiche, è una cosa che li colpisce e li diverte. Della stessa categoria fanno parte anche il cellophane ancora a coprire il divano acquistato mesi prima, sul quale accomodarsi sperando di non sudare, o il panico che si dipana in casa quando qualcuno sciacqua le mani al rubinetto e si sposta senza averle asciugate alla perfezione, lasciando cadere goccioline d’acqua che SEMBRANO innocenti ma… ha!

Orari dei pasti-

Non pochi stranieri si sono ritrovati camerieri e barman a ridere loro in faccia, piegati in due e con le lacrime agli occhi in taluni casi, quando hanno chiesto di mangiare qualcosa alle 11:30 oppure alle 16:00. Qui siamo in Italia! C’è un orario preciso per tutto, figuriamoci per i pasti… Alcuni hanno già rinunciato a fatica al cappuccino dopo pranzo per non venire ulteriormente derisi, ma da sempre gradirebbero più elasticità negli orari dei servizi di pubblica utilità. Elasticità: concetto così poco italico. Perchè magari qualcuno ha fame presto, prima di mezzogiorno. Oppure preferisce cenare a fine pomeriggio, per svariati motivi. Una volta ho incrociato una focacceria nata con evidenza per fornire pranzi a chi lavora nella zona, ricca di uffici. Era pomeriggio e questi signori avevano addirittura rimosso le focacce rimaste dalla vetrina perchè non era l’orario giusto. A mia domanda, mi sono sentito rispondere che sì, focacce ce n’erano nel retro, ma che non poteva servirmene alcuna. Tra azzannare la giugulare del povero ragazzino precario che mi trovavo davanti e imprecare voltando le spalle, ho preferito le seconda via. Si vede che sto invecchiando.

Code orizzontali-

In Italia si sfidano le leggi fisiche. A un qualsiasi sportello la fila si sviluppa per lo più in orizzontale, con numerosi aventi diritto di precedenza, molti di fretta, molti il cui tempo significa denaro.  Gli stranieri guardano sbigottiti. All’inizio sorridono, poi si sentono a disagio quando la prima vecchietta o manager abbronzato ruba loro il posto, facendo finta di niente. La timidezza anglosassone non concede ancora reazioni. Ma dopo il secondo o terzo sopruso, lo straniero diventa di colore bordeaux in volto e comincia a sgomitare. Benvenuti in Italia! Vediamo se riuscite ad arrivare allo sportello prima che chiuda. Una volta c’erano i ‘Giochi senza frontiere’, adesso questo.

Guerra automobilistica-

La maggior parte degli stranieri che conosco ha paura di guidare in Italia. Può essere che qualcuno sia particolarmente fifone, ma pesa di più il fatto che da noi per strada si toccano forse i punti più bassi di inciviltà. E i più pericolosi: reagire ai soprusi qui da noi (chessò, non spostarsi dopo l’arrogante sventagliata di abbaglianti della bmw di turno a 200 metri di distanza, rimproverare chi compie manovre dissennate, mandare a fare in culo chi ti si incolla alla targa dietro ecc..) significa anche mettere a rischio la propria incolumità. Qualche pazzo impunito sul suo SUV frutto di evasione fiscale ti inseguirà a 140 all’ora in autostrada, cercando di tagliarti la strada e farti fermare a bordo carreggiata per la sua buffonata. Non è bello. Non è civile, per un paese d’Europa. I morti per incidente stradale in Italia sono un numero spaventoso, di molto maggiore di quello di altri paesi. La Ferrari e Valentino Rossi sono fenomeni sportivi, la gente dovrebbe rilassarsi. Fatto sta che guidare in Italia per uno straniero può essere un’esperienza traumatica, anche per il traffico cittadino e i parcheggi. E a me – profondo conoscitore della giungla urbana italica, basta vedere i gibolli della mia Punto – tocca fare il tassista ogni volta. E senza poter reagire agli sbruffoni, per non fare brutta figura con gli ospiti.

Maledetti italici…

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