Ribelli in lattina – seconda parte

Obiettivo strategico affidato alla BEYOND SIGHT dalla Burpies Beverages: mappare la ribellione nel mondo, catalogarla, decontestualizzarla, destrutturarla e coglierne l’essenza. Riprodurne i concetti chiave e associarli in qualche modo a una bibita gassata. Vendere l’essere ribelli al sistema sotto forma di un pacco di lattine da sei.

Pianificazione operativa- come agire:

Visto da lontano, l’obiettivo esposto sopra può sembrarci impossibile. Come convincere i revolucionarios ad acquistare prodotti di un’azienda che raccoglie i suoi capitali iniziali dai più facoltosi rifugiati nazisti presso gli Stati Uniti? Come far stappare a un novello Che Guevara una lattina di Frisca Orange? Step by step, ovviamente. Prima di tutto studiando a fondo la ribellione, soprattutto nei suoi aspetti più fisici, esteriori. I ribelli non danno importanza al look? Niente di più errato. C’è invece molta attenzione all’aspetto e al vestiario, che forzatamente NON deve essere di marca, curato, fighetto, che dir si voglia. La fedeltà al prodotto del cliente ribelle, quello fuori dai circuiti standard della pubblicità, degli eventi trendy, della moda, può essere ancora più elevata di quella di un normale consumatore, perché più solida, più ancestrale.

Noi cool hunter, cacciatori di tendenze e di ciò che piace, possiamo agire anche sulla ribellione, sul rifiuto del sistema. Dobbiamo girare per i festival open air, per i campeggi freak, dove tizi con i dreadlock fumano joint e suonano i bongo per tutta la notte. Avete presente? Dobbiamo infiltrarci nelle manifestazioni contro le guerre o le riforme scolastiche, negli happening alternativi più importanti, come le rassegne di cinema o di teatro. Dobbiamo vestirci come loro, muoverci come loro, parlare la loro lingua. Dovremo studiare a fondo i miti della ribellione giovanile, da Mao a James Dean, da Kerouac a Gandhi, da Che Guevara a Bono Vox. Una lista aggiornata di ribelli storici e moderni è disponibile presso il nostro reception desk, in formato cartaceo oppure in cd, per fugare ogni vostro dubbio. E per evitare erroracci…

Così come un vestito molto glamour di Versace o di Karl Lagerfeld fa colpo a un cocktail party in barca al largo delle coste della Sardegna o in un cascinale sui colli del senese, anche un capello appositamente non curato, una t-shirt slabbrata e lisa, un pantalone finto consumato hanno il loro effetto sulla platea giusta. I sandali da samaritano, la barba incolta. Partiamo da questo assunto.

Think global, act local. La realtà italiana:

Il nostro Bel Paese è un crocevia di colori, sapori, culture e attitudini. Se da un lato questa abbondanza ci rende famosi nel mondo e apprezzati, dall’altro la complessità del tessuto sociale italiano rende il nostro lavoro nella fattispecie molto difficile. Cos’è la ribellione in Italia? Contro chi si manifesta? Ci sono statisticamente molti ribelli sul nostro territorio, antagonisti, alternativi, fricchettoni, punkabbestia. Nascono attorno al rifiuto del concetto di Stato, di Chiesa, di famiglia. Sono attitudini spesso ereditarie, tramandate da padri comunisti e madri libertine, o da giovani genitori artisti o vagabondi, e sono molto dure da sradicare. Si tratta di coloro che, per motivi spesso involontari ma anche per scelta, non sanno apprezzare il livello di benessere raggiunto dal mondo occidentale, soprattutto se paragonato a quanto disponibile altrove. Essi si appigliano a qualsiasi pretesto, dalle guerre ai concorsi a premi su canale 5, per dimostrare l’ipocrisia e la malafede dei popoli occidentali. BEYOND SIGHT, insieme ad altre importanti realtà del business internazionale, da Accenture a Herbalife, si tutela da questo fenomeno di ribellione degli individui attraverso una rigida educazione delle giovani leve all’apprezzamento del progresso e della democrazia che differenziano l’occidente dal resto del mondo, ma questa pratica non ha ancora molto riscontro in paesi ‘acerbi’ come l’Italia. Ecco di seguito un piccolo elenco di accorgimenti che il cool hunter infiltrato tra i ribelli italiani dovrebbe prendere:

• Avere l’aspetto giusto. Fondamentale. Non comprate abiti alternativi di marca, street style, snowboard o skateboard style, oppure capi dal look ‘usato’, perché si nota con evidenza che sono di qualità migliore e vengono in genere visti di cattivo occhio dai ribelli, che tendono a classificarli come segnali di volontà di appartenenza a icone giovanili molto negative, come mtv o le compagnie della telefonia mobile.

• Non andate dal parrucchiere per almeno 3 mesi e – se uomini – non radetevi più di una volta alla settimana. Ci rendiamo conto di chiedervi molto, forse troppo, ma pensate alla vostra missione e sacrificatevi.

• Comprate quotidiani, anche se non li leggete, e apritene almeno uno al giorno davanti ai vostri ‘compagni’. Scuotete la testa in continuazione e imprecate.

• Non usate mai abbreviazioni colloquiali del tipo ‘ape’ per aperitivo, ‘cmq’ per comunque nei messaggi SMS, e non rivangate terminologie in voga negli anni dei paninari (anni ’80, per i più giovani). I ribelli ce l’hanno ancora a morte con i simpatici abbronzatoni dalle giacche a vento arancione e dalle scarpe da boscaiolo, non sarebbe facile per voi giustificare un ‘Bella raga, tutto rego? Sfittinzie in giro, zebra?’

• Esaltate i personaggi ribelli di attualità; meglio un Josè Bovè che un Fidel Castro, in altri termini. Perché la parabola dei miti per i ribelli rispecchia in pieno l’ascesa e la caduta dell’Unione Sovietica: da terra promessa a simbolo di negazione delle libertà e del progresso nel giro di pochi anni.

• Qualsiasi sia la discussione, mettetevi contro la scelta dell’Italia nello scacchiere internazionale. Se siete a Milano, in particolare, criticate sempre e comunque la vostra città. Dite che Bologna è bellissima, che a Roma è tutta un’altra vita e che a Treviso si respira intolleranza

Inno aziendale BEYOND SIGHT

Forse mai prima il bellissimo inno della nostra azienda è stato cantato con tanta partecipazione e impeto, ai quali si è aggiunta per grazia divina anche l’intonazione. Incredibile. D’altronde l’Italia è il paese della melodia, il festival di Sanremo insegna. Pochi secondi di durata ma molta emozione, nel guardarsi l’un l’altro, mento alto, espressione impavida. Conosciamo la nostra missione e siamo qui per portarla a termine. Grazie a tutti per la partecipazione e… Let’s go beyond sight to discover!

***

Sull’aereo di ritorno Milano-Los Angeles.

“Allora, che te ne pare degli italiani, Brendon John John Jr.?”
“Le donne sono bellissime, papà.”
“Intendevo in senso lavorativo, siamo in buone mani laggiù?”
“Oh certo, in senso lavorativo… Siamo in ottime mani, direi. Piuttosto, mi preoccupa la Burpies. Non riesco a capire le loro vere intenzioni… Come si può trattare la ribellione come un prodotto qualsiasi? Come faranno a vendere bibite gassate a quei comunisti? È come chiedere a Hollywood di sostenere la Casa Bianca…”
“Rilassati figliolo, la Burpies non è un manipolo di sprovveduti. A dir la verità il loro consiglio di amministrazione non ha mai nemmeno capito bene a cosa servono i cool hunter, ammesso che sappiamo spiegarlo noi stessi… È un mondo bizzarro, Brendon John John Jr… Ora tutti vogliono essere estremi, radicali. Vedi gli adesivi della Nike per le strade dei ghetti? E i testimonial neri, africani, giamaicani addirittura, per la Puma? Cristo, quei negri non fanno altro che fumare marijuana da mattina a sera… Eppure funziona. Tira, stimola l’immaginario. La Burpies non vuole altro. Dobbiamo trovare qualche pezzo grosso ribelle, pensavo a Marilyn Manson ma quella fighetta è già sul viale del tramonto. Qualche condottiero di battaglie civili, qualcuno… La Burpies lo imbottirà di soldi e delle loro schifezze gassate, e tutti gli andranno dietro come al solito.”
“Già, papà, mi sa che hai ragione…”
“Papà ha sempre ragione, cucciolotto. Stasera chiamiamo le due negre assatanate dell’altro giorno o andiamo a casa da mamma?”

Uno sguardo di intesa.

Titolo

In Italia c’è poca mobilità, poca flessibilità oltre che nel mondo del lavoro, nella pubblica amministrazione, nell’abitare, anche nei modi di essere di noi stessi italici. Cioè se uno è notaio, per dire, sarà serio e tutto d’un pezzo SEMPRE, anche quando scende a prendere il latte o si presenta agli amici capelloni della sorella che fa la dj a Berlino. Cioè la professione – o meglio l’etichetta di certe professioni, di norma quelle più prestigiose - diventa la sua essenza, il suo modo di essere: è la sindrome del ‘titolo professionale’. Il titolo conta più di ogni altra cosa.

Fatto piuttosto arcaico per una società a elevato coefficiente tecnologico, non trovate? Andava bene forse durante il boom economico, quando spopolavano i Ragionieri con tanto di Rag. puntato davanti al nome (gli Ing. o Dott. erano addirittura considerati mezze divinità), o nel delirio materialista e yuppie degli anni ‘80, del quale ancora ci portiamo dietro l’usanza di chiamare chiunque Dottore, sul lavoro. E non è solo una formalità, magari a sostegno della cortesia nelle interazioni, tipo il ‘voi’ della lingua francese, ma spesso un vero e proprio significato intrinseco. Cioè ‘il notaio è un rispettabile’, ‘il dottore è uno altolocato, adesso vediamo se ha tempo per te’, ecc…  Da qui lo status di ‘privilegiato’ di alcune categorie professionali italiane.

Molto male. Molto ma molto ma molto male, direi. Perchè non è più tradizione, cortesia o quant’altro. La definirei riverenza eccessiva, mancata emancipazione, ingiustizia sociale. Una fonte inesauribile di guai per il nostro paese: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Notai e avvocati circondati da schiavetti annuenti, medici e specialisti che ti dedicano al massimo una manciata di minuti, un paio di sguardi assenti e parole col contagocce durante una visita, professori universitari che manco si degnano di esserci durante gli orari di ricevimento e spesso per le lezioni stesse. Persino vigili urbani e farmacisti godono di uno status privilegiato, quando in fondo non hanno altro che un abbigliamento fantasioso.

Meglio allora l’informalità, il darsi del tu, la parità tra interlocutori, e meglio essere tante altre cose diverse, accanto a costumi e comportamenti dettati dalla professione. Perchè un notaio non può mettersi una tshirt sgualcita e jeans per farsi due passi al parco? Deve per forza farsi un guardaroba casual firmato da Ralph Lauren, con tanto di fazzoletto di seta attorno al collo,  e rimanere tutto d’un pezzo? E se volesse fare il fricchettone durante le sue ore libere? La mattina dopo tornerebbe comunque perfettamente notaio, come se nulla fosse.

E probabilmente sarebbe molto più simpatico.

Don’t believe the hype

C’è un meccanismo perverso, direi più legato al nostro modo di vivere, al mondo di oggi, che non solo ai mass media, per il quale con puntualità svizzera qualsiasi cosa piccola e genuina che suscita interesse finisce poi col crescere in modo fulmineo ed esponenziale, fino a rompere l’idillio e diventare un (più o meno fastidioso) cliché. Ed è un peccato, a volte. Una crescita ‘naturale’ del fenomeno, di qualsiasi fenomeno, forse scongiurerebbe questo rischio, ma si sa: dalla globalizzazione in poi le crescite naturali non sono più abbastanza redditizie. A parte il business del cibo biologico, forse.

Parlo dell’esplosione di attenzione e interesse registrata qui in Italia per il rugby, sport davvero molto bello e avvincente. Io stesso mi sono avvicinato alla palla ovale qualche anno fa, in modo quasi distratto, e ne ho apprezzato subito il dinamismo e la carica senza dubbio molto genuina, forse legata al fatto che bisogna lottare, correre, afferrare, bloccare, buttare giù chi ha la palla in mano. Contatto fisico, puro e primordiale, e conseguente sfogo psicologico, il tutto in chiave sportiva. Affascinante. Qualche giorno fa sono anche stato a San Siro per l’appuntamento rugbistico imperdibile dell’autunno, cioè la sfida tra Italia e Nuova Zelanda, e mi sono goduto molto sia la vigilia che l’atmosfera e il contorno del match stesso. Ho curiosato come sempre sulle cose da un punto di vista il più possibile esterno, non per fare l’intellettuale o lo ’strano’ per definizione, ma perchè adoro sviscerare gli accadimenti. È ciò che amo di più, insieme a guardare sconosciuti film horror e fare dispetti a individui di sesso femminile. Forse avrei dovuto diventare un chirurgo dei comportamenti. Una sorta di Alberoni dotato di bisturi, sanguinario e – si spera – meno stucchevole.

Poi ho la fortuna di avere un collega esperto di sport in generale, un patito genuino, di quelli che conoscono risultati e personaggi di qualsiasi disciplina, che seguono le manifestazioni, che amano davvero lo sport e non tollerano le distorsioni mediatiche (queste sì) del calcio e dei fenomeni del momento. Tipo la vela, quando Azzurra e Cino Ricci facevano notizia: a chi è mai interessato sul serio? Una vera miniera di informazioni, il mio collega. E un ottimo interlocutore per cercare di capire le cose in modo rapido, diretto al punto.

Insomma sul rugby abbiamo parlato e riso parecchio. Del fatto che pochi/nessuno conoscono davvero le regole, ma che tutti sembrano degli esperti. Che in sostanza la nazionale italiana maschile non ha quasi mai registrato buoni risultati, eppure è quotatissima tra gli sportivi e tra giornali e televisioni. Che ormai siamo arrivati di sicuro al cliché, se invitano rugbisti in programmi tv del tipo ‘Una sera in cucina con Mirco Bergamasco’, se i giornali sono pieni di pagine pubblicitarie di marche di ogni tipo ‘fornitori ufficiali della nazionale di rugby’, e se le celebrità italiche fanno a cazzotti per mostrarsi agli happening e si affannano a ripetere che sono grandi fan del rugby. Che gli all blacks hanno contribuito all’hype, che sono famosi più per l’haka e le divise nere senza dubbio molto sexy che non per il gioco, che sono forti sì ma in fin dei conti da più di vent’anni non vincono i mondiali, ad esempio.

E poi mi confidava alcune osservazioni da conoscitore, che ho apprezzato molto. Tipo che il rugby è uno sport corretto, è vero, ma sempre figlio di questo mondo: infortuni simulati, botte rifilate di nascosto, scorrettezze varie sul campo e fuori, anche durante l’affascinante terzo tempo. Ci sono molti esempi a riguardo. E questo suo marcato profilo anglosassone, a cominciare dagli arbitri che parlano inglese, che si rivela a volte sinonimo di due pesi e due misure nell’arbitraggio, a seconda delle squadre in campo. Ne sa qualcosa l’Italia proprio negli ultimi minuti della sfida di San Siro, quando la meta tecnica a suo favore era forse opportuna.

Allora, a questo punto farei un distinguo:

-se qui da noi si ammira il rugby perchè è avvincente, e in minor misura perchè il calcio implicitamente ha rotto i coglioni, concordo in pieno. Forse non è politically correct al 100% ma in effetti Serie A, calciatori italiani, diritti televisivi, sponsor, talk show e amenità varie hanno colmato la misura. Troppi fighetti in giro e troppo arroganti, troppi soldi e poca intelligenza nello spenderli, poca sicurezza, violenza gratuita ecc… Quindi, anche se non del tutto genuina, l’attenzione per il rugby di oggi va comunque bene e può far bene anche al resto del mondo sportivo.

-se invece si salta sul carro dei vincitori solo perchè c’è bisogno di qualcosa di fresco e nuovo da spremere alla stregua proprio del calcio stesso, di nuovi personaggi mediatici, perchè i rugbisti sono in fondo anche più muscolosi e più fighi dei calciatori, allora il fenomeno non mi interessa. Rientra solo nel perverso meccanismo di cui all’inizio. Come fare per evitarlo? Non saprei, forse è solo il prezzo da pagare per la popolarità. Una storia già sentita molte volte prima. Nel dubbio mi tengo apposta lontano dalle luci della ribalta: vita semplice, lavoro e umiltà. Fino alla prima chiamata per una comparsata tv, ovvio.

Ah, la coerenza…

Air – Moon safari (Astralwerks, 1998)

Fate scendere l’acqua calda nella vasca, metteteci mezzo litro di schiuma e appoggiate il vostro corpo fino a immergervi quasi completamente. Scostate le tendine della finestra e guardate la pioggia battere sul vetro. Schiacciate Play.
Moon Safari è un autentico Voyage caleidoscopico nello spazio (il paragone con il viaggio allucinato di 2001 Odissea nello Spazio regge…). Elettronica morbida pervasa da un senso nostalgico che attanaglia ogni volta dopo l’ascolto. È proprio la nostalgia il primo sentimento che mi ha preso ascoltando l’album di debutto dei due parigini che si miscela perfettamente con l’immaginario di una splendida notte d’estate illuminata da tante piccole stelle luminose.
Si è perchè fin dal primo brano, Le Femme d’Argent, che mi sono innamorato di questo album. Notte fonda, un sentiero sonoro illuminato da mille lampadine. Tu in mezzo, cammini e ti lasci sfiorare dalle onde sonore che escono dalle casse. Tastiere in crescendo, vocoder trascinante e una testiera spettacolare che, come aghi, ti infilza continuamente. Il finale è un vortice in crescendo; prima il basso per finire con un vocoder splendido che ti prende allo stomaco facendolo contrarre.
Sexy Boy, primo singolo, non è certo questo pezzo a farsì che Moon Safari sia entrato tra i miei dischi preferiti. Elettronica retrò, nouvelle vague, Francese al 1000 x 1000. Riff accattivante e ritornello “cercato” e trovato. Non di più.
Poi All i Need, è qui che scende la neve, è qui che ci si culla , è qui che il basso e la chitarra emergono , è qui che la voce di Beth Hirsch fà venire i brividi anche quando, senza il sonoro, lascia traccia in maniera indelebile.
Un viaggio incantato nel “fantastico mondo Air” si apre con Talisman. Bolle di sapone, colorate, profumate ti pervadono sul suono della MS20 suonata da Dunckel e poi gli archi che fanno da cornice ad un pezzo strumentale di assoluta bellezza. Le Voyage continua con You Make it Easy, quasi una favola e ancora Beth Hirsch a “coccolarmi”.
“You make it easy to watch the world with love…”
La Principessa incontra finalmente il suo principe in Ce Matin La, dove sembra quasi di udire il rumore delle onde del mare rompersi sulla sabbia ( romanticismo? E va be’, lasciam spazio alle emozioni ogni tanto…). Nostalgica.
New Star in the Sky. Per ascoltar rilassati questo brano è consigliabile aver la mente sgombra da qualsiasi problema, soprattutto d’amore. Non aiuta. Nel caso contrario, sdraiatevi e fissate il cielo con il sorriso stampato. Semplicemente fantastico il finale.
Chiude Le Voyage de Penèlope. Vocoder da brivido. State roteando piano dentro a un enorme caleidoscopio pieno di colori frizzanti. Seguitelo, abbracciatelo e fatevi prender per mano senza paura. Sarà il viaggio più bello della vostra vita.
Prima la testa e poi lo stomaco. Favol-oso.
Merci. (Luca Fusaro)

Consigli per una vita migliore 2

Dettagli. Cura maniacale dei dettagli. Certosinità (neologismo in licenza Creative Commons, utilizzate pure). Come rifare il letto alla perfezione, stirare i calzini, piegare il tovagliolo di carta a triangolo per la cenetta veloce del lunedì sera a casa. Roba italiana. Il mondo ce la invidia - dicono - ma forse perchè non ci convive ogni giorno. Vorrei vederlo, uno di quegli amanti della Toscana inglesi, uomo pacato, istruito, di una certa caratura, ripreso da un gruppo di scatenate mamme italiane: ‘Ma ti sei messo la maglia di lana?’, ‘Hai mangiato abbastanza?’, ‘Non è che così sudi?’, ecc… Tornerebbe nel Kent di filata, Chianti o non Chianti. Cura del dettaglio e attenzione, perizia e metodo sono senza dubbio buone cose, se dosate nella maniera giusta. Qui da noi spesso si esagera. Ecco alcuni consigli per una vita meno controllata e probabilmente più felice, di certo più spensierata. Se è vero che la verità sta sempre nel mezzo e che il buon senso esiste. Ve li elenco a vostro specifico benificio, perchè per me ormai è troppo tardi: la mia battaglia quotidiana contro il pragmatismo nordeuropeo incuneatosi in famiglia ha estremizzato le italianità, sia volontarie che istintive. Ora piego vestitini per bambole in continuazione e controllo la chiusura della porta 3/4 volte a sera, quando va bene. E non ridete. Potrebbe succedere anche a voi, un domani. Italiani che non siete altro.

-non siate così ordinati e precisi nelle file davanti a uno sportello, e così distanti dal bancone quando tocca a quello prima di voi.

Ah no, scusate. Ho preso la lista di consigli sbagliata, evidentemente… per un’altra nazionalità… Ecco sotto quella giusta:

-le equazioni sono uno strumento prettamente matematico, che non si può applicare tout court alle questioni legate al tempo atmosferico e relativo abbigliamento necessario. Cioè: canottiera + polo a  maniche lunghe + giubbotto imbottito non è detto che sia uguale a canottiera + maglioncino di frescolana + giacca di velluto. Ditelo a chi vi rimprovera la scelta del vestiario di oggi, sottolinendo che ieri (o stamattina) eravate più coperti. E in ogni caso questi tentativi di ‘equazione tessile’ non aiuta a evitare i malanni di stagione. Smettiamola di stabilire a priori, fino alla pazzia, che combinazioni di capi indossare per un tipo di microclima. Di preoccuparci se un orecchio rimane scoperto per 15 secondi netti. Il corpo umano è in grado di reggere situazioni di vario tipo, sopravvivere a qualche grado di troppo o in meno rispetto alla tabella della buona mamma italiana. Altrimenti come farebbero le rosse ventenni irlandesi ad andare in discoteca a Dublino in febbraio con vestiti sexy e senza collant, senza morire in coda davanti all’ingresso? Non voglio prenderle a modello (gli anglosassoni sono anglosassoni), ma forse si può essere un pò più rilassati nella scelta del vestiario qui da noi. Un pensiero in meno, un pizzico di avventura in più.

-si possono anche indossare occhiali da sole, o altri accessori, e parlare con telefoni cellulari che non siano il meglio in assoluto sul mercato e l’articolo più costoso del negozio. Funzionano lo stesso, se si perdono in spiaggia o si rompono calpestati da noi stessi non ci si rode il fegato per mesi come invece accade di norma, e inoltre ci si dà un tocco di elegante disinteresse materiale che in questi anni di Yoga, agricoltura biologica e fonti di energia rinnovabile funziona. Provateci. Cheap is the new posh. E vedrete che tra poco ci penserà un brand famoso a rifilarvi ’sto concetto, a prezzi appena più bassi, ovviamente.

-si è ciò che si mangia, siamo d’accordo. Bisogna mangiare bene, in modo bilanciato, senza esagerazioni, riducendo anzi certi tipi di cibo che fino a ieri – in verità – ci hanno quasi obbligato a mangiare con bombardamenti mediatici e sociali di ogni tipo, come la carne e le proteine e i grassi di origine animale. Ma il vento è cambiato, dicevamo, e un buon italiano sa TUTTO di cibi e cucina. Pure troppo. Solo che anche qui ci vuole misura e buon senso: così come la marijuana, poveretta, da sempre demonizzata e vietata, ha attirato, attira e attirerà milioni di… sorridenti e pacifici consumatori, anche l’hamburger o la schifezza confezionata rischiano di fare questa fine da martiri. E badate bene, non sto difendendo l’hamburger o la merendina. Bisogna educare, convincere. Ma vietare provoca di solito l’effetto contrario. Al massimo bisogna suggerire in modo robusto. Anche perchè noi stessi abbiamo speso pomeriggi interi della nostra personale era dei brufoli e della voce strana seduti in qualche Burghy, con acconciature improponibili e vestiti che per la verità adesso li trovi nelle vetrine a prezzi da non credere. Ad averlo saputo li avrei tenuti tutti… Quindi, corretta alimentazione, cura del dettaglio a tavola, tabelle nutrizionali, diete, apporti, quello che volete, ma senza superare il limite che determina la schiavitù.

E adesso scusatemi, ma devo rivedere il post una cinquantina di volte ancora prima di pubblicarlo: aggiustare bene le virgole, provare diversi font, capire come meglio spezzarlo in paragrafi… Chi l’ha detto che il blog è un medium diretto e spontaneo?

Consigli per una vita migliore (io ve l’ho detto, poi fate come vi pare)

afwasCosì come mi occuperò la settimana prossima di dispensare consigli di pragmaticità alla figura dell’italico medio (ok, non me l’ha ordinato nessuno ma questo è quello che avete; mi spiace), adesso vorrei rasserenarvi - o compatrioti - con una serie di suggerimenti di cura del dettaglio rivolti alle popolazioni nord europee. Così, tanto per sorridere e pensare che, in fondo, non è poi tutto sempre e solo sbagliato. Sì, certo, a ’sbagliato’ siamo messi alla grande, meglio che nel rugby per esempio, o nei lavori pubblici, ma ci sono anche cose belle che costellano le nostre esistenze sparse lungo lo stivale. E’ che bisogna trovarle… Piccoli gioielli dalla luce cristallina sepolti da strati di polvere.

Dunque, cari amici europei dalla carnagione pallida e dai troppi centimetri di altezza. Scandinavi, anglosassoni, mitteleuropei, francofoni, fiamminghi. Siete fantastici quanto a progettazione e senso civico. Siete equilibrati, pragmatici e fondamentalmente onesti. Curate la ‘cosa comune’ tanto quanto quella privata, filtrate l’emotività con l’oggettivo buon senso e sapete FARE le cose. Vi farei un applauso da solo, adesso, qui, in piedi, forte fino a farmi dolere i palmi delle mani. Però che ne dite di un pò più di stile? Di cura del dettaglio in apparenza significante? A volte invece può esserci tutto un mondo dietro, e la vita può diventare migliore, cambiando. Anche se non si tratta di un brevetto anglosassone o tedesco. O di una storia antica o favola sottratta dalla Disney a qualche tradizione popolare e registrata come propria (tipo, non so… Pinocchio?). Per esempio:

-in casa mettete le ciabatte. Non ci vuole molto, le tenete accanto all’ingresso, quando entrate togliete le scarpe (sì, come in India durante il viaggio dopo la laurea, esatto) e infilate qualcosa che stia tra la pianta del piede e il pavimento. Non è indispensabile ma nemmeno difficoltoso. D’inverno si sta più caldi, e in più non si consumano paia di calze come fossero fazzoletti di carta. Certo, forse non è il massimo per il vostro ideale di uomo nordico duro e puro, ma con un bel paio di infradito mininali o ciabatte sportive tipo nuoto ve la caverete senza che i vostri ex compagni di corso di laurea e di inenarrabili sbronze vi prendano in giro a vita. Smetteranno di farlo dopo qualche giorno, secondo una recente stima attendibile. E magari si prenderanno le ciabatte anche loro. (mi rendo conto adesso che sembra sia stato pagato dall’Arena o dall’Hawaianas per scrivere questo… ma non è così. In ogni caso contattatemi, signori Direttori Marketing: si trova sempre un accordo)

-abbinate qualche colore nel vestiario. Non dico di fare come Lele Mora, per carità, ma preferite sempre calzini neri e comunque, anche vagamente, cercate di richiamare il colore del pantalone – per esempio – con quello della giacca o del giubbotto. Non è difficile, basta fare l’esercizio contrario in verità: NON mettete insieme combinazioni cromatiche impossibili. Semplicemente non lo fate. Optate invece per il capo accanto a quello che avete afferrato. Sì lo so, a Oxford vi dicevano di sbattervene. E lo so, è più importante la costruzione di orbitali molecolari, ma la vita è una sola e la vostra compagna ne ha abbastanza di quella cozzaglia indegna di tessuto che vi buttate addosso ogni mattina. Datevi una riassettata. Basta passare davanti allo specchio qualche volta, e non solo per provare le smorfie durante il discorso di ringraziamento per il premio di biologia o elettronica.

-lasciate stare la cravatta, se non sapete sceglierla o fare il nodo. Altrimenti è controproducente. Io per esempio ho fatto così: saprei sceglierla in quanto stiloso figlio dell’hinterland milanese cresciuto a pane e glamour ma, oltre a odiarla, non so fare il nodo, per cui ci rinuncio. Nello stile personale – che attenzione: non è moda, ma l’esatto opposto – è sempre meglio meno che troppo. In verità per quasi ogni cosa della vita è così, ma non vorrei sembrare troppo Paulo Coelho con queste parole. O quei file di musica e immagini fatti in powerpoint con fiori che sbocciano e massime da latte alle ginocchia che girano sempre nelle email. Ma la semplicità è comunque una virtù che va ricordata, di tanto in tanto. Ed evitate per favore colori come il lilla o il verde chiaro, per le cravatte. Per favore. Dico, vi vedete come siete conciati quando andate al lavoro, ad Amburgo o all’Aia?

-create una grande lobby nelle vostre rispettive nazioni per rendere obbligatorio l’utilizzo del bidet. Ora, non voglio entrare in particolari nella spiegazione dei motivi, e ammetto di pensare forse più a me nelle permanenze all’estero che al vostro bene di nordeuropei. Ma mi chiedo e vi chiedo: se lo usano persino gli italiani, e obiettivamente è più comodo di una doccia completa dopo una sessione alla toilette, perchè non inserirlo di default nei sanitari di bagni privati e pubblici? Tanto più che ha un nome francese. Non ho capito, scusate: ça va sans dire sì, e bidet no? Se permettete, me la cavo per i fatti miei con le citazioni, ma datemi il maledetto vaso bianco di ceramica!

-mi sento un pò mia madre, ma dopo aver assaggiato a casa di amici in Olanda una deliziosa pietanza al retrogusto di Svelto (o meglio del corrispondente olandese) ho giurato di sposare anche questa causa: dopo aver insaponato le stoviglie con la simpatica spazzolina da cucina - per noi italici così inusuale e simile a qualcos’altro da far scattare pensieri terribili - per favore, sciacquatele. Cioè passate le medesime stoviglie sotto l’acqua corrente prima di scolarle. Non ci vuole molto tempo, volendo potete evitare di farlo con attrezzi da cucina secondari se proprio non vi sentite a vostro agio, ma perlomeno per piatti, bicchieri e posate credo sia ora, nel 2010, di ridurre le differenze tra nord e sud del nostro bel continente. Pigro, ma bello. Vecchio, ma bello. Tagliato fuori dai giochi della nuova economia mondiale, ma bello.

Portugal

portugal

Sono reduce da un fine settimana rigenerante in Portogallo, a Ericeira per l’esattezza. A scrocco presso amici, come al solito, e con la solita scusa ormai più sbiadita della T-shirt dei Jesus and Mary Chain che mi ostino a mettere in lavatrice: lo faccio – scroccare un tetto, un letto, una ciotola di riso – per finalità sociologiche, per penetrare la società e scrutarla e viverla dall’interno… capisci, amico che per caso abiti a due passi da una meravigliosa spiaggia? Come potrei raggiungere questo obiettivo da una (più o meno lussuosa) stanza d’albergo? La maggior parte dei miei amici ospitanti, impietositi dall’espressione da gattino annaffiato che mi sono esercitato a sfoggiare in casi simili (anche in webcam) e orgogliosi di aiutare la scienza allo stesso tempo, mi hanno offerto negli anni quello che potevano. Altri invece mi hanno tirato una pedata nel sedere - in senso metaforico e non - e in quei casi ho dovuto sacrificare la purezza della ricerca sociologica alla voglia di andare a zonzo comunque. E scucire la fresca necessaria, come si dice dalle mie parti.

Vi dico tutto questo perchè un domani potrebbe capitare anche a voi, di avere un amico lontano particolarmente invadente. O magari già lo avete, o ne avete. O forse mi avete già ospitato in passato e adesso vi dovete per giunta sorbire anche ’sto post settimanale, solo per farmi contento. Perchè ormai siamo connessi, siamo amici, no? E perchè forse volete scroccare anche voi, prima o poi. Farvi contraccambiare il favore. Approfittatori…

Ebbene, Ericeira, a quaranta chilometri a nord di Lisbona, sul mare. Non è che uno pensi al Portogallo come alla nuova frontiera del progresso. Personalmente, non conoscendolo affatto, pensavo di trovare una situazione tipo la Spagna negli anni ‘80: case bianche, siesta, deserto tutto intorno, e rovi di polvere che scorrono via spinti dal vento. Questo forse a causa del mio innato ‘calendario’ biologico italico: cosa vuoi che siano vent’anni, se era così allora lo sarà anche oggi… E invece no. Vent’anni sono un sacco di tempo, e le società – quella italica esclusa, va da sé – dall’era dell’informatica in poi corrono, e corrono forte. Così ha fatto lo Spagna, e così si direbbe anche del Portogallo. Ho avuto in generale un’ottima impressione della società portoghese, del territorio, dello sviluppo economico e del rispetto ambientale. Molti degli stereotipi che avevo appiccicati in mente si sono rivelati infondati:

* le ragazze non sono baffute, nè brutte e scontrose o troppo religiose ma ANZI (e mi fermo qui per l’argomento specifico)

* la gente incontrata a caso è in media molto più simpatica di Mourinho, per quanto lo conosca poco

* non mi pare si entri in locali o posti di aggregazione senza pagare il biglietto; anzi, guardate un pò chi sarebbero i veri ‘approfittatori’ secondo questa simpatica ricostruzione etimologica: http://it.wikipedia.org/wiki/Fare_il_portoghese …avevate forse dei dubbi?

* la società è già piuttosto aperta di mentalità e multietnica. Il senso civico esiste e così il rispetto della legge. Ho assistito alla comminazione di una multa salata per un motivo italicamente parlando contestabile, senza che lo sfortunato multato abbia aperto bocca. ‘Perchè non protesti?’ Ho domandato. ‘Perchè dovrei?’ Mi sono sentito rispondere. Sono stato zitto

* la gestione del territorio (case, strade, pulizia, pianificazione edilizia, traffico) mi è sembrata buona; ovvio, non ho probabilmente visitato il Bronx lusitano, ma basta prendere via Melchiorre Gioia a Milano per capire quanto fa schifo

* ottimo cibo, prezzi davvero contenuti, e buona qualità dei servizi ai cittadini. Sorprendente il servizio di tv via cavo: non me ne intendo, ma un’ampia scelta televisiva con disco rigido per registrare, funzioni di tv on demand (stoppare la trasmissione, rivederla dall’inizio ecc..), in un pacchetto insieme a internet ad accesso continuo per 50 euro al mese mi sembra un prezzo buono. Inoltre i programmi tv non sono tradotti ma sottotitolati, con beneficio educativo della popolazione tutta, nuove generazioni per prime. Com’erano le cinque ‘i’ berlusconiane invece?

In generale, ho trovato la società portoghese piuttosto equilibrata, festaiola ma acculturata, intraprendente ma non stressata, amante della vita e delle cose belle. Una sorta di mediterraneità senza le bizze tipiche italiche, da primadonna. Solo perchè siamo i discendenti dell’Impero Romano… e allora? Loro hanno conquistato mezzo mondo con le navi esploratrici e i grandi navigatori. Certo, lo hanno anche in parte massacrato, quel mezzo mondo. Ma con serenità una ragazza a riguardo mi diceva: ‘Ecco perchè oggi non me la sento di prendermela con gli immigrati.’ E mi sorrideva. Così, come fosse la frase più naturale del mondo. E io pensavo a Calderoli.

Cos’altro? Un sacco di grandi turbine bianche per l’energia eolica, un pò come in Andalusia. Una natura imponente: coste rocciose a strapiombo sul mare, levigate dal forte vento atlantico, che mi hanno ricordato molto le Cliffs of Moher irlandesi, intervallate da splendide spiagge di sabbia rossastra. Un mare blu e selvaggio, nel quale giovani locali e turisti si divertono a fare surf. Musica e cultura per le strade. E poi Fernando Pessoa, gloria letteraria nazionale, che pubblicava le sue opere con una serie di eteronimi: proprio come proponevo io qualche settimana fa su questa pagina web. O è una coincidenza, oppure un segno che scrivo questa serie di amenità settimanali da troppo tempo ormai, da secoli.

Ah, e c’è dell’ottimo vinho tinto da due euro alla bottiglia, in Portogallo.

Acque minerali

C’era una signora anziana ferma sul pianerottolo, a metà dei suoi tre piani di salita per arrivare davanti alla porta di casa. bottlesSconvolta dalla fatica, le mani gonfie e rosse, e rigate in orizzontale a metà delle falangi. Due pacchi da sei bottiglie di plastica da due litri di acqua minerale ciascuno ai suoi piedi. Stavo scendendo e ho colto subito l’occasione per ripulirmi un poco della coltre apatica tipica di queste parti, offrendo il mio aiuto per il tragitto restante. Da buona Giovane Marmotta ho sorriso e mi sono avviato con le due pesantissime confezioni. Ho ritenuto però che la signora meritasse anche una delicata ma ficcante ramanzina. Così, giusto per puntualizzare.
‘Signora, è una pazzia avventurarsi in acquisti del genere. Di acqua poi… ne ha quanto ne vuole dal rubinetto.’
‘Parli facile tu, io sono in cura. Non posso bere quell’acqua.’
‘E’ acqua del rubinetto, la cosa più normale che ci sia. Ed è buonissima, lo dicono tutti i controlli. Non la usa per cucinare?’
‘La uso, la uso. Ma mia nuora per il figlio piccolo non si fida. Scalda l’acqua minerale, scalda.’
Sarà colpa del rincitrullimento generale subito dagli italici a causa del marketing d’assalto delle compagnie che fanno i soldi con le acque? Altrimenti è follia pura. Arrivo sulla porta di casa della signora.
‘Comunque, mi dia retta. Usi l’acqua del rubinetto. Al massimo si prenda una di quelle brocche con il filtro per la pulizia del calcare. Non spenda più soldi per questa plastica piena di acqua del rubinetto… sciacquata.’
‘Parli facile tu. E grazie per l’aiuto.’
C’è qualcosa che non funziona. L’acqua adatta allo sport, l’acqua per ringiovanire, quella per stare a dieta, per pisciare meglio… Certo, il mercato può fare quello che vuole e proporre amenità di ogni tipo, liberissimo, ma ci si aspetta che la gente non ci caschi sempre. Sono affascinanti in un certo senso questi prodotti ‘inventati’ che diventano veri bisogni collettivi. Un fascino perverso, da stratega della comunicazione, buono però solo per alimentare i superego del circolo dei pubblicitari e per ingrassare chi è già pieno di soldi da scoppiare. Ma tutto quel PET in giro in effetti ha rotto i coglioni. Così come i chilometri di trasporto necessari per portarlo al negozio sotto casa. Erano meglio allora gli Ape Piaggio stracarichi di cassette di bottoglie di vetro da sei, i riccioloni dall’accento del sud che suonavano i citofoni, i rifornimenti settimanali che qualche benestante si permetteva di fare. Ma a quei tempi si poteva ancora prendere un bicchiere da una credenza, girarsi e aprire il rubinetto per versarci un pò d’acqua senza venire placcati e atterrati prima di riuscirci, come in una partita di rugby, da chi ti sta intorno. Avete mai provato? La settimana scorsa, in visita da conoscenti.
L’uomo alla credenza sono io.
Sto per aprire il rubinetto, quando un urlo improvviso e raggelante squarcia l’ovatta di una serata Johnny Cash e tabacco impreziosito. Tipo ‘Joooooooosh’ di The blair witch project.
‘Cosa stai facendo?!’
‘Bevo.’
‘Acqua del rubinetto?’
Sembra che qualche spacciatore del grottesco si stia divertendo a rendermi la vita difficile nei ultimi tempi. ‘Sì, perchè? …Posso?’
‘Scusa, prendi la bottiglia nel frigo, o quella dietro di te, a temperatura ambiente.’
‘Va bene questa, tranquilli.’
‘Ma non c’ha un sapore strano?’
Di… acqua.’
‘Sì, ma assaggiane dopo un bicchiere di quella in bottiglia. Senti che differenza.’
Poi, visto che da Obama in poi la coscienza della gente sembra in parte rinata, abbiamo convenuto che in effetti tutta quest’acqua in bottiglie di plastica è una cosa sbagliata. Ma che comunque è difficile cambiare le abitudini. Che poi fino a vent’anni fa manco ce l’avevamo, questa abitudine. Il maledetto marketing d’assalto dei pubblicitari… Una situazione di stallo, insomma. Molto italica. Un pò come essere battezzati con la Chiesa Cattolica. Molti non credono, o comunque non sono interessati. Ma è scomodo poi togliersi dalle liste dei possibili ’salvati’. Metti caso poi un domani possa servire? Tipo: ‘Allora, tutti i battezzati e quelli a posto coi documenti cattolici da questa parte, entrate subito dopo la registrazione, gli altri be’… da questa parte, intanto. Poi vediamo cosa si può fare per pescarne una manciata e consegnare agli inferi il resto. Ma perchè vi siete sbattezzati, scusate?’
L’acqua santa in effetti è un tipo di acqua che non rientra nelle categorie sopra elencate, ora che ci penso. Credo si tratti di acqua del rubinetto, con rispetto parlando. Non è da escludere però che la Nestlè o la Danone non stiano provando a rincitrullire anche questa fetta di mercato. Il problema è che non va proprio a mille di questi tempi, la religione cattolica, in termini di iscrizioni. Non c’è molta audience. Ci vuole forse aria nuova, chessò un Obama del clero.
Comunque bevete acqua del rubinetto.
Non ci sarebbero nemmeno più gli spot tipo Brio Blu Rocchetta.
Pensate.

Al bar da solo

solo

Mi piace socializzare e sono senza dubbio un ‘animale da gruppo’: chiassoso, guascone, e col gomito ben alzato quando ci vuole. Ma questo non vuol dire che non apprezzi anche una dimensione più pacata e personale del tempo libero. Qui da noi sembra che se fai una cosa da solo, che so andare al cinema, a un concerto, al ristorante, o appunto al bar, vuol dire che sei triste, oppure rattristito da qualcosa. Sembri un poveretto da consolare. O uno sfigato dal quale stare alla larga. Credo sia anche il frutto italico di un’attitudine sociale e culturale senza dubbio allegra e di compagnia – e fin qui va benissimo – ma anche poco attenta alla sfera intellettiva strettamente personale. Il pensare, l’approfondire, il cavarsela da soli. Forse uno dei problemi che hanno contribuito al tracollo italico degli ultimi decenni è proprio questo. Forse dovremmo spendere più tempo con noi stessi e meno con gli amici al bar, con zii e parenti vari, o con Sky. Per esempio, l’altro giorno:

‘Ciao, dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
‘Sì, perchè? Un bicchiere di rosso e mi leggo un pò questo…’
‘Un libro? Al bar?’
Mi guardo intorno, smarrito. ‘Mi stai prendendo in giro?’
‘Ti stavo chiedendo la stessa cosa…’
‘Vabbè, scappo’
‘Alla prossima’

‘Guarda chi ti incontro oggi…’
‘Ciao sderenato’
‘Da quando fai lo scrittore non ti si vede più da ’ste parti’
‘Ma quale scrittore… Non mi si vede perchè sono sepolto di bimbe, altrochè’
‘Dove stai andando?’
‘Al bar’
‘Da solo?’
Sopracciglia corrucciate. ‘E allora?’
‘No, niente, per sapere. Certo che sei strano… Hai visto la Juve ieri sera?’
‘Ehm, no’
‘Manco il calcio ti guardi più? Te la tiri proprio…’
‘Vai a cagare’
‘Ciao strano, stammi bene. E se ti senti troppo solo al bar fammi un fischio’
Sorrido e saluto. Poi mormoro: ‘Piuttosto attacco bottone con qualche vecchio ubriaco di Campari…’

‘Ciao, quanti siete?’
‘Uno’
‘Cioè, tu più uno?’
‘No, solo io’
‘Ah’
Proseguo verso i tavoli nella sala interna, semi deserta vista la distanza di qualche metro dall’affollatissimo bancone strapieno di stuzzichini per l’aperitivo. Dopo un paio di minuti si avvicina un cameriere.
‘Cosa vi porto?’
‘Per me un bicchiere di rosso fermo, per gli altri clienti non so’
Non coglie l’umorismo asciutto nordeuropeo. ‘Quali altri clienti?’
‘No, scherzavo. Solo un bicchiere di rosso, grazie’
‘Sei solo?’
Inizio a sentirmi infastidito. ‘Sì’
‘Guarda che il maxi schermo lo accendiamo solo con la Serie A Tim’
‘Davvero? E come faccio io adesso…’
‘Vuoi che chiedo al titolare? Su Milan Channel ci sarà qualche servizio sugli allenamenti a Milanello, qualcosa…’
‘Ti ringrazio, ma lascia stare. Leggerò il mio libro.’
‘Al bar?’
‘Non vedo cartelli di divieto…’
‘Sì, ma è strano, no?’
‘Dici?’
Intanto gli si avvicina un cliente. ‘Franco, hai rotto i coglioni con ’sto Enalotto. Mi devi cacare la fresca se vuoi giocare anche ’sta settimana. Subito. Anzi, mò’
‘Arrivo, arrivo..’
‘Vai, vai’
‘Rosso frizzante, allora?’
‘No, rosso fermo’
‘Ah, giusto’

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